CLASSICI ROMANTICI: ' Vanity Fair - La Fiera delle Vanità’ ' di W. M.Thackeray


Quello che voglio è creare un gruppo di persone senza Dio nel mondo… avidi, pomposi, meschini per lo più perfettamente soddisfatti di sé, e a loro agio riguardo alla loro superiore virtù.”

Così scriveva William Makepeace Thackeray nel 1847, mentre era in fase di stesura di questo libro. Ma, più che di libro, si dovrebbe parlare di capolavoro. Vanity Fair ( La fiera delle vanità) è un grandioso affresco della società inglese dalla prima decade dell’Ottocento fin quasi alla metà del secolo, un mondo di carta che si muove sullo sfondo di una Londra che cambia a ritmo vertiginoso. È un ritratto impietoso, crudo, talvolta sarcastico di vizi e virtù, in cui nessun personaggio ne esce bene.

Il primo titolo di questo romanzo avrebbe dovuto essere “A novel without a hero”: in Thackeray, infatti, non esiste una valutazione morale dei personaggi né un vero e proprio giudizio di valore. Sono tutti condannati senza appello. Non esistono buoni e cattivi, per capirci, così come possiamo riscontrare in Dickens o George Eliot, entrambi contemporanei di questo immenso scrittore. Curioso, vero?

Ma procediamo con ordine.

LA STORIA

Figlia di uno squattrinato artista inglese e di una ballerina francese, Rebecca(Becky) Sharp resta orfana in tenera età. Fin da bambina è sensibile al fascino di una vita più agiata e ripudia il suo ambiente di origine. Abbandona l’Accademia di Miss Pinkerton a Chiswick, decisa a conquistare l’alta società inglese con ogni mezzo a sua disposizione. Per scalare le vette sociali ricorrerà a tutta la sua intelligenza, astuzia e sensualità. L’ascesa di Becky alla vita sociale inglese della prima parte del 19° secolo, ha inizio con un lavoro come governante presso l’eccentrico Sir Pitt Crawley , nella campagna dell’Hampshire. Becky conquista le figlie di Crawley e persino la ricca zia zitella, Matilda . L’intera famiglia si affeziona moltissimo alla giovane Becky, confida in lei, e la considera ormai indispensabile. Tuttavia, Becky sa che non riuscirà mai a far veramente parte della società inglese fin quando non si trasferirà in città, e accetta quindi l’invito da parte della zia Matilda, di andare a vivere a Londra. Lì Becky rincontra la sua migliore amica Amelia Sedley , che – essendo cresciuta negli agi – non condivide le sue ambizioni più sfrenate. Insinuandosi nella famiglia che conosce così bene, Becky ne sposa segretamente il focoso erede Rawdon Crawley – ma quando Matilda scopre la loro unione, impone ai due sposi di lasciare la casa. Nel frattempo Napoleone invade l’Europa e Rawdon coraggiosamente parte per difendere il proprio paese. Becky, incinta, resta vicina ad Amelia, la quale è sconvolta dal fatto che l’adorato marito George Osborne sia partito in guerra. La morte di George nella famosa Battaglia di Waterloo incrinerà per sempre il rapporto fra le due donne. Becky ritrova il suo Rawdon e dà alla luce un maschietto, ma il dopoguerra ha in serbo un periodo piuttosto duro per la famigliola. Più determinata che mai a trovare il suo posto nell’alta società londinese e ad assaporare il benessere, Becky trova un protettore nel potente Marquese di Steyne , che può consentirle di realizzare i suoi sogni, ad un prezzo, però, forse troppo alto.

Due sono le protagoniste di Vanity Fair, ma solo una di esse rappresenta il centro focale del romanzo. La prima è Becky Sharp, una figura estremamente sfaccettata, oltre che un autentico capolavoro. Rappresenta l’arrivismo sociale, l’avidità, la furbizia e l’opportunismo. Non ama nessuno, Becky: né il marito che nel corso del romanzo si trasformerà in un cicisbeo suo malgrado, né il figlio che abbandona, né Lord Steyne di cui diviene l’amante, né Briggs, la governante che le rimane accanto per molti anni.

Becky, in una parola, è amorale. Eppure, sebbene sia così carica di connotazioni negative (frutto del maschilismo dell’autore e in generale, della società Vittoriana), è uno dei personaggi più riusciti ed amati della letteratura inglese. Perché? Perché è charmante. Realista. Fedele a sé stessa. Determinata. La perfida eroina, manipolatrice e seduttiva, è anche l’unica in grado di esporre le ipocrisie e gli inganni del bel mondo, l’unica che – in una società patriarcale e rigidamente maschilista qual era quella inglese – sa davvero cosa è la moralità. Se ne crea una propria, forte, capace di resistere alle avversità della sorte, fino a che alla fine del romanzo, approda a una rispettabilità che cancella la sua veste di paria sociale: ex istitutrice di dubbi natali, imbrogliona, artista della menzogna dal passato torbido. È un personaggio meraviglioso.

Non si può spiegare Becky. È questione di pelle: amarla o odiarla è immediato, non ci sono vie di mezzo. Personalmente, io l’ho amata moltissimo, poiché in lei ho sentito un’umanità vera, dura che mi ha affascinato sin dalle prima pagine, in cui viene descritta come una ragazzina intrigante e furba. Una sirena, simbolo di quella sessualità forte e passionale che tanto spaventava i Vittoriani.

Dall’altra parte della scena troviamo Amelia Sedley. Essa dovrebbe rappresentare il prototipo di perfetta moglie e madre Vittoriana. Invece, rappresenta uno schizzo efficacissimo di come la cultura inglese dell’Ottocento privasse le donne di capacità, forze e orgoglio Amelia è patetica, ingenua, fedele a un marito che pensava già a tradirla e solo l’intervento di Becky – sic, la sua unica buona azione alla fine del libro - riuscirà ad allontanarla da un passato che le impedisce essere felice. Da giovane e graziosa figlia di un ricco commerciante, Amelia subisce i rovesci della sorte: è la vittima sacrificale rassegnata ad esserlo, che non immagina neanche di poter vivere in maniera differente e quest’atteggiamento sembra avocare su di lei tutte le disgrazie immaginabili.

La sua famiglia finisce sul lastrico per debiti, sposa il figlio dell’ex socio di suo padre e rimane incinta mentre, nel frattempo, il marito si invaghisce di Becky e si fa ammazzare sul campo di battaglia di Waterloo. Amelia vive in povertà per anni, è persino costretta a lasciare l’amato figlio alla cura del nonno paterno per garantirgli un futuro e un’istruzione, rifiutando l’affetto, divenuto poi amore di un commilitone del marito, Dobbin.

Forse il maggiore Dobbin rappresenta l’unico personaggio vagamente positivo di questo lunghissimo romanzo. Ama Amelia di un amore puro, forte e accetta persino di allontanarsi da lei, partendo per l’India, pur di non vedere la sua sofferenza, sebbene continui ad aiutare lei e la sua famiglia da lontano.

E che dire dei personaggi minori? In Thackeray, ogni character è un mondo a sé, perfetto e talmente reale ed emozionante da pensare che, una volta chiuso il libro, si possa incontrare per strada o al supermercato.

Tutti noi abbiamo incrociato nella vita figure come quelle descritte da questo immenso autore: il sognatore, illuso di poter rialzare le sorti del proprio destino, com’è il padre di Amelia, sempre invischiato in affari in perdita; la vecchia governante Briggs, cui tutti sottraggono affetto e dignità senza dare nulla in cambio; Jos Sedley, fratello di Amelia, grasso e vanaglorioso, egoista fino alla nausea, che lascia affogare la sua famiglia in un mare di debiti e che finisce irretito da Becky, che lo sposa e poi – il sospetto viene insinuato – lo avvelena. O ancora la madre di Amelia, una donna prima altera e cerimoniosa, poi una vecchia carica di acrimonia; il vecchio Pitt Crawley, rozzo, volgare e taccagno, con la sua moglie inutile e il giovane Pitt Crawley, modello di rettitudine e di pubbliche virtù che odia a morte Rawdon e Becky. I due militari, George Osborne e Rawdon Crawley, rispettivamente marito di Amelia e di Becky, che fanno una ben misera figura rispetto alle due mogli. Essi, in particolare, rappresentano il prototipo dei militari, secondo Thackeray: nessun amor di patria o eroismo. I soldati sono vanesi, spendaccioni e libertini, o ancora ignoranti, rozzi e biscazzieri.

Vanity Fair è molti romanzi in uno. Non è solo un romanzo storico, non è solo un romanzo di formazione, non è solo un romanzo moraleggiante. La fiera delle Vanità è una commedia umana.

L’alterigia dell’aristocrazia, l’avidità senza codice morale della borghesia, l’arrivismo dei servitori è rappresentato attraverso questi singoli personaggi: è colto nelle sue pose più autentiche, nei gesti, nel linguaggio, nei tic, persino nei suoi pensieri più intimi, oltre che nei suoi rapporti sociali e nelle dinamiche familiari. Il romanzo, infatti, si svolge spesso in “interni”, cioè in case nobiliari o bicocche campagnole, in ricchi saloni o tuguri malfamati, descritti con una forza e una vividezza senza pari. In essi si consumano i rituali dell’ipocrisia familiare e sociale e che si trasformano in un’esibizione della ricchezza, della potenza e dell’importanza sociale che i protagonisti acquistano o perdono.

Per Thackeray, allora, la vita non è solo commedia: è una fiera, un mercato in cui gli esseri umani mettono in mostra ciò che hanno e che possono vendere. Becky mette in mostra tutta sé stessa, in ogni modo. Amelia invece rifugge qualunque tipo di esibizione in un mondo ora rutilante, ora povero e disperato.

La Fiera delle vanità è anche questo. È luci, suoni, colori, musica, sensazioni. Nessuno come Thackeray riesce a far sentire il lettore parte della storia. Leggere questo libro è scivolare in un mondo fatto di sete e di rozza canapa, di candele si cera e di braci in un camino sporco, è sentire i violini in una sala da ballo e subito dopo, l’organetto in un vicolo fangoso.

Infine, c’é l’ultima vera, grande protagonista di questo favoloso affresco: Londra.

Questo è il romanzo di una Londra fastosa e misera. È una città ben diversa dalla metropoli disperata e abbrutita di Dickens. È molto più simile a un circo rutilante di colori, un mondo in cui tutto è possibile. La città prende vita sotto i nostri occhi, attraverso una descrizione densa, realistica della vita quotidiana: dal modo di mangiare, al cibo, alle stoffe per gli abiti, alle transazioni commerciali, fino ai rapporti familiari. Tutto è descritto con una passione straordinaria che dissimula bene il moralismo di Thackeray e il suo maschilismo per trasformarsi in un godibilissimo affresco della vita sociale della Londra, del Kent e della Hampshire. Ciò che descrive Thackeray è ciò che egli vede e vive, cui partecipa in quanto intellettuale, che lo nutre e che nello stesso tempo lo opprime: uno spettacolo urbano, intenso e ben conosciuto dai suoi lettori contemporanei. Un mondo diviso tra traffici marittimi, imprese commerciali, nobiltà in declino e potenza coloniale. Egli descrive una Londra che cresce e si trasforma, divisa tra la nostalgia del passato e tensione verso il futuro, tra trionfi nobiliari che si sorreggono su debiti e blasoni e la borghesia mercantile, ancora percepita come una classe di parvenu.

Questo romanzo è insieme un ritratto e un atto d’accusa, una celebrazione e un affresco grottesco e terribile dell’ipocrisia umana.

Se vi consiglio di leggerlo? La risposta è sì. Io sono di parte: è il mio romanzo preferito in assoluto tra i classici. Ma è un libro imponente. Non fatevi spaventare dalla mole: è un romanzo che fugge via, che ti prende e ti porta a passeggio nelle strade di una Londra che i nostri amati romance hanno descritto per accenni. Qui, invece troviamo la vita vera, le emozioni autentiche.

E, una volta iniziato, non saprete più staccarvene.


Stefania




Se il racconto del romanzo vi ha ispirato interesse per questo classico senza tempo della letteratura inglese, potrete goderne anche guardando il film che la regista indiana Mira Nair ha tratto dal capolavoro di Thackeray nel 2004 e che vede un cast di prima grandezza che comprende attori americani, come la protagonista Becky Sharp, interpretata da Reese Witherspoon, e britannici come Romola Garai che interpreta Amelia Sedley , James Purefoy nella parte del colonnello Rawdon Crawley, Jonathan Rhys Meyers che interpreta George Henry Osborne e Gabriel Byrne che è il marchese di Steyne.

Ecco il trailer del film e...BUONA LETTURA!





Avete mai letto Vanity Fair (La fiera delle vanità)? Avete visto il film? Cosa ne pensate? Un classico da ricordare? Lasciate un vostro commento.


8 commenti:

  1. Il film mi era piaciuto moltissimo!

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  2. A chi si sente intimorita dalla mole di Vanity Fair posso solo dire di non farci caso e di buttarsi a capofitto in questo meraviglioso romanzo che qui è stato recensito davvero in modo invitante. E per le lettrici di romance c'è un motivo in più per leggerlo e amarlo: Thackeray ci porta dentro la realtà del suo tempo e ci descrive ambienti e persone come veramente erano, è un salto indietro nel tempo che molte di noi amano frequentare nei romanzi di autricvi moderne che non sempre sanno di cosa parlano.
    Gio

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  3. Vorrei ringraziare Stefania per questo bellissimo post. Troppo spesso ci impigriamo e accantoniamo letture che si devono invece PER FORZA fare. Anche se ci spaventano un po' per via delle dimensioni. Ho letto Vanity Fair molti anni fa, ed è molto probabile che grazie all'entusiasmo che mi ha trasmesso Stefy in questo post io lo riprenda presto in mano.
    Grazie Stefy.
    Viv

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  4. ho pubblicato il post dell'intervista alle autrici di rosso cuore...grazie

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  5. a me il libro è piaciuto moltissimo, anche se mi dispiace per la fine che fa Becky perchè per la sua caratterizzazione psicologica è una delle poche eroine ad essermi veramente piaciute

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  6. sto leggendo il libro ed è spettacolare: pieno di ironia, avventura, romanticismo... trovo molto avvincente il fatto che nessun personaggio sia del tutto positivo, li rende così realie veri.

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  7. io ho appena iniziato il libro!!!è stupendo!!!!!

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