Christmas in Love 2013: IL PROFUMO DEL NATALE di Angela D'Angelo


IL SECONDO APPUNTAMENTO ROMANTICO DI OGGI E' CON IL RACCONTO IL PROFUMO DEL NATALE DI ANGELA D'ANGELO. UN DOLCISSIMO NEW ADULT IN CUI LA GIOVANE PROTAGONISTA DECIDE DI PARTIRE PER LONDRA ALLA CONQUISTA DELL' UOMO CHE AMA. RIUSCIRA' LO SPIRITO NATALIZIO AD AIUTARLA NELL'IMPRESA? BUONA LETTURA!

Non fa freddo, cercò di convincersi Silvia. Sfregò le mani coperte dai guanti di lana e infossò la testa nelle spalle. Capì presto che non c’era molto che potesse fare per riscaldarsi in quella gelida mattina all’aeroporto di Londra.
Aveva consultato più volte il meteo e, nei giorni precedenti, aveva saccheggiato i negozi di Roma alla ricerca del berretto più pesante e dei maglioni più confortevoli.
Il clima rigido non l’aveva colta di sorpresa, l’incapacità del cappotto di tenerla al caldo invece sì. Avrebbe dovuto indossare un maglione in più, ne era certa.
Basta piagnucolare!, si rimproverò. Era lì per un motivo e nulla l’avrebbe fermata, né quel dannato freddo né i suoi limiti linguistici.
Da amante del proprio Paese, Silvia aveva sempre difeso la propria ignoranza, asserendo che non avrebbe mai abbandonato l’Italia.
Beh, era stata decisamente precipitosa e, a dirla tutta, anche stupida. Ma era così che andavano le cose tra lei e Andrea, ammise. Doveva sempre trovare un modo per contraddirlo, sfidarlo. Imporsi di non imparare l’inglese era stato uno di quei dispetti meschini e banali che aveva trovato per non essere d’accordo con lui, che alla fine aveva fatto la scelta più giusta per se stesso.
Sospirò e il fiato le si condensò in una nuvoletta di fumo, mentre ancora una volta i ricordi la ghermirono.

 «Cosa vuoi fare quando il liceo sarà finito?» chiese Silvia al suo migliore amico. Era sdraiata sul letto di Andrea, puntellata sui gomiti per poterlo guardare.
«Non lo so» ammise il ragazzo. Si alzò dalla sedia e spense lo schermo del computer.
«Vorrei viaggiare» dichiarò, lo sguardo sognante e malinconico insieme. «Sai, imparare una lingua nuova, vedere posti diversi» spiegò sedendosi sul letto accanto a lei. Silvia si spostò per fargli posto.
«Mi lascerai» mormorò, delusa.
«Perché non vieni con me?» le propose Andrea, stendendosi e mettendosi su un fianco. Ora si guardavano negli occhi. Passavano ore a chiacchierare su quel letto, sottraendo tempo allo studio che poi recuperavano entrando alla seconda ora almeno una mattina a settimana.
«Non me ne andrò mai da qui» dichiarò Silvia, irritata. Non voleva che il suo migliore amico se ne andasse. Se le voleva bene, sarebbe rimasto.
«Perché?» le chiese, con l’espressione paziente che odiava tanto. Sì, la odiava perché anche quando Andrea era deluso e arrabbiato pensava sempre a lei, a darle il tempo di ragionare e spiegarsi. Dio, la faceva sentire così egoista!
«Cosa può offrirmi un’altra città che non abbia già qui? Roma è la culla della civiltà!» affermò cercando di trattenere l’acredine ed essere convincente. Sapeva che sarebbe andato via, lo sentiva.
Andrea scoppiò a ridere. «In che secolo sei nata?»
«In uno in cui la parola patria significa qualcosa» sbottò.
«Pensi che per me non abbia alcun valore?» chiese lui, oltraggiato. Silvia non si lasciò ingannare e gli diede un pizzicotto sul fianco. «Non fare quella faccia offesa con me, non funziona».
«Però il solletico sì, vero streghetta?» le intimò con un sorriso minaccioso, prima di buttarsi su di lei.
Silvia provò a divincolarsi, ridendo e urlando come una bambina. La presa di Andrea era forte e non aveva alcuna possibilità di scampo.
Iniziò a scalciare per liberarsi, ma presto le sue proteste divennero deboli. Era così bello mentre rideva, aveva un sorriso aperto e genuino e liquidi occhi scuri. Andrea meritava di ridere sempre, decise.
«Se te ne vai non potrai più farmi il solletico» sussurrò appena le diede tregua e riuscì a respirare normalmente.
«Non ho detto che me ne andrò» la rassicurò tornando serio. A pochi centimetri dal suo viso, la guardò con un’espressione strana, attenta.
«Io voglio che tu sia felice» si arrese  Silvia.
«Non ho bisogno di cambiare città per esserlo» replicò lui.
La ragazza non ebbe il coraggio di chiedergli di cosa avesse bisogno. Abbassò lo sguardo per non guardare il volto dolce del suo più caro amico e appoggiò la guancia sul suo petto.
«Dovremmo studiare» gli ricordò per cambiare discorso.
Andrea la strinse tra le sue enormi braccia. «Lo so. Possiamo farlo più tardi».

 Se n’era andato, alla fine. Si erano diplomati, Silvia si era iscritta all’università e lui aveva fatto qualche lavoretto per non pesare sulla famiglia.

Non sembrava importagliene aver accantonato i suoi sogni, ma poi avevano litigato e la ragazza aveva capito cosa intendesse l’amico quando aveva affermato che non doveva cambiare città per essere felice.
Doveva ammettere che anche in quel caso il comportamento di Andrea era stato impeccabile. Per non farla sentire in colpa, aveva aspettato qualche mese per prendere quel maledetto aereo e andarsene. Fino a quella mattina all’aeroporto di Fiumicino era stato lo stesso ragazzo che aveva conosciuto a quattordici anni: allegro, affettuoso e dalla battuta pronta.
Era lei ad essere cambiata, anche se non abbastanza in fretta. Sperò che non fosse troppo tardi.
Anche se è tardi devo provarci lo stesso, si disse.
Doveva provarci o si sarebbe odiata per il resto della vita. Ecco perché aveva preso l’aereo per la prima volta e, dizionario e frasario alla mano, aveva stilato una lista di domande comuni per muoversi in quella città straniera.
Lasciò il terminal con le spalle più dritte e con la volontà rafforzata, scacciando quelle immagini dalla sua testa.
I ricordi erano stati i suoi più agguerriti nemici in quei cinque mesi. La sorprendevano nei momenti più impensabili.
Oggetti, frasi e comportamenti sconosciuti assumevano per lei significati inediti e profondi. E così capitava che una tazza si trasformasse in ottime colazioni consumate al bar della scuola con Andrea, o che un sorriso tenero la mettesse in ginocchio.
In principio si era chiesta se erano le abitudini a mancarle. Le domande sul perché sentisse il cuore pesante ogni volta che pensava a lui, perché si ritrovasse con gli occhi lucidi e lo stomaco annodato, però, si erano risolte con una semplice risposta.
La rivelazione non era piovuta sul suo capo con una luce celestiale e le campane che suonavano a festa.
C’erano volute notti insonni trascorse a guardare le loro foto sullo schermo illuminato del computer, pomeriggi rubati a casa di Andrea per muoversi tra le sue cose, per farle capire che lo amava nello stesso modo in cui lui aveva amato lei, con quella passione che il ragazzo aveva nascosto e trattenuto per rispetto e insicurezza.
Oh, quanto si era arrabbiata! Se lui fosse stato più convincente, più audace, le cose sarebbero state diverse. Ma non era da Andrea imporsi.
Il ragazzo era un eroe dalla forza pacata, dall’animo nobile e dotato di un grande spirito di sacrificio. Non l’avrebbe mai forzata, ecco perché aveva rinunciato a gesti affettuosi ritraendosi precipitosamente e aveva nascosto parole piene d’ardore dietro sorrisi ironici.
I segni dell’innamoramento c’erano sempre stati, la pienezza dell’amore si era rivelata in ogni scelta. Silvia non aveva voluto capire, non c’era altra spiegazione.
Trascinò il grande trolley con qualche difficoltà. I guanti di lana scivolavano sul manico, la sciarpa arrotolata intorno al collo svolazzava colpendole il viso e impedendole la vista.
Conquistò l’uscita dell’aeroporto di Heathrow con il fiatone e la benevola sensazione che non facesse più tanto freddo. ...


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AD OGNUNO DEI NOSTRI RACCONTI ABBIAMO PENSATO DI ABBINARE UNA COLONNA SONORA NATALIZIA. IL PROFUMO DEL NATALE CI FA PENSARE A...




I  NOSTRI RACCONTI DELLE FESTE NON FINISCONO QUI.
CE NE SARANNO ALTRI FINO AL 6 GENNAIO, NON PERDETELI!


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