COME TI CROCIFIGGO LO SCHIAVO di Adele Vieri Castellano


La famosa serie della HBO Spartacus Blood & Sands, i seguenti episodi con le loro immagini e la bravura degli attori (e un indimenticabile Andy Withifield, morto per un linfoma nel 2011 mentre stava per essere girata la seconda serie), ci riporta in un periodo storico turbolento e ci fa conoscere un uomo che fu soldato, poi schiavo e gladiatore e combatté contro la più grande potenza di quei tempi, Roma.
Sabato 8 aprile, su Rai 3 (21.10), potrete seguire la vicenda, sulla trasmissione Ulisse condotta da Alberto Angela
Ma vediamo ciò che accadde, in anteprima qui su LMBR.

Il quadro storico
Roma è sotto attacco, diremmo oggi. Siamo nel 73 a.C., la situazione della repubblica romana è in pieno fermento dopo la morte di Mario e Silla. La dittatura di quest’ultimo aveva consolidato il potere degli aristocratici ma sia con lui in vita, sia dopo la sua morte, l'ordinamento repubblicano appariva fragile. La terribile guerra civile non aveva prodotto nulla di nuovo né aiutato il popolo che l'aveva combattuta e subita. Nell’80 a.C., Quinto Sertorio aveva radunato attorno a sé i seguaci di Mario, sfuggiti alle proscrizioni di Silla e si era rifugiato in Hispania, alleato con i Lusitani visto che questi ultimi mai si erano in realtà sottomessi a Roma. Contro lo stato ribelle organizzato da Sertorio fu inviato, nel 76 a.C., Gneo Pompeo, che ebbe la meglio solo quando la confederazione guidata da Sertorio si sfaldò per l’assassinio dello stesso Sertorio, nel 72 a.C.. 


Gneo Pompeo
A Oriente i romani erano invece impegnati con la terza guerra contro Mitridate VI del Ponto, condotta dal generale Lucio Licinio Lucullo (sì, sì, proprio quello degli Horti e delle cene fastose) e il duplice impegno militare sui due fronti opposti riduceva di fatto la presenza di truppe in Italia, rendendo l'esercito inadeguato e permettendo l'iniziale successo della rivolta guidata da Spartaco. Essa fu detta terza guerra servile, le altre due erano scoppiate nel 135 a.C. e nel 104 a.C., in Sicilia. Sebbene fossero state considerate gravi sommosse civili e fossero state impegnate numerose legioni per sedarle, non furono ritenute vere minacce per la Repubblica. Tutto ciò cambiò in occasione della terza, quella di Spartaco.

Chi sono i gladiatori?

Facciamo un passo indietro: nel I secolo a.C. i giochi gladiatorii erano una delle forme di intrattenimento più popolari. Allo scopo di garantire un numero sufficiente di combattenti erano state costruite diverse scuole, dette ludi. Qui, prigionieri di guerra e criminali condannati a morte, seguivano un addestramento al termine del quale erano pronti al combattimento nell'arena. La passione per la lotta tra le belve era nata nei romani dopo la I guerra punica e le spedizioni vittoriose in Africa e Asia. Metello aveva fatto portare a Roma centocinquanta elefanti; il senatore Scauro un considerevole numero di leoni e pantere. I combattimenti tra schiavi, pare introdotti dall'Etruria nel secolo V come rito funebre, divennero così di gran voga. (potete leggere a questo link il mio articolo del 2011, proprio sui gladiatori: Sabbia, Sangue e Arena: il fascino dei gladiatori.) 
Non solo, si spendevano ingenti somme per divertire il popolo e non erano solo schiavi, prigionieri o condannati a morte a scendere sulla sabbia dell’arena: anche liberti o uomini liberi che, per una certa somma, erano disposti a morire. Qualsiasi fosse la loro condizione di solito appartenevano a un mercante detto lanista, che ricavava dai loro combattimenti lauti guadagni fornendoli all'editor, cioè a colui cioè che organizzava gli spettacoli. Ovunque esistevano ludus, uno dei più grandi e conosciuti era quella di Gneo Cornelio Lentulo Barbato di Capua, città opulenta e più godereccia di Roma. La domanda dei gladiatori era cresciuta, la passione aveva contagiato Roma e i gladiatori non bastavano mai. Negli ultimi anni di guerre, le file di questi ultimi erano foraggiate dall’abbondanza di prigionieri divenuti schiavi e, proprio dal ludus di Capua, partì l’uomo che appiccò la scintilla della ribellione: un trace chiamato Spartaco.

La ribellione di Spartaco
Questo non era il suo vero nome, forse fu lo stesso Batiato a soprannominarlo così latinizzando il suo vero appellativo Sparadakos, famoso per la sua lancia o ricavando il soprannome dalla leggendaria Sparta, la città guerriera per antonomasia nell'immaginario collettivo antico. Spartaco era forte, abile, intelligente; aveva militato nelle file dell’esercito romano combattendo in Macedonia ma, insofferente alla disciplina, aveva presto disertato vivendo alla macchia per qualche tempo. Catturato, riconosciuto come disertore, venne venduto a Batiato. Fu ben presto esasperato dalle durissime condizioni del ludus di Capua e dal trattamento inumano che Batiato riservava a lui e agli altri gladiatori, così riuscì a convincere alcuni compagni che meglio sarebbe stato morire combattendo contro gli oppressori che dare la vita uccidendosi l'un l'altro nell’arena, per i divertimento degli odiati romani.
Nel 73 a.C. fuggì dall'anfiteatro capuano, in cui era confinato con una settantina di compagni, che lo seguirono fino alle pendici di quella campagna coltivata a viti e ortaggi che allora era il Vesuvio. Sulla strada i ribelli si scontrarono con un drappello di soldati della locale guarnigione e, nonostante fossero armati solo di attrezzi agricoli, coltelli e spiedi rimediati nella mensa e nella caserma della scuola gladiatoria, riuscirono ad avere la meglio. 

In breve, al piccolo manipolo, si unirono contadini, scontenti, fuggiaschi e il gruppo di Spartaco divenne un esercito numeroso. Lui ne prese il comando, una decisione presa all’ unanimità. Allarmato, il Senato inviò con l'ordine di reprimere la rivolta, due pretori in rapida successione: Gaio Claudio Glabro Publio Varinio ma, essendo una spedizione di repressione di briganti e cattura di schiavi fuggitivi, la faccenda venne condotta con una certa lassitudine. Non era infatti considerato onorevole per i legionari inseguire quella feccia e, tra l’altro, non avrebbero neppure avuto la prospettiva di un ricco bottino di guerra. I due pretori vennero sconfitti per l’abilità militare di Spartaco e, grazie a questa inaspettata vittoria, altri  schiavi si unirono al ribelle che, lasciata la zona vesuviana, si diresse in Lucania. 
 
I romani sottovalutarono Spartaco, fu questa la causa dell'espandersi del conflitto che causò molte perdite umane ed economiche. I ribelli riuscirono a svernare indisturbati tra il 73 e il 72 a.C. e, dopo una seconda, clamorosa vittoria e forte dei nuovi seguaci, Spartaco e i suoi raggiunsero il numero di centoventimila e si impadronirono di quasi tutta la Campania, della Lucania e del Bruzio, attribuendo il titolo di pretore dell'Italia meridionale allo stesso Spartaco.

Intanto a Roma (siamo nel 72 a.C.), il Senato pare accorgersi della pericolosità della rivolta sull'ondata dell’indignazione popolare: i ribelli infatti si erano lasciati dietro una scia di sangue, saccheggi e stupri. I due consoli di quell'anno, Lucio Gellio Publicola e Gneo Cornelio Lentulo Clodiano, furono incaricati di schiacciare Spartaco e i suo seguaci una volta per tutte. La mancanza di disciplina, la presenza di schiavi di svariate origini e sebbene numeroso e reso ardito dalle prime vittorie, l'esercito ribelle conteneva in sé i germi che dovevano condurlo alla rovina. 

Il germano Crisso, uno dei gladiatori fuggiti da Capua con Spartaco, non volendo sottostare ai suoi ordini, chiamò a sé i suoi guerrieri germani e i celti, scese in Apulia (l'odierna Puglia) ma qui fu sconfitto da Publicola nella battaglia del Gargano. Dopo la sua vittoria su Crisso il propretore di Publicola, Gellio, inseguì il gruppo al comando di Spartaco e diretto in Gallia Cisalpina, forse nei territori tra il fiume Adige, le Alpi e il Rubicone. L’esercito di Lentulo invece si dispose in modo tale da sbarrare il passo a Spartaco. I due consoli pensavano così di intrappolare gli schiavi ribelli con una manovra a tenaglia. Spartaco non venne intimorito dalla notizia della morte di Crisso, riuscì a sconfiggere Publicola e Lentulo stanziati, come dicevamo, da una parte all’altra dell’Appennino. 

Pare che Spartaco, per vendicare la morte di Crisso, abbia messo a morte trecento legionari costringendoli a combattersi fino alla morte come succedeva nelle arene. In quel periodo sconfisse anche il governatore della Gallia cisalpina, il proconsole Gaio Cassio Longino Varo, che gli andò incontro nei pressi di Mutina, l'attuale Modena, con un esercito di diecimila legionari. Anche lui fu sbaragliato e a stento si salvò dopo l’enorme strage di romani. 

Nessuno, a questo punto, sa come spiegare perché Spartaco non abbia proseguito verso nord, verso la libertà sua e del suo esercito, avendo la strada completamente libera. Decise invece di tornare a sud, verso la Lucania. Il Senato, sempre più nel panico, affidò al proconsole Marco Licinio Crasso, diventato ricchissimo grazie all’acquisto dei beni dei proscritti di Silla, il comando di otto legioni. Anzi, Crasso le chiese senza mezzi termini, per avere la certezza della sua superiorità numerica sui ribelli. 


Spartaco, conscio di essere ormai braccato, non ebbe molta scelta: decise di andare in Sicilia per unirsi a un’altra rivolta di schiavi, indipendente dalla sua. Però non riuscì ad attraversare lo stretto: Crasso aveva fatto costruire un grande muro in prossimità dell'istmo di Catanzaro, protetto da un fossato largo e profondo, che serviva a bloccare i rifornimenti ai ribelli e il loro sbarco in Sicilia. Spartaco, dopo una serie di tentennamenti, decise di forzare il blocco facendo attraversare le sue truppe in un punto delle opere di difesa, trattando con pirati cilici e portare così il suo esercito nell'isola ma i pirati, avuto il denaro pattuito, lo tradirono.  

Animati più di disperazione che di coraggio, i ribelli decisero di aprirsi la via con le armi. Approfittando di una notte buia e tempestosa, assalirono con inaudita violenza le difese al vallo romano, le superarono e si diressero in Apulia, forse con l’intenzione di dirigersi in Tracia. Crasso li attaccò alle spalle ma fu sconfitto nella battaglia di Petilia. Era il gennaio del 71 a.C., Spartaco e il suo esercito erano spossati e disillusi, le legioni di Crasso determinate e ben armate.  

Nonostante la vittoria, il trace fu costretto alla fuga: prima verso Brindisi dove due suoi ex-alleati, Casto e Gannico, vollero muovere battaglia ai romani ma vennero sbaragliati e poi alla ritirata, nuovamente verso la Lucania. Nella piana del Metapontino, oggi in provincia di Matera, il ribelle raccolse nuovi consensi e a Metapontum si incontrò con il pirata cilicio Tigrane, per organizzare un altro imbarco, questa volta da Brindisi verso la Cilicia. Fallì anche questo, sempre per il tradimento di Tigrane (pessimi questi pirati, eh?).


Il preannunciato arrivo delle truppe di Gneo Pompeo (fino a quel momento in Hispania contro Sartorio) e di Marco Terenzio Varrone Lucullo, proconsole di Macedonia, diede la scossa a Crasso per muoversi più in fretta, visto che non voleva dividere la gloria dell'impresa con i suoi rivali. La decisiva battaglia fra le legioni di Crasso e l’esercito dei ribelli nel 71 a.C. si svolse, secondo Appiano e Plutarco, presso Petelia in Calabria. Per lo storico tardo romano Paolo Orosio, avvenne nei pressi delle sorgenti del fiume Sele, a quel tempo parte della Lucania. In quest'area, nei decenni passati, ci sono stati diversi ritrovamenti di armature, corazze e spade di epoca romana.  

Forse Spartaco presagiva la sconfitta poiché, narra Plutarco, uccise il proprio cavallo prima di andare in battaglia. A coloro che gliene chiesero il motivo, pare risondesse che ne avrebbe avuti altri se avesse vinto e che, se invece fosse stato ucciso, non ne avrebbe più avuto bisogno. Spartaco si lanciò dunque tra le file nemiche cercando il confronto con Crasso. Ferito, spossato, cadde sulle ginocchia ma continuò a combattere fino a quando gli rimase la forza per tenere in mano la spada. La rotta degli schiavi fu completa, la maggior parte uccisi, tantissimi fatti prigionieri e crocifissi lungo la via Appia, la strada consolare che conduceva da Capua a Roma In cinquemila riuscirono a fuggire. Pompeo, reduce dalla Spagna, arrivò tardi e roso dall’invidia, inseguì i cinquemila superstiti. Li sbaragliò tutti per poi crocifiggerli, come aveva fatto Crasso.

La guerra si era già conclusa vittoriosa grazie a Crasso ma il vanitoso Pompeo volle attribuire a se stesso il merito e, annunciando al Senato il proprio successo, scriveva di avere estirpate in Asia le radici della rivolta, di aver sconfitto lo schiavo che aveva osato sfidare Roma…


«Magnus, Magnus, te ne scongiuro, non farlo! Come ti è venuta l’idea che Crasso è a capo di un esercito di codardi? Per via delle legioni consolari, della decimazione? Be’, disilluditi! Si è creato uno splendido esercito, più fedele a lui di quanto il tuo lo sia a te. Marco Crasso non è Gellio o Clodiano! Non sai cos’ha fatto lungo la Via Appia tra Capua e Roma?»
«No» disse Pompeo, con aria leggermente incerta «cos’ha fatto?»
«Ci sono seimilaseicento seguaci di Spartaco legati a seimilaseicento croci, lungo la Via Appia tra Capua e Roma – cioè una croce ogni cento piedi, Magnus! Ha decimato i sopravvissuti delle legioni consolari per mostrare come tratta i soldati vigliacchi, e ha crocifisso i sopravvissuti dell’esercito di Spartaco per far vedere a ogni schiavo d’Italia cosa succede agli schiavi che si ribellano. Non sono le azioni di un uomo che puoi liquidare come se niente fosse, Magnus! Sono le azioni di un uomo che forse deplora la guerra civile – non sarebbe certo un bene, per i suoi affari! – ma che, se il Senato gliel’ordinasse, prenderebbe le armi contro di te. E avrebbe ottime probabilità di annientarti!»
L’incertezza sparì; il viso di Pompeo s’irrigidì cocciutamente. 
«Farò copiare la lettera al mio scriba, Filippo, e domani tu la leggerai ad alta voce al Senato.» (Colleen McCullough, I favoriti della Fortuna, Rizzoli 1996)

Ed ecco qui il video trailer del programma di 
sabato sera: 
CLICCA SUL LINK
http://www.raiplay.it/video/2017/03/Ulisse-il-piacere-della-scoperta---Aspettando-Ulisse-5de90f1f-792c-4c0a-ba8e-fbf189498ae5.html


AFFASCINA ANCHE TE IL PERSONAGGIO DI SPARTACO E LA STORIA ROMANA IN GENERE?


4 commenti:

  1. La storia romana mi è sempre piaciuta ma ho cominciato ad amarla davvero e ad appassionarmene totalmente dopo aver letto i magnifici libri di Adele su Marco Quinto Rufo, Quinto Decio Aquilato e Arash Tahmurat. E aspetto con impazienza "Il Leone di Roma". Interessante e ricco di spunti come sempre questo post.

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  2. Grazie Lady MacKinnon, lieta di averti avvicinata ai miei amatissimi romani!

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  3. Molto bello e interessante questo articolo...
    Anche io aspetto con moooolta impazienza "Il leone di Roma"!!!!
    Ho già riletto le storie di Rufo e Aquilato talmente tante volte da saperle quasi a memoria.

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  4. Molto bello e interessante questo articolo...
    Anche io aspetto con moooolta impazienza "Il leone di Roma"!!!!
    Ho già riletto le storie di Rufo e Aquilato talmente tante volte da saperle quasi a memoria.

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