SOLO QUATTRO MESI - racconto inedito di Nora June Peebles


CELEBRIAMO OGGI LA META' DI LUGLIO CON UN LUNGO RACCONTO CHE NORA JUNE PEEBLES HA VOLUTO REGALARE IN ESCLUSIVA ALLE NOSTRE LETTRICI. SIETE PRONTE A VIAGGIARE CON LA FANTASIA FINO ALLE AFFASCINANTI HIGHLAND SCOZZESI? BUONA LETTURA!

PRIMA PARTE

LA STORIA: Margherita Ricci, archeologa postdoc a Cambridge, accetta di sostituire per quattro mesi il direttore del piccolo museo di Eyemouth, negli Scottish Borders, per fare un piacere al suo professore, sacrificando così le tanto agognate e meritate vacanze al mare. L'auto presa a noleggio per arrivare ad Eyemouth, però, va in panne a un passo dalla meta e Margherita fa in questo modo la conoscenza del burbero medico del paese, il dottor Graham MacKay. Graham si è trasferito nella remota cittadina scozzese in seguito a una traumatica esperienza che lo ha segnato nel profondo. Sarà l'archeologa italiana, piombata nella sua vita come un fulmine a ciel sereno, a dargli la forza per ricominciare a vivere? 

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1
Sei mesi prima

Graham
Graham si diresse verso il bancone e ordinò una Caledonian. Non era il tipo da fare lo schizzinoso ma da quando era tornato indulgeva nei sapori forti delle ales scozzesi. Questa in particolare faceva al caso suo, stasera. Non troppo alcolica, dal sapore denso e onestamente amaro, era il drink che ci voleva prima della caccia. Un sorriso beffardo gli si allargò sul volto magro e coperto da un’ombra di barba mentre se la portava alle labbra.  Era stanco oggi, ma non abbastanza da poter tornare a casa e farsi una bella dormita. Aveva bisogno di azione per poter mettere a tacere i demoni che lo tormentavano, almeno per qualche ora.

Casa. Per qualche strano scherzo del destino aveva finalmente trovato un posto nel mondo, un luogo che gli desse una parvenza di stabilità. Sapeva che non sarebbe stato per sempre, nella sua vita niente lo era, ma non aveva fretta di cambiare. Le relazioni stabili non facevano per lui: l’aveva imparato sulla propria pelle anni prima. Il suo lavoro diventato una missione l’aveva condotto nei più remoti angoli del mondo e aveva richiesto un pesante tributo. Il suo volto rilassato si distorse per un attimo per lasciare spazio all’orrore del dolore e della perdita. La quiete domestica, tanto decantata dai suoi amici, non riusciva proprio a raffigurarsela. Quello in cui riusciva bene erano i rapporti. Consenzienti. Maturi. Della durata di una notte. Niente legami duraturi, niente letto condiviso con qualcuno. Nessuno da spaventare con gli incubi che lo torturavano e coi sensi di colpa che lo tenevano sveglio la notte. Sapeva di non avere colpe. E tuttavia c’erano dei bambini senza padre che non avrebbero sofferto se lui non avesse chiesto una sostituzione a quel collega, quel maledetto giorno di due anni prima. Aveva operato senza darsi tregua. È normale prendersi una pausa. Marco glielo aveva ripetuto fino allo sfinimento. È stata una coincidenza, si ripeteva lui. Non poteva immaginare che avrebbero bombardato l’ospedale da campo proprio quel giorno. Gli aveva chiesto solo di coprirlo per qualche ora mentre lui si rimetteva in forze. Eppure era successo l’inimmaginabile. No, meglio non avere legami. Niente moglie, figli, persone che ti piangano.

Sorseggiò il liquido scuro con la calma di un abile predatore. Il club di Edimburgo che frequentava era affollato come al solito il venerdì sera. Una volta o due al mese, ultimamente più spesso, veniva qui a cercare una distrazione dai pensieri che lo attanagliavano. L’anonimato era garantito dai rigorosi controlli che faceva il proprietario del club prima di rilasciare una tessera, il cui costo esorbitante assicurava che solo la clientela più motivata lo frequentasse. Niente perditempo o giornalisti. Niente droga o bevitori incalliti. Qui si veniva per trovare cose diverse: c’era chi veniva per bersi un buon whisky in compagnia di amici nella memberslounge al piano di sopra, con le pareti ricoperte da sontuosi pannelli di legno, tavoli intarsiati e divanetti in soffice velluto color petrolio ad accoglierti come in un abbraccio, e chi veniva per scatenarsi e ballare nella moderna club room al piano di sotto. C’era chi cercava uno svago dalla propria quotidianità e dai problemi di tutti i giorni per dimenticarsi momentaneamente della propria vita noiosa, unavventura galante o un effimero scambio di baci, chi invece l’eccitazione di una notte in una delle poche stanze riccamente decorate riservate a un ristretto numero di membri e perfettamente equipaggiate per soddisfare ogni loro fantasia. C’era chi cercava tutto questo, e altro ancora. E c’era lui, un cacciatore esperto e paziente, in attesa di una preda interessata.

Non dovette aspettare a lungo. Un profumo di donna lo avvolse ben presto, deciso e sensuale. Lunghi capelli biondi gli solleticarono il collo, seguiti da uno sguardo volutamente ammiccante. Aveva già notato la ragazza, fasciata in un vestito bianco che si sarebbe potuto definire sobrio se non fosse stato scandalosamente corto. Il seno generoso era messo in risalto dalla scollatura a cuore e dalle collane lunghe che vi si poggiavano sopra. Si stava divertendo, si vedeva. Ballava con gli amici e celebrava la vita con noncuranza. Aveva incrociato il suo sguardo poco prima e l’aveva sostenuto sufficientemente a lungo per sapere che lo stava studiando da capo a piedi e che ciò che vedeva le piaceva. Era giusto, dopotutto. Si sarebbero divertiti entrambi quella sera.

2
Il primo giovedì di giugno

Margherita
“Ma chi me l’ha fatto fare?” Si chiese Margherita guardando sconsolata l’auto che aveva preso a noleggio a Cambridge, irrevocabilmente ferma sul ciglio della strada.  Come in ogni farsa che si rispetti, l’infausto mezzo di trasporto aveva dato forfait a pochi chilometri dalla sua destinazione, il remoto villaggio sulla costa scozzese che non aveva mai sentito nominare fino a una settimana prima.
Non era bastato che dovesse guidare quel catorcio di auto cinese (la più economica che aveva trovato) per cinquecento e passa chilometri, attraversando l’Inghilterra per la lunghezza e sobbalzando a ogni irregolarità del manto stradale. Non era stato sufficiente che si fosse fatta tre ore di coda tra Leeds e York e questo sedendo dalla parte sbagliata della macchina e viaggiando dal lato sbagliato della strada. Chiaro. L’orrenda vettura si era decisa a esalare l’ultimo respiro quasi alla fine di quel viaggio infernale. E non in modo discreto. No. Con un bel rivolo di fumo denso e scuro che usciva dal cofano del motore e saliva senza fretta verso il cielo plumbeo.
“Un benvenuto con i fiocchi. Manca solo che piova”, mugugnò arrabbiata mentre si affrettava a scaricare tutte le proprie cose dal bagagliaio e a portarle al sicuro vicino al guard-rail, un po’ distante dall’auto. La prudenza non è mai troppa, diceva sempre sua nonna, e sua nonna aveva sempre ragione. Per fortuna, era riuscita ad accostare in tempo e a mettere il triangolo per segnalare di essere in panne prima che l’auto esplodesse, si disse.

Stava scaricando a fatica l’enorme zaino da montagna in cui custodiva maglioni, calzini e intimo e si stava sgridando tra sé e sé perché, a voler essere razionali, sarebbe dovuta essere la prima cosa da salvare, non l’ultima, quando un’Audi grigio-scura accostò a poca distanza davanti al suo catorcio fumante. Nel tentativo di spostare quello zaino gigantesco, fece un movimento sbagliato e sentì un dolore lancinante alla spalla. La sua giornata andava di male in peggio si disse mentre, ansimando come una dannata, mollava lo zaino vicino alla valigia e correva incurante del dolore verso l’auto agonizzante.

“Cosa sta facendo?” Chiese la voce burbera e roca di un uomo. Margherita non si voltò nemmeno per rispondere a tono, concentrata com’era nel salvataggio di un libro di storia scozzese che era, non si sa come, finito sul fondo del bagagliaio dell’odiato veicolo.

“Venga, si deve mettere al riparo!” La voce si fece urgente e una mano possente la afferrò per un braccio e trascinò fino ai suoi bagagli. Margherita fu presa così alla sprovvista che non cercò nemmeno di divincolarsi da quella presa insistente e una volta raggiunta la piccola pila dei suoi averi osservò con apprensione il sottile filo di fumo che proveniva dal cofano. D’accordo, forse sottile non era l’aggettivo corretto in questo caso. Si era allargato e aveva assunto un’aria preoccupante.

“Ross, c’è una Geely bianca in panne sulla A1107 a un paio di miglia dalla B6355. Temo che possa prendere fuoco a breve e la prudenza non è mai troppa.” Una pausa. “Una passeggera. Sembra in salute. Ha tolto tutte le sue borse dal veicolo, sprezzante del pericolo.” Un’altra pausa. “Adesso controllo. Vi aspettiamo.”

Margherita fissava impietrita la sua auto, in attesa che venisse divorata dalle fiamme. L’epilogo perfetto per quel viaggio infinito. Si sarebbe dovuta prendere un giorno o due di pausa prima della partenza, per essere fresca e riposata, e invece aveva lavorato come una dannata fino all’ultimo secondo per assicurarsi che tutti i saggi degli studenti fossero stati corretti e valutati e che tutta la documentazione fosse a posto. Era appena tornata da una campagna di scavi in Sicilia e si stava già lanciando a capofitto in una nuova avventura. Aveva dormito sì e no tre ore prima di mettersi a guidare verso nord. Quando avrebbe imparato a prendersi una pausa? Non aveva più vent’anni, si ammonì. Altro che uno o due giorni. Sarebbe dovuta andare in vacanza per almeno una settimana prima di incominciare questo nuovo lavoro. Le sue amiche si erano organizzate per andare in Sardegna. Perché non era andata con loro? Perché era una maniaca del lavoro, ecco perché.

“Signorina. Signora.” Nessuna risposta. Una mano le si posò con cautela sulla spalla.

“Signorina.” Ripetè l’uomo con delicatezza.

“Dottoressa.” Rispose a quel punto Margherita senza pensare e senza guardarlo. “Non capirò mai perché quando parlate a una donna pensate sempre e solo a definirla in base al suo stato civile.”

“È una collega?” Chiese la voce profonda e virile con un malcelato tono di sorpresa.

Margherita si voltò finalmente a guardarlo. Non l’avesse mai fatto. Se Adone fosse nato nelle Highlands e se avesse fatto un turno in pronto soccorso di trentasei ore di fila, sarebbe stato esattamente così: sguardo limpido e intelligente negli occhi grigi, un’aria stanca sul volto magro e incorniciato da una barba non fatta da almeno un paio di giorni, i capelli scuri che ravviava con la mano dalle dita affusolate e robuste, le vene in evidenza. Eccolo lì, davanti a lei, il cliché del sexy medico scozzese. Alto, snello, spalle larghe, jeans e camicia azzurra con le maniche arrotolate fin sotto al gomito.

“No. A meno che lei non abbia un dottorato in storia antica e una specializzazione in archeologia.” Rispose Margherita, divertita suo malgrado: “Lei ha l’aria di preferire l’azione delle corsie d’ospedale alla meditazione. Nel mio mondo, l’azione è finita da un pezzo.”

“Quindi è dottore in Storia antica, eh?” Chiese Adone con aria beffarda.

“Non vorrà mica giocare al gioco di chi è più dottore tra noi, vero? Lei è medico, io sono un’archeologa. Ci siamo entrambi rotti la schiena sui libri per un numero esagerato di anni. Non le è sufficiente?” Mentre metteva il medico saccente al proprio posto, i pompieri arrivarono a sirene spiegate e si diressero immediatamente con l’estintore sguainato verso l’auto in panne.

“È stata fortunata. È una macchina così scassata che non è riuscita nemmeno a prendere fuoco come si deve.” La rassicurò un pompiere dall’aria simpatica dopo qualche minuto.  
“È molto pratica. Non dovevo nemmeno premere la frizione per cambiare marcia.” Spiegò Margherita sarcastica. E presa da un moto di sconforto aggiunse: “E ora come la porto all’autonoleggio? Chissà quanto dovrò pagare di danni…”
“Non si preoccupi.” Fece il pompiere convinto: “Chiamo io il carro attrezzi e la faccio portare da Joe, all’autonoleggio di Eyemouth. Sono sicuro che gli basterà un’occhiata per assicurarle che l’hanno fregata e che quest’auto non era idonea a viaggiare per una distanza superiore ai due chilometri. Per non parlare del fatto che non penso sia nemmeno un modello legale in Europa. Non so come abbiano potuto importarla.” 

Margherita annuì assente, continuando a osservare desolata il suo veicolo abbandonato.

“Ross.” Interloquì Adone. “La dottoressa è sotto shock. La porto all’ambulatorio e la visito per accertarmi che stia bene. Dopodiché la accompagno da Bonnie. Mi dai una mano a caricare i suoi bagagli in macchina, per piacere?”
“Venga, dottoressa. La porto allo studio.”
“Ho un appuntamento tra un’ora al massimo con la signora Armstrong a Eyemouth…” iniziò Margherita confusa ma il medico le mise una mano aperta sulla schiena e la spinse con delicatezza e decisione verso la propria auto, mentre i pompieri caricavano la sua valigia, il suo zaino e un paio di buste nel portabagagli dell’Audi.
Una volta salita a bordo Margherita cercò di fissare la cintura di sicurezza ma Adone la precedette e si sporse su di lei per allacciarla. Quindi fece il giro della vettura e si accomodò al posto di guida.
“Non era necessario.” Iniziò a protestare Margherita imbarazzata.
“Eccome se lo era.” La contraddisse arcigno il medico: “Ha una spalla danneggiata, forse dal trasportare quelle borse piene di macigni.”
“Sono libri, non sassi.” Ribadì Margherita offesa.
“Fra un attimo saremo all’ambulatorio. La visiterò e poi la lascerò in pace.” Proseguì imperterrito il medico come se non l’avesse nemmeno sentita.

 Margherita azzardò un’occhiata indagatrice. Osservò con curiosità  il suo salvatore: il profilo severo, il naso diritto, la bocca leggermente piegata all’insù come a segnalare una prontezza innata al sorriso, le guance ruvide e lo sguardo concentrato sulla strada davanti a sé, dava l’impressione di una persona dall’intelligenza acuta e dallo spirito brillante. Si domandò come doveva essere vederlo sorridere e si sgridò immediatamente. Era in Scozia per ragioni importanti e serie e non aveva intenzione di lasciarsi distrarre dal belloccio del villaggio. Soprattutto non da un medico saccente che molto probabilmente la reputava stupida e si riteneva meglio di lei solo perché aveva studiato una disciplina diversa dalla sua.

Il viaggio continuò in silenzio fino a Eyemouth, il villaggio sperduto in cui si stava trasferendo per qualche mese a dirigere il museo locale. Quando il suo professore a Cambridge aveva accennato alla possibilità di sostituire l’anziano direttore del museo delle Highlands dell’est per l’estate ci aveva pensato su all’incirca cinque secondi. Aveva soppesato il fatto di non essere specializzata affatto nel periodo storico di cui quel museo aveva reperti, non sapere granché della storia scozzese (in nessun secolo) e il fatto di rinunciare definitivamente a fare quelle tanto agognate e meritate vacanze al mare che rinviava ormai da tre anni. E aveva risposto di sì. Museo piccolo o meno, scozzese oppure no, ma pur sempre di un’esperienza di direzione e (sperava) curatela si trattava. Avrebbe fatto bene al suo curriculum e al suo spirito di avventura. E il suo professore le aveva chiesto un favore personale, dato che conosceva il direttore del museo, un tale Dr. James McLachlan che ci aveva lavorato per gli ultimi venti anni e che ora voleva andare quattro mesi nel sud della Francia a trascorrere del tempo con la figlia che aveva appena avuto un bambino. Come poteva dire di no?

Era così persa nei propri pensieri che quasi non si accorse che il suo accompagnatore aveva parcheggiato.

“Aspetti e non si muova.” Le intimò. E così dicendo uscì dall’auto e facendo il giro venne ad aprirle la portiera. Margherita fece per slacciare la cintura di sicurezza quando una fitta la bloccò all’istante. “Cosa le avevo detto?” Ribadì aspro il medico mentre la liberava e l’aiutava ad uscire dalla vettura. 

Si erano fermati davanti a una casa di due piani dipinta d’azzurro con le finestre circondate da un bordo blu oltremare, il tetto a punta e le tapparelle chiare. Se non fosse stata così stanca e confusa, l’avrebbe trovata deliziosa.

Margherita lo seguì fino alla porta dell’ambulatorio come in trance e poi dentro lo studio. Era chiaro che quel giorno era stato chiuso. Le serrande erano abbassate, le luci spente e la scrivania dell’assistente nella sala d’attesa perfettamente in ordine.

“Si accomodi, prego.” La invitò il medico, avviandosi verso una finestra. Premette un interruttore e le tapparelle si alzarono automaticamente in tutta la stanza, inondandola di luce e rivelando una scrivania di legno scuro, delle sedie imbottite, uno scaffale pieno di trattati medici e un lettino per le visite. Il dottore si era lavato le mani con cura e lei stava ancora soppesando la possibilità di scapparsene a gambe levate quando si sentì dire: “Prego, si tolga la camicia.”

“Cosa? No!” Reagì d’istinto Margherita incrociando le braccia sul petto. “Non se ne parla nemmeno! Secondo lei io vado in giro così, a spogliarmi davanti a gente che non conosco? Lei potrebbe anche essere un maniaco per quel che ne so!"

Lo vide spalancare gli occhi grigi per la sorpresa e vide un sorriso sornione allargarsi sul suo volto stanco. Diamine, con un sorriso così poteva stendere chiunque, pensò Margherita  tra l’incantato e l’infastidito.

“Il mio nome è Graham MacKay e, come ha intuito poco fa, ho il privilegio di essere il medico di questo paese. Mi creda, non mi eccito a guardare pazienti nude e doloranti.”, le assicurò.
Si ritrovò ad arrossire fino alla punta dei capelli. “Mi chiamo Margherita… Margherita Ricci. Sono…”
“L’archeologa venuta da Cambridge a sostituire il vecchio McLachlan mentre visita Annie a Tolone. È un paese piccolo, questo. La conoscono già tutti.” La interruppe Graham.  “E ora, per cortesia, la smetta di tergiversare e mi permetta di visitarla. Può trattarsi solo di uno stiramento o di qualcosa di più grave. Devo decidere se farle una radiografia.”
Margherita slacciò i bottoni della camicia e dei polsini e fece per togliersela quando il medico si fece avanti e la aiutò a spogliarsi.
“È gentile da parte sua ma avrei potuto farcela da sola.” ribatté sempre più imbarazzata.
“Non ne dubito. Ma non ho ragione di aspettare mezz’ora e assistere alle sue smorfie di dolore. Lei è stanca e io sono a pezzi.” Rispose Graham. “Ora faccia un bel respiro e rilassi il braccio e le spalle.” 

Margherita chiuse gli occhi e lasciò che le tastasse prima la spalla destra e poi la spalla sinistra con mani fresche e asciutte e che le muovesse il braccio sinistro con delicatezza in un paio di direzioni fino a che si trovò ad esclamare per il dolore. Le tastò il polso e il gomito per controllare il battito cardiaco e le fece domande sulle sensazioni che provava mentre le toccava la pelle del braccio, della mano e delle dita, spiegandole che nell’area della spalla ci sono molti vasi sanguigni e nervi.

“Non è grave.” Sentenziò infine il medico in tono rassicurante. “Non abbiamo bisogno di radiografie. Sono certo che non si sia rotta nulla e che non sia una lussazione. È uno stiramento fastidioso ma non grave. Le prescriverò del Voltaren e dell’ibuprofene per il dolore e l’infiammazione. Massaggi con cura la spalla tre volte al giorno. Torni da me lunedì mattina e controlleremo il suo stato di salute e decideremo se ha bisogno di una fascia.”

Margherita annuì, troppo stanca per controbattere. Le nove ore di viaggio e l’eccitazione dovuta alla prematura dipartita della sua vettura scassona stavano iniziando a farsi sentire.

“C’è altro?” Le chiese Graham guardandola con preoccupazione: “Sente dolore da qualche altra parte? Si sente debole o le gira la testa?”

Margherita scosse il capo in segno di diniego e fece per prendere la carica e iniziare a rivestirsi. Nuovamente il medico la aiutò a infilare le maniche, prima di tornare a lavarsi le mani e darle un po’ di privacy per sistemarsi. Dopo un momento ritornò da lei e le posò entrambe le mani sulle spalle: “Dottoressa, ho l’impressione che non si senta affatto bene. Non mi dà l’idea di essere una persona così taciturna di solito, sbaglio?”

Margherita scosse nuovamente il capo e chiuse gli occhi. Si stava per addormentare in piedi.

“Immagino che siano solo la stanchezza del viaggio e l’adrenalina a causarle questa reazione. O la sto annoiando, per caso?”

L’archeologa aprì gli occhi di colpo e lo fissò per un attimo prima di balbettare un no sconcertato. L’espressione seria sul volto del medico si trasformò a poco a poco in un sorriso divertito e poi in una risata franca.

“Venga, la accompagno da Bonnie. Mangi qualcosa, si faccia una doccia calda, dorma per quattordici ore filate e vedrà che si sentirà come rinata.”

3
Da venerdì a lunedì

Margherita
La signora Armstrong si era rivelata da subito una persona gentilissima e un’ospite squisita. Era la proprietaria dell’hotel del paese e aveva convertito le stanze di un’ala dell’albergo in appartamenti da affittare a turisti che volevano un po’ di comfort in più o che si intrattenevano in città per lunghi periodi. Si era presentata come Bonnie e aveva immediatamente rotto il ghiaccio e bandito ogni formalità. Le aveva fatto trovare lenzuola fresche, tulipani gialli in un vaso e un piatto di deliziosa sheperd’s pie fatto in casa.

Margherita l’aveva ringraziata a profusione e aveva mangiato con calma, godendosi i primi momenti di tranquillità da una settimana a quella parte. Dopo cena si era fatta una  lunga doccia ristoratrice e si era massaggiata la spalla con la crema che le aveva prescritto l’arrogante medico sexy. Mentre faceva assorbire la pomata con lenti movimenti circolari si ritrovò più volte a pensare al loro incontro. Quel bellimbusto era proprio il contrario del suo tipo ideale. Un adone strafottente che ostentava il proprio disprezzo degli altri e che dispensava condiscendenza con provocatoria noncuranza. Ma chi si credeva di essere? Dr. House, forse? Che diritto aveva di trascinarla nel suo studio e farle anche la ramanzina?  Certo che per essere un damerino era affascinante. Era scostante e prepotente ma anche gentile e premuroso. Probabilmente aveva solo paura di venir denunciato per omissione di soccorso, si disse Margherita, ma non riuscì a non pensare al tocco deciso e fresco delle sue mani. Aveva sempre avuto un debole per le belle mani, accidenti a lei. C’era un qualcosa di attraente nella loro poliedricità, nelle infinite abilità che le contraddistinguevano. Le mani portano con sé l’abilità di creare. Da loro nasce la musica, l’arte, la sperimentazione che conduce all’invenzione e alla scienza e, perché no, anche la buona cucina. Le mani rappresentano anche il senso del tatto, notò con interesse, mentre indossava una camicia da notte di cotone leggero e si infilava sotto le coperte. Si addormentò quasi all’istante, cercando di non immaginarsi come sarebbe stato intrigante farsi fare un massaggio da lui e sperimentare le sue mani eleganti e salde sulla sua pelle.

La mattina seguente verso le dieci si svegliò ristorata e pronta a esplorare la sua nuova città. L’appartamento che le aveva dato Bonnie era pratico e attrezzato alla perfezione. Due stanze con le pareti dipinte di un bianco luminoso, una camera da letto confortevole e spaziosa con un letto di legno chiaro, un armadio più che sufficiente a custodire le sue cose, uno specchio grande e una scrivania alla finestra che dava sul porticciolo di Eyemouth. La stanza principale fungeva sia da cucina che da soggiorno, con una piccola isola centrale, un tavolo quadrato, un divano e un mobile tv con annessa libreria. La scelta dei colori era rilassante, sui toni del bianco e dell’azzurro e rifletteva il colore del cielo e del mare che poteva godere dalle ampie porte finestre che si spalancavano su un piccolo terrazzino affacciato sul porto. Il luogo perfetto per sedersi a sorseggiare un caffè e godersi qualche momento di pausa. Si preparò e scese nella sala comune dell’albergo dove Bonnie le aveva assicurato che avrebbe potuto sempre fare colazione. Venne accolta da un sorriso smagliante. La proprietaria le preparò del tè e le portò dei soffici scones, della marmellata alle fragole e del burro. Dopo aver apparecchiato la tavola per due e portato della spremuta di arancia e dei bicchieri, si sedette a farle compagnia.

“Non ti dispiace se faccio una pausa con te, vero?”, le chiese gentilmente. Aveva l’aria tipicamente scozzese, la pelle diafana spruzzata di lentiggini, i capelli rossi mossi e lunghi fino a sotto le spalle e gli occhi che riflettevano il verde intenso della brughiera. Parlarono a lungo come due amiche che non si vedevano da tempo. Bonnie aveva quarantadue anni, era nata e cresciuta a Eyemouth e aveva sposato un suo amico d’infanzia, Ewan Armstrong, quando aveva diciannove anni. Ewan lavorava con suo padre come muratore e si era occupato della ristrutturazione della locanda quando i genitori di Bonnie avevano deciso di andare in pensione e lasciare a lei la direzione dell’hotel. Avevano due figli, di ventidue e vent’anni, John e Percy, entrambi all’Università.

Margherita sfruttò l’occasione e le chiese informazioni sulla cittadina, gli orari del supermercato e della farmacia, si informò sul tempo e sulle attrazioni turistiche che avrebbe potuto visitare il fine settimana. Il museo sarebbe stato chiuso per due o tre settimane, per darle il tempo di ambientarsi, studiare la collezione e decidere se voleva apportare modifiche all’esposizione. Il suo professore le aveva anche rivelato che, date le dimensioni e la scarsa affluenza di visitatori, il museo era aperto solo una domenica al mese e sempre chiuso al sabato, quindi sperava di potersi prendere un po’ di tempo per esplorare quell’angolo di Scozia. Al termine della colazione, Bonnie si offrì di accompagnarla al museo e presentarle i suoi futuri collaboratori.

La breve passeggiata attraverso Eyemouth si rivelò molto istruttiva. La cittadina di tremila e qualcosa abitanti conservava gran parte del proprio carattere originario di villaggio di pescatori, con le sue stradine strette, il porto e le imbarcazioni di legno colorate che sfidavano ogni notte il mare per ritornare la mattina cariche di pesce fresco da vendere. Bonnie la presentò a un paio di passanti che incontrarono sulla strada per il museo e le mostrò un caffè gestito da una coppia di italiani che erano approdati lì quindici anni prima per poi restare.
“Non so se sia un cliché ma fanno un ottimo caffè e hanno dei croissant farciti alla marmellata che io trovo buonissimi”, aggiunse con tatto Bonnie.
Margherita rise e rispose: “No, non è un cliché! Adoro il caffè e le brioches alla marmellata. Credimi, mi hai dato un’informazione preziosissima!”
Bonnie rise con lei e le promise di portarla a fare colazione lì il giorno dopo, dato che il sabato mattina in genere era molto tranquillo all’hotel.

Giunsero al museo dopo una passeggiata di pochi minuti e si fermarono a rimirarlo dall’esterno. Era una larga costruzione su due piani, con il tetto di ardesia scura e un portone d’ingresso laccato di un rosso vivace che accoglieva i visitatori sulla piazza principale del paese.
“Allora,” chiese Bonnie curiosa: “cosa ne pensi?”
Margherita lo osservò per un attimo in silenzio prima di rispondere: “Lo trovo affascinante. Non vedo l’ora di entrare!”

L’ingresso si apriva su un atrio con la biglietteria e un guardaroba, entrambi deserti. Dopo aver attraversato l’atrio si accedeva direttamente alle collezioni del piano terra: al primo sguardo sembrava che si trattasse principalmente di una collezione di armi, ventagli e stampe. Il Dr. McLachlan aveva ragione: un nuovo allestimento più moderno non poteva che giovare a questo piccolo museo di provincia. In compenso, le sembrava che avesse fatto un ottimo lavoro e la collezione pareva offrire ai visitatori pezzi interessanti. Bonnie la condusse al primo piano lungo delle larghe scale di legno  scuro con i corrimano in ferro battuto. Lì vennero accolte da un uomo sulla sessantina in un completo di tweed dall’aria severa.
“Benvenute. Io sono William Fisher, il guardiano del museo.” Iniziò l’uomo stringendo con cordialità la mano a Margherita e a Bonnie. “Mia moglie Caroline e mia nipote Gwendolyn ci aspettano nell’ufficio del direttore.” E così dicendo le accompagnò verso una porta di legno lucido sul fondo della sala.
Margherita prese un bel respiro e si preparò. In fin dei conti era qui per sostituire il direttore e doveva apparire competente e preparata, anche se rimpiangeva il non aver avuto tempo sufficiente per studiare le collezioni del museo con l’attenzione che avrebbe desiderato poter dedicare loro.

Caroline era una donna all’incirca dell’età del marito, vestita con un abito verde scuro lungo fino alle caviglie e i capelli color cenere stretti in una crocchia severa dietro al capo. Le sorrise con gentilezza e le presentò una ragazza di non ancora vent’anni, anche lei sorridente e in evidente imbarazzo, Gwendolyn. Gwendolyn era la nipote dei due custodi e il direttore le aveva offerto la possibilità di imparare il mestiere dai nonni. Aiutava al museo tutti i fine settimana e d’estate. Aveva appena finito il liceo e sarebbe andata a studiare storia dell’arte a St. Andrews in autunno.
“D’accordo.” Iniziò Margherita dopo le presentazioni: “Mettiamoci al lavoro! Non vedo l’ora di conoscere i tesori di questo museo.” Bonnie si congedò e le ricordò che la cena sarebbe stata servita alle sette.
Lavorò senza sosta per giorni, senza fare pause il sabato o la domenica. Si fece guidare da William e Caroline attraverso le sale, fece domande su tutti i reperti, notando con piacere l’interesse e la competenza che i guardiani dimostravano. Le indicarono le principali attrazioni, raccontarono leggende in proposito e le mostrarono i cataloghi e i dettagliati appunti del Dr. McLachlan, come lo chiamavano sempre. Margherita fu positivamente colpita dalla perizia del direttore e la sua impressione iniziale venne confermata. La dovizia di particolari con cui descriveva ogni singolo pezzo era encomiabile. Aveva anche preso nota di varie possibili soluzioni di allestimento in alternativa a quella attuale e di tecniche museologiche all’avanguardia. Per essere il direttore di un piccolo museo locale di un paesino sperduto negli Scottish Borders, la sapeva decisamente lunga. Sotto la sua direzione il museo aveva acquisito pezzi interessanti e di richiamo, come un delicato ventaglio di epoca jacobita, dipinto a mano e montato su sottili stecchi di avorio intagliato provenienti dalla Cina, un borsello di pelle di cervo che si riteneva fosse appartenuto al celebre bandito scozzese Rob Roy MacGregor e il reperto più significativo: un’enorme leonessa di pietra arenaria ritratta mentre divorava il corpo di un uomo, probabilmente un Caledone, membro della temibile tribù che diede per lungo tempo filo da torcere ai Romani, arrivando persino a sfondare il Vallo di Adriano.

I primi giorni li dedicò allo studio minuzioso della collezione. Alle sei e trenta in punto ogni sera lasciava il museo e tornava all’hotel dove l’aspettavano Ewan e Bonnie. La cena per gli ospiti veniva normalmente servita tra le cinque e le sette e mezza ma gli avventori erano pochi e per lo più scozzesi, quindi verso le sei e mezza avevano già finito di mangiare tutti. Bonnie aveva pensato, a ragione, che per la sua ospite italiana sarebbe stato decisamente troppo presto e le aveva offerto di unirsi a lei e al marito. Ewan era un uomo sui quarantacinque anni, prestante e disinvolto, con il volto e le braccia abbronzate dal sole. Dopo quattro giorni Margherita poteva già parlare di routine. Faceva colazione con Bonnie, un pranzo veloce al caffè italiano, dove Marinella si premurava sempre di farle trovare insalate, piadine o piatti di pasta perfetti, accompagnati dal caffè migliore che avesse bevuto da quando si era trasferita in Gran Bretagna sette anni prima. A cena veniva accolta dai sorrisi stanchi e cordiali dell’oste e suo marito che non vedevano l’ora di farle domande sulla sua avventura al museo e di raccontarle storie divertenti accadute al cantiere o in hotel.

Il lunedì mattina alle sette stava facendo colazione in veranda con Bonnie quando vide il dottor MacKay passare di corsa lungo il molo e si ritrovò a rimirare la sua forma slanciata, le spalle larghe, i folti capelli scuri e i muscoli tesi delle gambe esposte dai pantaloncini corti.
“È un bel vedere, o sbaglio?” Chiese divertita Bonnie guardandola di sottecchi.
Margherita sospirò prima di rispondere: “Mentirei se dicessi che è l’uomo più brutto che abbia mai incontrato.”
“Mi hai posto molte domande in questi giorni ma non mi hai chiesto nulla del tuo salvatore.” Continuò la padrona di casa.
“Non vedo cosa dovrei chiedere.” replicò Margherita. “Mi ha trovata mezza stordita al bordo della strada, chiamato i pompieri e portata qui, dopo un’imbarazzante sosta al suo ambulatorio condita da una ramanzina del tutto non necessaria.”
“Una volta mi ha confessato di essere sempre piuttosto brusco nelle situazioni che percepisce come potenzialmente pericolose. Non vuoi sapere chi è o cosa lo ha portato a Eyemouth?” Chiese curiosa Bonnie.
“No, grazie Bonnie. Probabilmente pensa che io sia un’imbranata completa. Meglio non indagare ulteriormente. Cercherò di stargli alla larga e continuare a lavorare in pace.” Concluse l’archeologa con convinzione. A cosa le avrebbe giovato sapere qualcosa in più sulla vita del medico? Non avrebbe fatto altro se non alimentare il suo insano e adolescenziale interesse nei suoi confronti. No, ne sarebbe stata alla larga. Lontana da lui, dai suoi muscoli allenati, dalle sue spalle diritte e dalle sue meravigliose mani. In fin dei conti, avrebbe dovuto resistergli solo quattro mesi. Poteva farcela.

4
Da martedì a venerdì
Margherita
Stare alla larga dal medico di un paese che conta a malapena tremila anime non è l’impresa più semplice da compiere. Soprattutto se il medico in questione, accidenti a lui, fa jogging la mattina davanti a casa tua, beve il caffè al bar dove vai per pranzo e beve una birra con gli amici la sera al pub dove ti accompagnano i tuoi ospiti pensando di favorire la tua integrazione. Non pensare all’uomo più affascinante che avesse mai incontrato - senza contare il professor Lanzotti - risultava estremamente difficile.
Lanzotti, il mito dei suoi anni dell’Università, era la ragione per la quale aveva frequentato il corso di Epigrafia greca, potenzialmente una noia mortale e a tutti gli effetti uno dei corsi migliori che avesse mai sperimentato. Ma la sua infatuazione immortale per lui non contava perché Lanzotti aveva all’incirca trecento anni per gamba.

Sembrava destinata a incontrare il dottor MacKay ovunque andasse, a qualunque ora del giorno o della notte. Il prossimo che le diceva che i medici lavoravano tanto l’avrebbe sentita. Questo esemplare scozzese trovava tutto il tempo di fare la pausa pranzo da Marinella, esattamente all’ora in cui ci andava lei. Certo, si sarebbe potuta portare un panino in ufficio ma come sopravvivere tutto il pomeriggio senza un caffè decente? Si ripromise di adibire uno sgabuzzino con la finestra che aveva visto al primo piano del museo, proprio accanto al suo ufficio, a cucinotto e di piazzarci una bella piastra a induzione, così da poter mettere in azione la sua fidatissima e rodatissima Bialetti bianca.

C’erano molti aspetti di lei che non si conformavano all’identità della classica italiana all’estero, questo l’aveva sempre saputo. Non cercava la compagnia di altri italiani, ad esempio. Se capitava, bene, altrimenti si godeva il caos multicolore dei colleghi internazionali, stranieri come lei in terra d’Albione, e dei colleghi britannici più aperti. Ma quando si parlava di caffè era irremovibile. In questo era italianissima. E Bonnie aveva avuto fiuto nel parlarle di Marinella. La barista di Otranto faceva un caffè straordinario, tostato al punto giusto, e lo accompagnava con quell’ospitalità gradevole ma non invadente che piaceva a lei.

L’unica nota positiva di questi numerosi quanto involontari incontri giornalieri era che il dottore non sembrava intenzionato a parlare con lei. Si scambiavano dei saluti cortesi o dei cenni del capo, niente di più. Dopodiché lui si rituffava a leggere il libro che aveva sempre con sé e lei si godeva una mezz’ora di pausa dal lavoro, assaporando con calma i manicaretti della sua connazionale e discutendo con lei di politica e delle comuni preoccupazioni da emigranti per il rischio di una Brexit senza accordo che facevano eco dalle pagine dei quotidiani nazionali. Il medico scozzese non faceva alcun tentativo di scambiare due parole con lei. Mangiava leggendo, poi metteva da parte il suo libro con cura e si beveva una tazzina di caffè nero in religioso silenzio. Dopodiché si alzava, salutava Marinella con calore, faceva un cenno a Margherita e se ne andava.

La sera del martedì seguente al suo arrivo, Ewan e Bonnie l’avevano invitata a fare due passi fino al Cheerful Chub e a bere una pinta con loro. E il copione si era ripetuto come a pranzo.  Il dottor MacKay era già al pub con un gruppo di amici quando entrarono. Bonnie la prese per mano e la condusse direttamente da loro, mentre Ewan andava a fare due chiacchiere con il proprietario e a ordinare le loro birre. Nonostante il nome ridicolo, il Cheerful Chub era un pub di tutto rispetto. Con il bar a un lato della stanza, tavoli e sedie lungo le pareti coperte di legno, tv al plasma localizzate in punti strategici per permettere agli avventori di godersi le partite di cricket e calcio più importanti e uno spazio dedicato alle band scozzesi che si esibivano qui il sabato sera, il locale preferito di Ewan ti accoglieva con la sua atmosfera rilassata e tradizionale al tempo stesso.

“Tu sei la famosissima Margherita!” esordì un uomo sulla quarantina con i capelli brizzolati e l’aria serena di chi è in grado di affrontare la vita senza farsi troppe paturnie. “Bonnie non vedeva l’ora di conoscerti!”.
John, questo il suo nome, era stato nella RAF per quindici anni prima di ritirarsi a vita privata e tornare alla natia Eyemouth con la moglie Felicity. Insieme avevano rilevato l’emporio e si godevano la vita civile. Margherita fu grata della loro presenza. John era socievole e estroverso e aveva viaggiato molto. Era stato a lungo in Spagna e in vari paesi del Nord Africa, prima di essere mandato in Afghanistan e di fare ritorno in Scozia. Lui e Felicity monopolizzarono la conversazione per tutta la serata, mentre Graham non proferì quasi parola e si congedò presto.

Nonostante l’evidente disinteresse e probabile disprezzo del medico nei suoi confronti, Margherita non poteva fare a meno di esserne attratta. La mattina seguente al loro incontro al pub, si svegliò persino da un sogno non del tutto innocente che coinvolgeva l’antipatico Adone e del gelato al cioccolato. Si ammonì con un Tirati insieme! direttamente tradotto dal dialetto bergamasco della nonna materna, si fece una doccia inutilmente fredda e si buttò a capofitto nel lavoro. Per fortuna, quello le riusciva benissimo e le permetteva di scordarsi quelle folli e surreali fantasticherie post-adolescenziali che l’accompagnavano da quando aveva messo piede a Eyemouth. Non era proprio da lei perdersi in fantasie erotiche e questa stranezza la confondeva. In genere era un tipo molto pragmatico e amava andare subito al sodo. Al tizio in questione non piaceva per niente, oltre al fatto che continuava a non essere il suo tipo. A lei piacevano strambi, cervellotici e senza abilità pratiche, se doveva usare la (piuttosto breve) lista dei propri partner passati come indizio. Questo medico dal corpo tonico e dai muscoli torniti come quelli di un eroe greco e lo sguardo da intellettuale che trasudava mascolinità da ogni poro non rientrava affatto nella categoria dello sfigato intellettualmente dotato ed emotivamente disadattato con cui finiva sempre per ritrovarsi. Per non parlare del fatto che il gelato al cioccolato non le era mai nemmeno piaciuto. Concentrarsi del tutto sul lavoro era la scelta migliore che potesse prendere, si disse. Era una grande occasione, dopo tutto. Non c’era motivo di sprecarla.

Il venerdì, dopo poco più di una settimana di studio approfondito e analisi delle più svariate opzioni per un nuovo allestimento, si avventurò nel primo tentativo di modifica alla disposizione dei reperti. L’accordo con il Dr. McLachlan e il suo professore era proprio quello di portare una ventata di aria fresca nel piccolo museo e cercare di rendere più accessibile e comprensibile l’esposizione. Si fece aiutare da Gwendolyn nell’impresa: la aiutò a spostare oggetti da una sala all’altra, discusse con lei possibili nuovi allestimenti e la seguì nei primi tentativi di migliorare quello esistente. Alle cinque la loro prima giornata di preparativi si concluse con un buon tè ristoratore. Verso le sei Margherita si ritirò nuovamente nello studio del direttore per indagare su alcuni reperti che aveva trovato in magazzino un paio di giorni prima e cercare su Google qualche informazione a riguardo.

5
Il secondo venerdì di giugno

Margherita
“Non è anatomicamente corretto.” Fece una voce profonda alle sue spalle: “Se posso permettermi di esprimere un’opinione professionale.”

Margherita era ancora molto assorta nelle proprie riflessioni e iniziò: “Non credo fosse quello l’intento del…” prima di congelarsi all’istante.
“Graham… Dottor MacKay,” si corresse alzandosi dalla sedia e andando a stringergli la mano: “a cosa devo il piacere di questa visita?”, disse con il tono più professionale che riuscì a evocare.
“Sono venuto a controllare di persona come si sentisse, dottoressa Ricci.”, rispose il medico con fare severo. “Le avevo chiesto di tornare all’ambulatorio dopo un paio di giorni dall’incidente ma non si è fatta vedere per più di una settimana. Ho chiesto notizie di lei a Bonnie e mi ha detto che è stata molto impegnata con il lavoro qui al museo. Non sono molti i pazienti ribelli da queste parti.”
Margherita intravide un sorriso beffardo e replicò: “È molto cortese da parte sua ma sto bene. È per questo che non sono venuta da lei. Ho pensato che non fosse necessario.”
“Ah, i pazienti che pensano sono i miei preferiti.”, rispose con un ghigno poco rassicurante. “Se davvero sta così bene, mi spiega come mai protegge il lato sinistro?”
“Ho detto che sto bene,” ribatté Margherita con fastidio: “non ho mai detto che la mia spalla sia tornata del tutto a posto. Ma non credo che un po’ di ibuprofene e di Voltaren possano fare dei miracoli in così poco tempo. Immagino che ci vorrà un po’ di pazienza.”
“Non ho mai sostenuto di poter compiere miracoli. Ma sono il suo medico, anche perché non ne può trovare un altro da queste parti, e ho il dovere di seguire il decorso…”
“Il suo senso del dovere è encomiabile.” Lo interruppe Margherita stizzita. Non aveva voluto dare quel tono acido alla sua risposta ma era capitato. Inspiegabilmente, l’idea di essere solo un to-do sulla lista del medico la infastidiva.

Il dottor MacKay non le sembrò offeso, quanto piuttosto divertito. Le sorrise con gentilezza e cambiò argomento anche se solo per un attimo: “Parliamo del manuale di istruzioni di quel dildo medioevale che stava studiando. Poi torneremo a parlare della sua spalla e del perché lei abbia chiaramente sollevato dei pesi nonostante il dolore e contrariamente alle istruzioni del suo medico.”
“Non…” Margherita decise che era meglio lasciare perdere. Quell’uomo era uno squalo, non avrebbe mai mollato la presa comunque. “Innanzitutto, non è di epoca medioevale ma risale agli inizi-metà dell’Ottocento.” iniziò. “In secondo luogo, questo non è un manuale di istruzioni, ma una scheda per la catalogazione di un reperto facente parte di una collezione museale.”
“È molto precisa nel suo lavoro, o sbaglio?” Di nuovo quel sorriso divertito.
“La precisione è essenziale nel mio lavoro. E se sta per iniziare con la solfa su quanto possa essere noioso catalogare reperti, mi creda, l’ho già sentita.”
“È noioso?”, chiese il medico con tono neutro.
“Trova affascinante studiare parti del corpo, analizzarle e catalogarle?” Chiese lei di rimando.
“Dipende dalla parte del corpo di cui stiamo parlando.” rise Graham.

“La catalogazione e registrazione sistematica di dati e documentazione relativa a un bene museale è qualcosa di simile. È uno strumento di indagine imprescindibile che fornisce un potente supporto sia alle attività di conservazione e valorizzazione sia alla gestione più prettamente amministrativa delle collezioni. Per non parlare del fatto che ci permette di individuare una relazione tra il bene in questione e il contesto storico-culturale che l’ha prodotto.” Recitò praticamente a memoria. Aveva tenuto le lezioni del corso di museologia a Cambridge per i due anni precedenti. Perché ci tenesse a fare la figura della secchiona noiosa proprio non lo sapeva. Era un ruolo che le dava sicurezza, che la faceva sentire meno vulnerabile.
“Nel caso di quel dildo sovradimensionato, per esempio?” Chiese con fare interessato il medico, che sembrava non preoccuparsi di quanto nerd fosse la sua interlocutrice.
“Nel caso in questione stiamo parlando di un fallo ornamentale, una riproduzione di un bronzo antico.” Replicò Margherita.
“Ci sono falli ornamentali sovradimensionati nella collezione del museo?” Chiese nuovamente Graham senza mollare la presa.
“La sua ossessione per le dimensioni di questo oggetto non depone a suo favore, dottore.” Ribatté Margherita ormai divertita dal battibecco.
“Sono pronto a fugare ogni dubbio al riguardo.” Rispose il medico fissandola negli occhi con aria di sfida.

Margherita vacillò per un secondo prima di ribattere: “No, grazie. E comunque non abbiamo falli ornamentali nella nostra collezione.” Decise di cambiare argomento tornando a parlare della collezione del museo. “In questi giorni ho studiato i reperti esposti e sto pensando di modificare il percorso espositivo per aggiornarlo e renderlo più fruibile al pubblico. Sono anche andata a investigare nei magazzini per vedere cos’altro appartiene alle collezioni del museo. Non c’è molto di non esposto. A parte una stanza piena di reperti che non riesco a  inquadrare…”
“In che senso?” Il medico ora sembrava genuinamente interessato alle sue considerazioni e Margherita decise di raccontargli della scoperta fatta in magazzino.
“Ho trovato una stanza al piano interrato. È bene organizzata e i reperti sono esposti secondo un ordine che non sembra casuale. Sembrano in parte strumenti di tortura, in parte… non saprei. Non è esattamente il mio campo.” Ammise. “Ad ogni modo, non voglio annoiarla.”
“Non mi annoia, anzi, mi ha incuriosito.” Replicò il dottor MacKay. “Sarei curioso di vedere questa stanza. Forse posso esserle utile. Credo di sapere di che parte della collezione si tratta. Tornerò quando avrà un po’ di tempo per mostrarmela. Nel frattempo, mi racconti della sua spalla.”  
“Non c’è molto da raccontare. Fa male. Soprattutto la sera e di notte se mi giro sul lato sbagliato. Ma credo stia migliorando.” Rispose onestamente Margherita.
“Davvero non vuole che ci dia un’occhiata?” Chiese il medico serio.
“Mi dia ancora un paio di giorni. Le prometto che verrò subito da lei in caso il dolore non si attenui o peggiori.”
“E sia.” Concesse paziente il dottore passandosi una mano tra i folti capelli castani. “Ma non faccia la coraggiosa. Non c’è assolutamente ragione di tollerare del dolore senza motivo.”
“C’è mai una ragione valida per sopportare del dolore?” Chiese incuriosita Margherita.
Il dottor MacKay rise di gusto e rivelò una fossetta sulla guancia destra appena velata di barba. “Si vede che è un’archeologa! Certo che sì. Mai sentito parlare di parto?”
“Mai sentito parlare di epidurale?” Rispose lei senza pensarci.

Il medico rise nuovamente di gusto. “Devo averla sentita menzionare da qualche parte.” E tornando serio aggiunse: “Purtroppo non elimina del tutto il dolore del parto ma, ha ragione, elimina la parte peggiore.” La osservò per qualche secondo in silenzio prima di dirle: “Sento l’impulso di porle alcune domande, ma credo che sarebbero inappropriate, soprattutto nel suo luogo di lavoro.”

Margherita fu a dir poco sorpresa da questa sua confessione e, invece di svicolare con grazia ed evitare il pericolo, si ritrovò a invitarlo a casa sua per parlarne ulteriormente. Mai che riuscisse a collegare il filtro cervello-bocca! Come c’era da aspettarsi in una situazione del genere, Graham sorrise e accettò di buon grado. Il percorso dal museo fino a casa le sembrò particolarmente lungo. Come al solito quando era in imbarazzo parlò a vanvera per riempire il silenzio carico di disagio che era certa ci sarebbe stato. Gli raccontò della sua ultima campagna di scavi, della fatica di lavorare a maggio sotto il sole già infuocato della Sicilia, della stanchezza feroce che si impossessava delle membra dopo quattordici ore di lavoro ininterrotto, del sollievo serale quando finalmente poteva concedersi una doccia e lavare via la sabbia e il sudore sotto lo scroscio dell’acqua tiepida, della dolcezza della brezza marina che si godeva al tramonto in quell’angolo incantato di mondo.

Il medico si rivelò un ascoltatore attento e interessato. Le chiese del suo lavoro, dei ritrovamenti fatti e dei suoi interessi professionali. Se al loro primo incontro le era sembrato disprezzare la sua formazione, ora sembrava genuinamente affascinato dal suo racconto. Giunti davanti all’hotel le chiese se non la stesse per caso disturbando. Erano quasi le sette e Bonnie gli aveva raccontato che spesso cenavano verso quell’ora.

“È molto cortese da parte sua.” Rispose Margherita. “Ma stasera avevo deciso di cenare da sola. Sono stata al supermercato ieri e ho fatto provviste. Cenare con Bonnie e Ewan è piacevole ma è uno dei pochi momenti che possono trascorrere insieme e non mi va di essere d’intralcio. La mattina faccio spesso colazione con Bonnie, invece, perché Ewan esce molto presto. Stasera intendevo preparare della pasta al pesto. Le piace?”
Graham espresse tutto il suo apprezzamento per la scelta del menù e la seguì fino al suo appartamento.

Una volta entrati piombarono nel tanto temuto silenzio. Dopo averlo invitato a mettersi comodo, Margherita si affrettò ad aprire le porte finestre che conducevano al terrazzino affacciato sul porticciolo, inspirò a fondo la frizzante aria salmastra e si mise a trafficare nella graziosa cucina a vista. Riempì una pentola d’acqua, preparò il sale, la pasta, il vasetto del pesto, lo scolapasta e stava per accendere il piano cottura a induzione quando sentì una mano calda posarsi sulla sua spalla destra.

“Prima che lei inizi a cucinare, possiamo parlare?” Le chiese Graham a voce bassa, una voce profonda, armoniosa e mascolina che la lasciò per un momento interdetta. Annuì nervosa e lo seguì poco distante dai fornelli.

“Innanzitutto le chiedo di permettermi di controllare lo stato della sua spalla.” Iniziò lui, sorprendendola. “Le prometto che sarò rapido ed efficiente, ma voglio essere sicuro di non aver trascurato una paziente, non ci sono abituato.” Margherita annuì di nuovo, fece un respiro profondo e chiuse gli occhi, lasciando che il medico le tastasse la spalla e che le muovesse il braccio avanti e indietro e dietro la schiena. “Le fa male così?” Chiese il dottor MacKay con interesse.
“Un po’.” Rispose Margherita con onestà, e si affrettò ad aggiungere: “Non come settimana scorsa, molto meno.”
“Bene.” Concluse Graham: “Ora che mi sono accertato che lei non abbia bisogno di me in quanto medico, posso chiederle il privilegio di parlarle in modo meno formale?”
Lo sguardo di Margherita si fissò sul suo volto, illuminato da un sorriso che la sua amica Sara avrebbe senza dubbio descritto come sorriso killer: uno di quei sorrisi devastanti che ti fanno perdere il senso del tempo e dell’equilibrio e che dovrebbero essere proibiti per legge.
“C… Certo.” Balbettò quasi, ma si riprese velocemente: “Permesso concesso.”
Quel sorriso la stese per la seconda volta in meno di trenta secondi.
“Posso chiamarti per nome?” Si accertò lui.
“Certo, Graham.” Rispose, prendendolo in giro.
“Mi piace come arrotoli la erre, quasi ad assaggiare il mio nome, Margherita.” Replicò Graham sorprendendola di nuovo e non storpiando affatto la pronuncia del suo nome italiano come facevano i colleghi di Cambridge. “La gente della zona di Edimburgo dove sono cresciuto usa una erre vibrante come la tua.” Spiegò, divertito dallo stupore che le si era stampato in volto.
“Hai detto di sentire il bisogno di pormi delle domande.” Lo interruppe Margherita che preferiva sempre andare dritta al punto. Girare attorno a una questione scottante non faceva per lei, prolungava solo l’agonia, dal suo punto di vista.
Graham annuì e si passò una mano tra i capelli in un gesto che tradiva un’insicurezza che non gli avrebbe mai attribuito.
“Hai ragione.” iniziò: “Posso chiederti quanti anni hai?”
“Trentuno.” Rispose perplessa.
“Quindi ti è già capitato di venire visitata da un medico.” Continuò lui.
Non le era chiaro se si trattasse una domanda o un’affermazione, quindi rispose di sì. Ovviamente aveva incontrato dei medici prima di quel momento, anche se non era mai stata in ospedale.
“Posso chiederti come mai reagisci così al contatto fisico?”
“Così come?” Questa era decisamente una domanda strana.
“Come se provassi un senso di repulsione e angoscia.” Margherita sbarrò gli occhi per la sorpresa. Stava per obiettare quando lui la interruppe e continuò: “Lascia che mi spieghi meglio: serri gli occhi come se stessero per torturarti, il tuo cuore inizia a battere all’impazzata e ti irrigidisci all’istante. È una reazione al concetto di visita in sé o è repulsione che provi nei miei confronti soltanto?”
“Cosa? No!” Esclamò alzando la voce più di quanto avrebbe voluto: “Non c’entra niente la repulsione, credimi!”
“Non devi giustificarti con me.” Aggiunse Graham con delicatezza: “Ma se volessi spiegarmi, mi aiuteresti a capire se faccio qualcosa di sbagliato.”
“Non fai nulla di sbagliato. Sono… sono io che sono stupida. Scusami.”
“Innanzitutto permettimi di dissentire. Se c’è qualcuno di non stupido in questa stanza, sei tu. In secondo luogo, non c’è ragione per cui tu ti debba scusare.”
“Oh sì, sì che c’è!” Dichiarò con enfasi e il filtro che avrebbe dovuto funzionare si inceppò come al solito quando era nervosa: “Non dovrei reagire così ma non riesco a evitarlo. È normale che un medico ti tocchi una spalla e di solito non mi agito ma con te… non riesco…  non riesco a vederti solo come un medico… mi sembra di essere una ragazzina alla prima cotta…” e si paralizzò all’istante, non appena si accorse di cosa si era lasciata sfuggire. Guardò con orrore il bel volto stupito di Graham passare dallo sconcerto a un quieto divertimento.
“Provi attrazione nei miei confronti?” Le chiese con voce bassa e seducente. Margherita sentì l’impulso di fare un passo indietro nella speranza di essere ingoiata da una voragine apparsa come per magia nel pavimento, ma un braccio solido bloccò il suo improbabile tentativo di fuga.
“Rispondimi.” Le intimò con voce ferma e virile.
“Sì. Non so come scusarmi. Non è qualcosa che mi capita… Potresti essere sposato con figli per quanto ne so.”
“Non sono sposato e non ho figli. E mi sembra di averti già detto che non hai ragione di scusarti.” Spiegò il medico sfiorandole la guancia con il dorso della mano. Ci fu un momento di silenzio e poi Graham ammise: “Normalmente non avrei lasciato un paziente soffrire da solo per una settimana senza controllare come si sentisse, indipendentemente da quanto cocciuto possa essere il suddetto paziente o leggero il suo infortunio.”
Margherita, che aveva iniziato a fissare ostinatamente il pavimento e desiderare di svanire in una nuvola di fumo dato che l’agognata voragine tardava a spalancarsi, sollevò di scatto gli occhi su di lui.
“Se l’ho fatto è perché non mi sono mai trovato in una situazione del genere prima.”, aggiunse passandosi nervosamente la mano tra i folti capelli scuri. “Di solito non vedo che un paziente davanti a me, un problema da comprendere, un’emergenza da risolvere… Con te è tutto diverso. Vedo una donna, attraente e intelligente. Sento i tuoi muscoli fremere, il battito del tuo cuore accelerare e vorrei stringerti forte a me, consolarti e rassicurarti.” Margherita si sforzò di chiudere la bocca, perché era certa di fissarlo come un’ebete. “Ed è qualcosa di totalmente inaspettato. Ho cercato con poco successo di evitarti per una settimana, pensando che fosse stata solo la stanchezza di un turno di troppo in pronto soccorso e la straordinarietà del nostro incontro che mi faceva provare qualcosa di diverso nei tuoi confronti. Ma rivederti stasera concentrata davanti al computer e ascoltare il tuo racconto appassionato ha confermato i miei sospetti. Se la cosa ti disturba, ovviamente, posso riferirti a una collega a Berwick. Non è comodo come avere un medico nel paese ma non è distante da qui, sono al massimo tredici chilometri.”
“Stop!” Intimò Margherita. “Perché mai dovrebbe disturbarmi? Ti ho appena confessato una cotta adolescenziale, dopotutto.” E scoppiò una risata a metà tra il nervoso e il divertito. Graham rise di gusto, lasciò la presa e fece un passo indietro.
“D’accordo, teenager troppo cresciuta, prepariamo questa pasta al pesto, mettiamoci a tavola e ricominciamo tutto da capo.”

*****

L’iniziale imbarazzo si sciolse presto in una conversazione piacevole e rilassata. Graham studiò con attenzione ogni sua mossa durante la preparazione della pasta. Si mostrò stupito e soddisfatto quando la vide mescolare un po’ dell’acqua salata di cottura con il pesto che aveva distribuito nei due piatti fondi e quando lei gli rivelò di lasciare cuocere la pasta sempre per uno o due minuti di meno rispetto al tempo suggerito sulla confezione.

“Questa pasta sembra deliziosa!” Esclamò entusiasta dopo che si furono seduti a tavola, inspirando a fondo il profumo intenso ed erbaceo del pesto che li avvolgeva invitandoli ad assaggiare. “Buon appetito!”
Prese una forchettata con tre penne e se le infilò in bocca, chiudendo gli occhi grigi in un moto di appagamento che la fece sorridere. Il burbero medico bacchettone era scomparso per lasciare posto a un uomo allegro e spensierato che si godeva la vita una penna alla volta.
“Lo ammetto.” Disse dopo i primi tre o quattro bocconi masticati in religioso silenzio: “Quando ho visto il pacchetto di pasta Barilla e il vasetto di pesto non mi aspettavo questo risultato.”
“È ovvio,” ribatté lei sorridendo: “le trofie e il pesto fatti a mano sono meglio, ma se non le sai cucinare viene comunque fuori un pasticcio appiccicoso. Non dovresti mai sottovalutare il potere di una cottura al dente e di esperienza in cucina, mio giovane Padawan.”
“E mai più li sottovaluterò, o saggio Yoda.”  Replicò divertito. “Sei bravissima. Non vedo l’ora di provare a riprodurre questo capolavoro! Non sapevo che si dovesse mettere l’acqua della pasta nel pesto.”
“Lo ammetto: non so se sia considerato un crimine da ergastolo in Liguria. Io lo faccio sempre. È un trucco che mi ha insegnato mia nonna.” Spiegò Margherita. “Mi piace ottenere un sugo cremoso, anche quando non posso farlo in casa. La pasta al pesto è una di quelle cose facili da preparare anche se hai solo un fornellino a gas o se vivi in un appartamento in affitto con una cucina dell’anteguerra divisa con altri quattro studenti.”
“Un pasto degno di un re, cucinato con gli attrezzi di un servo.” Asserì Graham, al quale il buon cibo sembrava stimolare lo spirito filosofico.
“Esattamente.” Rise Margherita divertita. “Da noi si dice fare di necessità virtù.”
“In inglese diciamo che la necessità è la madre dell’inventiva.” Spiegò il medico.
“E, dimmi, cosa ti ha spinto a creare la necessità?” Chiese Margherita curiosa, prima di rendersi conto che non tutti si erano trovati in situazioni nelle quali bisognava essere creativi e che una domanda del genere poteva essere male interpretata. “Aspetta, non intendevo suggerire che…”
“Non ti preoccupare.” La tranquillizzò Graham posando una mano sulla sua. “Ho capito cosa intendi.” E continuò senza spostare la mano. “Vengo da una famiglia piuttosto benestante di Edimburgo. Ho studiato medicina a Oxford e mi sono specializzato in medicina d’urgenza a Londra. I miei genitori mi hanno finanziato gli studi, generosamente devo aggiungere, e non ho mai vissuto in un appartamento con altri quattro studenti o dovuto lottare con una cucina dell’anteguerra. A Oxford avevo una stanza singola con il bagno e la mensa del Christ Church College era più che accettabile e a Londra mi potevo permettere il mio appartamento vicino all’ospedale. In compenso, ho avuto a che fare con fornellini a gas e con un rancio degno della Legione Straniera durante la guerra d’Algeria mentre ero via con i Medici senza Frontiere.”
“Eri nei Medici senza Frontiere?” Chiese stupita Margherita. Una scelta decisamente non convenzionale per qualcuno con un’educazione così raffinata e una famiglia così facoltosa. Lavorava a Cambridge e conosceva i costi per gli studenti. Qualcosa che di certo i suoi genitori, entrambi insegnanti, non si sarebbero mai potuti permettere.
“Sì.” Rispose annuendo: “Ho iniziato come volontario al terzo anno di università. I miei genitori si sono opposti per un po’ ma non mi sono lasciato distogliere dal mio proposito. C’era una componente egoistica nel mio desiderio di partire. Da una parte volevo aiutare persone meno fortunate di me, dall’altra, lo ammetto, ero curioso di vedere come funzionavano gli ospedali in altre parti del mondo, ero impaziente di fare esperienza sul campo e non volevo aspettare.” Lo sguardo si perse nel vuoto mentre raccontava e ricordava: “Mi mandarono in Sudan. Il mio compito era aiutare i medici in un ambulatorio ginecologico. Fu un’esperienza che mi aprì gli occhi. Incontrai volontari fantastici, che lottavano con le unghie e con i denti per salvaguardare la vita delle proprie pazienti, o quel che ne restava. Assistei ai tentativi quasi disperati di aiutare delle ragazze violentate dai soldati di forze governative e alle battaglie burocratiche che ne seguirono. Da quel momento in poi passai ogni estate e ogni momento di vacanza in missione. Dopo la laurea e la specializzazione ho lavorato per due anni con MSF. Sono stato in Uganda, Rwanda, Yemen, Sicilia, Cecenia e Siria.”

“Sono impressionata.” Lo interruppe Margherita. “È un lavoro meraviglioso e pericoloso allo stesso tempo, se si può parlare di lavoro. Mi ricordo come fosse ieri le immagini del bombardamento ad Aleppo in cui venne anche colpito un ospedale di MSF. Sei un uomo molto coraggioso.” E si bloccò quando vide il volto rilassato di Graham contrarsi in un’espressione addolorata.
“Ti chiedo scusa,” si affrettò a correggersi: “non volevo ricordati un episodio così doloroso. È stata una mancanza di tatto imperdonabile da parte mia.” E decise di raccontare a Graham di Khaled: “Conoscevo di vista Khaled al-Asaad, il direttore del sito archeologico di Palmira che venne torturato e poi decapitato tre anni fa. Ci andai un paio di estati per lavorare alla mia tesi di laurea. Era sempre indaffarato, aveva un ufficio piccolissimo pieno di libri, articoli e scartoffie di ogni tipo. Facevi fatica a trovare una sedia libera per parlare con lui, eppure era sempre disponibile a discutere con gli studenti di archeologia e ad aiutarli con il loro lavoro di ricerca. Ciò che rende Palmira eccezionale è la commistione di elementi della tradizione greco-romana con quella locale. C’era un’Agorà, una sorta di Senato che ricorda la Boulé greca e in alcuni monumenti funebri sono state ritrovate delle mummie preparate secondo canoni simili a quelli dell’Antico Egitto. So che il valore di un paio di mattoni e di colonne può sbiadire di fronte alle atrocità commesse contro la vita umana ma il dolore che deve aver provato Khaled all’idea che tutto ciò che aveva preservato e per cui si era battuto per una vita intera fosse distrutto da un paio di mostri senza rispetto per la Storia deve essere stato inimmaginabile.”
“Non hai bisogno di scusarti.” La rassicurò Graham. “Non credere che io sia una di quelle persone che non riconosce il valore delle opere d’arte e dei monumenti antichi. Quello che gli archeologi fanno è encomiabile. È vero, noi medici ci battiamo affinché la vita umana sia rispettata e la sofferenza e la morte siano dignitose, ma ciò che fate voi è assicurarvi che ci sia qualcosa per cui valga la pena battersi. La Storia ci insegna molto e se solo fossimo capaci di comprenderla ed ascoltarla, il nostro mondo sarebbe un luogo migliore.”

Si passò una mano tra i capelli e con l’altra si strinse le guance e il mento in un gesto nervoso prima di confessare: “Ero ad Aleppo. Quando l’ospedale fu bombardato. Ma non ero di turno. Avevo preso un giorno per riprendermi da due operazioni particolarmente complicate. Chiesi ad un collega di sostituirmi. Stavo tornando all’ospedale quando venni colpito da una scheggia volante. Ora lui è morto, insieme a molti altri e ai pazienti che avevo operato e io sono vivo, con una cicatrice ridicola sulla schiena a ricordarmi quanto sia stato fortunato.”

Graham fece una pausa e chiuse gli occhi in un moto di dolore: “Dici che sono un uomo coraggioso. Ma non è vero. Se fossi coraggioso, non mi sarei rintanato in un paesino sperduto della Scozia a leccarmi le ferite ma sarei ritornato sul campo, là dove hanno bisogno di me.” Così dicendo si alzò, distolse lo sguardo da lei e lo fissò ostinatamente sulla finestra aperta sul cielo notturno, i pugni stretti, le nocche bianche per la tensione e le labbra tirate dalla disperazione e la rabbia. Margherita balzò in piedi e lo abbracciò. Lentamente sentì la tensione lasciare i suoi muscoli e si ritrovò cinta in un abbraccio stretto e carico di pensieri non espressi per troppo tempo. Dopo qualche minuto, la stretta si fece più morbida e più rilassata e Margherita gli baciò delicatamente il petto all’altezza del cuore. Graham rispose con un leggerissimo bacio sulla testa.

“Conosci il termine gaelico cwtch?” Le chiese con voce sommessa e sognante.
“No, ma è appena entrata nella top ten delle parole meno musicali che abbia mai sentito! Appena sotto Streichholzschächtelchen, una dolcissima parola che indica una scatoletta di cerini in tedesco.” Lo sentì ridacchiare, il petto che si alzava e si abbassava contro la sua guancia. “Cosa significa cwtch?” Lo sollecitò curiosa.
“Indica un tipo speciale di abbraccio, quello in cui ti senti finalmente a casa, al sicuro tra le braccia di una persona amata.” E dopo una pausa aggiunse: “È così che mi sento ora. È la prima volta in tanti anni… non saprei come spiegarlo.”
“Non devi spiegarlo. È questo il bello di uno cwtch.” Assicurò lei ridacchiando e venne premiata con un’altra risata sommessa. “È una serata meravigliosa, il cielo è limpido e le stelle e la luna illuminano il mare.” Commentò guardando fuori dalla finestra.

Lo sentì sospirare. “Sarebbe la serata giusta per baciarti.” Le disse. “Ma non lo farò. Aspetterò un’altra serata perfetta, con meno emozioni forti.”
“Sei un maniaco del controllo?” Chiese lei con fare interessato, cercando di non dare retta al mare di emozioni incontrollate che la sua dichiarazione aveva scatenato: sorpresa, gioia, delusione, preoccupazione.
Una risata sonora accolse le sue parole. Graham allentò l’abbraccio e fece un passo indietro per poterla guardare negli occhi. “Ammetto di sentire l’esigenza di avere la situazione sotto controllo.” Iniziò: “un po’ è l’inclinazione innata, un po’ la formazione da medico che mi ha insegnato a sezionare i problemi e affrontarli un pezzo alla volta e un po’ la sindrome post-traumatica che mi porto appresso dall’esperienza in Siria. Ma il motivo per cui non ti bacerò non è questo.” Proseguì accarezzandole con un dito il viso e fissandole le labbra: “Non voglio che tu creda che il mio sia stato un gesto di debolezza, dettato da un momento particolarmente emotivo. Voglio che tu sappia che ero nel pieno dominio di me stesso e che l’ho fatto perché non potevo controllare la mia attrazione per te. Non ho intenzione di darti alcuna scusa per pensare che non fosse un atto intenzionale.”
 Margherita lo fissava in preda allo stupore. Graham le sorrise con dolcezza e le sfiorò nuovamente la guancia. “Fai un bel respiro e dimmi quello che stai pensando.”

Lei seguì il suggerimento e confessò con voce più sicura di quanto non si sentisse: “Sei sicuro che ci sarà mai una serata più perfetta di questa?”

“Ho la sensazione che ogni serata con te sia perfetta.” Le disse guardandola negli occhi e continuando a sorridere.
“Il tuo sguardo è limpido come il cielo stasera.” Osservò Margherita trasognata.
Graham rise quasi con imbarazzo e rispose: “Sono sereno, come il cielo stasera. E a questo punto credo di dover andare, prima di perdere definitivamente il controllo.”
“Perdere il controllo non è sempre il peggiore dei mali.” Gli assicurò Margherita speranzosa.
“Dopodomani partirò per Londra, dove resterò per un paio di settimane.” Le disse a sorpresa Graham. “Mesi fa ho promesso a un collega che avrei tenuto un corso intensivo alla scuola di specializzazione e ora non posso scappare. Se ancora vorrai, fra due settimane riprenderemo il discorso da dove l’abbiamo interrotto.” Le sfiorò nuovamente la guancia con la mano e se ne andò.

FINE PRIMA PARTE



VI DIAMO APPUNTAMENTO A DOMANI PER LA SECONDA E ULTIMA PARTE DEL RACCONTO. 
IL LIETO FINE È ASSICURATO!

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CHI E' L'AUTRICE...
Nora June Peebles dice di sè: sono cresciuta in una città ai piedi delle montagne e me le porto nel cuore ovunque io vada. Dopo il liceo classico ho studiato Fisica e la mia passione per le stelle mi ha portato in giro per l'Europa. Le stelle mi hanno anche portato a conoscere il mio personale vichingo alle 9 di mattina del mio primo giorno di lavoro. Cinque giorni dopo il nostro primo appuntamento mi sono trasferita da lui e da allora siamo inseparabili. Undici traslochi dopo, ho lasciato la scienza, ci siamo sposati e ora ci godiamo il nostro lieto fine movimentato con un pulcino di tre anni e mezzo che crede di essere un pompiere, parla tre lingue mischiandole tutte insieme e sogna di uccidere un drago e sposare una principessa. Viviamo in Germania, dove lavoro per una grande azienda, e scrivere mi aiuta a non dimenticare il mio amato italiano. Qualche anno fa ho scoperto La Mia Biblioteca Romantica e ho realizzato di non aver mai capito cosa fosse veramente il romance, e quanto mi piacesse! Da allora ho letto molti libri e racconti, di qualunque sottogenere, fidandomi delle vostre recensioni e non pentendomene mai. 
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