CHI BEN INIZIA...

"È una verità universalmente riconosciuta, che uno scapolo in possesso di un'ampia fortuna debba avere bisogno di una moglie." Jane Austen, 'Orgoglio e pregiudizio'
Impossibile fare a meno di ricordare uno degli incipit di romanzo più famosi della storia della letteratura per introdurre queste mie considerazioni sulle prime pagine dei romanzi. Amo i libri con begli incipit, quelli che ti mettono una voglia pazza di continuare a leggere.
Una caratteristica comune ad alcuni libri segnalati al nostro blog è avere un inizio davvero debole, lento, che non si capisce dove voglia andare a parare. Ebbene sì, lo confesso, uno dei pregi che un libro deve avere per spingermi a leggerlo è riuscire a coinvolgermi subito dalle prime pagine se no passo ad altro. Come dico spesso, il tempo libero è troppo prezioso per sciuparlo con letture noiose o mediocri. Detto questo, non nego che ci siano anche romanzi che amo il cui inizio non è esattamente sprint, ma ce ne sono altri la cui prima pagina mi ha fulminato e mi è rimasta nel cuore.
Oggi vorrei  proporvi alcuni di questi inizi  per confermare, se ce ne fosse bisogno, che un libro con un incipit bello, forte e coinvolgente è destinato ad essere scelto molto più di uno con un inizio lento, mal organizzato e ripetitivo... insomma pallosi, saranno spesso destinati a non essere letti.

Inizio folgorante? Ecco i primi libri che mi vengono in mente,chissà se li conoscete anche voi... 

SHERRY THOMAS - "INTIME PROMESSE" (Private Arrangements) - Leggereditore

Londra, 8 maggio 1893
C’era un solo tipo di matrimonio che avesse mai ottenuto l’approvazione della società.
I matrimoni felici erano considerati volgari, dato che la felicità matrimoniale raramente durava più di un budino ben bollito. I matrimoni infelici, ovviamente, erano ancor più volgari, al pari del congegno speciale di Mrs Jeffries, che sculacciava quaranta fondoschiena in una volta: innominabile, poiché la metà dell’alta società lo aveva sperimentato in prima persona.

No, il solo tipo di matrimonio che sopportasse le vicissitudini della vita era il matrimonio cortese. Ed era ampiamente riconosciuto che lord e lady Tremaine avessero il matrimonio più cortese di tutti.
Nei dieci anni dal loro matrimonio, nessuno dei due aveva mai pronunciato una parola scortese sull’altro, non ai genitori, non ai fratelli, non agli amici, non agli estranei. Inoltre, come potevano attestare i loro servitori, non avevano mai avuto liti, grandi o piccole, né si erano mai messi in imbarazzo a vicenda; in effetti, non erano mai in disaccordo su nulla.
Tuttavia, ogni anno, qualche debuttante appena uscita da scuola, sottolineava – come se non fosse noto – che lord e lady Tremaine vivevano in continenti diversi e non erano più stati visti insieme dal giorno successivo al loro matrimonio.
Gli anziani scuotevano la testa. ‘Sciocca giovane ragazza. Aspetta che senta delle chiacchiere sull’amante del suo bello. Oppure che si disamori dell’uomo che ha sposato. Allora capirà che meraviglioso accordo abbiano i Tremaine: la civiltà, la distanza, e la libertà fin dall’inizio, svincolate da fastidiose emozioni.’ Era davvero un matrimonio perfetto.
Pertanto, quando lady Tremaine presentò istanza di divorzio, citando come motivi l’adulterio e l’abbandono da parte di lord Tremaine, i menti caddero sui piatti della cena nelle sale da pranzo più blasonate di tutta Londra. Dieci giorni dopo, mentre si diffondeva la notizia dell’arrivo di lord Tremaine sul suolo inglese, per la prima volta in un decennio, le stesse mascelle cadenti ammaccarono molti dei costosi tappeti provenienti dal cuore della Persia.
La storia di ciò che accadde dopo si espanse come un budello ben nutrito. Andò in questa eccitante maniera: un ospite andò in visita alla residenza di città dei Tremaine, su Park Lane. Goodman, il fedele maggiordomo di lady Tremaine, aprì la porta. Dall’altra parte c’era un estraneo, uno dei gentiluomini dall’aspetto più notevole che Goodman avesse mai incontrato, alto, bello, robusto, una presenza imponente.
«Buon pomeriggio, signore» disse Goodman placidamente. Un rappresentante della marchesa di Tremaine, benché impressionato, non fissava con aria sciocca né si mostrava eccessivamente entusiasta.
Si aspettava che gli venisse offerto un biglietto da visita e il motivo di quest’ultima. Invece gli venne consegnato il copricapo del gentiluomo. Sorpreso, abbandonò la presa sulla maniglia e prese il cappello a cilindro bordato di raso. In quell’istante, l’uomo lo superò entrando nel vestibolo. Senza uno sguardo alle sue spalle o una spiegazione per quell’atto di intrusione, iniziò a togliersi i guanti.
«Signore» sbuffò Goodman. «Non avete il permesso della padrona di casa per entrare.»
L’uomo si voltò e lanciò a Goodman uno sguardo che, con sua grande vergogna, gli fece venir voglia di raggomitolarsi e piagnucolare. «Questa non è la residenza Tremaine?»
«Lo è, signore.» La reiterazione di ‘signore’ sfuggì a Goodman, benché non avesse inteso che accadesse.
«Allora potete cortesemente informarmi, da quando il padrone di casa ha bisogno del permesso della padrona per entrare nella sua proprietà?» L’uomo teneva entrambi i guanti nella mano destra e li batteva tranquillamente contro il palmo della mano sinistra, come se stesse giocando con un frustino.
Goodman non capiva. La sua datrice di lavoro era la regina Elisabetta del suo tempo: una padrona senza nessun padrone. Poi l’orrore cominciò a farsi strada. L’uomo di fronte a lui era il marchese di Tremaine, il marito della marchesa assente da lungo, come se fosse morto, ed erede del duca di Fairford.
«Perdonatemi, signore.» Goodman mantenne la sua calma professionale e prese i guanti di lord Tremaine, anche se stava improvvisamente sudando. «Non eravamo stati avvisati del vostro arrivo. Faccio immediatamente preparare le vostre stanze. Posso offrirvi un piccolo rinfresco nel frattempo?»
«Sì. E provvedete a far scaricare il mio bagaglio» disse lord Tremaine. «Lady Tremaine è in casa?»
Goodman non rilevò nessuna inflessione insolita nel tono di lord Tremaine. Era come se fosse semplicemente rientrato dopo un sonnellino pomeridiano al suo club. Dopo dieci anni! «Lady Tremaine sta facendo una passeggiata nel parco, signore.»
Lord Tremaine annuì. «Molto bene.»
Goodman si affrettò istintivamente dietro di lui, nel modo in cui avrebbe seguito un animale selvatico che avesse superato la porta d’ingresso. Fu solo mezzo minuto più tardi, quando lord Tremaine si voltò e sollevò un sopracciglio, che Goodman si rese conto di essere già stato congedato.
Qualcosa nella residenza della moglie disturbava lord Tremaine.
Era sorprendentemente elegante. Si era quasi aspettato di vedere il tipo di arredamento a cui aveva fatto l’abitudine nelle dimore dei suoi vicini in fondo alla Quinta Strada: grandioso, dorato, con l’unico obiettivo di ricordare gli ultimi giorni di Versailles.
Lei possedeva alcune sedie di quell’epoca, ma avevano mantenuto parte del rivestimento di velluto e apparivano comode, piuttosto che di lusso. Lord Tremaine non vide neppure le pesanti credenze e la proliferazione incontrollata di chincaglierie che, nella sua immaginazione, erano saldamente associate alle case inglesi.
Se mai, la sua residenza era sorprendentemente somigliante a una certa villa a Torino, ai piedi delle Alpi italiane, in cui aveva trascorso un paio di settimane felici durante la sua gioventù; una casa con carta da parati di un delicato oro antico e di uno smorzato acquamarina, dai vasi di maiolica con orchidee in cima a sottili tavolinetti in ferro battuto, e dai durevoli, ben fatti mobili del secolo precedente.
Nel corso di un’intera fanciullezza passata a trasferirsi da un domicilio all’altro, la villa era stata l’unico luogo, con l’eccezione della proprietà del nonno, dove si era sentito a casa. Aveva amato la sua luminosità, la sua comodità, l’ordine e la sua abbondanza di piante d’appartamento, il loro odore umido ed erbaceo.
Era incline a liquidare gli echi di una somiglianza tra le due case come una coincidenza, finché la sua attenzione si spostò sui dipinti che ornavano le pareti del salotto. Tra il Rubens, il Tiziano, e i ritratti degli antenati che occupavano una sproporzionata superficie delle pareti, lei aveva appeso pezzi degli stessi artisti moderni le cui opere anch’egli esibiva nella sua residenza a Manhattan: Sisley, Morisot, Cassatt, e Monet, la cui produzione era stata in maniera infame paragonata a della carta da parati incompiuta.
Il suo polso accelerò, allarmato. Nella sala da pranzo figuravano altri Monet e due Degas. La sua galleria faceva pensare che avesse comprato una intera esposizione impressionista: Renoir, Cezanne, Seurat, e artisti di cui nessuno aveva mai sentito parlare al di fuori degli ambienti più pettegoli del mondo dell’arte parigino.
Si fermò a metà strada lungo la galleria, improvvisamente incapace di procedere. Lei aveva arredato la casa secondo la fantasia divenuta realtà del ragazzo che era stato quando l’aveva sposata, il ragazzo che doveva aver menzionato, durante le loro lunghe ore di assorta conversazione, qualcosa circa la sua preferenza per le case sobrie e il suo amore per l’arte moderna.
Ricordò la sua concentrazione incantata, le sue dolci domande, il suo bruciante interesse per tutto quanto lo riguardasse.
Il divorzio non era che un nuovo espediente dunque? Una trappola abilmente predisposta per irretirlo ancora quando tutto il resto aveva fallito? L’avrebbe trovata nuda e profumata sul suo letto quando avesse spalancato la porta della sua camera da letto?
Individuò l’appartamento padronale e spalancò la porta.
Lei non c’era, né nuda né altro, sul suo letto.
Non c’era alcun letto.
E nemmeno nient’altro. La camera da letto era ampia e vuota come il West americano.
Il tappeto non mostrava più i segni delle gambe delle sedie e del letto. Le pareti non tradivano nessun rettangolo rivelatore di quadri recentemente rimossi. Spessi strati di polvere si erano posati sul pavimento e sui davanzali. La stanza era rimasta vuota per anni.
Senza alcuna ragione, sentì come se il respiro gli venisse spinto fuori dai polmoni a calci. Il salotto dell’appartamento padronale era pulito fino a brillare e completamente attrezzato: poltrone imbottite per leggere, scaffali carichi di libri, evidentemente consumati dalla lettura, col dorso rugoso, una scrivania appena rifornita di inchiostro e carta, perfino un vaso con un amaranto in fiore. Rendeva il vuoto della camera da letto ancora più intenzionale, un simbolo pungente.
La casa, una volta, era stata forse arredata con l’unico obiettivo di farlo tornare indietro. Ma quello era un altro decennio, completamente un’altra era. Nel frattempo lui era stato eviscerato dalla sua esistenza.
Era ancora in piedi sulla soglia, a fissare la camera da letto vuota, quando giunse il maggiordomo con due camerieri e una valigia di grandi dimensioni al seguito. Il nulla della camera fece imporporare il viso del maggiordomo di uno straordinario color rosa. «Ci vorrà solo un’ora, signore, per far prendere aria alla camera e ripristinare l’arredamento.»
Quasi disse al maggiordomo di non affrettarsi e lasciare la camera spoglia. Ma allora avrebbe detto troppo. Così si limitò ad annuire. «Eccellente.»
Il prototipo della nuova timbratrice che lady Tremaine aveva ordinato per la sua fabbrica nel Leicestershire rifiutava di mantenere le sue promesse. La trattativa con il costruttore navale di Liverpool si trascinava in maniera alquanto insoddisfacente. E lei non aveva ancora risposto a nessuna delle lettere di sua madre – dieci in tutto, una per ogni giorno da quando aveva chiesto il divorzio – in cui la signora Rowland metteva apertamente in dubbio la sua sanità mentale e per poco non aveva paragonato la sua intelligenza a quella di un coscio di prosciutto.

Ma era tutto previsto. Quello che le faceva pulsare la testa era il telegramma dalla signora Rowland di tre ore prima: ‘Tremaine è sbarcato a Southampton questa mattina.’ Non importava quanto avesse provato a spiegarlo a Freddie come qualcosa di normale per lo svolgimento delle cose: Ci sono documenti da firmare e accordi da negoziare, tesoro. L’arrivo di Tremaine preannunciava solo guai.

Suo marito. In Inghilterra. Più vicino di quanto le fosse mai stato in una decade, fatta eccezione per lo sventurato incidente a Copenaghen, nell’88.
«Ho bisogno che Broyton venga domani mattina a controllare alcuni conti per me» comunicò a Goodman, consegnandogli lo scialle, il cappello e i guanti non appena entrò in casa, dirigendosi verso la biblioteca. «Cortesemente, ho biso­gno della signorina Etoile per alcuni dettati. E dite a Edie che stasera indosserò il vestito di velluto color crema, anziché quello ametista di seta.»
«Signora...»
«Quasi dimenticavo. Ho visto lord Sutcliffe questa mattina. Il suo segretario si è dimesso. Ho raccomandato vostro nipote. Che si presenti alla residenza di lord Sutcliffe domattina alle dieci. Ditegli che lord Sutcliffe preferisce un uomo sincero e di poche parole.»
«Troppo gentile da parte vostra, signora!» esclamò Goodman.
«È un uomo giovane e promettente.» Si fermò davanti alla porta della biblioteca. «Ripensandoci, fate venire la signorina Etoile tra venti minuti. E assicuratevi che nessuno mi disturbi fino a quel momento.»
«Ma vostra signoria, il marchese...»
«Il marchese non prenderà il tè con me oggi.» Aprì la porta rendendosi conto che Goodman era ancora lì, che indugiava. Si voltò a metà e lo guardò. Il maggiordomo aveva un’espressione costernata. «Che cosa c’è, Goodman? Ancora problemi con la schiena?»
«No, signora. È che...»
«Sono io» disse una voce dall’interno della biblioteca. La voce di suo marito.
Per un lungo, sbigottito momento, tutto quello a cui riuscì a pensare fu quanto fosse felice di non aver invitato a casa con lei Freddie, come spesso faceva, dopo la passeggiata insieme. Poi non riuscì più a pensare a nulla. Il suo mal di testa svanì, sostituito da un folle afflusso di sangue alla testa. Sentì caldo, poi freddo. L’aria intorno a lei divenne densa come la zuppa di piselli: buona per essere inghiottita, ma impossibile da inspirare.
Vagamente, annuì a Goodman. «Potete tornare alla vostre mansioni.»
Goodman esitò. Temeva per lei? Entrò in biblioteca e lasciò che la pesante porta di quercia si chiudesse alle sue spalle, lasciando fuori gli occhi e le orecchie dei curiosi, estromettendo il resto del mondo.
Le finestre della libreria erano esposte a ovest, con vista sul parco. La luce del sole, ancora intensa, si riversava attraverso le lastre di vetro con un angolo obliquo, posandosi in perfetti rettangoli di calda trasparenza sul tappeto di Samarcanda, con i suoi papaveri e i suoi melograni su una base rosa e avorio.
Tremaine era in piedi appena oltre la luce diretta, le mani appoggiate contro la scrivania di mogano alle sue spalle, le lunghe gambe incrociate alle caviglie. Avrebbe dovuto essere una figura in ombra, non particolarmente visibile. Eppure lei lo vide fin troppo chiaramente, come se l’Adamo di Michelangelo fosse saltato fuori dal soffitto della Cappella Sistina, avesse derubato una sartoria su misura di Savile Row e fosse venuto a portare guai.
Era sorpresa. Lo fissava, come fosse ancora stata quella ragazza di diciannove anni, priva di profondità, ma piena di sé.
«Salve, Camden.»
«Salve, Gigi.»
Lei non aveva più permesso a nessun uomo di chiamarla con quel nomignolo d’infanzia dopo la sua partenza.
Sforzandosi di allontanarsi dalla porta, percorse tutta la biblioteca, il tappeto verde sotto i piedi troppo morbido, come fosse un pantano. Marciò da lui, per dimostrare che non lo temeva. Ma lo temeva. Lui aveva potere su di lei, un potere superiore a quello conferito dalle semplici leggi.
Benché fosse alta, dovette inclinare la testa per guardarlo negli occhi. I suoi occhi erano di uno scuro, scuro verde, come la malachite degli Urali. Inspirò il suo sottile profumo di sandalo e agrumi, l’aroma che un tempo aveva identificato con la felicità.
«Siete qui per concedermi il divorzio o per darmi fastidio?» andò dritta al punto. I problemi che non si affrontavano a viso aperto giravano sempre in cerchio per morderti il sedere.
Lui si strinse nelle spalle. Si era tolto la giacca e la cravatta. Lo sguardo di Gigi indugiò un secondo di troppo sulla pelle dorata alla base del collo. La camicia di fine batista era drappeggiata su di lui con amore, accarezzandogli le spalle larghe e le braccia lunghe.
«Sono qui per stabilire ‘le condizioni’.»
«Che significa le condizioni?»
«Un erede. Voi mi fornirete un erede e io vi permetterò di procedere col divorzio. Altrimenti sarò io a citarvi per adulterio. Sapete di non poter divorziare adducendo come motivo l’adulterio se avete commesso il medesimo peccato, non è vero?»
A Gigi fischiarono le orecchie. «Sicuramente state scherzando. Desiderate un erede da me? Adesso?»
«Prima d’ora non potevo sopportare l’idea di portarvi a letto.»
«Davvero?» rise lei, anche se avrebbe preferito spaccargli un calamaio contro la tempia. «Vi è piaciuto abbastanza l’ultima volta.»
«La miglior interpretazione della mia vita» ribatté lui facilmente. «E io fui un buon attore, tanto per cominciare.»
Il dolore esplose dentro di lei, corrosivo e debilitante come aveva creduto di non sentire mai più. Tentò di riprendere il controllo e spostare il soggetto della conversazione lontano da dove era più vulnerabile. «Minacce vuote. Non sono mai stata in intimità con lord Frederick.»
«Davvero casto da parte vostra. Parlo di lord Wrenworth, lord Acton, e dell’onorevole signor Williams.»
Lei trattenne il respiro. Come faceva a saperlo? Era sempre stata così attenta, sempre così discreta.
«Vostra madre mi ha scritto.» La guardava, evidentemente godendo del suo crescente sgomento. «Naturalmente, lei desiderava soltanto che io avessi un attacco di gelosia e mi affrettassi ad attraversare l’oceano per reclamarvi come mia. Sono sicuro che la perdonerete.»
Se mai fossero esistite circostanze attenuanti per il matricidio, erano proprio quelle. Per prima cosa, l’indomani avrebbe scatenato due dozzine di capre affamate nella pregiata serra della signora Rowland. Poi si sarebbe accaparrata l’intero mercato delle tinture per capelli, obbligando la donna a mostrare le sue radici grigie.
«Avete una scelta» affermò amichevolmente. «Possiamo risolverla privatamente. Oppure possiamo ottenere le testimonianze giurate di questi signori. Sapete che ogni parola che proferirebbero finirebbe su tutti i giornali.»
Lei impallidì. Freddie era il suo miracolo umano, costante e leale, la amava abbastanza da sopportare volentieri tutte le difficoltà e le brutture di un divorzio. Ma l’avrebbe amata ancora quando tutti i suoi ex amanti avessero testimoniato sulle loro relazioni nel registro pubblico?
«Perché lo state facendo?» La voce di Gigi si alzò. Fece un respiro profondo per calmarsi. Ogni emozione mostrata a Tremaine era un segno di debolezza. «Vi ho fatto inviare una dozzina di lettere dai miei avvocati. Non avete mai risposto. Avremmo potuto far annullare questo matrimonio con una certa dignità, senza dover passare attraverso questo circo.»
«E io che pensavo che la mia mancanza di risposte esprimesse adeguatamente la mia opinione sulla vostra idea.»
«Vi ho offerto centomila sterline!»
«Valgo venti volte tanto. Ma anche se non avessi un soldo, per me non sarebbe abbastanza per farmi stare davanti a un magistrato di Sua maestà e giurare di non avervi mai toccato. Entrambi sappiamo perfettamente che vi ho scopata per bene.»
Lei indietreggiò e divenne bollente. Purtroppo, non completamente a causa della rabbia. I ricordi di quella notte... no, non voleva pensarci. L’aveva già dimenticata. «Si tratta della signorina von Schweppenburg, non è vero? State ancora cercando di punirmi.»
Le indirizzò uno di quei suoi sguardi freddi che un tempo le facevano tremare le ginocchia. «Perché mai pensate una cosa simile?»
E cosa poteva rispondergli? Cosa poteva dire senza tirare fuori la loro intera, complessa e amara storia? Deglutì. «Bene» asserì, più indifferentemente che poteva. «Stasera ho un impegno. Ma dovrei essere a casa verso le dieci. Vi posso concedere un quarto d’ora dalle dieci e mezza.»
Camden si mise a ridere. «Impaziente come sempre, mia cara marchesa. No, stasera non vi farò visita. Sono stanco per il viaggio. E ora che vi ho vista, avrò bisogno di qualche giorno in più per superare il mio disgusto. Ma statene certa, non mi farò vincolare da stupidi limiti di tempo. Rimarrò nel vostro letto per tutto il tempo che vorrò, non un minuto di meno e non un minuto di più, non importa quanto pregherete.»
Gigi rimase a bocca aperta per l’assoluto stupore. «Questa è la cosa più ridico...»
A un tratto Camden si chinò verso di lei e le mise l’indice sulle labbra. «Se fossi in voi non finirei la frase. Non vi piacerebbe rimangiarvi quelle parole.»
Lei voltò la testa dall’altra parte con uno strattone, le labbra che ardevano. «Non vorrei che voi restaste nel mio letto nemmeno se foste l’ultimo uomo vivente e non mi rimanesse altro che la cantaride per una quindicina di giorni.»
«Quali immagini mi richiamate alla mente, signora Tremaine. Con ogni uomo al mondo perfettamente vivo e senza alcun afrodisiaco voi eravate già una tigre.» Si allontanò dalla scrivania. «Per oggi ho avuto da voi tutto quello che potevo perdere. Vi auguro una piacevole serata. Trasmettete i miei saluti al vostro amato. Spero che non gli importi che io eserciti i miei diritti coniugali.»
Se ne andò senza voltarsi.
E non per la prima volta.
Lady Tremaine osservò la porta chiudersi dietro il marito e rimpianse il giorno in cui aveva appreso della sua esistenza.

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KYLIE  SCOTT  "NESSUN PENTIMENTO" (Lead) - Newton Compton
Prologo
Due mesi fa…
La sua bocca continuava a muoversi ma io non lo sentivo più già da un bel po’.
Non ce la potevo proprio fare, non per quello che mi pagavano. Impossibile. Secondo giorno di lavoro ed ero pronta a buttarmi giù dalla finestra. Mi dicevano: l’ambiente discografico ti piacerà, vedrai. È affascinante, vedrai. Bugiardi.
«…è così difficile da capire? Ci sei? Un éclair è un bignè lungo, ripieno di crema e con la glassa al cioccolato. Non come questo, questo… coso rotondo che hai comprato. DI NUOVO», tuonò l’idiota, con le guance che gli tremavano.
Intanto la sua assistente personale, nel dubbio di poter essere il prossimo bersaglio, sprofondava sempre di più dietro la scrivania. Vabbè. Probabilmente non pagavano abbastanza nemmeno lei. Solo a un masochista andrebbe bene una cosa del genere per meno di cento dollari l’ora. Di solito cercavo lavori temporanei, non più di due mesi. Abbastanza per fare un po’ di soldi, ma non abbastanza per finire invischiata in qualche dramma.
Di solito.
«Mi sta ascoltando?». La sua abbronzatura posticcia passò dall’arancione a un’allarmante tonalità bordeaux man mano che la sua rabbia aumentava. Se avesse avuto un infarto non sarei stata certo io a fargli la respirazione bocca a bocca. Avrei lasciato volentieri il sacrificio a qualche altra anima valorosa.
«Signorina… come diavolo si chiama», disse. «Torni al negozio e stavolta mi prenda quello che le ho chiesto!».
«Morrissey. Mi chiamo Lena Morrissey». Gli passai il tovagliolo, facendo attenzione a evitare qualsiasi contatto con la sua mano: un professionista mantiene sempre le distanze. Senza contare che il tipo era piuttosto repellente.
«E questo è per lei».
«Che cos’è?»
«Un messaggio da parte del responsabile del negozio di ciambelle: si scusa per la mancanza dei lunghi, gustosi e fallici éclair. A quanto pare li preparano solo nel tardo pomeriggio», dissi. «Dato che non mi ha creduto quando gliel’ho detto ieri, ho pensato che forse sarebbe stato più incline a farlo se glielo avesse spiegato un’autorità più prestigiosa di me nel mondo delle ciambelle».
Il poveretto guardò perplesso il tovagliolo, poi me, e di nuovo il tovagliolo.
«Si chiama Pete. Sembra un ragazzo simpatico. Lo chiami se ha bisogno di ulteriori verifiche. Come può vedere, gli ho fatto scrivere il suo numero in basso». Provai a indicargli il numero in questione ma Adrian ritrasse la mano e accartocciò il tovagliolo. Okay, ci avevo provato.
Più o meno.
Esplose una gran risata in un angolo dello studio. Un bel ragazzo biondo con i capelli lunghi mi sorrise. Mi faceva piacere che il biondino si stesse divertendo. Quanto a me, ero di certo a un passo dal licenziamento.
Un attimo, ma quello non era Mal Ericson degli Stage Dive?
Oh, porca… sì che era lui.
Quindi quei tre bei ragazzi che gli stavano accanto dovevano essere gli altri membri del gruppo. Cercai di distogliere lo sguardo. Ma i miei occhi la pensavano diversamente. Gente famosa. Be’. Almeno ero riuscita a vederne qualcuno da vicino prima di farmi sbattere fuori. Non sembravano così diversi da noi comuni mortali. Solo un po’ più belli, forse. Anche se avevo giurato solennemente di non pensare più agli uomini, non potevo negare di essere colpita. Due di loro erano intenti a sfogliare dei documenti. Avevano i capelli scuri, dovevano essere i fratelli David e Jimmy Ferris. Ben Nicholson, il bassista e il più imponente di tutti, si era disteso con le mani dietro la nuca e si era subito addormentato. Complimenti. Ottimo metodo per affrontare una riunione.
Mal mi salutò con la mano. «Lena Morrissey, eh?»
«Già».
«Tu mi piaci, Lena. Sei un vero spasso».
«Grazie», risposi seccamente.
«Mal, amico», si intromise Adrian, «dammi giusto il tempo di liberarmi di questa… donna e poi vediamo di concludere quella questione».
Lo schiavista posò di nuovo i suoi occhietti su di me. «È licenziata. Fuori di qui».
Eccoci. Uffa.
«Aspetta un attimo». Mal si alzò in piedi e venne verso di me con aria spavalda. Per non parlare del movimento sinuoso dei fianchi. «E così tu ti occupi di queste stronzate qua?»
«Me ne occupavo, sì».
Mi rivolse un sorriso caloroso. «Non mi sembri molto colpita dalla mia presenza, Lena. Vuoi dire che non ti faccio nessun effetto?»
«Certo che sì. È solo che ora sono un tantino impegnata a farmi licenziare per poter apprezzare a pieno l’importanza del momento». Era davvero carino, e di sicuro quel suo sorriso avrebbe fatto colpo su un sacco di donne. Ma non su di me. «Ma stia tranquillo, più tardi sarò sicuramente fuori di me dalla gioia».
Si appoggiò allo stipite della porta. «Ho la tua parola?»
«Assolutamente».
«Mi voglio fidare».
«E io lo apprezzo, signor Ericson. Non la deluderò».
Mi rivolse un gran sorriso. «Sei una furbetta. Mi piace».
«Grazie».
«Non c’è di che».
Reclinò la testa e tamburellò con un dito sulle labbra.
«Sei single, Lena?»
«E perché lo vuole sapere?»
«Pura curiosità. Ma se devo giudicare dalla tua faccia incazzata, credo che la risposta sia sì. Ed è una vergogna per tutti i fratelli maschi del mondo essersi lasciati scappare una bella ragazza come te».
Un buon numero di “fratelli” non si era lasciato scappare la sottoscritta. Aveva preferito trattarmi a pesci in faccia. Da qui l’espressione incazzata. Ma non gliel’avrei detto per nulla al mondo.
«Ehm, Mal?». Adrian tirava la grossa catena d’oro che aveva intorno al collo come se fosse un collare.
«Un momento, Adrian». Mal mi studiava con attenzione, indugiando con lo sguardo sul seno prosperoso. Grandi tette, poca altezza e fianchi materni: ecco l’eredità genetica della mia famiglia. Mia madre era proprio come me, e sapevo che non c’era nulla da fare. La sfortuna in amore, invece, sembrava essere una caratteristica esclusivamente mia. Papà e mamma si erano sposati trent’anni prima e mia sorella stava per farlo, anche se io non ero stata invitata alla cerimonia. Storia complicata. O semplice e triste, fate voi.
A ogni modo, stavo bene da sola. Benissimo.
«Io credo che potresti essere la persona giusta, Lena», disse il batterista riportandomi alla realtà.
Sbattei le palpebre. «Prego?»
«Voglio dire, guardati, sei così carina, così adorabile. Ma quello che mi fa letteralmente impazzire è il modo in cui i tuoi occhi, dietro quegli occhialini sexy, mi stanno mandando affanculo».
«Le piace, eh?», dissi con un sorriso smagliante.
«Oh, sì. Da morire. Ma qui non si tratta di me».
«Ah, no?»
«Purtroppo no». Scosse la testa.
«Maledizione!».
«Eh, sì. Ma non sai cosa ti perdi». Sospirò, sistemandosi i capelli dietro le orecchie, poi si voltò. «Signori, quel problema di cui parlavamo prima. Forse ho trovato la soluzione».

David Ferris spostò lo sguardo da Mal a me, poi tornò a fissare l’amico corrugando la fronte. «Non dirai mica sul serio…».

«Serio al centodieci percento».
«L’hai sentita, è una segretaria». Il maggiore dei fratelli Ferris, Jimmy, non alzò nemmeno la testa dalle sue carte. La voce era morbida, profonda e soprattutto disinteressata. «Non ha nessuna qualifica».
Mal sbuffò. «Perché invece quelli qualificati hanno fatto un gran bel lavoro. Quanti ne hai licenziati o fatti scappare finora? È tempo di affrontare il problema da una nuova prospettiva, amico. Apri la mente alla miracolosa Lena Morrissey».
«Ma di che sta parlando?», chiesi, disorientata.
«Ragazzi, ragazzi». L’imbecille – Adrian – iniziò ad agitare le mani in preda al panico. «Non scherziamo, dài. Piantiamola e ragioniamo seriamente».
«Dacci solo un minuto, Adrian», disse David. «Non è facile convivere con lui, tu credi che ce la possa fare?».
Jimmy sbuffò.
«Sì, penso proprio di sì», disse Mal eccitato, saltellando sulla punta dei piedi. Strinse i pugni e si mise in guardia, come per combattere. «Mostrami quello che sai fare, Lena. Mettimi al tappeto. Forza, campionessa. So che puoi farlo. Mettimi spalle al muro!».
Che svitato. Scacciai via quei pugni dalla mia faccia. «Signor Ericson, ha all’incirca cinque secondi per spiegarsi meglio o me ne vado».
David Ferris mi fece un sorrisetto. In segno di approvazione, forse? Non saprei. E non m’interessava. Quel circo era durato fin troppo. Avrei dovuto fornire una spiegazione decente all’agenzia interinale. Non era la prima volta che mi azzuffavo con un cretino sul posto di lavoro, e le mie speranze di passarla liscia erano poche. Mi avevano già chiesto di moderare il mio caratterino un paio di volte. Ma la vita è troppo breve per sopportare certe offese. Se lasci che la gente ti metta i piedi in testa, vuol dire che meritavi di farti trattare male. Lo avevo imparato fin troppo bene.
Abbassando le spalle deluso, Mal sospirò. «Okay, okay. Non vuoi giocare con me. Sai che m’importa».
Scambiò un’occhiata con David. Poi David diede una gomitata al fratello. «Forse potremmo pensarci su».
«Tratta Adrian di merda e all’improvviso è quella giusta?», chiese Jimmy. «Ma stiamo scherzando?»
«Mal ha ragione, lei è diversa».
Adrian, disperato, si lasciò sfuggire un piccolo lamento. Per piccolo che fosse, mi palpitò il cuore dalla gioia. Forse la giornata non sarebbe stata un completo fallimento dopotutto.
«Dimmi un po’, Lena», mi disse Mal con un sorriso a trentadue denti. «Che ne pensi di Portland?»
«Non piove tutto il tempo?», chiesi. Onestamente, l’idea di finire laggiù, nel Nordovest del Paese, non era un granché.
Mal fece un gemito. «Lo so, adorabile Lena, lo so. Credimi, ho provato a convincerli a tornare a Los Angeles, ma non mi hanno dato retta. I fratelli Ferris vogliono stare a Portland. Persino Benny si sta ambientando».
Ben, il bassista, aprì un occhio e ci rivolse uno sguardo stanco. Poi lo richiuse e riprese il suo pisolino.
«Dài, Jim», disse Mal rimettendosi a saltellare sul posto, «aiutami a convincerla che Portland non fa proprio schifo».
Finalmente, dopo tanto tempo, Jimmy fece un sospiro e mi guardò.
E senza sforzo riuscì dove Mal aveva fallito. Tutto si fermò, a parte il pulsare del mio sangue, che prese a rimbombarmi nelle orecchie. Quell’uomo era magnifico nel modo in cui lo sono le stelle. Potevo solo guardarlo e desiderarlo dal basso, in lontananza: era completamente al di fuori della mia portata. Momenti come quelli dovrebbero essere memorabili. Bisognerebbe sentire il fato che si muove sotto i piedi. Ma invece delle luci d’atmosfera e della musica drammatica in sottofondo, mi toccava lo sguardo scontroso di un tizio con un completo elegante. Aveva due occhi blu ghiaccio, i capelli scuri gli scendevano sul viso e sul collo, incorniciando gli zigomi di un angelo ma la bocca di un bambino cocciuto. Ogni altro centimetro visibile era decisamente quello di un uomo virile, ma quel modo di serrare la mascella… be’.
Era bellissimo, ma nel suo volto non c’era nulla di buono. Avevo incontrato abbastanza uomini con quell’espressione, e sapevo cosa significava. E nonostante tutto lo trovavo comunque attraente. Tipico.
Perciò anch’io lo guardai accigliata, dritto negli occhi.
Il suo sguardo si posò su di me.
Lo sostenni.
«Voi due siete fatti l’uno per l’altra», disse Mal rivolto a Jimmy. «È come se vi conosceste già da anni. Penso che sarebbe una buona assistente per te. Diglielo tu, Lena».
«Assistente?», ripetei meccanicamente, senza capirci nulla.
«Da quando avrei bisogno di un’assistente?». Jimmy mi osservò dalla testa ai piedi, stringendo le labbra in chiaro segno di disapprovazione.
«Da quando sembri incapace di tenerti qualcuno accanto per la riabilitazione». Fu il fratello a rispondergli con voce pacata, ma con una punta di freddezza. «Ma sta a te. Se non vuoi fare un tentativo con lei, allora la casa discografica troverà qualcun altro. Qualcuno di più adatto».
Jimmy sembrava imbarazzato. Le spalle larghe che riempivano quella giacca si curvarono in avanti. Quasi mi dispiaceva per lui. Non era certo la persona più solare del mondo, ma non deve essere gradevole quando tuo fratello si rivolge a te in quel modo. Ah, i rapporti tra fratelli.
«Con un po’ di fortuna troveranno qualcuno che magari riuscirai a sopportare, giusto?», chiese David. «Stai andando alla grande, ma non possiamo permetterci un passo falso adesso».
«Non farò passi falsi».
«Presto saremo di nuovo in tour. La tua routine andrà a pezzi. E in situazioni di questo tipo si può facilmente ricadere nelle vecchie abitudini. Hai sentito cos’ha detto l’ultima terapista».
«D’accordo, Dave. D’accordo. Cristo santo». Nonostante stesse parlando con il fratello, il suo sguardo di ghiaccio non mi abbandonò mai.
E io ricambiai senza fare una piega. Non era nel mio stile abbassare lo sguardo.
«La assumerò».
Mi misi a ridere. «Signor Ferris, non ho ancora accettato».
«Ma alle mie condizioni».
Accanto a me, Mal sollevò i pugni in aria, imitando i rumori di un’ipotetica folla. Nessuno sembrò badare a quel che avevo detto.
«Non voglio averti sempre tra i piedi», disse Jimmy, continuando a fissarmi.
«Un momento, per favore. Mi sta offrendo un posto come assistente?», gli chiesi, per accertarmi di aver capito bene.
«No. Ti sto offrendo un periodo di prova come assistente. Un mese… se non scappi prima».
Un mese. Potevo farcela… forse. Ma solo se mi pagavano abbastanza.
«Cosa comporta questo ruolo e quanto verrei pagata?»
«Comporta di non starmi sempre tra i piedi e guadagneresti il doppio di quanto prendi qui».
«Il doppio?». Sgranai gli occhi.
«Non riferirai a nessuno quello che succede, a meno che non abbia un crollo», continuò. «E in tal caso parlerai solo con uno dei ragazzi del gruppo o con il responsabile della sicurezza. Chiaro?»
«Di che tipo di crollo parliamo, esattamente?»
«Fidati, se dovesse accadere te ne accorgerai. Come hai detto che ti chiami?»
«Lena».
«Tina?»
«No. Lena. L.E.N.A.».
Adrian fece una specie di gorgoglio, sembrava quasi che lo stessero strangolando. Ma non me ne fregava niente. L’unica cosa che importava era che la fronte di Jimmy si fosse distesa. La rabbia o la tensione o qualunque cosa fosse gli sparì dalla faccia. Mi rivolse uno sguardo pensieroso. Non sorrideva. Quella smorfia non si avvicinava neanche lontanamente a un sorriso. Ma per un attimo mi chiesi cosa si poteva fare perché sorridesse.
La curiosità uccide.
«Le-na», pronunciava il mio nome come per vedere se calzava. «Okay, tu stammi alla larga e vediamo come va». 
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ADELE VIERI CASTELLANO - "ROMA 40 DC - DESTINO D'AMORE" - Leggereditore

Cap. 1
Roma, 793 a. U.c., ottavo giorno prima delle calende di Iulius (40d. C., 24giugno)

Due donne camminavano spedite nei vicoli stretti, affollati e maleodoranti della Suburra, il capo coperto dalla pallae chino sui sandali di cuoio. Saltellavano da un punto all’altro della strada dove pozzanghere di liquami, oggetti abbandonati ed ogni sorta di mendicante stavano a crogiolarsi nel coacervo di schifezze.
«Domina, fai attenzione… attenta!» gridò una di loro.
L’altra, che la sovrastava di una buona testa e aveva in mano un oggetto cilindrico piuttosto pesante, si voltò a guardarla in cagnesco.
«Ancilla! Smettila di seccarmi. Non manca molto ormai. Ho altre cose per la testa che evitare una pozzanghera.»
Girandosi Livia urtò un uomo corpulento col viso sudato, gli occhi iniettati di sangue e i denti marci da far inorridire un mulo. Si sentì afferrare da dita come tenaglie e scrollare due o tre volte, con violenza.
«Guarda dove cammini, stupida femmina.»
Ancilla si erse in tutta la sua statura ma neppure così poté sputare sul viso dello sconosciuto.
«Lascia subito la domina!» esclamò allora, conficcandogli le unghie nella carne del braccio.
L’uomo non lasciò la presa e mollò un veloce e inevitabile manrovescio che fece cadere la giovane schiava proprio in una di quelle pozzanghere che aveva avuto tanta cura di evitare.
Qualche passante rallentò.
Nel vicolo, in quel punto, si affacciava un’insula rumorosa a più piani e dall’altro lato l’ingresso di un lupanare sulla cui soglia stavano due lupe.
«Guarda, guarda che bel bocconcino» alitò l’uomo dalla fogna che aveva al posto della bocca.
Non aveva tutti i torti. La giovane donna che teneva prigioniera aveva occhi di smeraldo, che spiccavano su un viso dall’incarnato perfetto.
«Dove vai, bella? Entriamo nel lupanare, così mi racconti qualcosa della tua famiglia.»
Livia puntò i piedi nella polvere e tirò indietro il volto. Ancilla saltò addosso all’armadio da tergo, appendendosi al collo taurino. L’uomo cominciò a dibattersi, tenendo stretta Livia.
La confusione aumentò, le due prostitute tifavano per la schiava e alcuni passanti ridevano a crepapelle.
La mano sudicia strappò via la palla dalla testa di Livia. Punte di legno e laccetti di cuoio si allentarono e ciocche castano scuro si riversarono sulle sue spalle. Gli spettatori ne furono deliziati e lo incitarono.
Con un sorriso ebete, mentre sulla testa gli piovevano i pugni di Ancilla, l’infame cercò di lacerarle anche la tunica immacolata, ma in quel momento una voce imperiosa risuonò dietro di lor
«Che succede, Aulo Plautio? Non hai voluto pagare il divertimento?»
La folla si aprì e scese un silenzio tombale. Aulo Plautio rimase solo, al centro della via.
L’uomo che aveva parlato fece qualche passo. Il capo scoperto sovrastava gli astanti e il corpo muscoloso e scurito dal sole lo collocava immediatamente in una categoria a parte. Sopra la lorica muscolata di cuoio che indossava stava il laticlaviodi porpora, che indicava il suo rango.
«Il tribuno laticlavio che ha salvato la vita all’imperatore!»
«L’uomo che Caligola ha portato a Roma dalla Germania.»
«Marco Quinto Rufo!»
Quel nome colpì la folla come una folgore e parecchi allungarono il collo, incuriositi.
«Rufo, non ho fatto nulla. Queste arpie mi stanno uccidendo!»
Quando ai fianchi del tribuno apparvero quattro guardie pretoriane, la folla cominciò a diradarsi. Ancilla scivolò dalla schiena del grassone e gli mollò un appagante calcio negli stinchi. Livia, tornata libera, si girò. Chi era quel tizio che aveva raggelato la folla?
Si trovò a fissare un torace ampio, due braccia scoperte fino ai bicipiti gonfi. Su quello sinistro una lunga cicatrice disegnava un serpente di carne che arrivava giù, fino al polso nascosto da uno spesso monile di ferro. Era così alto che dovette alzare il mento per guardarlo in viso.
All’istante si agitò in lei qualcosa di indefinito. Una sensazione che da mesi non provava più e che le attraversò il corpo come una vampata ardente dopo un grande spavento, quando il cuore batte forte e il sangue sembra crepitare ovunque.
Sgomenta, lo fissò.
Si augurò di non dovergli mai rivolgere la parola. Era spaventosa quella sua faccia dura, dagli occhi crudeli sotto le sopracciglia aggrottate. Lui la valutò come fosse merce e dopo averla squadrata con fredda efficienza, si rivolse agli ultimi temerari rimasti.
«Fuori dai piedi.»
Lo disse a voce bassa ma in un attimo, la folla si disperse. Anche le due prostitute sparirono nel lupanare, abbassando la tenda che ne chiudeva l’ingresso.
Livia richiuse le braccia attorno al cilindro di piombo. Il tempo stava cambiando. Un alito di vento alzò la polvere della strada e sfiorò la tunica del tribuno. Gli bastò un gesto e due dei quattro pretoriani raccattarono da terra la feccia che l’aveva assalita. O era stata lei? Livia non ricordava come fosse cominciata la rissa.

Marco Quinto Rufo le si avvicinò. Una sottile cicatrice gli attraversava la guancia rasata. Aveva labbra carnose, ben definite, che teneva serrate.

«Donna,» le disse con tono severo «che cosa fai qui?»
E lui, tribuno laticlavio, non doveva essere al fronte a combattere i nemici di Roma?
Livia tirò indietro le spalle per sembrare più alta e lo fissò negli occhi. Si convinse di non aver fatto nulla di male.
«Una commissione, tribuno.»
«Sola con la tua schiava? La Suburra non è posto per te.»
«Stavo tornando a casa.»
Deglutì per calmarsi. Alle sue spalle un grugnito, un tonfo, il rumore inconfondibile di percosse. Il tribuno la sfiorò, oltrepassandola.
Livia fu investita dal suo odore di maschio, aspro di terra e di sole. Fece un passo indietro, sconvolta. Per Venere Ericina, che montagna di muscoli aveva quell’uomo?
I due pretoriani reggevano Aulo Plautio per le braccia.
«Che devo fare di te, Plautio?»
Beninteso, il grassone non gli rispose. Dalla bocca gli colava un rivolo di bava, il volto era tumefatto e sulla tunica lercia, già macchiata di vino, spiccavano ora rosse macchie di sangue.
Rufo lo afferrò per i capelli sporchi, costringendolo a scoprire il collo e portò la mano sinistra sotto la tunica. Livia si mosse senza riflettere.
«Non vorrete ucciderlo!» esclamò, convinta che quel barbaro stesse snudando un pugnale.
Il contatto con quel braccio sfregiato saettò nella carne di Livia come un dardo di fuoco. La pelle era calda, i peli morbidi. Senti i suoi muscoli tendersi sotto le dita.
Lui fissò prima la mano sottile che spiccava sulla sua pelle scura, poi le piantò due schegge d’onice nelle pupille. Il dio Crono fermò il tempo. La mandibola virile ebbe un guizzo, un sopracciglio si alzò.
Consapevole della sua audacia, Livia scattò indietro come si fosse bruciata. Un gesto come quello e poteva finire lei stessa sgozzata all’istante.
«Perdonami, tribuno» mormorò abbassando il capo e trattenendo il fiato.
«Toglietemelo dalla vista» ordinò lui ai pretoriani, senza smettere di fissarla con occhi cupi come l’Averno. Infine, con voce arrochita le intimò: «Torna alla tua domus donna, prima che decida di rovinarti la giornata.»
Livia, un brivido di paura giù per la schiena, non se lo fece ripetere. Un passo indietro, un altro ancora senza riuscire a staccare gli occhi da quel viso rozzo, crudele. Quando sentì Ancilla afferrarle la mano, si voltò e cominciò a correre.
Il sole si era nascosto e il vento aveva acquistato vigore quando le due donne giunsero nel Bosco Sacro. Lungo il sentiero che dalla Via Flaminia si snodava attraverso la Valle delle Ninfe, avevano rallentato per riprendere fiato sotto le fronde.
Decisero di fermarsi. La Suburra, il grassone, ma soprattutto il terribile tribuno, erano ormai lontani.
«Ah, domina! Che spavento!» esclamò Ancilla, col cuore che le batteva all’impazzata. «Non scorderò mai questo giorno.» 
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JULIE JAMES - "QUESTIONE DI PRATICA" (Practice Makes Perfect) - Mondadori 
La sveglia suonò alle cinque e trenta del mattino. Assonnata, Payton Kendall sollevò una mano verso il comodino e a tastoni cercò di zittire quel rumore insopportabile. Per qualche istante rimase lì, avvolta nel tepore delle lenzuola, aprendo lentamente gli occhi. Godendosi quei pochi attimi della giornata che poteva considerare davvero solo suoi. Poi, ricordando all’improvviso, balzò su dal letto.
Oggi era il grande giorno.
Payton aveva un piano per quella mattina. Non a caso aveva puntato la sveglia per alzarsi mezz’ora prima del solito. Si era resa conto che lui si presentava in ufficio ogni giorno alle sette. Evidentemente gli piaceva l’idea di arrivare per primo. Ma quella mattina lei sarebbe già stata lì. Ad attenderlo.
Nella sua mente, Payton aveva già programmato tutto. Si sarebbe comportata con disinvoltura. Sentendolo arrivare, sarebbe uscita casualmente in corridoio per prendere qualcosa dalla stampante. “Buongiorno” lo avrebbe salutato sorridendo. E senza che lei dovesse aggiungere altro, lui avrebbe compreso alla perfezione il significato di quel sorriso.
Sicuramente lui avrebbe indossato uno dei suoi abiti di sartoria, che si faceva fare su misura, Payton ne era certa. «Quell’uomo sa come vestirsi» aveva detto una delle segretarie, mentre spettegolava davanti alla macchina del caffè, nella sala relax del cinquantatreesimo piano. Payton aveva resistito alla tentazione di aggiungere qualcosa a quel commento per non tradire ciò che pensava di lui e che fino ad allora aveva cercato di tenere nascosto.
Iniziò a prepararsi per uscire. Per un uomo doveva essere molto più facile, pensò, non per la prima volta. Niente trucco, niente piastra per i capelli, niente gambe da depilare. Non avevano nemmeno bisogno di sedersi per fare la pipì, quei bastardi! Barba, doccia… e in dieci minuti erano fuori di casa. Anche se Payton sospettava che lui ci impiegasse un po’ di più. Quei capelli arruffati, perfettamente imperfetti, di sicuro richiedevano l’uso di qualche prodotto. E, da quello che aveva potuto constatare di persona, lui non indossava mai la stessa combinazione camicia-cravatta per due volte nello stesso mese.
Non che lei non curasse il proprio aspetto. Un esperto che aveva collaborato con lei a una causa di discriminazione di genere particolarmente spinosa le aveva detto che i giurati – sia uomini che donne – considerano più favorevolmente le avvocatesse attraenti. Nonostante questa realtà le apparisse tristemente sessista, la accettava comunque come un dato di fatto e faceva di tutto per apparire al meglio sul lavoro. E poi si sarebbe fatta uccidere piuttosto che non apparire al meglio di fronte a lui.
Il viaggio verso l’ufficio fu tranquillo; non c’era in giro tanta gente così presto. La città sembrava svegliarsi lentamente, mentre Payton percorreva i tre isolati che la separavano dallo studio legale. Il sole del primo mattino si rifletteva sul lago, ammantandolo di un dolce bagliore dorato. Payton sorrise tra sé varcando la soglia dell’edificio; era decisamente di buonumore.

La sua euforia aumentò quando l’ascensore si fermò al cinquantatreesimo piano. Il suo piano. Il loro piano. La porta si aprì rivelando l’atrio buio dello studio. Le segretarie sarebbero arrivate di lì a due ore almeno. Meglio così. Aveva un paio di cose da dirgli, e se tutto fosse andato come previsto, quella mattina sarebbe riuscita a parlargli liberamente senza il timore che qualcuno potesse udirli.

Payton s’incamminò con sicurezza lungo il corridoio, facendo ondeggiare la valigetta di fianco a sé. L’ufficio di lui era più vicino all’ascensore, quindi ci sarebbe passata davanti. Erano trascorsi otto anni da quando si erano trasferiti nei rispettivi uffici, situati sui due lati opposti del corridoio. Payton rammentava perfettamente la targhetta affissa alla porta: J.D. JAMESON.
Il solo menzionare il suo nome le faceva venire il batticuore…
Svoltò l’angolo, sorridendo al pensiero di ciò che lui avrebbe detto quando…
Si bloccò improvvisamente.
Nell’ufficio di J.D. la luce era accesa.
Ma… come? Impossibile! Si era alzata a quell’ora assurda per arrivare per prima. Che ne era del suo piano, del suo grande piano? Quello di avvicinarsi casualmente alla stampante, di rivolgergli un sorrisetto malizioso e di dirgli “Buongiorno, J.D.”?
Udì una familiare voce baritonale alle proprie spalle.
«Buongiorno, Payton.»
I battiti del cuore le salirono alle stelle. Non poteva farci nulla, il solo sentire il suono della sua voce aveva quell’effetto su di lei. Si voltò e se lo ritrovò davanti.
J.D. Jameson.
Era così tipicamente J.D.: senza la giacca, con i pantaloni dal taglio classico, in tessuto gessato color aviazione e i capelli castano chiaro arruffati ad arte. Era anche abbronzato, probabilmente perché aveva giocato a tennis o a golf durante il fine settimana. Le rivolse uno dei suoi sorrisi smaglianti, appoggiandosi con noncuranza all’armadio alle sue spalle.
«Ho detto buongiorno» ripeté lui.
E Payton fece quello che sempre faceva quando vedeva J.D. Jameson.
Aggrottò la fronte.
Quello stronzo aveva vinto. Di nuovo.
«Buongiorno, J.D.» rispose con il tono sarcastico che riservava solo a lui.
J.D. controllò l’orologio e poi guardò da una parte all’altra del corridoio con deliberata teatralità. «Mi è sfuggito il carrello del pranzo, per caso? È già mezzogiorno?»
Payton lo odiava. “Io non arrivo mai a mezzogiorno!” fu sul punto di replicare, ma si morse la lingua. No, non si sarebbe abbassata al suo livello per difendersi.
«Forse, se prestassi meno attenzione ai miei andirivieni e dedicassi un po’ più di tempo al lavoro, ti basterebbe fatturare dieci ore anziché quindici, J.D.»
Notò con soddisfazione che le sue parole gli avevano cancellato quel sorrisetto ebete dal viso. Touché. Con un atteggiamento freddo e distaccato, affinato negli anni, Payton girò sui tacchi e si diresse verso il proprio ufficio.
Che cosa stupida, pensò… quell’eterno atteggiamento competitivo che J.D. aveva con lei. Evidentemente si concentrava troppo su quello che faceva lei. Era così fin da quando… be’, da sempre, in realtà. Grazie a Dio, lei era superiore a quelle assurdità.
Payton entrò nel suo ufficio e si chiuse la porta alle spalle. Posò la valigetta sulla scrivania e si sedette sulla logora poltrona di pelle. Quante ore aveva passato su quella poltrona? Quante nottate in quell’ufficio? Quanti fine settimana aveva sacrificato al lavoro? E tutto per dimostrare di essere degna di diventare socia dello studio… per dimostrare che lei era la migliore.
Attraverso la porta a vetri vedeva l’ufficio di J.D., dall’altra parte del corridoio. Lui era seduto di nuovo alla scrivania, davanti al computer, e stava lavorando. Ma certo, come se avesse delle questioni della massima importanza di cui occuparsi!
Payton prese il portatile dalla valigetta e lo accese, pronta a iniziare la giornata. Dopotutto, anche lei aveva delle cose della massima importanza su cui concentrarsi.
Innanzitutto, come diavolo avrebbe fatto a svegliarsi alle quattro e trenta l’indomani mattina.  
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Greazie a chi condividerà il link a questo post sulle sue pagien social.

1 commento:

  1. I primi 3 sono splendidi, quindi se il buongiorno si vede dal mattino, l'incipit vorra' pur dire qualcosa. Basta ricordare quello folgorante di Cent'anni di solitudine. Diciamo che un incipit notevole puo' aiutare, ma e' chiaro che da solo non basta. Eppure non mi vengono in mente libri amatissimi dall'incipit debole...

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