Summer in Love: "VENTISEI" di Emiliana de Vico


SECONDO  APPUNTAMENTO DELLA SETTIMA CON UN NUOVO RACCONTO DI SUMMER IN LOVE 2016. QUELLO DI OGGI CE LO REGALA EMILIANA DE VICO, CHE CON VENTISEI CI FA TORNARE CON LA FANTASIA ALLA SUA SERIE "ANIME IN GIOCO"... SARANNO QUESTI I PROTAGONISTI DEL SUO NUOVO LIBRO? IN OGNI CASO QUESTA STORIA SI LEGGE COME UN PIACEVOLE INIZIO DI STORIA D'AMORE FRA DUE CARATTERINI NIENTE MALE...BUONA LETTURA!


Mi hanno detto che sono un esperto nel prendere le palle vive, ma sono partito in ritardo di un secondo e il ventisei è già con il braccio verso l’alto. Sembra capace di sollevare la carrozzella con la sola forza dell’estensione corporea. Mi slancio, ma col cavolo che ce la farò. Resto fermo a guardare come palleggia e i passaggi precisi che la Spoleto SAS sa fare. Il ventisei al tredici, il tredici al quindici e il quindici al quattro.
«Muoviti, Francé, cosa diamine guardi!» urla Davide sorpassandomi. Gira su una sola ruota e si mette con le spalle al canestro. Tocca a me braccare il ventisei, ma mi sono lasciato disorientare e ora sono indietro.
«Dai, recupera.» Giacomo mi spinge con i castrors della sua carrozzina e solo allora mi avvicino all’area dove si sta svolgendo l’azione. Il ventisei tocca: è rivolto al canestro e con le mani indirizza la palla. Vuole il punto. E chi non lo vuole in una partita del campionato nazionale?
So che non dovrei farlo, ma mi avvento verso i giocatori, mi faccio spazio e da dietro attacco la carrozzina del ventisei. La sbilancio e quasi la mando a terra. Il fischio dell’arbitro è inevitabile. Il fallo da sfondamento era l’unica cosa che mi restava da fare, e l’ho fatto. Sento l’imprecazione del giocatore quando la palla se va libera. So cosa si prova a perdere un punto quasi conquistato.
Mi giro verso l’arbitro e aspetto di sapere quale sarà la nostra punizione. Anche se il fallo l’ho commesso io, l’intera squadra ne farà le spese.
Davide mi passa a fianco e mi guarda stupito. «A che gioco stai giocando, oggi? È basket in carrozzella non autoscontro. Datti una svegliata. Dio, ma ti sei fatto?» Ha quel viso giudicante che assume poche volte, ma quando lo fa ti fa sentire un verme.
Non gli rispondo. Non ho proprio giustificazioni. Quando agli avversari vengono concessi due tiri liberi stringo le mani sui corrimani. Ho i guanti inzuppati di sudore e mi viene voglia di slacciarli e buttarli a terra, ma non ho mai imparato a manovrare la carrozzina senza protezione. Perderei la presa e mi brucerei il palmo, così com’è successo a Davide, che ha calli su tutta la superfice della mano. Anche il ventisei guida la sua carrozzella senza protezione. Chissà com’è la sua pelle. Ispessita? Piagata? Screpolata e sporca?
«Fanne ancora di bravate inutili e ti faccio uscire» mi dice Davide, e si dispone per guardare i tiri liberi. La ola del pubblico inizia un attimo prima che la palla a spicchi compia la traiettoria verso il canestro. Il ventisei non sbaglia, e quando si gira ha un sorriso largo, mi sfotte facendomi l’occhiolino e alzando il sopracciglio.
Digrigno i denti. Il pubblico applaude fino a che ci disponiamo di nuovo ai nostri posti, poi torna silenzioso. Io sto vicino al ventisei, incollato alle sue ruote anteriori, a volte a quelle posteriori, più spesso al suo fianco. Gli giro attorno quando prova a fare le sue mosse, le blocco l’avanzata della carrozzella. Ci contendiamo un paio di palloni e poi lasciamo che gli altri contribuiscano alle sorti della partita.
«Vacci giù duro, ma pulito. Adottiamo lo schema di difesa provato agli allenamenti» mi sussurra Davide, nonché capitano della squadra, passando a una spanna da me.
Mi trovo madido già dai primi dieci minuti di gara. Il sudore si sente forte in campo. Quando il fischio dell’arbitro ci concede la pausa mi dirigo verso la nostra panchina. Qualcuno mi butta una bottiglia d’acqua.  La stappo, la bevo, un po’ me la verso addosso sulla canotta verde e nero.
«Francesco, ti faccio sostituire da Andrea? Oggi sei su un altro pianeta» mi chiede il capitano.
Lo guardo storto mentre butto alle riserve la bottiglietta mezza vuota. «Che diamine dici, Davide. Certo che no!»
«Allora tieni marcato quel il ventisei e non farlo tirare con la destra. È lento nei passaggi a sinistra ma ha una buona ripresa. È preciso, quindi cerca di tenerlo lontano dal canestro.»
Sono concentrato su ciò che Davide mi dice di fare, ma solo con le orecchie. Con il resto del corpo sono concentrato sul ventisei e osservo com’è attento alle parole del suo allenatore.
«Francé, cazzo, ci sei?» mi spinge per una spalla.
Torno con lo sguardo sul capitano. Il sudore gli scende da una tempia e lui se lo asciuga con una mano. Anch’io ho la fronte bagnata e una goccia mi scivola all’angolo dell’occhio. «Chi è? Non c’era tra i giocatori quando abbiamo visionato le partite della Spoleto SAS» domando facendo un cenno in direzione degli avversari.
«E che ne so. Può essere un giocatore in prestito, un nuovo acquisto, uno della panchina che ha guadagnato il posto da titolare. È un numero. È il numero da marcare. Il ventisei è tuo e non mollarlo neanche un secondo o ti sbatto fuori dal campo.»
Me lo dice a brutto muso e solo allora mi concentro davvero sulle sue parole. Mi aggiusto la canotta che mi si è appiccicata dietro la schiena, dove la pelle incontra la seduta della carrozzella. Anche le gambe sono incollate alla tela. Le luci sono così forti da entrarmi in testa e mi tocca stare con le palpebre socchiuse.
Il ventisei ha una sedia rotelle Halley Hoop, una di quelle che vanno bene sempre, e a tutti, basta regolarla e ci si muove facilmente. Noi abbiamo delle Assist, fatte su misura. I nostri sederi ci stanno alla perfezione, anche quando sono sudati e scivolosi restano fermi e posizionati. Costano un occhio della testa ma sono state finanziate dal Centro sportivo di Chieti che Davide gestisce.
Allo scadere della pausa siamo di nuovo in campo.
Io mi concentro.
Mi concentro sul ventisei e lo guardo fisso. Cerco di intuire le sue mosse e a quali compagni passerà la palla.
Mi concentro e guardo come la canotta rossa gli tira un po’ sul petto, come respira veloce guardando il gioco degli altri, e come quasi smette di fiatare quando la palla a spicchi vola verso di noi.
Mi concentro sul suo viso mentre ci contendiamo il possesso della palla.
Mi concentro, ma il ventisei se ne accorge e mima con la bocca: «Vaffanculo.» Ruota sul posto e si getta nella mischia cercando di arrivare sotto canestro. Gli sto alle costole e quando la palla lo colpisce al torace e rimbalza potrei allungare una mano e rubargliela, invece non lo faccio. Non so perché, ma non gliela contendo e il punto è bello che perso. 

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