CHRISTMAS IN LOVE: " L'ORIZZONTE NON HA COLORE" DI LEDRA LOI



MENO UN GIORNO ALLA GRANDE FESTA E PER ALLENTARE LA TENSIONE, COSA MEGLIO DI UN RACCONTO ROMANTICO?

NE L'ORIZZONTE NON HA COLORE DI LEDRA LOI LA PROTAGONISTA VIVE QUELLO CHE DOVREBBE ESSERE IL SUO MOMENTO PIU' BELLO NEL MODO PEGGIORE... POTRA' IL NATALE  PORTARE NUOVE SPERANZE?....BUONA LETTURA!



Il giardino all’ingresso dell’ospedale era immerso in un silenzio imprevisto. Un grande abete troneggiava carico di palline multicolori.
Roberto parcheggiò l’auto e aprì lo sportello, inspirando l’aria frizzante del mattino. Il sole era luminoso e sembrava sorridergli ammiccante. Eccolo, il grande giorno. “Da oggi siamo una famiglia” si disse. Aveva desiderato a lungo quel momento, l’aveva sognato e immaginato in mille modi diversi. Ma ora che era arrivato quasi non ci credeva: quella sera avrebbe dormito per la prima volta con le sue due donne.
Si avviò verso l’ingresso, bersagliato da sensazioni molto diverse: eccitazione per la nuova vita, ansia di non farcela a essere un bravo papà, paura del futuro ma anche una grande, potente, impensabile felicità.  – Non dormirai – gli aveva detto Fulvio, la sera prima – e non per i pianti. Ma per la gioia di averla vicino.
E lui aveva riso per quelle parole, sapendo già che si sarebbero dimostrate vere.
Gli venne quasi da fischiettare, mentre le scarpe lo accompagnavano sul selciato. Era tutto pronto e perfetto. Perfino la ghirlanda sulla porta aveva un intendo profumo di agrifoglio e pigne. Non vedeva l’ora di riabbracciarle.

Genziana sistemò a Morgana il vestitino rosso. La piccola dormiva beata e inconsapevole di tutto il trambusto e la felicità che aveva portato.
I dolori del parto erano quasi scomparsi, insieme alla sensazione di inadeguatezza che aveva provato negli ultimi mesi. Sua figlia era lì. Tre chili e mezzo di tenerezza, strilli micidiali e richieste continue di attenzione. Genziana era stata ben lieta di assecondare a tutti i suoi voleri, coadiuvata dalle infermiere. – Ma ora siamo pronte, streghetta – la chiamava così fin da quando avevano deciso per quel nome, celtico e pagano, sicura di augurare alla figlia un futuro di forza e felicità. – Papà sta venendo a prenderci e finalmente ti farò vedere la tua cameretta. Ti piacerà, è piena di draghi!
Morgana la ignorò, continuando nel suo sonno sazio.
– Andate già via? – Era la signora Balli, la sua vicina di stanza. Una vecchietta gentile e un po’ sorda, che le aveva elargito un sacco di consigli sulla sua nuova vita da madre. Mangiava avida dei biscotti al miele e, con gentilezza, glieli porse. Genziana la ringraziò con un dolce sorriso e ne gustò uno mentre le rispose: – Sì. Roberto sarà qui a momenti, e noi non vediamo l’ora di tornare a casa.
– Te lo ricordi, Genziana, quello che ti ho detto? Chiamami, per qualsiasi cosa. E stai attenta all’ombra!
Genziana sorrise. Quella storia dell’ombra l’aveva assillata in quei tre giorni. La signora Balli era convinta che quest’ombra fosse una specie di spirito maligno, che seguiva tutte le neomamme per farle sbagliare. Raccolse Morgana dalla culla. Profumava di talco. Meglio godersi quell’odore, prima di vederlo trasformato nell’ennesima scarica di cacca!
Voci dietro la porta le allargarono il sorriso.
Roberto le apparve davanti, ancora più bello del solito. Era il ritratto della felicità ed era vestito in maniera impeccabile: camicia ben stirata, pantaloni rigidi, capelli in ordine. Erano sposati da anni, ma ogni volta che lo vedeva Genziana continuava a sentire i brividi.
– Ciao, piccolina. – Roberto la oltrepassò, concentrato su Morgana. – Adesso andiamo tutti a casa.
Morgana fece lo sforzo di aprire uno degli occhi, prima di rituffarsi nel sonno.
– Ssst! Non svegliarla, per carità! – Genziana indicò la valigia sul pavimento. – Puoi prendere quella?
– Certo, amore, subito.
L’ultimo sorriso era per la signora Balli. – Arrivederci, allora.
– Mi raccomando! – l’ammonì ancora lei, e Genziana lottò per non ridere.
Ritrovarsi fuori dall’ospedale le fece sentire felice. Osservò Roberto, mentre assicurava navetta e figlia ai sedili posteriori, e fili dorati che erano stati posti sulle siepi comparsi dopo il suo ricovero. La vita era andata avanti, e sarebbe stata ogni giorno più bella, ora che con loro c’era la piccola Morgana.
Salì in auto, e lanciò un’occhiata alla neonata, attraverso lo specchietto retrovisore, e fu allora che la notò. Un’ombra avvolgeva la navetta, una spirale grigio fumo intorno alla carrozzina rosa.
Sussultò, senza fiato.
– Che succede?
L’ombra era scomparsa. Un’allucinazione, nulla di più. Genziana sorrise a Roberto. – Nulla, amore. Mettiamo un po’ di musica?
Lui non si fece pregare. Mise una allegra musica natalizia che rimbombò in tutto l'abitacolo.

Il resto del viaggio fu tranquillo, e Morgana non si svegliò nemmeno quando furono davanti alla porta di casa.
Genziana però era ben sveglia e poté ammirare la ghirlanda e lo striscione colorato di benvenuto che Roberto aveva appeso, insieme allo zerbino, raffigurante una cicogna. – Dove l’hai trovato quello?
– Internet. Che te ne pare?
– Carinissimo. Ora entriamo, dai.
Lui le aprì la porta, sorridente, come quando erano tornati dal viaggio di nozze.
Sul mobile di fronte all’ingresso c’era una stella di Natale rosa gigante avvolta da due palloncini della stassa sfumatura di rosa.
– Non ti sembra di aver esagerato?
– Per le mie donne non è mai abbastanza.
– Con “le tue donne” intendi anche tua madre?
Roberto ridacchiò, scortandola fino alla stanzetta della loro piccola. Un tripudio di fiocchi, palloncini, le lenzuola con sopra raffigurata una principessa e un decoro sul muro che comprendeva castelli, valli incantate e un drago.
– E questo?
– Ho incontrato mago Merlino, un paio di giorni fa. È stato un po’ caro, ma ne è valsa la pena.
– Tu sei tutto matto.
– Ti piace, amore?
– Non ti può ancora rispondere… e credo che non abbia nemmeno visto.
– Non chiedevo a lei, chiedevo a te.
Genziana lo guardò. Gli anni di matrimonio non avevano spento nulla della passione che li aveva travolti, fin dall’inizio, ma avevano alimentato la fiamma della tenerezza. Sapeva di essere fortunata, e ne era così felice che quasi l’emozione le faceva scoppiare il cuore. Non gli rispose. Si limitò a sfiorare quelle labbra con un bacio struggente. Quanto le era mancato!
Morgana scelse quel momento per risvegliarsi, con i suoi strilli che monopolizzavano l’attenzione a dieci chilometri di distanza.
– Ha una bella vocina – commentò Roberto, con una smorfia.
– Sì, se continua su questo tono inizio a prenotarle la scuola di canto. – Genziana si piegò sulla carrozzina e raccolse il suo batuffolo rosa e lilla. – È tutto a posto, amore mio. Siamo a casa con papà.
Morgana aprì gli occhietti e le lanciò un’occhiata torva, aumentando gli strilli.
– Posso tenerla io?
Genziana gliela passò, con attenzione. – Prova, ma non credo che… – s’interruppe, stupita. La neonata aveva smesso di urlare non appena era arrivata fra le braccia del padre.
– Visto? – gongolò lui.
– È una bimba di buon gusto. Scommetto che anche lei si è già innamorata di te.
Roberto sorrise, mentre Morgana, rilassata, si abbandonava di nuovo al sonno.

Fu quella notte.
Genziana si girava nel letto, agitata da un sogno che non avrebbe più saputo ricordare e che si spezzò, di colpo, quando il dolore al seno le fece capire che era quasi ora.
Si alzò, attenta a non svegliare Roberto.
La carrozzina era un’ombra, molto più scura delle altre nella stanza. Genziana se ne accorse mentre si avvicinava. Un’ombra densa e cupa come la trama fitta della nebbia. Qualcosa le attorcigliò lo stomaco, a metà fra il timore e l’angoscia. Ma avanzò, verso la sua bambina. Era un terrore irrazionale, una sciocchezza.
Quando raggiunse Morgana e la guardò, si accorse che l’ombra emanava da lei.

La mattina dopo sembrava tutto tranquillo.
Vincendo la repulsione e una strana voce che le parlava dentro, incitandola a non allattare la piccola, Genziana era riuscita a dar da mangiare a sua figlia. Era tornata a letto, il seno dolente per la voracità della neonata, e aveva impiegato più tempo del solito ad addormentarsi. Il sonno era stato agitato, terribile. Scene confuse le ballavano in mente, ma una era nitida. Morgana, trasformatasi in una creatura famelica, che le staccava il seno a morsi, e il sangue denso e nero che si raccoglieva in pozzanghere ai suoi piedi, puzzolenti e disgustose.
Dopo quel sogno, che l’aveva destata di soprassalto, era crollata in un sonno esausto. E, al risveglio, tutto le era apparso così assurdo che, pian piano, l’aveva relegato nelle allucinazioni da stanchezza.

Ma la Voce tornò. Mentre la cambiava.
Un’incitazione continua, inarrestabile.
– Falla cadere. Cosa ti costa? Ti sta togliendo tutto, la vita, il sonno, e…
– Basta.
– Sì, basta. Liberati di lei.
– Smettila! È mia figlia!
– Appunto. Ti appartiene. Puoi farne quello che vuoi!
– Basta! – Stavolta lo gridò e Morgana scoppiò in un pianto disperato. Prese la bambina fra le braccia, la cullò. E ancora una volta, guardandola, scoprì sul suo viso un ghigno che sapeva di sfida.


PER CONTINUARE A LEGGERE 


FRA TUTTE LE LETTRICI CHE LEGGERANNO E COMMENTERANNO I RACCONTI ALLA FINE DELLA RASSEGNA ESTRARREMO REGALI A SORPRESA!



APPUNTAMENTO A DOMANI CON UNA NUOVA STORIA INEDITA DI
CHRISTMAS IN LOVE 2015




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