NEL CASTELLO DEL LUPO di Angela White (Mondadori)


E' STATO DA POCO PUBBLICATO NELLA COLLANA STORICA DEI ROMANZI MONDADORI UN NUOVO CAPITOLO DELLA SERIE MEDIEVALE DI ANGELA WHITE. PIERA E IAIA L'HANNO LETTO PER NOI.


Autrice: Angela White
Genere: Storico
Ambientazione:  Inghilterra, 1144-61
Pubblicazione : Mondadori, coll. Classic nr.1170, settembre 2018
Parte di una serie: 6° serie “Le profezie della strega scalza”
Livello sensualità:  MEDIO
Disponibile in ebook a €3,99 

TRAMA: Dopo anni di conquiste nelle terre d'Oriente, Warrick il ribelle torna ad Ashton Castle, regno del gemello Warren. Il suo cuore di lupo è deciso a reclamare per sé la bellissima Aisley dagli occhi di smeraldo, la dolce fanciulla che sola ha saputo donargli la pace durante gli anni irrequieti della sua tempestosa giovinezza. Aisley, però, è diventata donna all'ombra di un segreto che ha cambiato per sempre la sua vita. Il ragazzo da lei tanto amato in passato è oggi un uomo che la spaventa, ma anche la attrae inesorabilmente. Riuscirà a resistergli e proteggersi dalla forza della sua passione? E quale futuro potrà esserci tra una serva e il suo signore?


Warrick è tornato e il gemello Warren finalmente si sente il cuore ritornare intero. Anche Aisley aspettava con ansia il suo ritorno ma ora che lui è lì con lei, ad un tratto, non sa più come comportarsi perchè il suo segreto sta per essere rivelato...finalmente!

...”Aisley sentiva che quello sarebbe stato un giorno speciale. Mentre attingeva l'acqua, attorno a lei risuonava la vita del borgo racchiuso tra le mura di Ashton Castle.
Per  lei tuttavia nessuna aurora sarebbe mai stata più splendente del   momento in cui aveva tenuto tra le braccia suo figlio.
Erano trascorsi cinque anni da allora.
Ed erano trascorsi cinque anni e nove mesi dall'ultima volta che aveva visto Warrick.
Sì, Warrick, il fantasma di Ashton Castle, perchè nessuno al maniero aveva più pronunciato il suo nome, e la sua assenza era diventata impossibile da ignorare come un 
tempo lo era stata la sua presenza..
La riscosse la voce squillante e amatissima di Gabriel.
-Mamma, mamma, guardami mamma
Aisley si voltò con il sorriso che sempre riservava a suo figlio, ma fu come se il cuore le si fermasse nel petto.
Gabriel stava attraversando la grande piazza in sella  a uno stallone nero che lei non aveva mai dimenticato, con Lady Mary che camminava tranquilla al suo fianco.
A scortarla c'era un biondo guerriero alla cui vista Aisley si sentì venir meno.
E' tornato...lui è tornato
-Mamma- , la chiamò nuovamente Gabriel, gettandosi tra le sue braccia
Ma quando Warrick posò un ginocchi a terra, il bambino si sciolse dalla sua stretta per avvicinarsi al guerriero, che esercitava su di lui un fascino irresistibile
-Quanti anni hai- , gli domandò Warrick
-Cinue anni-  rispose Gabriel. -E questo autunno ne compirò sei-
Warrick strinse  nel proprio pugno le manine del bambino e comprese. E sorrise.
-Il bambino è mio figlio-disse Warrick suscitandole un brivido
- E 'mio figlio- chiarì lei.
-E' nostro figlio- la corresse”
E non occorrono altre parole perchè Rick non ha dimenticato nulla del suo passato soprattutto la giovane che, sola, riusciva a dare un po' di serenità alla sua anima irrequieta e insofferente, e questa sorpresa  lo rende immensamente felice.
Poiché, come avevamo già scoperto nel precedente capitolo dedicato a Warren, uno solo dei gemelli può essere lord del maniero di Ashton, Warrick  viene nominato Sceriffo di Rothford  e incaricato di riconquistare la rocca  che era la proprietà di Lady Mary , moglie di Warren, e riportare là un po' di ordine, e ricostruire ciò che prima  il Lord, e poi i banditi che si erano impossessati del castello, avevano distrutto.
Rick, con la sua solita irruenza ma anche con la conoscenza ancora perfetta, malgrado i sei anni di assenza, del terreno pieno di insidie, riesce in breve ad ottemperare al suo compito.
...”-Warrick Ashton è completamente pazzo...ma, dannazione, se conosce il fatto suo- sentenziò Richard di Torquil
Istinto... Era solo quello  a guidare Warrick, ma assecondando una strategia attentamente pianificata.
Tutto gli appariva chiaro e si sentiva calmo, quasi in pace nell'ineluttabilità dell'emozione che lo muoveva. .Un'unica volta aveva provato qualcosa  di altrettanto potente: quando aveva stretto tra le braccia una ragazza dagli occhi verdi, perdendosi e ritrovandosi in lei, e aveva aspettato l'alba guardandola dormire. Lei era...Aisley”
 E chiamata  a sé Aisley e il piccolo Daniel  completa la felicità della giovane donna riportandole chi lei pensava non avrebbe più rivisto.
Occorrerebbe dividere il romanzo in due parti: la prima metà è una rivisitazione di ciò che era stato già raccontato in “Cuore di ghiaccio”, la seconda è la degna conclusione di ciò che era rimasto in sospeso tra i due gemelli Ashton e la giovane Aisley.
Ho trovato un po' strano occupare così tanti capitoli per rinarrare una vicenda già ampiamente raccontata. Avrei preferito sapere un po' di più sui  sei anni che Rick ha passato lontano tra Oriente e Terrasanta, dove ha fatto esperienze varie e da cui ha riportato guerrieri fedelissimi che formano “La Compagnia dell'Arco”.
Anche la principessa Samar ha poco spazio per cui presumo sarà protagonista, o comunque ne troverà di più, nel prossimo romanzo.
Bellissimo il personaggio di Aisley che si trova a crescere completamente sola dopo che il padre l'ha lasciata ad Ashton Castle per proteggerla dalla malvagità del Signore di Rothford.
Una ragazza che non si risparmia nel lavoro ed è sempre dolce, serena anche quando il suo cuore è disperato. Non ha mai un gesto di ribellione ma offre a tutti amore e devozione.
...”Aisley non indossava abiti eleganti, teneva i capelli legati con un semplice nastro di stoffa, eppure  era così che la chiamavano tutti al castello, “dama Aisley”
Era a lei che le donne guardavano in cerca di una guida. Era al suo passaggio che gli uomini chinavano il capo in segno di rispetto.
 Dal canto suo lei sapeva di essere quella di sempre. Lei aveva già trovato la sua certezza: amava Warrick, e sarebbe rimasta sempre al suo fianco, nel modo in cui lui avesse deciso”
E' lei la vera protagonista del romanzo anche se Warrick sembra dominare la scena con la sua irruenza e il suo coraggio anche un po' folle, ma questo suo continuo essere insoddisfatto e subito pronto a reazioni estreme, a volte non sono riuscita a comprenderlo. Qual è la spinta interiore che lo muove, perchè ha un comportamento tanto differente da quello di Warren...ecco quello che avrei voluto capire.
Molti i personaggi che riappaiono e che pur avendoli già conosciuti, è stato bello rivedere tutti al fianco di Warrick per  poi essere partecipi della sua felicità.
Come sempre la prosa della White è piacevole da leggersi, perfetta la descrizione dell'ambientazione e approfonditi i vari caratteri sia dei protagonisti che dei vari “attori” della storia.
Insomma, un altro intrigante romanzo in attesa del prossimo...Sì perchè i suoi romanzi sono come le ciliegie: uno tira l'altro!






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Siamo nel XII secolo, in Inghilterra, terra dove fervono anche guerre intestine che portano i vari Lord a preservare i loro feudi da attacchi nemici. Si legge la storia di due gemelli, Warren e Warrick. Solo uno di loro potrà diventare Lord, alla morte di quello attualmente in vita, ma potrà ricevere questa carica dopo aver combattuto in duello, come da usi e tradizioni. Warrick non combatterà mai contro suo fratello, piuttosto rinuncerà al feudo. E infatti un giorno se ne va, senza dir niente a nessuno, lasciando tutti in ansia, ma sapendo che Warren capirà quando e se capiterà qualcosa al suo gemello. Passano gli anni e quando ritorna ritroverà Aisley, l'unica donna che ha amato e che vuole riconquistare.
Un bel libro scritto molto bene, bei dialoghi, ben descritti i luoghi e i vari personaggi che intrecciano la trama. Chi legge può trovarsi all'interno del castello, dei boschi o durante le battaglie vivendo il pericolo e i momenti di grande romanticismo. Lo consiglio, specialmente a chi ama questo periodo storico, nonostante manchino alcuni approfondimenti.











COME INIZIA IL ROMANZO...
Anno Domini 1144
— Sarai obbediente, vero, Aisley?
La bambina assentì, nascondendo il visino contro il torace del padre. La avvolse un profumo rassicurante di fieno appena tagliato, pane caldo e lana pulita.
Il carretto procedeva lungo il sentiero, portando Aisley lontano dalla casa in cui aveva sempre vissuto. Non sapeva dove stessero andando né il perché, però non aveva paura. Lally, invece, era spaventata, e Aisley strinse forte a sé la bambola che suo padre le aveva regalato pochi giorni prima. L’aveva costruita con le sue mani, e lei era orgogliosa che il suo papà fosse in grado di fare così tante cose. Sapeva guidare un intero gregge e vegliarlo, far nascere gli agnellini e intagliare il legno. Tra tutte le sue abilità, la preferita di Aisley era quando cantava per farla addormentare. Con la sua voce profonda e roca, intonava nenie dolcissime solo per lei.
Le sue grandi mani callose le accarezzarono i capelli con una delicatezza infinita. Aisley era sicura di avere il papà più buono del mondo, e questo la consolava di aver perso sua madre, e di non avere fratelli o sorelle con cui giocare.
Adesso, però, c’era Lally, e Lally era diventata la sua compagna prediletta. Anche perché suo padre, dopo avergliela regalata, non era partito subito per il pascolo. Questa volta l’aveva portata con sé, e la bambina era emozionatissima per quel viaggio inaspettato.
— Dove stiamo andando, papà? Manca ancora tanto? Dove vivremo? Pensi che Lally riuscirà a farsi nuovi amici? Saranno gentili con lei? — volle sapere, strattonando la giubba del padre mentre dondolava i piedini con impazienza: una pioggia di domande che aveva rotto il silenzio del loro lento, inesorabile avanzare.
— Guarda, Aisley. Siamo arrivati — rispose l’uomo.
La bambina sgranò gli occhi alla vista del maniero che si ergeva in fondo alla strada. Rimase immobile, impressionata dalle mura altissime, dalle torri merlate e dagli imponenti portali spalancati, come un invito a entrare a proprio rischio e pericolo. In cima al bastione più elevato garriva al vento uno stendardo azzurro, ornato nel centro da un bellissimo arco d’oro. L’arrivo della primavera aveva scacciato il ghiaccio e la neve, e l’edera spiccava sulla pietra grigia del maniero, qua e là ingentilita da macchie bianche e viola. Fiori, riconobbe Aisley piena di gioia. Quel castello era ricoperto di fiori, circondato da profumati boschi verdissimi e con sentieri che conducevano al suo ingresso come nastri d’oro.
— In quel castello deve vivere una principessa, vero, papà? — chiese Aisley con voce sottile, gli occhi che brillavano di sentita ammirazione.
Suo padre le rivolse un sorriso che a lei spesso ricordava una ferita nel cuoio fresco. Quando lui sorrideva in quel modo, alla bambina veniva sempre voglia di abbracciarlo forte forte.
— Sì, Aisley. Una principessa molto buona e generosa che avrà grande cura di te. Dovrai servire con devozione lady Madeline ed essere sempre fedele al lord suo padre, il Lupo Sassone.
La piccola sussultò. — La principessa è figlia di un lupo?
Suo padre le scompigliò affettuosamente i capelli. — Lord Wolfer Ashton è il padre di lady Madeline. È il signore del castello che vedi e protegge tutti coloro che vivono nelle sue terre e gli hanno giurato fedeltà. Tu giurerai fedeltà agli Ashton e lui ti proteggerà. Sarai al sicuro, e questa è la sola cosa importante.
La bambina rifletté attentamente, e una sottile linea di concentrazione le incise la piccola fronte. — Ma noi non siamo di queste terre. Noi non siamo di Ashton Castle. Il nostro signore è lord Rothford e io so che il suo maniero si chiama Rothford Hall. Il gregge che tu porti al pascolo è di lord Rothford, come la casa dove abitiamo, giusto, papà?
— È così, Aisley — annuì suo padre, mentre attraversavano la grande arcata nella cinta muraria.
Una piazza gremita di gente, tutta raccolta intorno ai banchi del prospero mercato, si offrì agli occhi della bambina come l’ennesima meraviglia.
— Ma tu d’ora in avanti vivrai qui. La tua casa sarà questa — aggiunse l’uomo, in un tono serio e definitivo che afflisse il cuoricino di Aisley.
— Anche tu vivrai qui con me, vero, papà? — gli domandò ansiosamente, stringendo la sua casacca tra le piccole mani.
— Io devo portare al pascolo gli armenti di lord Rothford — rispose lui. — Devo tornare a Rothford Hall e onorare il patto di obbedienza con il mio signore.
Aisley scosse il capo con veemenza, atterrita al pensiero di quella separazione. Suo padre partiva sempre con l’arrivo della bella stagione, per questo le lasciava una bambola, perché le tenesse compagnia e non si sentisse mai sola. Aisley, però, sapeva che quando le foglie si coloravano di ruggine e oro faceva ritorno per trascorrere insieme a lei tutto l’inverno. Allora preparavano il formaggio, filavano la lana e guardavano la neve cadere dal cielo, inventando fiabe. Come poteva sopportare il pensiero di non fare mai più nulla di tutto ciò e di non rivederlo mai più?
— Io e Lally ci comporteremo bene: saremo buone, buonissime, ma ti prego, non abbandonarci! Per favore! Lally… Lally ha tanta paura di questo posto. Non vuole restarci senza di te!
Aisley piangeva disperata, quando accadde l’unica cosa che aveva il potere di fermare le sue lacrime: vederle scorrere anche sul volto dell’amato genitore. Sembravano gocce di pioggia sulla dura corteccia del suo viso, segnato dalle faticose intemperie della vita di pastore.
E la bambina, all’improvviso e per qualche attimo, divenne molto più adulta dei suoi sei anni. Gli gettò le braccine intorno al collo per consolarlo, promettendogli tutto ciò che, senza sapere come, aveva compreso gli avrebbe donato conforto.
Sì, sarebbe stata buona. Sì, sarebbe stata obbediente e per sempre devota a lady Madeline e a tutti gli Ashton.
— Ti terrei con me, piccola, se soltanto master Hedrick assomigliasse almeno un po’ a suo nonno. Ma è diverso… è pericoloso e crudele, ed è già il giovane signore di Rothford Hall. Un giorno sarà anche lord, e allora… Ma tu sarai al sicuro qui. Non posso fare altro.
Aisley rimase abbracciata a suo padre, cullandolo e lasciandosi cullare. Non era sicura di capire proprio tutto, ma una cosa l’aveva sempre saputa: c’erano i lord e i cavalieri, le damigelle e le principesse, e poi c’erano i pastori, gli arti giani, i braccianti e tutti gli altri. La brava gente. La povera gente. Lei sapeva a chi apparteneva. Sapeva che se il lord e la lady erano buoni, allora la gente viveva in pace. Altrimenti, il popolo era destinato a un inferno peggiore di quello di cui parlava la messa domenicale.
Sopra i lord e le lady c’erano il re e la regina, ma Aisley aveva sentito dire che su re Stephen e sulla regina Maud non si poteva fare affidamento, perché si combattevano tra loro. Avere un re e una regina in lotta era come non averne nessuno.
— Ti penserò sempre, Aisley, sempre! — giurò l’uomo.
Lei gli sfiorò con un bacio la guancia ispida di barba e salata per le lacrime. — Anch’io, papà, sempre.
Lui la strinse ancora una volta, prima di allontanarla da sé. Si asciugò gli occhi e indicò la piazza del mercato. C’era una dama vestita d’azzurro, con il capo velato delle spose e il viso più gentile che Aisley avesse mai visto. Si voltò verso di loro, incantando la bambina con i suoi occhi celesti e il suo sorriso.
— Lei è Madeline la dolce, lady di Ashton Castle e figlia di lord Wolfer. La forza del suo carattere e la sua bontà sono cantate dai poeti. Ha accolto la mia supplica, e sotto la sua protezione vivrai tranquilla — disse suo padre, scendendo dal carretto e deponendo Aisley a terra.
Si inginocchiò ai piedi della castellana per baciare l’orlo della sua veste. — Grazie, signora — disse, tenendo il capo rispettosamente abbassato. Lady Madeline gli fece cenno di alzarsi e poi sbalordì Aisley, accucciandosi per guardarla negli occhi. La bambina fissò affascinata quella pelle chiara come latte. Dalla restrizione del velo scappavano alcune ciocche biondissime.
— Bene arrivata, piccola. Sono certa che ti troverai bene con noi. Mia figlia Arabelle è poco più grande di te. Vorresti farmi il favore di andare a chiamarla?
Aisley annuì prontamente, e dopo aver rivolto uno sguardo solenne a suo padre si incamminò dove la dama le aveva suggerito di cercare la lady bambina.
— Coraggio, Lally, non avere paura! — disse alla sua bambola, stringendola a sé. Mentre si guardava intorno, la sua giovane mente assorbiva ogni dettaglio di quel luogo nuovo, che d’ora in avanti sarebbe stato la sua casa.
— Devi essere coraggiosa, Lally — raccomandò alla pupattola, sentendo battere fortissimo il proprio cuore.
Oltrepassò un arco, superò una curva e si lasciò alle spalle la confusione della piazza principale. Raggiunto un piccolo spiazzo del cortile interno, si fermò alla vista di due 
fanciulli impegnati a duellare con spade di legno. Erano biondi come lady Madeline, bellissimi e tra loro perfettamente identici. La bimba rimase a fissarli stregata, con gli occhi sgranati e la boccuccia spalancata. Pensò che fossero angeli.
Improvvisamente i due si accorsero di lei e cessarono di allenarsi. Aisley si scoprì a trattenere il fiato. Immobile, con Lally tra le braccia, non sapeva cosa fare. Non riusciva a smettere di guardarli. Erano talmente belli… e sempre più vicini a lei. 
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LA SERIE LE PROFEZIE DELLA STREGA SCALZA

1. Il castello dei sogni - Mondadori, 2011 - Lianne e Hyden
2. Di ghiaccio e d’oro - Mondadori 2012 / revisionato e ripubblicato dall'autrice, 2017 - Megan e Bryan
3. La rosa del drago - Mondadori, 2012/ revisionato e ripubblicato dall'autrice, 2017 - Shayla e Benjamin
4. La luna dei desideri - Mondadori, 2013 - Lady Sarah Ravency e Christian
5. Cuore di ghiaccio - Mondadori, 2017 - Lady Mary e Warren Ashton
6. Nel castello del lupo - Mondadori, 2018 - Aisley e Warrick Ashton

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L'AUTRICE  
Angela White ( nom de plume di Lorena Bianchi)  è nata e vive in una città che si affaccia sul mare. Dopo gli studi liceali, si è laureata in Economia Bancaria. E’ appassionata di arte, storia e teatro. Ama leggere e ha cominciato a scrivere per gioco, come momento di evasione dalla quotidianità. Per lei la scrittura è un viaggio emozionante in epoche passate, dove rivivere le atmosfere e le passioni di altri luoghi e tempi. 

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ALICE NON LO SA di Carmen Laterza (Libroza)



IL LIBRO CHE CI PRESENTA IAIA OGGI, FIRMATO DA CARMEN LATERZA, E' UNA STORIA DELICATA E PROFONDA, CHE INDAGA SUI RAPPORTI FAMILIARI, VISTI ATTRAVERSO GLI OCCHI DI UNA BAMBINA. 

Autrice: CarmenLaterza
Genere: Romanzo contemporaneo
Ambientazione: Italia
Pubbl. originale: Libroza, gennaio 2018, pp.340
Pubbl.italiana: Piemme, 3 giugno 2018, pp. 304, € 15,60
Parte di una serie: No
Disponibile in ebook a €3,99

TRAMA: Alice è una bambina di sei anni, curiosa e sempre allegra, che osserva il mondo con sguardo puro e senza filtri. Sua madre Roberta, oberata dal lavoro e dagli impegni familiari, cerca di non far pesare sui figli il momento difficile che sta attraversando, soprattutto nella relazione con il marito Carlo. La nonna Mimì, dal canto suo, cerca di insegnare ai nipoti che la vita va presa con leggerezza e sprona la figlia a non rinunciare alla propria felicità.Convinti che Alice sia troppo piccola per capire ciò che le succede intorno, i familiari non si accorgono che invece Alice li osserva e riesce a vedere oltre l’immagine che ciascuno vuole dare di sé. Così Alice vede la stanchezza di sua madre, il distacco del padre, i tormenti di suo fratello Riccardo, in piena crisi preadolescenziale, e la dolorosa solitudine della nonna, nascosta sotto una maschera di apparente serenità. Con la disarmante innocenza della sua infanzia, Alice intuisce quello che gli adulti le nascondono e arriva a comprendere perfino quello che essi stessi non sanno.


Alice non lo sa è un libro che parla di una famiglia composta dai due genitori, Carlo e Roberta, dai figli Riccardo e Alice e dalla nonna materna, Mimì.
La storia mette in evidenza la stanchezza della mamma che oltre a lavorare fuori casa deve anche barcamenarsi con tutto il resto. Fa tutto quello che la maggior parte delle donne fa: spesa, cucinare, mettere in ordine la casa, seguire i figli con i compiti, va in banca, ecc. ecc. ecc. Ora è arrivata al culmine e i rapporti col marito sono sempre più tesi. Carlo ha un lavoro importante e quando torna a casa sembra indifferente a ciò che succede in famiglia e resta sempre imperturbabile. Riccardo che ha 13 anni sta attraversando il periodo in cui si ribella manifestando questo suo stato d'animo col mutismo e broncio perenne. Alice invece è solare e porta nella famiglia momenti di dolcezza, euforia e generosità.
É un romanzo che rispecchia molto bene una famiglia tipo con tutti i problemi che attraversano la vita e in cui si può rivedere sprazzi della propria esistenza.
Il libro è scritto molto bene, è lineare, semplice, sa coinvolgere il lettore perché ciò che si legge è realistico al 100% e alla fine lascia che la speranza porti quella ventata di tregua alla stanchezza fisica e psicologica.











COME INIZIA IL ROMANZO...
1
«Mamma, mamma, guarda!» Alice le corse incontro saltellando, mentre Roberta spingeva con la schiena la porta di casa e si affacciava con le mani cariche di borse della spesa.«Mamma, guarda» ripeté Alice, «questo dente dondola. Me lo tiri?»Alice seguì la madre fino in cucina mostrando il suo incisivo superiore che dondolava vistosamente.«Alice, ti prego» disse Roberta, «non vedi che ho da fare? Vai fuori in macchina e portami dentro la borsetta, per favore. L’ho lasciata sul sedile dell’auto.»Continuando a saltellare Alice uscì sul vialetto di casa e prese dall’auto ancora aperta la borsetta della madre.«Ecco» disse rientrando in casa, «adesso me lo tiri? Dai, tirami il dente così stanotte passa il topolino!»Roberta si girò di scatto a guardare la figlia.«E chi te l’ha detta questa storia del topolino?»«Me l’ha detto Marianna. A lei sono già caduti tutti e due i denti di sopra!»«Incisivi, si chiamano incisivi.»«Incisivi…» ripeté lentamente Alice, come a voler memorizzare quel nuovo termine.Roberta riprese a sistemare confezioni e barattoli tra il frigo e la dispensa.«E cosa ti ha detto del topolino?»«Mi ha detto che ogni volta che cade un dente bisogna metterlo sotto il cuscino e durante la notte passa il topolino, si porta via il dentino e in cambio lascia una moneta.»Gli occhi di Alice brillavano all’idea del tesoro nascosto che l’aspettava.
«Ma sei sicura?»«Certo, mamma! L’ha detto anche Giulia!»«Ah, ecco, se l’ha detto anche Giulia! Ma perché, anche Giulia ha già perso i denti?»«No, Giulia no» rispose Alice dondolandosi da un piede all’altro, «ma gliel’ha detto sua sorella che è più grande.» «E tu, hai chiesto a tuo fratello?»«No. Cioè, io volevo chiederglielo, ma lui non mi ha fatto entrare in camera sua.»Roberta scosse la testa sconsolata.«Allora, me lo tiri?» insistette Alice.«Mamma mia, Alice, sei un tormento! Lasciami lavorare, non vedi che ho da fare? E poi i denti non si tirano. Bisogna lasciare che cadano da soli.»«Ma senti come si muove! Manca poco!»
Alice si avvicinò alla mamma, reclinò la testa all’indietro e spalancò contemporaneamente bocca e occhi, come se fosse lei a dover guardare bene i propri denti.Roberta con un sospiro appoggiò sul tavolo il pacco dello zucchero e accarezzò il mento di sua figlia.«Va bene, dai, fammi vedere. Sì, si muove» disse mentre toccava leggermente il dente
ballerino, «ma non abbastanza.» Poi spettinò i capelli biondi di Alice e concluse: «Questo dente non è pronto, ci vuole ancora del tempo, magari cade domani o dopodomani, lascialo stare.»
«Ma no, mamma, dai… Tiramelo!» Alice si riprese dalla posizione di ispezione e fece finta di piagnucolare.«Quando arriva il papà lo chiedi a lui. Io non ho il coraggio.»All’improvviso un sibilo acuto e penetrante squarciò l’aria e Alice e Roberta si misero istintivamente le mani sulle orecchie.«Oddio, cos’è?» gridò Roberta.Fu questione di un attimo. Il rumore sparì così come era arrivato.«Forse sono i nuovi strumenti di Riccardo» disse Alice. «Oggi è venuto Giovanni e gli ha portato una grande cassa.»«Riccardo!» Roberta gridò affacciandosi dalla porta della cucina verso il corridoio, ma non ebbe nessuna risposta.«Quel figlio mi farà ammattire!» bisbigliò Roberta ritornando verso i fornelli.Alle sue spalle comparve ciondolante Riccardo, con le gambe fasciate in jeans strettissimi, le mani infilate nelle tasche di una felpa scolorita e un paio di cuffie intorno al collo.«Sì, Ma’, che c’è?» disse entrando in cucina.«Ah, sei qui» Roberta si voltò di scatto. «Come, che c’è? Te lo chiedo io, che c’è! Cos’era quel frastuono?»«Era l’amplificatore. Scusa, era rimasto il volume a palla.»«E da quando hai un amplificatore?»Il tono di Roberta era palesemente seccato. Aprì il frigo, tirò fuori un piatto con un pacchetto avvolto in carta per alimenti e lo appoggiò bruscamente sul piano di lavoro. Scartò l’involto e separò le fettine di pollo ancora leggermente congelate.
«Me l’ha portato John oggi» rispose Riccardo appoggiandosi allo stipite della porta. «È venuto a provare.»«John?» Roberta si girò a guardare il figlio.«Sì, Ma’, Giovanni, lo sai, si fa chiamare John.»«E lui si fa chiamare Rick!» intervenne allegra Alice. 
Roberta fulminò Alice con lo sguardo e le spense il sorriso che aveva sulle labbra.
«Taci, Wonderland, non ti impicciare!» replicò Riccardo scontroso.«John, Rick, Wonderland, ma si può sapere cos’è questa mania di cambiare i nomi?» chiese Roberta.«La nonna lo fa sempre e a lei non dici niente. Perché a me devi rompere le palle?»Riccardo si girò e si avviò verso camera sua con la stessa flemma con cui era comparso.«Ehi, attento a come parli, signorino!» gli gridò la madre alle spalle. «Hai fatto i compiti?»«Siiiiì….»
La risposta di Riccardo arrivò come un sospiro.«Anch’io ho fatto i compiti» disse Alice, «te li faccio vedere!» e saltellando andò a prendere il suo zaino.Roberta tirò fuori dal frigo un cespo di insalata e due pomodori e si mise a sciacquarli sotto l’acqua corrente.Alice ritornò trainando dietro di sé uno zaino color lilla che le arrivava alla vita. Il volto di una ragazzina sorridente occhieggiava dalla patta superiore, mentre la tasca frontale riportava il nome di Violetta scritto con caratteri tondeggianti in una nuvola di glitter.Alice lo aprì, tirò fuori un astuccio a tre livelli, anch’esso tutto lilla e con il volto e il nome di Violetta. Quell’astuccio era talmente grosso che doveva pesare da solo metà di tutto il contenuto della cartella. Alice lo appoggiò sul tavolo della cucina e aprì una delle tre lunghe zip che lo chiudevano tutto intorno. Una serie di pastelli colorati disposti in ordine cromatico dal più chiaro al più scuro su due livelli leggermente sfalsati e tutti con la punta perfettamente aguzza si schierarono di fronte ai suoi occhi come soldatini pronti alla battaglia con la lancia in resta.
«Dai, Alice, non serve che apri l’astuccio» disse Roberta mentre tagliava i pomodori a fettine. Non usava un tagliere né si appoggiava su un piatto: prendeva mezzo pomodoro alla volta, lo teneva nella mano sinistra, con la destra lo tagliava e faceva cadere le fette direttamente in una coppa di vetro.
«Sì che serve, mamma! Se dobbiamo correggere…»
Alice rimase con lo sguardo rapito dal suo astuccio nuovo. Toccò i pastelli a uno a uno, quasi a volersi assicurare che fossero tutti lì e non ne mancasse nessuno, come aveva visto fare alla nonna con un servizio di posate.
«Vabbè» rispose Roberta, «ma se dobbiamo correggere allora ci servono la matita e la gomma, non i colori.»
«Ah, già!» esclamò Alice sorridendo.
Quell’errore aveva un risvolto positivo: aver aperto il lato sbagliato dell’astuccio significava infatti poterne aprire un altro.
Alice richiuse la parata di matite colorate, girò l’astuccio sottosopra con entrambe le mani e aprì una nuova lunga cerniera. Comparve davanti ai suoi occhi una vera e propria postazione di lavoro. A sinistra erano infilate negli elastici viola due matite per scrivere, una penna nera e una penna rossa, che non erano ancora mai state usate, una gomma per cancellare e un temperino a cilindro. A destra si trovavano un righello, con il solito volto di Violetta in bella mostra, una forbice dalle punte arrotondate, una piccola lente di ingrandimento e cinque penne colorate con i brillantini. Queste erano evidentemente il pezzo forte di quell’artiglieria scolastica perché erano collocate al centro del versante destro e Alice le accarezzò subito, assicurandosi che fossero perfettamente allineate.
Quando fu soddisfatta dello schieramento, si rituffò nello zaino, ne tirò fuori un quadernone rivestito di una guaina protettiva color fucsia e lo aprì sul tavolo di fronte a sé.
Avvicinò la sedia al tavolo e vi salì, sedendosi sui talloni per essere alla giusta altezza.
«Ecco, mamma, guarda… Questo è quello che abbiamo fatto oggi.»
Roberta appoggiò il cespo di insalata che stava tagliando, si asciugò le mani con uno strofinaccio e si avvicinò alle spalle della figlia.
La mano di Alice scorreva lenta sul foglio a quadretti.
«Qui abbiamo scritto la data…»
Il ditino paffuto di Alice seguiva la prima riga scritta sul foglio, dove i numeri e le lettere in stampatello riempivano tutto lo spazio.
«…poi la maestra ci ha detto di fare un disegno dell’autunno…»
Alice mostrava orgogliosa il disegno di una casa stilizzata accanto alla quale una bambina con i capelli biondi alzava le braccia verso tre grandi foglie colorate che cadevano da un albero spoglio lì a fianco.
«Questa sei tu?» chiese Roberta. «Sì! Vedi? Sto correndo a raccogliere le foglie che cadono dall’albero. Perché è autunno!»
Roberta sorrise del tono risoluto con cui Alice aveva pronunciato quella frase. Agli occhi di una bambina di sei anni il mondo era semplice e governato da leggi semplici: è autunno, cadono le foglie, è estate, si va al mare. 
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ALTRE USCITE DI CARMEN LATERZA


Irene è sposata da due anni, Luca è un marito presente e affettuoso, eppure lei si sente inquieta e insoddisfatta; alla soglia dei quarant’anni le sembra che la vita le stia scivolando via. Così, un po’ per gioco e un po’ per curiosità, decide di iscriversi a Meetic, il sito di incontri più gettonato del momento, e comincia una doppia vita scandita dall’alternarsi di appuntamenti clandestini, comici ed erotici, che inizialmente prova a vivere con distacco, ma che finiscono per coinvolgerla in un “qualcos’altro” che non era ciò che cercava.
Sempre più distaccata propria realtà, incrinati i rapporti con il marito, con la sua migliore amica e con il padre, Irene si ritrova infine ad affrontare se stessa, persa in un’esistenza senza più appigli, fredda e apparentemente senza senso. 
Sarà proprio l’amore, quell’amore incondizionato e disinteressato che Irene dice di non aver mai ricevuto, a ritrovarla e a salvarla dall’abisso, perché nella vita “l’amore conta, e sa contare”. Ti interessa questo libro? Lo puoi trovare QUI.


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L'AUTRICE
Carmen Laterza vive e lavora a Pordenone. Laureata in Lettere e Diplomata in Pianoforte, è stata per anni docente di Italiano e Storia nelle scuole superiori della sua città e poi Dirigente Scolastico.
Lasciata volontariamente la Pubblica Amministrazione, Carmen adesso lavora come ghostwriter, editor e consulente per il self publishing. Ha autopubblicato il saggio musicologico I duetti d’amore nelle opere di Giuseppe Verdi, frutto di un lavoro di rivisitazione della propria tesi di laurea, e il romanzo L’amore conta.

VISITA IL SUO SITO:
http://libroza.com/

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L'INFINITO FRA TE E ME di Mariana Zapata (Newton Compton)

NON TUTTI I NEW ADULT SONO NELLE NOSTRE CORDE, MA CI FA MOLTO PIACERE QUANDO SCOPRIAMO UN ROMANZO DI QUESTO GENERE CHE SI FA RICORDARE. QUESTO E' IL CASO DI MARIANA ZAPATA, GIOVANE AUTRICE AMERICANA DA TENERE D'OCCHIO E DI QUESTO ROMANZO CHE CI E' PIACIUTO MOLTO E CHE VI CONSIGLIAMO.

Autrice: Mariana Zapata
Titolo originale: The Wall of Winnipeg and Me
Traduttrici: Mariafelice  Maione
Genere: Contemporaneo
Ambientazione: Dallas (Stati Uniti)
Pubblicazione originale:  Mariana Zapata, 2016, pp.672
Pubblicazione italiana: Newton Compton , giugno 2018pp. 512, € 9,90
Parte di una serie: No
Livello sensualità: BASSO
Disponibile in ebook a € 0,99

TRAMA:  Vanessa Mazur sa che sta facendo la cosa giusta. Non ha alcuna intenzione di sentirsi in colpa per aver mollato. Il lavoro di assistente tuttofare di Aiden Graves è sempre stato un impiego temporaneo. Lei ha altri piani per il futuro, ha delle ambizioni, e di certo non comprendono il ruolo di fatina personale di una star del football. E allora perché quando Aiden si presenta alla sua porta, pregandola di ripensarci, Vanessa esita? Per due anni, l’uomo che le televisioni chiamano “il Muro di Winnipeg” è stato il suo incubo: neanche un buongiorno al mattino, o un sorriso il giorno del suo compleanno. Era talmente concentrato sullo sport che sembrava non accorgersi nemmeno di chi o cosa lo circondasse. Cos’è cambiato, allora? Quello che Aiden chiede, per Vanessa è semplicemente incomprensibile. Dopo il modo in cui è stata trattata, lei desidera solo dedicarsi alla sua vera passione, il design, e lasciarsi alle spalle l’indifferenza. La perseveranza di Aiden sarà in grado di farle cambiare idea? In questo genere di partite, segnare un punto richiede pazienza, gioco di squadra e una buona dose di determinazione.


Non conoscevo Mariana Zapata come autrice. e leggere “L'infinito tra me e te”, è stata una piacevolissima sorpresa.
L' inizio sembra quello solito dell'atleta che non si interessa di chi gli sta intorno e si ritiene tanto importante da fare quello che vuole. Però, man mano che la lettura prosegue, qualcosa cambia e ci si accorge che il protagonista si comporta così perchè quella è la sua natura.
Aiden viene chiamato “Il murodi Winnipeg” perchè la sua stazza di giocatore di football professionistico di Dallas lo fa somigliare a una barriera invalicabile . Non solo: lui mugugna e non parla se non in casi estremi e sempre con brevi frasi a mo' di ordini.
Vanessa ha la fortuna/ sfortuna di essere la sua factotum:  assistente, governante, cuoca, ma ancora per poco. Dopo due anni, non riesce più ad ingoiare di essere trattata  quasi come un mobile.
Durante il giorno lavora  nel grande appartamento del giocatore che ospita anche un collega, Zac, e la sera rientra nel suo piccolo alloggio dove riesce a dormire qualche ora dopo aver alternato un'altra attività che lei spera di far diventare la sua professione ufficiale.
Pur a fatica riesce a dire al suo “ragazzone”, così lo  chiama lei per prenderlo un po' meno seriamente, che non intende più lavorare come sua assistente e arrabbiata per un commento del manager, odioso, non smentito da Aiden, lo abbandona su due piedi.
Qual è la sua sorpresa, quando dopo qualche tempo e dopo che lei ha avviato la sua nuova attività, ritrova Aiden che l'aspetta sotto casa con una richiesta particolare e certo inaspettata.
…”-Che sei venuto a fare Aiden?
Mi guardò fisso  negli occhi e disse:
-Ti rivoglio con me.
-Prego?- sussurrai
-Torna.
- No
- Ti pagherò di più
- Il mio permesso di soggiorno scade l'anno prossimo
- Hai spedito i visti per rinnovarlo?
- No
- Perchè no?
- E' un visto lavorativo ed è subordinato al fatto che continui a giocare con i Three Hundreds. Non voglio tornare in Canada, mi piace qui.
- Continuo a non capire che impedimento ci sia
- Sposami, puoi aiutarmi a ottenere la cittadinanza”
Dopo un po' di tentennamenti e di obiezioni che il giovane sa controbattere con un argomento che è forse il solo in grado di far pendere la bilancia verso il sì, Vanessa accetta e torna a vivere con Aiden e Zac.
...” I debiti universitari erano il mio tallone d'Achille.
Mi  vergognavo solo un pochino per non aver considerato assurda questa sua offerta. Si offriva di saldare ciò che mi pesava sull'anima come un blocco di cemento in una piscina.
-Mettiamo che sia possibile questo..per quanto tempo dovremmo rimanere sposati?
- Cinque anni renderebbe il tutto meno sospetto.
- Cinque anni, okay.”
Ed è questa nuova forma di convivenza che favorisce la confidenza tra i due e la scoperta che entrambi hanno ferite che faticano a guarire.
Questa senza dubbio è la parte migliore del libro che cresce pian piano e fa capire che le parole a volte non servono se le azioni le rendono visibili.
Lei, Vanessa, all'inizio può sembrare un po' opportunista ad approfittare di un'offerta così particolare e rischiosa...ma quando si è con l'acqua alla gola e il passato che ti tortura, allora si comprende quanto coraggio abbia avuto questa ragazza nell'andare avanti con i suoi propositi. Se leggerete il libro, non potrete non avere il desiderio di aiutarla e di darle supporto morale e forse anche fisico perchè la sua famiglia è demenziale.
Aiden ha anche lui i suoi scheletri da ridurre in polvere e anche per questo non vuole tornare nel suo stato d'origine. E' un uomo che parla solo se ha l'effettiva necessità. Nel passato uno choc subitolo lo ha portato a non dire una parola per anni. Il suo vero carattere emerge solo quando si rende conto che occorre esprimere ciò che si pensa e quando lo fa è dolcissimo malgrado la sua enorme stazza che  fa pensare a poca delicatezza. Sa amare profondamente e i suoi rarissimi sorrisi sono come cento parole. L'autrice l'ha caratterizzato perfettamente e mi ha fatto sorridere quel suo continuo mangiare quasi solo vegano.
Anche Zac è un personaggio che meriterebbe una storia tutta sua...chissà !
La storia è raccontata in prima persona dalla protagonista ed è un'ottima scelta perchè non manca nulla alla narrazione che è sempre leggera, senza grandi scosse, ma in continua progressione. Non ci sono scene bollenti ma non se ne sente la mancanza perchè quello che è più importante è la trasformazione della relazione che diventa un amore , non immediatamente, ma con gradualità,e alla fine è talmente profondo che entrambi ne sono completamente avvolti.
Complimenti all'autrice.










COME INIZIA IL ROMANZO...
Prima o poi l’avrei ammazzato.Un giorno.Dopo essermi licenziata, così nessuno avrebbe sospettato di me.«Aiden», brontolai, anche se sapevo che non serviva a niente. Brontolare mi avrebbe solo fatto guadagnare l’Occhiata – quella famigerata espressione altezzosa che in passato era valsa a Aiden più di una rissa. O almeno così mi avevano detto. Io, quando lo vedevo curvare in giù gli angoli della bocca, stringere le labbra e socchiudere gli occhi castani, avevo solo voglia di infilargli un dito nel naso. Era quello che faceva mia madre con noi da piccoli, quando mettevamo il broncio.L’interessato, sull’orlo di una morte sanguinosa e spettacolare, o di una pianificata con cura, che avrebbe richiesto del detersivo per i piatti, l’accesso al suo cibo e un lungo periodo di tempo, emise un verso da dietro la ciotola di insalata di quinoa, grande abbastanza per quattro persone. «Mi hai sentito. Cancella tutto», ripeté, come se la prima volta in cui l’aveva detto fossi stata sorda.Oh, l’avevo sentito. Forte e chiaro. Per questo volevo ucciderlo.Il che in pratica dimostrava le meraviglie della mente umana; si può provare affetto per qualcuno e nello stesso tempo desiderare di tagliargli la gola. Era come avere una sorella e sognare di darle un pugno dritto nelle ovaie. Le volevi comunque bene, solo che avresti voluto appioppargliene uno nella macchina per fare figli, per darle una lezione – non che parlassi per esperienza diretta, sia chiaro.Probabilmente fu la mancanza di una risposta immediata che lo indusse ad aggiungere, senza cambiare espressione e con gli occhi puntati dritti su di me: «Non mi importa cosa devi dirgli. Fallo e basta».Mi aggiustai gli occhiali sul naso con l’indice sinistro e abbassai la mano destra in modo che il mobiletto nascondesse il dito medio puntato verso Aiden. Come se quell’espressione non fosse già sufficiente di per sé, il suo tono di voce mi irritava ancora di più. Era quello che usava per avvertirmi che era inutile discutere; non avrebbe cambiato idea, né allora né mai, quindi tanto valeva mettermi l’anima in pace.Dovevo sempre mettermi l’anima in pace.Quando avevo cominciato a lavorare per il tre volte proclamato difensore dell’anno della lega di football nazionale, c’erano poche cose che non mi piaceva fare: mercanteggiare, dire di no e infilare una mano nel bidone della spazzatura, dal momento che ero sia cuoca sia colf.Ma se c’era una cosa che odiavo – e intendo proprio, proprio tanto – era cancellare gli appuntamenti all’ultimo minuto. Mi irritava e andava contro la mia morale. Cioè, una promessa è una promessa, no? Anche se tutto sommato, tecnicamente, non ero io a deludere i tifosi. Era Aiden.Il maledetto Aiden, occupato a spazzolare il secondo pranzo della giornata senza una preoccupazione al mondo, non sapeva niente della frustrazione che mi costringeva ad affrontare quando chiamavo il suo agente. Dopo tutta la fatica fatta per organizzare l’evento, dovevo informarlo che Aiden non sarebbe andato ad autografare proprio un bel niente al negozio di articoli sportivi di San Antonio. Evviva.Sospirai, mentre il rimorso mi pungolava lo stomaco e la coscienza, e allungai una mano per sfregarmi il ginocchio irrigidito con la mano che non era occupata a esprimere i miei
sentimenti. «Gli hai promesso…».
«Non mi importa, Vanessa». Mi lanciò di nuovo quell’occhiata. Il mio dito medio fremette. «Di’ a Rob di cancellare tutto», insistette e sollevò un avambraccio gigantesco per ficcarsi in bocca quelli che sembravano due etti di cibo in una volta sola. Rimase con la forchetta sospesa a mezz’aria per un secondo e incrociò il suo sguardo, scuro e testardo, con il mio. «È un problema?».Vanessa questo. Vanessa quello.Cancella tutto. Di’ a Rob di cancellare tutto.Aaah! Non è che adorassi chiamare il suo agente, tanto per cominciare, figuriamoci poi per cancellare un’apparizione due giorni prima della data prevista. Sarebbe uscito fuori dai gangheri e avrebbe sfogato la sua frustrazione su di me, come se avessi avuto un qualche potere su Aiden “il Muro di Winnipeg” Graves. In verità, al massimo ero riuscita a consigliargli quale macchina fotografica comprare, e solo perché lui aveva “Cose migliori da fare che ricerche sulle macchine fotografiche” e perché “Ti pago apposta”.Non aveva tutti i torti. Tra quello che mi pagava lui e gli extra allungati da Zac di tanto in tanto, potevo ben stamparmi un sorriso sulla faccia – anche se forzato – e fare quanto richiesto. Ogni tanto, aggiungevo persino una piccola riverenza, di cui Aiden fingeva di non accorgersi.Non credo che si rendesse davvero conto della pazienza che avevo mostrato nei suoi confronti negli ultimi due anni. Un’altra persona di certo l’avrebbe già accoltellato nel sonno. Almeno io, quando elaboravo piani per ucciderlo, di solito consideravo metodi indolore.Di solito.Da quando si era strappato il tendine d’Achille, l’anno prima, dopo appena un mese dall’inizio del campionato, era cambiato. Cercavo di non biasimarlo, sul serio. Era dura perdere quasi tre mesi di campionato e vedersi addossare la colpa quando la tua squadra non si qualificava per i play-off. Come se non bastasse, alcuni pensavano che non sarebbe mai tornato quello di prima, dopo sei mesi di stop per la convalescenza e la fisioterapia. Quel genere di infortunio non era uno scherzo.Ma si parlava di Aiden. Alcuni atleti ci mettevano ancora di più a rimettersi in piedi e certi non ci riuscivano nemmeno. Lui ce l’aveva fatta nei tempi. Tuttavia, sorbirmelo sulle stampelle e accompagnarlo avanti e indietro tra la riabilitazione e i vari appuntamenti aveva più volte messo a dura prova la mia pazienza.C’è un limite ai modi da stronzo brontolone che si riescono a sopportare in un giorno, anche se lo devi fare per contratto. Aiden amava il suo lavoro e immaginavo che avesse paura di non riuscire a giocare mai più, o di non tornare più sui suoi livelli, per quanto non esprimesse mai ad alta voce quei timori. Era comprensibile. Non riuscivo nemmeno a immaginare come mi sarei sentita se mi fosse successo qualcosa alle mani, impedendomi di disegnare per il resto della mia vita. In ogni caso, la sua irritabilità aveva raggiunto livelli mai registrati nella storia dell’intero universo. Ed ero cresciuta con tre sorelle maggiori che avevano il ciclo sincronizzato. Grazie a loro, la maggior parte delle cose e delle persone non mi infastidiva. Conoscevo bene la prepotenza e Aiden non superava mai il imite tra quella e la cattiveria ingiustificata. Solo che a volte era un cretino.Per sua fortuna, avevo una piccola, minuscola, microscopica cotta per lui; altrimenti lo avrei accoltellato anni prima. A pensarci bene, qualsiasi creatura provvista di occhi e a cui guarda caso piacevano gli uomini si sarebbe presa una sbandata per Aiden Graves.Quando mi guardò con aria interrogativa da sotto le ciglia nere incurvate, con un lampo negli occhi castani così intensi, incastonati in un volto che avevo visto sorridere solo davanti a dei cani, deglutii, scossi piano la testa e digrignai i denti, osservandolo. Alto quanto un piccolo edificio, i suoi lineamenti avrebbero dovuto essere grossolani e
irregolari, da cavernicolo, ma ovviamente non era così. Sembrava che volesse a tutti i costi sfidare qualsiasi stereotipo che gli avessero mai assegnato in vita sua. Era intelligente, veloce, coordinato e – per quanto ne sapevo io – non aveva mai guardato una partita di hockey. Davanti a me aveva detto “Eh”, il “sì” alla canadese, solo due volte e non consumava proteine animali. Quel tipo non mangiava bacon. Era l’ultima persona al mondo che avrei considerato educata e non si scusava mai. Mai. ...
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L'AUTRICE
Mariana Zapata ha cominciato a scrivere storie d’amore praticamente il giorno stesso in cui ha imparato a scrivere. Quando era bambina rubava i libri dalla libreria di sua zia, sicuramente ancora prima di capirne il senso. È nata in Texas ma vive in Colorado con suo marito e due alani giganteschi, Dorian e Kaiser. Arriva per la prima volta in Italia con L’infinito tra me e te, edito dalla Newton Compton.


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