RITORNANDO A TE - RITRATTO DI FAMIGLIA di Alessia Lo Bianco


Constance & Benedict



“Good King Wenceslas looked out,
On the Feast of Stephen,
When the snow lay round about,
Deep and crisp and even;”

Cothergar Hall,
North Yorkshire,
23 Dicembre 1920


Il cielo, quella mattina, pareva un’immensa volta fatta d’acciaio.
Constance sollevò lo sguardo verso la fredda e vuota distesa di grigio che la sovrastava. Non c’erano nuvole a spezzarne la monotonia, né uccelli a rallegrarla. Il sole stesso sembrava essersi nascosto per emanare, dal suo angolo segreto, soltanto una luce fioca, pallida e stanca.
L’orizzonte non era altro che una lunga e tortuosa linea nera. Non prometteva nulla e non portava da nessuna parte. Tutto appariva spento e preda di una lenta agonia.
Il silenzio regnava da monarca assoluto e l’inverno, ormai, era arrivato.
Un velo di candida neve ricopriva il grande parco e i campi in lontananza, appesantendo i rami degli alberi e i tetti del vicino villaggio. Avrebbe dovuto essere un paesaggio pittoresco dopotutto, con gli aghi di pino dipinti di bianco e il laghetto ghiacciato.
Eppure non lo era. Si respiravano inquietudine e desolazione in giro.  
Un’atmosfera irreale avvolgeva Cothergar Hall e per qualche istante, pochi attimi appena in verità, Constance si sentì soffocare dall’angoscia. La tristezza le ghermì il cuore, rischiando quasi di sopraffarla e, come un’onda gigantesca, trascinarla in un abisso dal quale sapeva che non sarebbe mai potuta venire fuori. Se si fosse lasciata andare, sarebbe stata persa.
Non poteva permetterlo. La tentazione di abbandonarsi alla corrente, tuttavia, era forte e dolce.
Constance avvertiva crescere in sé un profondo sconforto.
Perché ostinarsi a voler lottare in fin dei conti? Non aveva sopportato abbastanza dolore e tristezza negli anni passati da bastarle per una vita intera? Perché non poteva semplicemente abbassare le braccia e chinare il capo in segno di resa e permettere che ogni cosa facesse il suo corso?
Constance allora sorrise a quella cappa scura che era il cielo. Perché non era nel suo carattere, si disse. La volontà del suo animo non conosceva paura e, come rami intrecciati d’erica, ricopriva il fragile cuore che le pulsava nel petto proteggendolo da ogni tempesta.
L’aria pungeva, pizzicandole le guance e tingendole di rosso.
Avrebbe nevicato di nuovo quella sera.
Voltò le spalle al tetro spettacolo del parco e decise che era ora di rientrare.
Doveva ancora discutere con la cuoca gli ultimi particolari riguardanti la cena della vigilia e scegliere con Nora, la sua cameriera personale, quale abito indossare per l’occasione.
Constance sbuffò, perché non era proprio dell’umore giusto per parlare di merletti e acconciature. Non poteva però evitarlo. Non era più la figlia minore di Sir Paget. Era Lady Cranthorpe e, in quanto tale, aveva degli obblighi che non poteva ignorare. Anche la scelta dell’abito da indossare, dunque, era importante e richiedeva la sua completa attenzione. Se avesse optato per quello con le rifiniture in seta e oro, rifletté, avrebbe dovuto inoltre incaricare una domestica di stirarlo e sistemare eventuali lavori di ricamo. Era il suo preferito, anche se forse ormai era un po’ fuori moda.  L’ultima volta che l’aveva indossato, ricordò, la guerra era appena iniziata.
Constance tirò su col naso. Non era il momento per rivangare il passato.
La grande dimora in pietra dalle torri merlate la attendeva imponente e severa. Era stata costruita sul finire del 1200 come roccaforte di difesa, lungo il confine con la Scozia e, nonostante i notevoli ampliamenti subiti durante i secoli, conservava nell’aspetto generale ancora qualcosa della sua antica funzione. Era splendida ma, al tempo stesso, intimorente.
Constance si fermò un attimo, colta da un’improvvisa nostalgia.
Erano lontani i tempi in cui Cothergar Hall risplendeva di luci e risate.
Quel Natale avrebbe ospitato soltanto cinque persone. Un misero numero già di per sé ma che lo diventava ancora di più se lo si confrontava con quello di soltanto qualche anno prima.
Cothergar Hall era solita ospitare più di settanta persone, oltre alla relativa servitù. Il tradizionale ballo di Natale che la famiglia Cranthorpe organizzava ogni anno era un vero e proprio evento al quale tutti sognavano di partecipare. Si danzava fino a notte inoltrata e si cantava fino allo svenimento. C’erano rami di vischio appesi dappertutto e un’incontenibile allegria che dilagava dalle cucine ai saloni principali.
Constance aveva fatto del suo meglio per donare alla casa un’accogliente atmosfera natalizia, senza riuscirci. Non bastavano, infatti, mille fra nastri, fiocchi e agrifogli per rallegrare una casa se l’animo dei suoi abitanti si abbandonava alla malinconia. Lei stessa faticava non poco per imporsi quella finta serenità che millantava davanti agli altri e in modo particolare a Benedict. L’impegno di Constance era, infatti, del tutto inutile. Poteva pure dormire sotto lo stesso tetto del marito, a soltanto pochi passi di distanza, ma era come se un intero oceano la dividesse da lui. Benedict era lontano mille miglia da lei e Constance avrebbe solo voluto chiudersi in camera e piangere.
Quanto agli ospiti, temeva il peggio. Sua sorella era una donna spigolosa, incapace per natura di mettere a proprio agio le persone con le quali conversava. Eva Bowes-Lyon, conosciuta ai tempi di Londra quando entrambe si erano ritrovate a lavorare nello stesso ospedale, era ancora un mistero per lei. Pur se bellissima, frivola e viziata Eva possedeva un lato nascosto e in parte oscuro che aveva subito sconvolto Constance. Alice Holland, anche lei conosciuta a Londra, non era ancora arrivata ma era altrettanto enigmatica.
Constance aveva comunque insistito parecchio perché le tre donne accettassero l’invito a trascorrere le feste a Cothergar Hall. Nonostante le differenze, si era sviluppato un forte legame fra loro. Erano diventate amiche in un momento terribile e, dopo quello che avevano vissuto insieme, lo sarebbero rimaste per tutta la vita.
Jack McGraw e Ralph De Vere, invitati su richiesta del marito, completavano la compagnia. Benedict conosceva Ralph da sempre mentre aveva incontrato McGraw, che aveva servito in guerra come medico chirurgo, durante gli anni trascorsi in Francia. Da quanto aveva potuto vedere Constance, Jack era un uomo schivo ma gentile, con un forte accento scozzese che la inteneriva. Era figlio di un fabbro di Glasgow e si era fatto strada da solo nel mondo con grande sacrifico e studio accanito. Constance sapeva che aveva alle spalle un passato difficile e che apparteneva a una classe sociale lontana dalla loro ma Benedict le aveva raccontato che gli doveva la vita e a Constance questo bastava per accoglierlo in casa con tutta la cordialità di cui era capace. Non le importava nulla della distanza sociale, poiché né lei né Benedict davano peso a queste cose, ma ci teneva a non mettere l’uomo a disagio.
Ralph De Vere, al contrario, era un’altra storia. Una triste storia in verità. Prima della guerra il maggiore dei figli del conte De Vere era stato un giovane ammirato da tutti, prestante e fortunato. Tanto fortunato da rivelare, di quando in quando, un orgoglio sprezzante e una certa superficialità. L’orgoglio era rimasto ma l’esplosione di una granata a metà del 1917 gli aveva portato via tutto il resto lasciandolo zoppo, con una mano fuori uso e mezza faccia bruciata.
Il posto di quel ragazzo bello e arrogante era stato così preso da un uomo cinico e colmo d’amarezza, a tratti persino crudele e ormai irrimediabilmente guasto.
No, Constance non si aspettava proprio nulla da quel Natale.


"Hither, page, and stand by me,
If though know it, telling,
Yonder peasant, who is he?"
Where and what his dwelling?

*
  
«Per l’amor del cielo Connie!» esclamò la giovane donna che l’accolse una volta entrata nel salotto. «Non dirmi che sei uscita con questo tempo! Fuori si gela».
Constance scosse le spalle sedendo nella grande poltrona di velluto rosso accanto al camino: «Avevo voglia di camminare» si limitò a dire. Non poteva spiegare alla sorella, in quel momento, perché la casa di cui era la padrona a volte si trasformava in una vera e propria prigione per lei.
Iris, tuttavia, possedeva un grande intuito e, nonostante l’espressione impassibile dipinta sul volto di Constance, non si lasciò comunque ingannare dalla sua apparente indifferenza.
Mise un dito fra le pagine del libro che teneva appoggiato sulle ginocchia e inclinò la testa di lato, mentre nei graziosi occhi nocciola, così simili a quelli di Constance, si accendeva una scintilla pericolosa. Dietro un aspetto assolutamente comune, Iris nascondeva in realtà un carattere indomito, arricchito da una vivace intelligenza e una lingua tagliente.
«Se speri che un semplice raffreddore sia sufficiente ad attirare la sua attenzione, ti sbagli di grosso mia cara» disse con una voce che grondava sarcasmo per poi aggiungere, dopo una breve pausa a effetto: «Come minimo dovresti essere in punto di morte».
Constance arcuò un perfetto sopracciglio, di colpo infastidita. Sapeva a chi stava facendo riferimento la sorella e preferiva che la discussione non andasse oltre.
«Iris, te ne prego» protestò. «Non parlare così di lui. Sai bene che non lo sopporto».
«Eccome se lo so!» ribatté subito l’altra donna. «Non fai che difenderlo ed è un atteggiamento che danneggia entrambi».
Constance sospirò. 
«Benedict cerca soltanto di tornare alla normalità ma non sa come fare» disse. «È tormentato dai ricordi e non riesce né ad affrontarli una volta per tutte né a conviverci. Le sue ferite non sono visibili. Non sono ferite che possono essere lavate, curate e fasciate come quelle dei soldati che eravamo abituate a vedere ma sono comunque profonde e hanno bisogno di tempo per guarire. Molto tempo. E, anche se guarissero del tutto, gli lascerebbero ugualmente tremende cicatrici sempre pronte a sbattergli in faccia cosa ha fatto e chi è stato costretto a essere».
Constance fece una pausa mentre il suo sguardo vagava per i campi oltre i vetri della finestra alle spalle di Iris. «Benedict cerca soltanto di superare quello che è successo» ripeté.
«Punendo te?» sbottò la sorella. «Anche tu, come tutti del resto, stai cercando di superare quello che è successo. Sempre se esista un modo per farlo. Eppure non te me stai rinchiusa tutto il giorno in una stanza facendo finta che tua moglie sia soltanto un altro pezzo di arredamento».
Constance rimase in silenzio. Sapeva per istinto che l’unica persona che Benedict stava cercando di punire era se stesso. Quello che il marito, come Iris, sembrava non riuscire a capire era che punendo se stesso, puniva anche lei.
Il dolore di Benedict era quello di Constance. La felicità di Benedict era quella di Constance.
Iris non avrebbe mai potuto capire perché, oltre alla sorella minore, non aveva mai amato nessuno. Non comprendeva quanto potesse essere intenso l’amore fra un uomo e una donna e non lo comprendeva perché non l’aveva mai provato sulla propria pelle. Anche se maggiore di quattro anni, per certi aspetti Iris era la più immatura fra le due sorelle Paget quando si trattava di sentimenti.
Era vero che Benedict faceva finta che lei non esistesse. Non che la trattasse male o le mancasse di rispetto in qualunque modo. Non sarebbe stato da lui del resto.
Più semplicemente, Benedict l’aveva chiusa fuori. Fuori dal suo cuore e fuori dai suoi pensieri.
Constance soffriva le pene dell’inferno, anche perché si rendeva conto che, per quanto si sforzasse, non riusciva a trovare un modo per fare una breccia in quel muro di silenzio che si era frapposto fra lei e l’uomo che amava.
Iris non sbagliava affatto quando diceva che anche Constance doveva fare i conti con quello che la guerra aveva lasciato loro. E temeva che, pur in maniera diversa da Benedict, anche lei lo avesse in qualche modo chiuso fuori. Amava il marito anche più di prima ma trovava insopportabilmente difficile farglielo capire. Era sempre stata piuttosto timida e per natura restia a mostrare i propri sentimenti, ma i tre anni trascorsi da infermiera per i reparti militari degli ospedali di Londra, l’avevano resa ancora più schiva.
Nel lavoro che si era ritrovata a svolgere, quella sua capacità di ritrarsi dalle emozioni che la sofferenza dei soldati inevitabilmente trasmetteva era stata un aiuto prezioso. Quando curava un soldato ferito non poteva permettersi di sciogliersi in lacrime. Doveva rimanere salda come una roccia e altrettanto impermeabile. Non avrebbe potuto fare altrimenti.
Benedict, al contrario, era quel genere d’uomo incapace per costituzione di nascondere i propri sentimenti. Simpatia, odio, interesse: gli si poteva leggere tutto in faccia grazie ai suoi espressivi occhi azzurri. Constance poteva giurare di aver quasi visto il momento in cui Benedict stesso aveva scoperto di amarla. Era stato un sabato mattina. Lei aveva avuto poco meno di sedici anni. Stava cogliendo una rosa in giardino, sola, e si era fermata ad accarezzarne i petali con le dita. Lui era sbucato all’improvviso da dietro una siepe e l’aveva vista, fermandosi poi come incantato.
Constance allora gli aveva sorriso, altrettanto confusa, e scherzosamente gli aveva teso la rosa per regalargliela. Benedict, quasi con solennità, l’aveva accettata e due giorni dopo le aveva detto che non gli importava se avesse vissuto altri dieci o cinquanta anni purché li avesse vissuti fra le sue braccia.
Erano stati così sciocchi e ingenuamente felici allora.
Per questo, adesso, il suo silenzio era ancora più doloroso.
Iris, intanto, si era alzata per avvicinarsi alla sorella.
«Ognuno di noi deve fare i conti con quello che è successo» disse e la sua voce adesso era poco più forte di un bisbiglio. «Ognuno di noi deve fare i conti con quello che è successo e combattere rimpianti e rimorsi. Ci siamo lasciati un’intera epoca alle spalle con amici, giorni e speranze che non rivedremo più. E questo non giustifica comunque il cammino di autodistruzione che uomini come Benedict decidono di intraprendere».
L’udir pronunciare il nome del marito la fece sussultare.
«Benedict ha solo bisogno di tempo».
«Benedict ha bisogno di ricordare che la guerra non ha colpito soltanto lui e, più di ogni altra cosa, che la vita va avanti. La vita pretende di andare avanti».
«Mio Dio Iris!» proruppe Constance, incapace di ascoltare ancora. «Come puoi essere così insensibile? A volte mi chiedo se ti scorra sangue o ghiaccio nelle vene».
Si pentì di quelle parole già un secondo prima di pronunciarle.
Iris poteva sembrare intransigente e dura con le debolezze degli altri, ma lo era ancora di più con le proprie. E poi quello di Iris non era freddo distacco o disinteresse ma semplice pragmatismo.
La vita andava avanti. Era vero. E non si poteva proprio fare niente per fermarla. Il passato non sarebbe tornato e la vita andava avanti. Tutto era cambiato. Persino loro non erano più gli uomini e le donne di un tempo. I luminosi giorni di quell’ultima estate si erano trasformati in ombre e niente al mondo avrebbe potuto farli rivivere.
E la vita andava avanti.
Iris aveva ragione.
«Mi dispiace» borbottò senza avere il coraggio di guardarla.
«Non è con me che devi scusarti Connie, ma con te stessa» le rispose la sorella dopo pochi attimi.
Constance le andò vicino e, timidamente, le strinse una mano.
Iris sorrise e ricambiò la stretta, accettando quella timida offerta di pace.
«Eva è già scesa?» domandò poi Constance nel tentativo di cambiare argomento e dimenticare quella spiacevole discussione.
«Vuoi scherzare?» rispose Iris simulando un’espressione meravigliata. «Sua Altezza Reale non tira fuori dal letto il grazioso e paffuto piedino prima delle undici di mattina».
Constance scoppiò a ridere. «Sarà meglio andare a chiamarla allora. Aveva intenzione di uscire con i pattini questo pomeriggio ma considerando il tempo che impiega a prepararsi direi che è già in ritardo».
«Non riuscirò mai a capire come hai fatto a viverci insieme» commentò la sorella tornando al suo posto nel divano. «Possiede certamente dei lati positivi ed è stata anche un’ottima infermiera ma quando ci si mette riesce a essere davvero insopportabile».
Constance sorrise e, incapace di resistere alla voglia di prendere un po’ in giro la sorella, aggiunse: «Non tutte possono vantare un carattere dolce e accondiscendente come il tuo Iris».
«Molto spiritosa» borbottò quest’ultima.
Un rapido bussare attirò l’attenzione delle due donne. Era Elsie, la capocameriera, venuta a informare Constance che Mrs Darrell, ovvero la cuoca, aveva bisogno di alcuni chiarimenti.
«Il dovere mi chiama» disse Constance.
«Sai? Non t’invidio per nulla».
«Non ne dubito».
Prima di andare Constance si fermò un attimo per sistemare un ramo di vischio sbilenco.
«Mi chiedo che fine abbiano fatto i miei altri ospiti» disse.
«L’affascinante dottore scozzese stava esaminando il contenuto della biblioteca degli illustri Cranthorpe» rispose Iris senza staccare gli occhi dal libro che aveva ripreso a leggere. «Il melodrammatico conte De Vere si consuma invece di alcool e disperazione nei suoi appartamenti».
«Sei davvero terribile Iris».
«Non m’impegno affatto per esserlo».
«È proprio questo che mi spaventa» disse Constance fermandosi, poi, pensierosa alla finestra. «Mi preoccupa il fatto che Alice non sia ancora arrivata» continuò.
«Mi ha telegrafato avvertendo che il suo treno ha avuto un ritardo a causa della neve. Sarà qui non prima di domani mattina, temo».
Iris, a quel punto, sollevò gli occhi dal libro.
«Avanti» la esortò fissandola attentamente. «Chiedimi quello che vuoi sapere e smettila di fare aspettare la cuoca».
«Non capisco cosa vuoi dire» le rispose Constance, senza tuttavia trovare il coraggio di ricambiare lo sguardo.
«Non prendermi in giro Connie. Smani dalla voglia di sapere dove è Benedict e cosa sta facendo ma non sarò io a dirtelo. Trovo assurda questa vostra incapacità di parlarvi. Vi siete ridotti a discutere soltanto del numero di portate da servire a pranzo ma per il resto non scambiate due parole che non siano banalità e insulsaggini».
Constance si ritrovò a stringere fra i pugni i lembi della gonna. «Sarà meglio che vada adesso» disse. E senza voltarsi a salutare la sorella, uscì dalla stanza.


*
  
"Sire, he lives a good league hence,
Underneath the mountain;
Right against the forest fence,
By Saint Agnes' fountain."


 Ancora una volta Iris aveva ragione.
Era ridicola quella sua paura di parlare a Benedict. Di cosa aveva paura poi?
Constance si diede della stupida, oltre che della codarda. E se c’era un tipo di donna che detestava, era proprio quello che nasconde la testa sotto la sabbia sperando che le cose si sistemino da sole.
Lei non era così. Non lo era mai stata. Neppure da giovane e non aveva nessuna intenzione di diventarlo da adulta. Dopo aver finalmente chiarito gli ultimi dettagli con la cuoca, quindi, si diresse verso lo studio del marito. Benedict trascorreva la maggior parte del suo tempo chiuso lì dentro e Constance si augurava di poter, con qualche scusa, scambiare due parole con lui. Era intenzionata a fare di tutto per scuotere, sia il marito sia se stessa, da quella pericolosa apatia che li stava mangiando pezzo per pezzo. Quando arrivò allo studio, tuttavia, lo trovò vuoto.
Stava per andarsene, avvilita, ma l’istinto la spinse a rimanere.
Quella stanza era una sorta di santuario per Benedict e Constance moriva dalla voglia di entrarvi. Forse l’avrebbe aiutata a capire qualcosa in più di quello che stava accadendo e mostrarle la risposta a tutte le sue domande.
La grande scrivania era un cumulo di libri, fogli e cianfrusaglie varie.
Constance sorrise tra sé e sé.
Suo marito non era mai stato un uomo amante dell’ordine. E, in qualche modo, era contenta che qualcosa in lui non fosse cambiata dopotutto.
Altre cose, tuttavia, non erano più le stesse.
Constance lanciò uno sguardo colmo di tristezza al mucchio di tavolozze, pennelli e tele mai completate nascoste sotto un grande lenzuolo bianco nell’angolo.
Benedict aveva smesso di dipingere e lei, ormai, temeva che non avrebbe ripreso mai più.
Come trascorreva il tempo, allora, chiuso lì dentro?
Un piccolo pacco di vecchie lettere spiccava nella confusione generale.
Erano quelle che Constance gli aveva scritto poco dopo la partenza per il fronte.
Ne prese una e cominciò a leggere:
Sarò sempre con te. In qualunque minuto della notte e del giorno, anche se chilometri di terra e mare ci dividono. Non sarai mai solo, finché io avrò vita. Non dubitare che, se mi fosse concesso, correrei subito da te. Preferirei di gran lunga morire sotto i colpi dei cannoni con te che vivere al sicuro dove tu non ci sei.
Erano frasi incredibilmente ingenue ma che lei all’epoca aveva scritto col cuore che sanguinava.
Richiuse la lettera e la conservò nel plico insieme con le altre.
Fra le pagine rovinate di un vecchio volume di poesie di Keats, Constance scoprì i petali secchi di un fiore. Una rosa. Quella rosa. All’improvviso le si riempirono gli occhi di lacrime.
Era stata lei a regalare quella rosa a Benedict, molto tempo prima, anche se sembrava trascorso un secolo da allora. Era accaduto tutto così in fretta poi che quei ricordi, per Constance, assumevano quasi i contorni di una fantasia. Era stato sogno o realtà?
Se fosse stato soltanto un sogno, rifletté amaramente, avrebbe fatto meno male.
All’epoca Benedict non era ancora suo marito, né l’uomo ombroso e solitario che era diventato. All’epoca Benedict era soltanto il giovane allegro e gentile di cui lei si stava scoprendo innamorata. Se tornava indietro con la memoria, poteva rivedere chiaramente il profilo deciso e la figura snella del ragazzo che era stato. Si conoscevano da sempre, perché le loro rispettive madri erano state grandi amiche da ragazze. Avevano giocato insieme da bambini e avevano scoperto l’amore da adulti l’uno nelle braccia dell’altro. Si erano sposati nel dicembre del 1915, durante una licenza di Benedict, convinti che quello che stava accadendo non avrebbe potuto toccare il loro amore.
La guerra allora era soltanto all’inizio e, anche se non aveva intaccato il sentimento che li legava, aveva cambiato loro.
L’aveva amata profondamente. Constance non ne dubitava. E, forse, l’amava ancora alla stessa maniera, nonostante gli anni trascorsi immerso fino ai gomiti nel fango della Francia.
Buona parte delle ragioni che l’avevano spinta a entrare nel corpo delle infermiere volontarie aveva a che fare con lui. Non potendo stargli vicina, Constance si era detta che rimanere con le mani in mano era impossibile. Doveva fare qualcosa. Per Benedict e per il paese che lui era andato a difendere. A soli diciannove anni si era resa conto che in lei bruciava una fiamma di patriottismo e di amore per l’Inghilterra che, fino a quel momento, non aveva mai pensato di avere. Ed era stato l’amore per Benedict a farglielo scoprire.
Erano ragioni diverse da quelle che avevano spinto Iris, Eva e Alice a fare la stessa scelta ma non per questo meno potenti o valide.
Iris era diventata una VAD perché cercava disperatamente un modo per rendersi utile. Sua sorella era un’idealista e voleva prendere dalla vita tutto quello che questa potesse offrirle. Constance aveva sempre saputo che Iris bramava la libertà, una libertà totale e incondizionata, e il corpo delle infermiere volontarie le aveva fatto scorgere una via di fuga da un futuro già deciso.
Eva, con tutta probabilità, aveva voluto invece sfuggire alla noia, dimostrando comunque di possedere grande coraggio e notevole abilità nel mestiere che era stata chiamata a svolgere.
Donne risolute e fuori dagli schemi come Alice Holland, viceversa, sembravano nate proprio per raggiungere risultati impossibili.
Per Constance era stato l’amore il motore di tutto. Amore per il prossimo e amore per Benedict.
Sotto alcuni fogli scritti a mano, Constance scoprì anche una vecchia foto risalente all’ultima estate prima della guerra. Ritraeva sei ragazzi. Sei ragazzi allegri, appena diventati uomini e con tutta la vita davanti.  Quattro di questi, però, non avevano mai fatto ritorno. Gli altri due, invece, erano Benedict e Ralph.
Constance allora capì che il marito trascorreva tutto il proprio tempo a rincorrere un passato che non poteva tornare, sfuggendo allo stesso tempo a un presente che non riusciva ad accettare.
«Cosa stai facendo nel mio studio?».
Constance quasi sobbalzò nell’udire quella profonda voce maschile che, con tono brusco, la spinse a sollevare gli occhi.
Benedict la stava fissando. Era immobile sulla soglia della porta, alto e fin troppo magro per la sua imponente corporatura, biondissimo e con le splendide iridi azzurre velate da un evidente fastidio. Constance non l’aveva sentito entrare, persa com’era nelle sue riflessioni.
La presenza del marito l’agitò immediatamente. Se era loro possibile, evitavano con sollievo lo strazio di trovarsi soli nella stessa stanza l’uno di compagnia dell’altro. E non perché non avessero nulla da dirsi ma proprio perché entrambi avevano un disperato bisogno di parlarsi.
I buoni propositi di Constance naufragarono. Come poteva parlare con lui se non aveva nemmeno il coraggio di guardarlo negli occhi?
«Io pen-pensavo di mettere un po’ d’ordine fra tutte queste carte» balbettò in preda alla confusione.
«Non ricordo di averti chiesto di farlo» fu la secca risposta che le giunse.
«Hai ragione» disse e, rendendosi conto di avere ancora fra le mani la foto, la lasciò come se questa avesse preso a bruciare. «Perdonami».
«Non c’è niente da perdonare ma preferisco che le cose rimangano così come sono» disse Benedict ma questa volta con più dolcezza anche se con tono freddo.
Si mosse per arrivare alla scrivania e, quasi automaticamente, Constance se ne allontanò. Era come se fra loro dovesse esserci sempre una certa distanza.
Il silenzio di Benedict era un chiaro invito a essere lasciato solo.
Constance fece per lasciare la stanza ma si fermò prima che la sua mano toccasse la porta.
Non riusciva a uscire.
Una forza sconosciuta la teneva inchiodata lì, in piedi e a pochi passi da lui.
Perché non riusciva ad andargli vicino? Cosa era quell’amalgama di emozioni contrastanti che le si agitava nel cuore? Timidezza, paura, passione e persino rabbia le pulsavano nel petto.
«Hai bisogno di qualcosa?».
Sì, di te. Soltanto di te amore mio.
«No» rispose. «È tutto a posto».
E, una volta fuori, si complimentò con se stessa per aver imparato a mentire così bene.

  
*

“Page and monarch, forth they went,
Forth they went together;
Thro' the rude wind's wild lament
And the bitter weather”.


24 dicembre

 «Mi hanno detto che siete stata a Oxford Miss Holland» disse Jack McGraw rivolgendosi alla giovane donna dagli splendidi occhi grigi che gli stava seduta accanto.
«È vero» confermò Alice. «Sono stata ammessa con una borsa di studio parziale in verità ma sono comunque riuscita a portare a termine gli studi».
«Ammirevole. Dovreste essere fiera di voi» continuò lo scozzese.
«Ho fatto soltanto quello che dovevo Mr McGraw» rispose Alice. «Né più né meno».
Constance sospirò di sollievo, gettando di continuo un’occhiata da un capo all’altro della tavola.
Era la sera della vigilia e lei desiderava poter trascorrere quelle feste, se non felice, almeno serena.  Stava andando tutto bene per il momento, anche se la conversazione riusciva a procedere senza intoppi soltanto grazie agli sforzi di McGraw. Constance aveva capito che il giovane dottore nutriva un forte interesse nei confronti di Alice e non ne era per niente stupita. Alice faceva sempre quell’effetto alla gente. Non era bella come Eva né sagace come Iris ma possedeva una certa pacatezza di modi e una certa imperturbabilità tale da renderla tre volte più affascinante.
Era arrivata quella mattina, poco dopo le nove, con grande gioia di Constance che fino all’ultimo aveva temuto l’arrivo di un nuovo telegramma contenente l’avviso di un altro ritardo. Alice, infatti, le era molto cara, soprattutto per via della dolce pazienza che in passato le aveva dimostrato.
Era quella che più le era stata vicina quando viveva a Londra, forse persino più di Iris e Constance non l’avrebbe mai dimenticato.
«Miss Paget mi ha anche informato che siete stata un’infermiera durante la guerra e che siete persino stata al fronte» continuò McGraw. «Anche questo dovrebbe farvi onore».
Alice abbassò gli occhi. «Non me ne fa nessuno in realtà» rispose. «Ho visto ben poco onore nelle ferite dei soldati infettate dallo sporco che curavo in Francia. Non c’è alcun onore in una morte come quella». Ci fu un momento di silenzio generale prima che Iris intervenisse con un banale commento sulle decorazioni natalizie a spezzarlo.
Nessuno dei presenti aveva voglia di tornare con la memoria ai quei giorni lontani.
Alice riprese così a raccontare della sua vita a Oxford e l’argomento non fu più preso.
Anche De Vere si era messo a osservarla con una certa insistenza.
Constance fu presa subito da un vago timore. Ralph era diventato incontrollabile e imprevedibile, tanto da costituire troppo spesso un problema per gli altri e lo sguardo con cui puntava Alice non annunciava nulla di buono.
«Adesso mi ricordo!» esclamò De Vere all’improvviso interrompendo la conversazione. «Vi chiamate Holland giusto? Come la figlia illegittima che Lord Wyndham ebbe da una delle sue cameriere circa una ventina d’anni fa e che si tenne in casa finché il figlio non lo costrinse a sbarazzarsene. All’epoca fu un grosso scandalo e, se non mi sbaglio, il vecchio Wyndham dovette persino rompere il fidanzamento con quella ricca americana che si era trovato e che dovevo aiutarlo a non andare in bancarotta». Poi scoppiò in una sgradevole risata che lasciò tutti interdetti.
«Che ne può sapere quindi una come voi dell’onore?» continuò. «Ditemelo perché davvero non riesco a capire come possa saperlo una donna che è figlia di un idiota e di una comune sgualdrina sempre pronta ad alzare le gonne per farci infilare sotto il padrone».
Constance trasalì ma Alice rimase impassibile.
«Avete raggiunto il limite De Vere» sbottò allora McGraw.
Il giovane conte scoppiò ancora una volta a ridere. Pareva un folle. «Risparmiatevi la scena McGraw» disse. «Sappiamo bene tutti e due che, anche se vi piacerebbe oltremodo, non osereste mai prendere a pugni uno storpio».  Bevve un bicchiere di vino e poi un altro e un altro ancora.
Nella stanza risuonava soltanto il rumore del liquido che veniva versato.
«Vi sbagliate milord» disse allora Alice sollevando gli occhi. «Mia madre non era affatto una cameriera. Era soltanto una semplice sguattera».
De Vere sostenne lo sguardo della donna senza mostrare alcuna emozione, per poi ignorarla e tornare a occuparsi della propria cena. Incapace come era di utilizzare entrambe le mani per tagliare il filetto di carne che aveva nel piatto, si ostinò comunque a provarci cercando di reggere il coltello con quella fuori uso.
Era una scena straziante e tutti se ne resero conto, De Vere per primo.
«Vedete Miss Holland?» riprese con tono amaro. «Non siete la sola a fingere di essere qualcun altro. Io, per esempio, insisto a volermi comportare come un uomo normale, quando invece non sono altro che il relitto dell’uomo che ero». Si alzò e, aggrappandosi al bastone, uscì dalla stanza trascinandosi dietro il proprio corpo martoriato.
A quel punto, Benedict si scusò e seguì Ralph.
Gli altri non osarono pronunciare parola per il resto della cena.
  
*

"Sire, the night is darker now,
And the wind blows stronger;
Fails my heart, I know not how,
I can go no longer."



Constance attese che la cena fosse finita prima di affidare tutte le sue incombenze di padrona di casa a Iris e andare alla ricerca di Ralph e del marito.
Stava per salire la seconda rampa di scale quando, da una delle porte in fondo al corridoio, vide trapelare della luce. Ero lo studio di Benedict.
«Dov’è Ralph?» chiese subito non appena entrata.
«Nella sua camera» rispose il marito. «Con due bottiglie di brandy» aggiunse. «Mi ha detto di andare al diavolo». 
«Quello che è successo è imperdonabile» continuò Constance.
«Sono d’accordo».
«Ed è questo tutto quello che hai da dire?».
Benedict adesso le dava le spalle, impegnato a versarsi un altro mezzo bicchiere di whiskey.
«Che cosa vuoi che faccia? Che butti fuori di casa un uomo storpio cui non è rimasta neppure una ragione per vivere?» rispose.
«Il mio cuore piange per Ralph e lo sai bene» protestò Constance. «Alice però non ha colpa di quanto accadutogli. Scaricarle addosso la sua rabbia non lo farà ritornare come prima. E la colpa non è di nessuno. Né lei, né Ralph se stesso, né tantomeno tu ne hai colpa Benedict». 
«Dio mio Constance, cosa vuoi da me?».
Constance strinse i pugni, trattenendo la collera.
«Niente. Non voglio niente da te» disse. «Perché tu non puoi darmi proprio niente».
Fece per andarsene quando una morsa d’acciaio le afferrò il braccio.
«Non fare finta di non aver partecipato anche tu a questo gioco al massacro Constance» sibilò.
«Che cosa vuoi dire?» impallidì lei.
«Voglio dire che quando sono tornato dalla Francia non ero più l’uomo che ricordavi. Ero a pezzi, dentro e fuori. E questo ti ha spaventato. Non mi hai mai detto il perché e non posso immaginarlo. Tutto quello che so, è che ti ha fatto allontanare da me».
Gli occhi di Constance erano fissi in quelli del marito, spalancati per l’orrore che quella verità le suggeriva. La morsa sul braccio si allentò e lui la lasciò andare bruscamente.
«La cosa più ridicola è che tu ora accusi me di averti abbandonato» aggiunse scoppiando in una stridula risata.
Constance era ammutolita. Era possibile? Era davvero possibile che fosse stata lei la prima a scappare?
«Mi hai lasciato solo sul ciglio della strada Constance».
Lei allora sollevò gli occhi e rispose altrettanto amaramente: «E tu non hai mai fatto nulla per tornare da me. Sarebbe bastato soltanto chiamarmi per farmi accorrere, ma tu non mi hai mai chiamato».
Fu Benedict questa volta a impallidire. Poi serrò la mascella, l’espressione cupa.
«E chi avrei dovuto chiamare?» disse. «La donna che aveva giurato di amarmi fino alla fine dei tempi ma che non riusciva neppure a guardarmi negli occhi?».
Prima di scoppiare in lacrime, Constance uscì dalla stanza.


*


"Mark my footsteps, my good page;
Tread thou in them boldly;
Though shalt find the winter's rage
Freeze thy blood less coldly."



Non aveva nessuna intenzione di dormire.
Le parole di Benedict continuavano a ronzarle in testa, tormentandola spietatamente. Erano come tante piccole spine conficcate nella carne che non smettevano un attimo di sanguinare. Una parte di Constance sapeva bene che in esse c’era un fondo di verità che non poteva più essere ignorato ma era una verità terribile da accettare per lei che aveva sempre creduto di non aver nulla da rimproverarsi. Mille e più volte si era detta di non aver commesso errori.
E se invece avesse commesso il più grave di tutti?
Benedict si era mostrato debole ma lei, ancora peggio, si era mostrata egoista. Era stata tanto concentrata ad affrontare la propria sofferenza da non accorgersi di quella di coloro che amava. Era stata tanto spaventata da se stessa da aver dimenticato che anche gli altri possono provare paura.
La sola idea la sconvolgeva ma non voleva perdere Benedict perché era troppo stupida per capire che aveva sbagliato e che, come tutti, anche lei poteva fallire.
Era umano, dopotutto, fallire. L’orgoglio svanisce davanti all’amore e Constance amava il marito. Questa volta non gli avrebbe girato le spalle. Questa volta non lo avrebbe lasciato solo sul ciglio della strada.
In silenzio ma con il cuore in tumulto, uscì dalla propria stanza e percorse l’intero corridoio del primo piano. Attenta a non svegliare nessuno, scese le scale e si diresse allo studio.
Benedict era ancora là. Lo sentiva.
Si fermò un attimo per chiudere gli occhi e pregare di trovare il coraggio necessario, prima di entrare. Fece forza su se stessa ma infine le dita della sua mano si posarono sul freddo metallo della maniglia, abbassandola.
Tutte le luci erano spente. Soltanto il fuoco nel camino ardeva ancora.
«Non voglio respingerti» sussurrò nel buio della camera.
«Non voglio che tu lo faccia» le rispose un’altra voce altrettanto flebile.
Constance deglutì. «Mi dispiace di non aver capito» aggiunse.
«Mi dispiace di non essermi fatto capire».
Benedict si mosse e le fiamme che crepitavano allegre nel camino gli illuminarono il viso.
Si guardarono per un tempo che parve infinito e brevissimo insieme. Entrambi erano stati ciechi, sciocchi ed egoisti. E Constance adesso sapeva perché.
«Credevamo di conoscere le debolezze l’uno dell’altro» disse. «Eravamo convinti di aver visto tutto, pregi e difetti ma ci eravamo ingannati».
La guerra aveva rivelato al mondo chi erano davvero e, portando a nudo le loro anime, le aveva esposte al vento impietoso della vita vera. «Avevo paura di aver soltanto finto di essere la donna di cui ti eri innamorato e che tu, una volta scoperto questo, potessi renderti conto di aver amato niente più di una pallida illusione».
«Io ho visto chi eri davvero» disse Benedict. «Ho amato una donna che era fatta di carne e ossa non di sogni e fantasie». Poi, chinando il capo, continuò: «Sei stata tu ad amare una bugia Constance. Temo che l’uomo di cui ti sei innamorata non sia mai esistito».
I bellissimi occhi azzurri di lui brillavano come due zaffiri nell’oscurità.
L’istinto di Constance urlò che non era vero.
«Chiama il mio nome» disse. «Chiama il mio nome ancora una volta e ti dimostrerò che ti sbagli perché per me non è cambiato niente».
«Non posso» sussurrò e tutto il suo corpo parve attraversato da una scossa di energia.
«Chiama il mio nome».
«Non valgo abbastanza».
Lei sollevò lo sguardo. «Neppure io» rispose. «Chiama il mio nome».
«Constance» disse infine, in un soffio. «Constance, amore mio. Constance. Vieni da me».
Lui allora tese le braccia e lei vi volò dentro.
Fuori la neve continuava a cadere mentre la notte preparava il suo temporaneo congedo in vista dell’alba ma Benedict e Constance non avevano più fretta. E quando, alle prime luci dell’alba, decisero di andare a dormire, per la prima volta dopo molto tempo, si stesero l’uno accanto all’altro.
La passione crebbe lentamente fra di loro e da sopita diventò ardente. Constance aveva quasi dimenticato la gioia e il sollievo che l’armoniosa unione di due corpi poteva dare a un animo stanco e affaticato.
L’uomo che amava era tornata da lei. Accoglierlo dentro di sé fu naturale come il respiro.
Si guardarono negli occhi per tutto il tempo, grati di poter ritrovare nelle braccia l’uno dell’altro quella pace che entrambi agognavano. Per soltanto una manciata di attimi, Constance e Benedict tornarono a essere i ragazzi spensierati di una volta, baciati da sole e dalle promesse di un futuro che era insieme gioioso e nitido. Quelle promesse, in parte, erano state infrante e i loro cocci abbandonati sotto strati di fango e sangue lungo le trincee d’Europa. Il futuro, adesso, era più nebuloso che mai mentre i loro cuori vacillavano per il peso dei ricordi che gravava su di essi.
Avevano guardato in faccia il male e osservato con quanta facilità questo dilagasse sulla terra imputridendo ogni cosa. Si erano resi conto che tutto poteva cambiare nell’arco di pochi istanti e che nulla poteva dirsi certo.
Nel bel mezzo di quella confusione, fra illusioni distrutte e speranze dimenticate, avevano scoperto che qualcosa, tuttavia, era rimasto immutato. Qualcosa che era sempre stato davanti ai loro occhi, forte e vivo nonostante la morte che lo circondava. Avevano quasi rischiato di non capirlo e neppure vederlo, persi come erano nelle loro rispettive solitudini e ancorati al passato.
L’amore che si erano scambiati da ragazzi, quell’amore così sincero e spontaneo, era immune ai colpi di fucile. Non era stato intaccato dalla lontananza, sia fisica sia spirituale, di quei quattro anni di guerra. Una parte delle loro vita era stata per sempre annientata, ma adesso sapevano che da quello che ne era rimasto si poteva ricrearne una nuova. Una nuova vita più consapevole, più matura, più attenta a quelle piccole e semplici cose, molto spesso date per scontate, ma che al contrario contribuiscono ad arricchire l’esistenza.
Constance chiuse gli occhi nascondendo il viso fra le braccia di lui. Inalò il suo profumo e sospirò.
Fu allora che pronunciò quelle parole che prima non aveva mai avuto il coraggio di pronunciare, ma che le erano bruciate nel cuore sin dalla fine della guerra.
«Sono contenta che tu sia vivo» sussurrò e sperò che lui capisse quanto quella breve frase significasse in realtà. Era la sua dichiarazione d’amore al marito e conteneva in sé tutta la gioia e la felicità che la presenza di Benedict accanto a lei, in quel momento e per i giorni avvenire, fosse in grado di donarle.
Benedict trattenne il respiro. E poi anche lui, con altrettanta emozione, le fece la propria.
«Anch’io amore mio. Anch’io».
Una minuscola e silenziosa goccia di lacrime rotolò lungo la guancia di Constance.
E dopo spuntò l’alba.

*
  
In his master's steps he trod,
Where the snow lay dinted;
Heat was in the very sod
Which the Saint had printed.

25 dicembre

 «Dovreste vergognarvi tutti quanti» sbottò Eva rimescolando quasi con ferocia lo zucchero nel tè e osservando con livore le facce dei presenti. «Sono sveglia da almeno tre ore e le ho trascorse da sola».
«Come potevamo immaginare che avresti scelto proprio il giorno di Natale per diventare mattiniera?» ironizzò Iris prendendo una più che generosa dose di marmellata ai mirtilli.
«Senza contare che ho dormito malissimo» continuò Eva ignorando con manifesta indifferenza Iris, come se quest’ultima non avesse mai aperto bocca.
«Tutte le donne inglesi sono così incontentabili?» domandò allora ridendo Jack McGraw rivolgendosi a Iris.
«No, ma questa che vedete davanti a voi contribuisce ad alzare pericolosamente la media» gli rispose lei serafica.
«Io sarò pure incontentabile Mr McGraw» sbottò allora Eva scoccandole un’occhiata torva, per poi puntarle il dito contro aggiungendo: «E tuttavia non potrò mai essere piena di boria come questa qui!».
«Non c’è modo migliore di iniziare la giornata che ascoltare il frenetico starnazzare di due signore» commentò De Vere sollevando con la mano buona la sua tazzina di caffè in direzione delle due donne.
A quel punto Iris ed Eva smisero all’istante di battibeccare per dedicare invece tutte le loro attenzioni al giovane conte. Attenzioni che il giovane conte, a dir la verità, non avrebbe proprio ambito a ricevere se avesse avuto idea della loro efficacia nel procurargli un’emicrania.
«E voi Alice?» domandò McGraw rivolgendosi alla giovane donna assorta seduta dall’altro lato del tavolo. «Avete dormito bene?».
Alice quasi sobbalzò nel rispondere. «Perfettamente».
Constance corrugò le sopracciglia, pensando che non sembrava proprio in realtà.
Alice era stranamente pallida e nei suoi grandi occhi arrossati dalla mancanza di sonno si poteva leggere una sorta di latente inquietudine.
Constance tuttavia non aveva voglia di indagare oltre. Si era accorta che Alice sfuggiva il suo sguardo e non aveva nessuna intenzione di metterla a disagio. Più tardi le avrebbe parlato. Non aveva però potuto fare a meno di notare che, pur sfuggendo il suo sguardo, la donna gettava di continuo occhiate furtive in direzione di Ralph.
Constance ne fu sorpresa e stranita. Dopo l’incidente della cena della vigilia, si era aspettata da Alice un contengo rispettoso ma piuttosto freddo nei confronti del giovane conte o una completa indifferenza. Quella mattina, invece, sembrava non riuscire a togliergli gli occhi di dosso.
De Vere al contrario pareva comportarsi come al solito, anche se mostrava palesemente in viso i segni della notte insonne appena trascorsa: allungava il caffè con abbondante brandy storcendo di continuo il naso e rispondendo con stentati monosillabi ai tentativi di conversazione di Benedict.
Eppure anche lui non riusciva a nascondere un certo nervosismo nel modo in cui la mano sana impercettibilmente tremava quando faceva per portare alle labbra la tazzina di caffè.
Constance ebbe come l’impressione che fosse successo qualcosa fra quei due ma accantonò in fretta il pensiero. Quella mattina voleva credere che non esistesse alcuna difficoltà impossibile da appianare o problema da risolvere o tristi ricordi da scacciare. Avrebbe pensato più tardi ad Alice e Ralph. Quella mattina era tutta per lei e Benedict e per il rinnovato sentimento che faceva vibrare i loro cuori.
Eva, intanto, non aveva smesso un attimo di parlare.
Constance cercò con lo sguardo Benedict ma, trovandolo, scoprì che lui la stava già osservando.
Il marito le sorrise, rivelandole senza usare le parole quanto fosse ancora forte il loro amore.
Constance sorrise a sua volta.
Non è soltanto forte, pensò emozionata. È eterno, indistruttibile e terribilmente nostro come non lo sarà mai nient’altro su questo mondo.
Non si illudeva che non avrebbero mai più rischiato di sprofondare in quel baratro. Ci avrebbero camminato attorno per il resto delle loro vita. Quello che importava era altro. Quello che importava era che, se anche uno di loro fosse scivolato, l’altro sarebbe stato lì pronto a tendergli una mano.

 *
  
“Therefore, Christian men, be sure,
Wealth or rank possessing,
Ye who now will bless the poor,
Shall yourself find blessing”.


26 dicembre 

Alice Holland conosceva bene le cucine di una casa come Corthergar Hall. Ci era cresciuta.
Non provava alcun disagio a recarvisi quando doveva. E poi doveva distogliere la propria attenzione da Ralph De Vere e da quanto accaduto fra loro. Quell’uomo aveva modi orribili e non faceva altro che umiliarla. Alice però aveva scorto qualcosa in lui e temeva che fosse successo anche il contrario. Si era resa vulnerabile ai suoi occhi e non lo sopportava.
Scosse la testa e s’impose di non pensarci.
Era molto presto, tanto che era ancora buio fuori. Scendendo a quell’ora, sapeva che avrebbe sicuramente trovato chi stava cercando.
Leah Wilson, infatti, era già in piedi. Le sguattere sono sempre quelle che si alzano prima di tutti. Sono l’ultima ruota del carro e quasi nessuno si preoccupa di loro. Sono rimpiazzabili con estrema facilità e valgono meno di un soldo bucato.
Minuta, rossa di capelli e piena di lentiggini, Leah Wilson non faceva eccezioni. Poteva avere sedici anni appena e, con tutta probabilità, almeno una decina tra fratelli e sorelle più piccoli di lei. Era magra ma non denutrita. Lord e Lady Cranthorpe non erano quel tipo di padroni che si divertivano a vessare i loro dipendenti. Leah indossava un pesante abito di lana, non bello ma pulito e in ordine.
Era una ragazza fortunata. Alice aveva visto dozzine di giovani donne, poco più che bambine, in condizioni peggiori.
Cibo sufficiente e abiti di buona qualità tuttavia non bastavano. Quelle ragazze avevano bisogno di sapere che la vita poteva loro offrire molto di più. Avevano bisogno di sentirsi dire da qualcuno che anche loro erano importanti e che, lavorando e sudando, potevano fare cose straordinarie.
La madre di Alice era stata una sguattera per tutta la vita e nessuno le aveva mai teso una mano.
Ruby Holland era nata sguattera ed era morta sguattera senza essersi sentita dire nemmeno una volta che donna eccezionale nonostante tutto fosse stata. A parte l’amatissima figlia, nessuno la ricordava più.
Se Alice era diventata quello che era diventata, tuttavia, lo doveva soltanto a lei e, come sua madre l’aveva incoraggiata a cambiare il proprio destino, Alice era intenzionata a fare lo stesso nei confronti di chiunque avesse bisogno. Era il vero scopo della sua vita.
Non aveva mai smesso di intenerirsi alla vista di una piccola sguattera, specie a Santo Stefano, quando quasi tutti i domestici ricevevano dolci e abiti smessi e sua madre qualche straccio utile soltanto a pulire i pavimenti.
Per questo era scesa in cucina quella mattina. Per affrontare i ricordi tristi senza lasciare distruggersi da essi e, al contrario, tirarne fuori qualcosa di buono.
«Desiderate qualcosa signora?» domandò la giovane, per metà confusa e per metà incuriosita da quella visitatrice inattesa.
«No mia cara, non desidero nulla» rispose Alice e, vincendo la timidezza che molto spesso la assaliva, aggiunse: «Ti spiace se ti faccio compagnia per un po’?».
La voce di Alice era limpida e l’espressione nel suo volto serena. Era bella in quel momento e non per il colore degli occhi o la fattezza dei lineamenti. Era bruna e pallida come tante altre donne. La bellezza di Alice veniva da una bontà interiore che non conosceva egoismi.
La piccola sguattera, pur nella sua ignoranza, lo comprese e ci riuscì soprattutto perché un cuore sincero sa riconoscere un altro cuore sincero quando ne incontra uno.

Leah allora annuì sorridendo e quando la ragazzina, intenta ad accendere il fuoco nella stufa, prese a cantare Good King Wenceslas, Alice si unì a lei.


FINE

CHI E' L'AUTRICE...
Alessia Lo Bianco è nata a Palermo, non troppi anni fa. Studentessa universitaria a pieno ritmo, coltiva la passione per la lettura e i libri fin da quando le fu regalato il primo romanzo. Da allora non si è più fermata e, alla naturale propensione alla lettura, ha visto subentrare l’inevitabile, conseguente passione per la scrittura. Con lo pseudonimo Emma Bianchi ha firmato alcuni racconti romance pubblicati in rete; nel 2013 il suo racconto “Notte di Fuoco” , un romantic suspense, si è classificato fra i cinque finalisti del Premio Romance indetto dalla Mondadori Editore, mentre un secondo racconto, “D’oro e di Velluto”, è stato pubblicato sul numero 12 della rivista Romance Magazine. Un terzo racconto “Scia di Fuoco” ha partecipato alla rassegna Senza Fiato del blog La Mia Biblioteca Romantica vincendo la segnalazione delle redattrici del blog ed è stato pubblicato all’interno dell’antologia di racconti romantic suspense "Senza Fiato". Con Emma Books ha recentemente pubblicato la novella "La duchessa di Ghiaccio".

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TI E' PIACIUTO RITORNANDO A  TE - Ritratto di Famiglia? 
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32 commenti:

  1. Un bel racconto, intriso di incomprensioni, sentimenti non detti, che alla fine vengono spiegati e che portano al lieto fine. Effettivamente mi aspetto di leggere un seguito per ogni personaggio che fa parte di questa novella.
    Bello!

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    1. Cara Iaia, inutile dirti che sono molto contenta che questo racconto ti sia piaciuto, specie dal momento che non ero affatto sicura che, data l'ambietazione e la sua struttura un po'particolare, la storia potesse funzionare. In effetti ho scritto questo racconto proprio con l'idea di creare un seguito per ogni personaggio che ne fa parte e spero davvero di riuscirci. Nel frattempo ti ringrazio ancora una volta di cuore per questo tuo bel commento!

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  2. Di questo racconto mi sono piaciute molto l'atmosfera suggestiva e l'ambientazione ben dettagliata. Aspettiamo dei sequel... che la Dea ti benedica, consorella Alessia

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    1. Cara Anonima Strega, uno dei miei obiettivi principali nello scrivere questa storia era proprio quello di rendere al meglio l'epoca storica in cui è ambientato e che, purtroppo, non è affatto fra le favorite quando si tratta di Historical Romance. Io però, incappando quasi per caso in questo periodo (grazie anche a una splendida serie tv targata BBC) ne sono rimasta affascinata, tanto da spingermi a scriverne un racconto. Il tuo commento, quindi, mi rende ancora più felice! Come ho scritto prima,inoltre, spero davvero di riuscire a dare più di un seguito a questa storia perchè sento di aver ancora molte cose da scrivere a proposito. Che la Dea ti benedica!

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  3. Bellissimo preludio a molte storie come piacciono a me

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    1. Cara Velo Nero, per un'aspirante scrittrice l'apprezzamento di un'altra scrittrice è particolarmente prezioso e quindi ti ringrazio di cuore. Mi è piaciuto molto tra l'altro il termine che hai usato: in effetti questa storia è davvero in tutto e per tutto un vero e proprio "preludio". Grazie!

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  4. Bella la caratterizzazione di tutti i personaggi, non solo quelli principali. Tenera e romantica l'atmosfera alla fine quando finalmente le incomprensioni sono svanite ed è rimasto solo l'amore più potente che mai.

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    1. Cara Lady MacKinnon, grazie anche a te di cuore! In effetti ho curato con particolare attenzione anche la caratterizzazione dei personaggi secondari perchè sono convinta che proprio questa abbia contribuito fortemente a creare l'atmosfera generale del racconto o, almeno, quella che io da principio volevo dare alla storia. Grazie ancora!

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  5. Molto molto bello. Ho già letto di quest'autrice il racconto pubblicato da Emma quindi sapevo che era bravissima. Spero di leggere presto il sequel. Ledra

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    1. Cara Ledra, grazie grazie grazie! Commenti come il tuo sono preziosi per chi, come me, ha in testa di fare della scrittura un vero e proprio lavoro perchè, nonostante tutto, non si scrive mai solo per se stessi. Anzi, è proprio il contrario. Grazie quindi anche a te di cuore!
      ps. E sono contenta che anche la Duchessa, pur con tutti i suoi difetti, ti sia piaciuto!

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  6. Veramente bello, mi è piaciuto moltissimo! Bravissima Alessia, grazie per averci regalato questa storia. Spero anch'io che sia la prima di parecchie altre... ci sono tanti bei personaggi le cui vicende sono curiosa di leggere.
    La storia di Constance e Benedict mi ha davvero emozionato: l'amore forte e tenace che resiste al dolore, alla solitudine, agli abissi "attorno ai quali giriamo per tutta la vita"...
    Mi è piaciuto tutto: l'ambientazione, l'atmosfera, il periodo storico particolare, rappresentato con pochi tratti ma chiari ed eleganti, i caratteri dei personaggi, e, più di tutto, la scelta del nome di Constance: perfetto, adatto a chi non si arrende, a chi ci crede ancora, a chi decide di non smettere di lottare.

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    1. Cara Eva P., grazie di cuore anche a te! La frase che hai citato, fra le altre cose, è un po' quella che, anche secondo me, riassume meglio l'atmosfera che fin dal principio intendevo dare a questa piccola storia d'amore. Come ho già scritto sopra, ho scoperto questo periodo storico quasi per caso e me ne sono subito innamorata, tanto che non vedo l'ora di rituffarmici. Sono contenta quindi di essere riuscita, anche se in parte, a trasmettere anche ad altri il fascino che quegli anni travagliati hanno avuto su di me. Per quanto riguarda il nome della protagonista, devo confessare che, prima di sceglierlo, ho fatto delle ricerche per scoprire quali fossero all'epoca i nomi femminili più in voga ma, quando ho visto "Constance" fra i tanti, mi sono subito detta che era quello perfetto per la mia eroina e quello che meglio, secondo me, si adattava al carattere del personaggio.
      Ancora grazie!

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  7. Siamo sempre li...rarissimamente un racconto mi basta. Normalmente mi intriga, e questo lo ha fatto parecchio, anche perché e' davvero un'ambientazione storica interessante e ciascun personaggio degno di essere approfondito.

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    1. Cara Alessandra, sono contenta che il racconto sia riuscito a suscitare tanto interesse, specie perchè è ambientato in un'epoca insolita per il romance storico e anche perchè presenta così tanti personaggi. Come lettrice, infatti, io sono fra quelle che vorrebbero veder pubblicati molti più romance ambientati durante la prima metà del novecento perchè la considero un'epoca ricca di spunti interessanti per una storia d'amore.
      Grazie!

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  8. E il sequel???? Dov'è il sequel? T_______T Ho deciso, questo è il mio racconto preferito!

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    1. Cara Lady Aredhel, che il racconto ti sia piaciuto tanto, credimi, mi riempie di gioia! Per quanto riguarda eventuali sequels beh... ci sto lavorando. In realtà, fin dal principio, avevo progetto di scrivere quattro racconti lunghi, da collocare appunto all'interno della serie che ho chiamato "Ritratto di Famiglia", con protagoniste quattro VAD molto legate fra loro (Constance, Iris, Eva e Alice infatti). La trama è così corale proprio per questo, perchè all'inizio non ho immaginato interagire fra loro soltanto i due protagonisti ma, al contrario, l'intero gruppo. Avevo quindi, in realtà, già deciso i titoli di tutti e quattro i racconti: in origine (e ordine cronologico) avevo deciso per "Ritornando a te", "Aspettando te" (la storia di Eva), "Arrivando a te" (la storia di Iris) e per ultimo "Amando te" (la storia di Alice). Al momento, tuttavia, sono indecisa se continuare con la forma del racconto perchè non ho capito se possa funzionare al meglio per questo genere di storie anche se l'idea originale era questa. Chiudo ringraziandoti ancora di cuore!

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  9. Bellissimo racconto, davvero interessante e suggestivo, a tratti lieve (grazie all'ironia presente in alcuni dialoghi) e a tratti struggente. Ho amato molto la splendida e intensa scena di riavvicinamento della coppia protagonista; è una di quelle scene che rimangono indelebili nella memoria delle lettrici di romance.
    Un seguito mi sembra d'obbligo, considerata l'intrigante situazione creatasi tra Alice e Ralph ^_^

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    1. Cara Emy, mi hai fatto un così bel complimento da farmi quasi arrossire! Fra tutte le scene, quella del riavvicinamento fra Constance e Benedict è stata, ovviamente, la più difficile da scrivere. Volevo che fosse molto romantica e struggente ma senza rischiare allo stesso tempo di cadere nel patetico. Che a te, quindi, sia sembrata tanto bella da risultare addirittura indimenticabile, ricompensa ampiamente tutta la fatica che ho fatto per scriverla! Il seguito, anzi "i" seguiti, come ho scritto sopra, erano già in programma nella mia testa fin dall'inizio e adesso non devo che cercare di metterli su carta. Grazie ancora di cuore!

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  10. Premetto che mi è piaciuto molto ma se posso sottolineare un ma vorrei dire che più che un racconto mi è parso un condensato di chi vuole scrivere un libro intero in poche pagine.Tutti questi interpreti ci stavano per una bella,bellissima storia che sono sicura ne sarebbe uscita perfetta,un po' troppo di tutto per un racconto ma ripeto e sottolineo che comunque mi è piaciuto molto

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    1. Cara Antonella, per certi aspetti credo che tu abbia ragione. Rileggendo io stessa il racconto con occhi "diversi", forse risulta in effetti un po' troppo "pieno" ma, come ho scritto sopra, quando ho immaginato la storia ho immaginato la storia dell'intero gruppo e avevo progettato infatti una sorta di "quartetto" di racconti lunghi tutti collegati fra loro a catena, nel senso che la storia di una coppia, in qualche modo, avviava la storia di un'altra. Tengo comunque nota dell'avvertimento e cercherò sicuramente di far meglio in futuro. Sono comunque contenta che, pur se un po' caotico e imperfetto, il racconto ti sia piaciuto. Mi piacciono le critiche, perchè accendono sempre le lampadine nella mia testa e mi spingono a riflettere, mi piacciono specie e soprattutto se sono critiche intelligenti e la tua senza dubbio lo è.
      Grazie quindi anche a te di cuore!

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  11. Bellissimo racconto, che resta tra i miei preferiti. Mi ha ricordato la Balogh nella sua bellissima serie sui reduci. Milena

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    1. Cara Milena, grazie di cuore anche a te! In effetti, nello scrivere il racconto, una parte dei miei pensieri indugiava proprio ricordando la bellissima serie della Balogh che hai citato e che, fra le altre cose, è anche fra le mie preferite in assoluto. Ricordare, poi, anche soltanto alla lontana, una scrittrice incredibile come Mary Balogh non può che essere un complimento. In realtà, oltre alla serie su reduci della Balogh, ho preso spunto da uno dei miei romanzi preferiti di sempre, firmato però Elizabeth Hoyt. Sto parlando di "Inattese Seduzioni". Adoro la coppia protagonista e soprattutto l'eroe che, nonostante le apparenze, nasconde un'anima tormentata dai ricordi della guerra...
      Grazie ancora!

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  12. Davvero ricco di atmosfera e molto elegante. Mi è piaciuto tantissimo!
    Ornella A.

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    1. Cara Ornella A., grazie di cuore anche a te! Nel caso di questo racconto riuscire a dare la giusta atmosfera alla storia era fondamentale per me e sono felice di essere riuscita, magari soltanto in parte, a trasmetterla anche agli altri!
      Grazie ancora!

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  13. BEL RACCONTO SI ADATTA ALLE MIE CORDE.PER0'TROVO CHE SIA TRONCO CIOE'NON E' STATO APPROFONDITO IL RAPPORTO TRA I DUE PROTAGONISTI.ELISABETTA

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    1. Cara Elisabetta, grazie per il complimento e grazie anche per la critica! Forse in effetti il rapporto fra i due protagonisti non è stato approfondito come avrebbe dovuto ma, data la brevità imposta dalla struttura stessa del racconto e dall'impostazione corale che io stessa ho voluto dargli, non ho potuto fare altrimenti. Cercherò comunque in futuro di fare meglio!
      Grazie ancora per aver letto e commentato!

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  14. un racconto molto triste, la guerra causa sempre dei danni psicologici spesso irreparabili. non amo molto gli storici e i suoi problemi di classe, ma saltando quelli è bello che due anime che si sono allontante sono state in grado di ritrovarsi

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    1. Cara Isabella M., grazie di cuore per aver letto e commentato! In effetti, come e a ragione hai osservato, il racconto è attraversato da una certa tristezza, tristezza dovuta proprio all'epoca in cui è ambientato. Quando ho iniziato a lavorarci mi ero già da un bel po' di tempo immersa nell'atmosfera di quegli anni grazie a svariati libri, film e serie tv che ne parlavano rimanendone molto, molto colpita. Da qui l'idea di ambientarci una serie di racconti. Io amo gli storici, sono la mia prima passione romance e amo leggerli almeno quanto amo scriverli. L'idea di fondo di questo racconto era proprio quella di descrivere come "due anime che si sono allontanate sono state in grado di ritrovarsi".
      Grazie ancora!

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  15. Un pò complesso come racconto. Troppi personaggi le cui storie sono accennate e lasciate in sospeso ... più che un racconto mi ha dato l'impressione di un estratto estrapolato a caso da un romanzo.

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    1. Cara Nimue76, innanzitutto grazie per aver letto e commentato! Come ho scritto già diverse volte sopra, io trovo le critiche estremamente utili e le ascolto (beh in quaso caso leggo!) sempre ben volentieri. In effetti il racconto, come hai giustamente sottolineato, è piuttosto complesso ed elaborato, almeno per gli schemi tradizionali del genere, e me ne rendo perfettamente conto. Posso giustificarmi, in parte, spiegando che a me piacciono molto sia i racconti sia i romanzi dalla struttura corale, a più voci, ma in realtà, quando ho scritto "Ritornando a te", mi sono lasciata prendere interamente dalla fantasia e ho scritto tutta la storia mano a mano che questa si formava nella mia mente. Il punto di partenza di tutto, tuttavia, non è stata la trama in sè ma proprio i caratteri e le figure degli otto personaggi che interagivano fra loro. Infatti, in origine avevo pensato proprio ad una serie di quattro racconti lunghi che spero di finire e, in questo modo, riprendere tutte le vicende lasciate in sospeso. Facendo tesoro di tutti i consigli ricevuti, spero anche di migliorare la struttura di ogni racconto.
      Grazie ancora!

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  16. Davvero toccante. Mi è piaciuto molto.

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    Risposte
    1. Cara Fernanda, grazie anche a te di cuore! Volevo rendere il racconto estremamente romantico, dolce e con una punta di malinconia fin dall'inizio e sono contenta di esserci, in parte, riuscita.
      Grazie ancora!

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