Christmas in Love 2013: OGNI VIGILIA DEL MONDO di Patrizia Ferrando


DOMANI E' LA VIGLIA DI NATALE E IL RACCONTO CHE VI PRESENTIAMO OGGI PARLA DI VIGILIA E DI PASSATO, RIPORTANDOCI AI PRIMI DECENNI DEL '900, UN'EPOCA CHE PATRIZIA FERRANDO NEL SUO OGNI VIGILIA DEL MONDO RICREA CON STILE SUGGESTIVO. UN SOGNO SEMBRA SPEZZATO PER SEMPRE E LA PROTAGONISTA DI QUESTA STORIA SI AVVICINA ALLE FESTE CON IL BUIO NEL CUORE. MA UNA NEVICATA IMPROVVISA CAMBIERA' PER SEMPRE IL SUO DESTINO. BUONA LETTURA!

L’eco della guerra andava spegnendosi.
A poco più di un anno dalla fine del conflitto, il fuoco scoppiettava allegro nel camino, libri intonsi attendevano sullo scrittoio, dalla cucina saliva un costante buon profumo di cacciagione, e dolci, e spezie; i ragazzi di casa erano tornati salvi e più adulti, e, se nelle città fervevano nuove idee e inquietudini, in campagna tutto sembrava tornato ai vecchi tempi, se non in qualche dettaglio stuzzicante della moda parigina che signore e signorine delle famiglie in vista non volevano lasciarsi sfuggire.
Alcune partitura di musica attendevano una prima prova al pianoforte, uno degli uomini di fatica canticchiava, in cortile, scaricando la legna, le lettere giacevano in un cofanetto di velluto cremisi; ed Elisa non era felice.
Proprio quelle lettere, decine di fogli ordinati e legati con delicatezza di nastri, un numero incalcolabile di parole, qualche decina di frasi affettuose, centinaia di periodi sulla nostalgia di casa e un ringraziamento finale, con una promessa troppo formale per non essere bugiarda , sembravano pesarle sul cuore, molto più dell’atteggiamento del parroco che spiegava come le zitelle svolgessero preziosa missione per la chiesa e le famiglie, o delle risate delle cugine che dileggiavano i suoi abiti sobri, e anche della rassegnata pragmaticità di sua madre, ormai convinta che quella figlia silenziosa non sapesse trovar marito.
Elisa non credeva, quando aveva accettato di fare da madrina di guerra a un ufficiale, per alleviarne le sofferenze e la solitudine al fronte, che quanto le prospettavano come semplice filantropia, operata da tante signorine e dame, fosse un gioco pericoloso.
Ogni parola delle lettere, ogni consonante o vocale, perfino le virgole, invece, ora gravavano come piombo: per un istante, immaginò che quei vocaboli si tramutassero in proiettili, in raffiche d’illusione, come per una magia maligna che rivoltava verso di lei le armi a cui tanto aveva pregato che il suo Rodolfo sfuggisse.
Alzandosi dalla poltrona presso il focolare, Elisa ripercorse col pensiero gli ultimi dodici mesi.
La gioia per  la fine delle carneficine, la felicità immane di riabbracciare il fratello e i cugini, la crescente speranza di ritrovarsi fra le mani una busta speciale. L’ultima lettera dal fronte trasudava esultanza e orgoglio per la vittoria: ora, però, senza più filtri, poteva da un momento all’altro giungere un’altra missiva. Era arrivata, ben diversa, però, da quella sognata. Nella consueta grafia elegante, Rodolfo aveva vergato parole di ringraziamento e di stima; e poi di scusa, se la durezza dei tempi lo aveva talvolta indotto a richiedere affetto alla sua lontana Elisa.
Con un tatto che non leniva in alcun modo il dolore, l’uomo che aveva sognato suo futuro sposo, le comunicava di prepararsi, al ritorno nella casa paterna, al matrimonio con una fanciulla da sempre cara alla sua famiglia. Allegato, un plico restituiva tante parole di devozione femminile, di timida civetteria, di palpitante partecipazione, e un ritratto in cui Elisa sfoggiava una camicetta guarnita di merletti e un’acconciatura morbida da cui sfuggivano boccoli, in luogo della solita treccia e dei vestiti severi.  Poi, dal vassoio della posta erano scomparse le “G” e le “E” svolazzanti d’inchiostro.
Elisa, richiuse le lettere nel cofanetto, nascosta la foto di Rodolfo in divisa sotto una pila più alta di fazzoletti, sul fondo della cassettiera, dato che la volontà espressa da lui era quella che venissero conservate “similmente a quanto si fa con fratelli e affezionati parenti”, aveva festeggiato il nuovo anno, e poi il giorno che la rendeva maggiorenne, e partecipato a matrimoni di amiche. Ricamava, curava il giardino, progettava con poca convinzione giorni a venire, tacendo con chiunque la tristezza e la delusione nascoste dall’apparente svagataggine. 
Ora le festività natalizie tornavano, e accettare l’invito a trascorrerle nella villa di sua cugina, o meglio del marito di lei, era apparsa una buona idea: a Elisa, che sperava in un pizzico di distrazione, alla sua famiglia, per quanto le probabilità di far scaturire uno straccio di fidanzamento da quel breve soggiorno si prospettassero quasi nulle, e alla stessa nuova padrona di casa, fiduciosa nell’appoggio della compagna di giochi infantili per affrontare la sconfinata tenuta e i due secoli di storia avita di cui era intrisa, da ogni stucco al minuscolo angolo di una tappezzeria.
Elisa si recò nell’androne, dove attendevano la valigia e il piccolo baule, ormai pronta a salutare tutti per recarsi alla stazione.
Il tragitto in treno durava poco più di due ore, e servì, nel promettente e noioso dondolio del vagone, a diluire la sensazione di aver lasciato troppe faccende in sospeso, ammesso che rivestissero una qualche importanza. Non ebbe utilità alcuna, tuttavia, per sbiadire un paio di righe, in una sola delle lettere di Rodolfo: la pagina in cui, in un momento di profonda nostalgia, ricordava giorni sereni trascorsi, da bambino, proprio nelle campagne dove Elisa stava approdando.
L’aria sferzante, sul marciapiede della stazioncina d’arrivo, spazzò via molte fantasticherie nebulose. Le cime delle montagne, non lontane, inalberavano cappucci di neve, ma i tetti del paese erano appena spruzzati di bianco. Il cielo era terso, teso come raso sottile nell’ora in cui, pur lontano dal tramonto, il sole scendeva dietro i declivi azzurrando la campagna.
Elisa affrettò il passo, seguita da un basso facchino, udendo i gai richiami di Emilia, sua cugina, che, al grido di “Diletta! Diletta!”, da sempre soprannome di Elisa, sventolava vistosamente la mano con la consueta vivacità e un insolito quanto inequivocabile abbigliamento da automobilista, soprabito di tela cerata e velo allacciato sotto il mento inclusi.
“Il paese non offre molto da vedere, torneremo domani o dopo, e ormai sta per imbrunire; con l’automobile arriveremo comunque alla villa in meno di dieci minuti”.
Emilia chiacchierava senza sosta, tenendo sottobraccio la cugina “Credimi” continuò “è una gran comodità, e anche un bel passatempo, se consideri che mio marito è quasi sempre in giro, impegnato a seguire la tenuta. A volte mi rammarico che non abbia parenti, eccetto sua zia-te la ricordi al matrimonio, no?- che però, poveretta, e dura d’orecchi e interessata solo alle novene!”.
Il tragitto fu ricco di sobbalzi, eppure Elisa ripeteva inconsapevolmente certi toni delle lettere di Rodolfo, l’ammirazione per il silenzio della campagna pacifica, per i possenti alberi simili a guardiani, per i tornanti sinuosi che raggiungono ville e casolari. In realtà, di quella zona, lui aveva citato davvero solo un albero, vicino alla casa di sua nonna, che in pieno inverno diveniva simile a un fine cesello o a un decoro di cristallo.
L’impegno nel rispondere in modo pertinente alla cugina non cancellava l’immagine della foto rimasta a casa; non un classico ritratto formato visita: piuttosto la raffigurazione di un uomo alto e sicuro, il cui profilo si stagliava contro il cielo nell’atto di scrutare l’orizzonte, quasi più un esploratore che un militare, nonostante la divisa. L’ombra di un sogno che evidentemente non era destinata a conoscere, neppure nei tratti del viso, pur essendosi illusa di averne percepito l’anima, pensò con tristezza.
La villa riluceva dell’entusiasmo natalizio di Emilia: grandi vasi d’argento traboccavano di agrifoglio, nel salotto troneggiava un albero ornato di palline di vetro iridescente, e non mancava una ricca ghirlanda di vischio.
Il marchese non spiccava per loquacità, senza comportarsi da scontroso; l’anziana parente trascorreva infiniti corsi di giaculatorie in una bassa poltrona, ben coperta da uno scialle scuro, le cene brillavano dell’eleganza dei candelieri, la prima colazione sapeva di latte fresco e pane appena sfornato, la fluviale conversazione di Emilia lasciava parentesi per partite a scacchi e a carte, sonate al pianoforte, visite d’auguri di notabili del luogo.
E in capo a poco meno di quarantotto ore, Elisa non ne poteva più.
Munita di abiti comodi, si accinse a una camminata, alla ricerca di solitudine e libertà. Raggiunse l’ingresso alla chetichella, ma non sfuggì alla vista dell’inarrestabile padrona di casa.
“Dove vuoi andare? Così conciata, poi! Sembri una zitella. Anzi, una zitella di prima della guerra!” Emilia non si accorse subito di aver ferito la cugina con le sue parole, troppo intenta a fissare gli stivaletti scialbi e il soprabito informe che indossava. Addolcì la voce per scusarsi, per insistere affinché Elisa non uscisse in un pomeriggio così poco promettente, senza scalfirne la determinazione.  
La ragazza, quindi, uscì e imboccò di buona lena una stradina che serpeggiava per il colle, decisa a scuotersi da dosso, con i fendenti freddi del vento pronti ad annunciare la neve, la sensazione di essere la nota sbagliata in una melodia di eterna vigilia: l’attesa per le dolcezze natalizie era la minor cosa, se confrontata con l’allegria di tutta la famiglia, apparentemente pronta ad accogliere nuove gioie, al clima entusiasta di chi parlava di progresso, perfino allo slancio con cui alcune amiche e sua cugina guardavano alla modernità e al cambiamento. Lei non rientrava mai in tali quadretti: come un elemento stonato, appunto. Non invidiava gli altri, nemmeno giudicava miserevole la sua esistenza, però avvertiva disagio, quasi nostalgia di tempi sconosciuti. Per la prima volta, concesse alla sua mente di far avanzare la domanda spesso soffocata: “Che ne sarà di me?”.


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AD OGNUNO DEI NOSTRI RACCONTI ABBIAMO PENSATO DI ABBINARE UNA COLONNA SONORA NATALIZIA. OGNI VIGILIA DEL MONDO CI FA PENSARE A...




CI SONO ALTRI RACCONTI DI CHRISTMAS IN LOVE 2013 IN ARRIVO SUL BLOG NEI PROSSIMI GIORNI, CONTINUA A SEGUIRCI!


2 commenti:

  1. Stile curato, dotto e poco convenzionale non è di facile scorrimento iniziale, ma perseverando si apprezza maggiormente il sapore ricercato delle atmosfere ricercate e coinvolgenti.
    Racconto molto bello, intenso e sofferto, ma con l'aleggiare della speranza si realizza l'epilogo auspicato.

    RispondiElimina
  2. anche per me è così, lo stile troppo dotto non mi coinvolge e non mi fa venire voglia di andare avanti, aggiunto al fatto che sia un'ambientazione che non amo molto l'ho apprezzato meno rispetto agli altri... ma è un problema mio perché comunque è scritto molto bene ;)

    RispondiElimina

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