ESCE IN LIBRERIA ' IL SEGNO DELL'UNTORE' DI FRANCO FORTE

*ATTENZIONE GIVEAWAY*: UNA COPIA AUTOGRAFATA DALL'AUTORE DI QUESTO ROMANZO VERRA' MESSA IN PALIO FRA TUTTE LE LETTRICI ISCRITTE AL NOSTRO BLOG CHE LASCERANNO UN COMMENTO  A QUESTO POST ENTRO IL 5 FEBBRAIO.  (VEDI QUI COME ISCRIVERSI AL BLOG)
La bella copertina del romanzo
IL SEGNO DELL'UNTORE
di Franco Forte
pag. 358
Collana: Ominibus Mondadori
Prezzo: € 15,00

Milano, anno del Signore 1576. Sono giorni oscuri quelli che sommergono la capitale del Ducato. La peste bubbonica è al suo culmine, il Lazzaretto Maggiore rigurgita di ammalati, i monatti stentano a raccogliere i morti. L’aria è un miasma opaco per il fumo dei roghi accesi ovunque.
In questo scenario spettrale Niccolò Taverna, Notaio Criminale, viene chiamato a risolvere due casi: un furto sacrilego in Duomo e un brutale omicidio. Chi ha assassinato il Commissario Inquisitoriale Bernardino da Savona? E perché? E chi ha rubato il candelabro di Benvenuto Cellini dal Duomo?
La figura del Notaio Criminale Niccolò Taverna che si muove nel suggestivo scenario della Milano del 1500, dominata dalla Corona di Spagna e minacciata dalle continue epidemie di peste, è alla base del romanzo “Il segno dell’untore” (Mondadori, in libreria dal 17 gennaio 2012). Investigatore astuto, intelligente, grande osservatore di particolari che sfuggono a inquirenti e criminali, Niccolò Taverna si trova a dover risolvere difficili casi di omicidio in un clima di tensione tra il Governatore della città, il potere clericale, rappresentato dalla figura dell’arcivescovo Carlo Borromeo, e la Santa Inquisizione spagnola, che vede nell’arcigna figura di Guaraldo Giussani il suo nume tutelare.



Okay, ne prendo atto. A circa un anno dall’uscita di  Roma in Fiamme, romanzo storico sulla vita di Nerone, Franco Forte è di nuovo in libreria - il 17 gennaio, per la precisione - con un nuovo libro, Il Segno dell’Untore, il suo dodicesimo. Ho forse detto un anno? Già. Dodici scarni mesi. Rosico, non lo nego, chiedendomi come quest'uomo faccia a tener dietro a tutto. Perché Forte non solo ha scritto dodici romanzi, vari racconti, sceneggiature per la tv (RIS e Distretto di Polizia); non solo è traduttore e responsabile editoriale dei romanzi delle collane Mondadori Il Giallo Mondadori, Urania e Segretissimo; non solo è direttore editoriale della Delos Books e direttore responsabile delle due riviste Writers Magazine Italia e Romance Magazine che la Delos pubblica. Non solo è titolare di un corso di scrittura (www.writermagazine.it ), ma è pure padre di famiglia, e quando gli mandi una mail ti risponde subito (particolare cortese che si trova ai primi posti nella mia personale scala di valori). Forse ho dimenticato qualcosa, ma in questo caso spero mi perdonerà.
Il Lazzaretto come appariva ai tempi della peste del 1576.
Mentre ancora la mia autostima annaspa in cerca di un po’ di ossigeno, comincio a leggere il romanzo,  Il segno dell’untore, che l'autore mi ha cortesemente inviato. Dunque, come il sostantivo untore  vi suggerirà, ci troviamo nella Milano oscura della peste, precisamente nel 1576, ai tempi  della dominazione spagnola, sotto l’ala nera dell’Inquisizione, tra i fumi acri e spessi che salgono dai cadaveri bruciati nei fopponi (le fosse comuni di allora). Non che io ami particolarmente questo periodo, sono più tipo da illuminismo in poi, lo confesso, ma mi basta leggere il primo capitolo che rimango catturata dalla storia e affascinata dal personaggio principale. 

Diavolo, la cosa mi scoccia, manda a monte i miei piani di lettura…E sia: la pila dei libri to be read, da leggere, insomma, e in quel preciso ordine, attenderà. Dunque. La lettura procede spedita senza grovigli di parole che la rallentino: Forte (non che io mi senta un critico per poterlo dire, ma lo dico lo stesso) ha uno stile felicemente anglosassone. Le sue frasi non si attorcigliano; sono brevi, incisive, ritmate, PULITE, come piace a me, ma nel contempo capaci di immergere il lettore con lievità e rigore nel periodo  storico narrato, nella sua cultura, nei suoi luoghi (ed è affascinante, per una milanese come me, rivedere ciò che già conosce con gli occhi del passato), nelle atmosfere, nei modi e costumi del tempo.  E’ un accurato, documentato, coerente romanzo storico, Il Segno dell’Untorenon c’è dubbio. Ma è anche un thriller con tutti i sacri crismi del genere (un genere che l’autore conosce benissimo) e un protagonista che mi auguro ritroveremo in prossime avventure. Un po’ Philip Marlow, un po’ Sherlock Holmes, un po’ CSI, nonostante indossi la calzabraga,  Niccolò Taverna è un tipo affascinante e complesso, intelligente e tormentato al punto giusto, un Notaio Criminale (figura professionale reale) chiamato dall’autorità a risolvere due casi: l’assassinio del Commissario Inquisitoriale Bernardino da Savona e il furto del candelabro del Cellini dal Duomo. Che i due crimini siano connessi? 
Taverna – dice Forte – è l’equivalente di un moderno commissario di polizia. I notai criminali erano i magistrati che a quel tempo, a Milano, indagavano sui casi di omicidio, sui casi criminali e sulle ruberie, e lo facevano adottando tecniche investigative sorprendentemente moderne, per quanto i loro strumenti più efficaci per trovare i colpevoli fossero l’intuito, l’istinto e l’esperienza. Ma tutto ciò che i miei personaggi fanno, è rigorosamente documentato, e quindi sorprenderà vedere quali tecniche investigative possedevano. Nel romanzo ce ne sono a bizzeffe e, come detto, non si tratta di mie invenzioni, bensì del risultato di un lungo lavoro di ricerca e documentazione che mi ha portato a scoprire come questi funzionari del Tribunale di Giustizia di Milano fossero davvero all’avanguardia, per ciò che atteneva le indagini di polizia.
E, visto che su questo blog di solito parliamo di romance, voglio assicurarvi che nel romanzo c'è pure un’intensa e passionale storia d’amore tra Niccolò e la bella Isabella, un amore minacciato dalla ferocia dell’Inquisizione. Come direttore della Romance Magazine, Forte non poteva certo dimenticarsene. 
Un' ultima cosa. Per chi avesse letto I Bastioni del Coraggio: ci sono alcuni elementi in comune fra i due romanzi. Pochi, per la verità. Ma forse un giorno Forte scriverà un romanzo che farà da trait d’union fra questi due titoli.
  
 BIBLIOGRAFIA DI  FRANCO FORTE
Roma in fiamme, I bastioni del coraggio, Carthago, La Compagnia della Morte, Operazione Copernico, Il figlio del cielo, L’orda d’oro (da cui ha tratto per Mediaset uno sceneggiato tv su Gengis Khan), tutti editi da Mondadori, e La stretta del Pitone e China killer (Mursia e Tropea).
La prima e quarta di copertina

LEGGI L'INCIPIT DEL ROMANZO

1.
12 agosto 1576


Ora prima

 La prima cosa che Niccolò Taverna sentì fu l’odore. Il lezzo greve dei corpi che bruciavano nei fopponi, le grandi fosse comuni scavate in città e nelle campagne, veri e propri varchi per l’inferno che ardevano senza sosta, ma che non sembravano mai sufficienti per accogliere i morti che riempivano le strade.

Niccolò si agitò nel suo giaciglio, cercando di tenere gli occhi chiusi per non svegliarsi, ma dopo l’odore furono i suoni ad aggredirlo, e la nausea gli strinse la bocca dello stomaco. Si portò le mani sugli orecchi: tutto inutile. Quelle grida, quei pianti, quelle urla isteriche ormai campeggiavano nella sua mente da giorni, e non sarebbe bastato quel gesto a cancellarli.
La pianta di Milano, a quei tempi
Trattenendo un gemito si mise seduto sul bordo del letto, poi aprì gli occhi e guardò dall’altra parte della stanza, dove Anita aveva trascorso gli ultimi giorni con lui, rantolando sul pavimento.
Era ancora tutto come prima, come quando i monatti erano venuti a portargli via sua moglie.
Niccolò sapeva che avrebbe dovuto sbarazzarsi degli stracci, delle coperte e della paglia intrisi di umori infetti che avevano fatto da giaciglio ad Anita. Avrebbe dovuto bruciare tutto, come imponevano le ordinanze del tribunale di Sanità e le gride del governatore stesso, che tentavano disperatamente di arginare con quelle misure il dilagare della peste, ma sapeva anche che se l’avesse fatto di Anita non gli sarebbe rimasto più niente. Niente oltre al ricordo del suo viso pallido, dissanguato dalla malattia, le pustole e i bubboni gonfi, il terrore negli occhi, velati della follia che si impadronisce della mente quando la morte arriva a soffiarti nelle nari.
Niccolò si passò le mani sul viso e provò a respirare a fondo, ma il suo corpo si rifiutava di inalare l’olezzo rancido di cui era impregnata la casa e che filtrava dalle imposte, insieme alla finissima cenere in sospensione che nelle ultime settimane aveva ammorbato l’aria di Milano. “Cenere di corpi bruciati...”
Il pensiero gli acuì la sensazione di malessere nello stomaco, e si sorprese di non essersi ancora abituato alla vista di tante persone gettate nelle fosse comuni, perché le fiamme purificassero la malattia che le aveva rese irriconoscibili.
Ma poi si costrinse a dilatare le narici e a raccogliere aria nei polmoni, e quel gesto fu determinante per costringerlo ad alzarsi e dirigersi all’armadio, dove prese i vestiti e si preparò in fretta per uscire.
Mentre indossava le calzebraghe e una camicia di cotone con polsi e colletto arricciati, ripensò ai casi che aveva ancora in sospeso. Avrebbe dovuto agire in fretta ma con tatto e discrezione, perché la gente non avrebbe capito le necessità del suo incarico di notaio criminale e non sarebbe stata propensa a seguire le disposizioni di legge e a sottoporsi agli interrogatori necessari alle sue indagini.
Niccolò sospirò e si allacciò in vita la cintura con i ganci per lo sfondagiaco d’ordinanza, la borsa con i denari e gli strumenti del suo mestiere. Ai piedi calzò morbidi mocassini di cuoio realizzati dagli artigiani di Porta Vercellina, dono di suo zio Matteo Taverna, cugino di terzo grado del grande Francesco, che era stato uno dei più illuminati governatori della capitale. Lui non avrebbe mai potuto permetterseli. Il suo stipendio di magistrato gli bastava appena per sopravvivere e per pagare l’esorbitante affitto mensile che il proprietario del palazzo chiedeva per la sua stanza, soprattutto dopo che Anita si era ammalata e lui si era lasciato abbindolare da guaritori senza scrupoli, che lucravano sulle sofferenze della gente.
Quando fu pronto lanciò un’ultima occhiata alle cose di Anita, ammassate in un mucchio disordinato, e si disse che non poteva più rimandare. Sebbene il lavoro lo reclamasse, doveva prima trovare sua moglie e scoprire se anche lei era diventata parte della nube di cenere che gravava su Milano. O se era ancora preda dei diavoli che le scavavano tane dolorose nel corpo e nell’anima.
Varcò deciso la porta della stanza e si lanciò lungo le scale, tremando all’idea di ciò che lo aspettava.
«Benedetto ragazzo, dove corri con tanta furia?»
Svoltando l’ultima rampa, Niccolò aveva quasi travolto una donna grassa che stava salendo lentamente i gradini, sbuffando e tenendosi aggrappata al corrimano.
«Zia Ofelia...» si scusò imbarazzato. «Sto andando da Anita. Ma lei...» scosse la testa, senza aggiungere altro.
«Vuoi che ti accompagni? Che ti prepari qualcosa per lei?»
«No, grazie, non ce n’è bisogno» rispose Niccolò cercando di allontanarsi.
Zia Ofelia lo fermò con una stretta poderosa. «Aspetta, portale una di queste» disse indicando la cesta che teneva al braccio. «Le ho preparate con le mie mani. Sono sicura che la povera Anita ne trarrà giovamento.»
Niccolò trattenne un’imprecazione. Sapeva che non c’era altro modo per liberarsi di zia Ofelia che accettare le sue offerte culinarie.
«Grazie» si arrese, infilando la mano nella cesta e pescando qualcosa di molle, che gocciolava.
«Stai attento» lo mise in guardia lei, «è una birraia fresca, lasciata ad ammorbidire per tutta la notte.»
I metodi caritatevoli degli interrogatori
della santa Inquisizione.

Cercando di nascondere il disgusto, Niccolò osservò la forma di pane duro intrisa di birra acida che gocciolava sulle scale, minacciosamente vicino alle sue scarpe.
«Grazie» disse, imponendosi di sorridere. «Anita la apprezzerà di certo. Ma adesso devo proprio scappare.»
Niccolò si allontanò tenendo la birraia gocciolante a un braccio di distanza dai suoi preziosi mocassini, poi quando fu in strada, lontano dallo sguardo della zia, lanciò la matassa spugnosa in un canaletto di scolo.
Anita aveva sempre odiato la birraia, e non era certo quello il momento per convincerla ad assaggiare le prelibatezze di zia Ofelia.


2. Doveva essere appena scoccata l’ora prima, anche se Niccolò non poteva saperlo con certezza. I campanili delle chiese tacevano da diversi giorni, dopo che il battere dei rintocchi era diventato incessante, sospinto dal gran numero di morti che si inseguivano ora dopo ora. Era stato lo stesso arcivescovo Borromeo a ordinare il silenzio, che non era di spregio alle vittime ma contribuiva a rendere meno fragoroso il pianto e l’urlo d’angoscia di tutta la città.
Niccolò era grato all’archidiocesi per quel provvedimento, ma d’altro canto per lui lo scandire delle ore dai campanili si era sempre dimostrato uno strumento valido per organizzare il lavoro e cercare dei punti di riferimento durante le sue indagini criminali.
Ma adesso non ne aveva bisogno.

Mentre scivolava lungo le strade, diretto al palazzo in cui era stato allestito uno dei tanti provvisori centri di Sanità sparsi in ogni quartiere, Niccolò cercava di guardarsi intorno il meno possibile. Teneva gli occhi puntati sull’acciottolato resistendo al richiamo di urla disperate, grida strazianti, suppliche d’aiuto o strilli di rabbia che provenivano dalle case sbarrate dai monatti e dai commissari di Sanità per evitare che presunti malati di peste uscissero a infettare le poche persone sane che ancora si aggiravano per la città. Era difficile resistere allo strazio di quelle grida. Da un lato avrebbe voluto intervenire per liberare quei poveracci che rischiavano di finire uccisi dalla fame e dagli stenti, più che dalla malattia; ma dall’altro ricordava il volto pallido di Anita, gli occhi infossati per la sofferenza, e la sua rabbia quando gli aveva gridato di stare lontano da lei, di non avvicinarsi, prima di perdere definitivamente il senno e crollare esausta sul suo giaciglio sporco, le labbra spaccate e lo sguardo perso in un mondo che solo lei poteva vedere.
Il governatore aveva fatto affiggere le sue gride sui muri della città, esortando i cittadini a
collaborare con le autorità sanitarie, a restare chiusi in casa a meno che non fosse strettamente necessario uscire, e aveva concesso ai commissari di Sanità un potere quasi assoluto, quando si trattava di individuare focolai d’infezione. Ma il Lazzaretto Maggiore e tutti quelli che erano stati improvvisati in ogni quartiere erano pieni all’inverosimile, e non c’era stato altro modo per cercare di tenere la situazione sotto controllo che chiudere in casa chiunque desse segno dell’insorgenza della malattia, confinando all’interno anche parenti e familiari, possibili portatori del contagio. I monatti sbarravano porte e finestre inchiodandole con le assi e mettendo traversi di sostegno, in modo che dall’interno diventasse impossibile abbatterle, e tutta quella gente era costretta a restarsene imprigionata nella propria abitazione in attesa di ammalarsi e di morire, oppure del miracolo che l’avrebbe riconsegnata al perdono di Dio.
Ma ormai erano troppi quelli costretti alla reclusione, e in tutta la città si levavano grida ingannevoli: tanti asserivano di essere guariti o di non essere affatto ammalati, e imploravano di essere liberati, piangevano, minacciavano, urlavano esausti e smarriti.
Niccolò scosse la testa per cercare di scacciare le immagini che quelle urla evocavano nella sua mente. Solo l’anno prima, insieme ad Anita, aveva cominciato a leggere la Divina Commedia dell’Alighieri, in una pregevole edizione a stampa che si era diffusa velocemente in tutto il Ducato,
nonostante fosse stata realizzata dal veneziano Ludovico Dolce, che si diceva fosse in odore di eresia.
Avevano letto diverse terzine con curiosità, poi, a mano a mano che si erano addentrati nell’Inferno descritto dal poeta, avevano capito che Dante non si era scostato troppo dalla realtà, e forse aveva solo descritto un mondo che aveva visto con i suoi occhi, molto simile a quello in cui si stava dibattendo Milano sotto gli strali della peste.
Eppure Niccolò era convinto che nemmeno l’Alighieri avrebbe potuto immaginare un girone dell’Inferno simile a quello in cui erano imprigionate centinaia di persone in quel momento, costrette a convivere con i propri ammalati, a respirare l’aria malsana intrisa dell’odore degli umori infetti, scossi dal terrore di veder crescere anche su di sé i bubboni della peste.
L'arcivescovo Carlo Borromeo, in un
dipinto di scuola lombarda
Sentendo salire di nuovo la nausea accelerò il passo, evitando di camminare rasente ai muri delle case, per non rischiare che gli arrivasse in testa un secchio di escrementi svuotato in strada da qualcuno che se ne infischiava delle disposizioni sanitarie, o che addirittura cercava di vendicarsi
in quel modo per la segregazione che doveva subire.
E poi c’erano gli indumenti e gli effetti personali dei malati, che i monatti gettavano dalle finestre per risparmiare tempo e che cadendo imbrattavano i muri con schizzi di materia putrida che segnavano gli edifici come se fossero stati messi all’indice.
Niccolò non sapeva come si trasmettesse la malattia, ma alcuni suoi amici che lavoravano al tribunale di Sanità gli avevano consigliato di stare lontano da quella materia infetta in quanto ritenuta la causa più probabile del diffondersi dell’epidemia.
Quando svoltò in via della Vetra fu costretto ad arrestarsi.
Davanti a lui si ergeva qualcosa di ancora più spaventoso delle secrezioni degli appestati o delle grida dei disgraziati rinchiusi nelle loro case.
Vide un presidio del Consiglio dell’Inquisizione Generale, con il patibolo per le esecuzioni e le travi a cui venivano legati gli accusati di pratiche immonde come la stregoneria, l’unzione o la predicazione dell’eresia, affinché fossero torturati e potessero, confessando, purificare la loro anima
prima del supplizio inevitabile.
Niccolò trattenne un moto di rabbia e strinse con forza i pugni. Quei presidi della Santa Inquisizione avevano il compito non tanto di punire i colpevoli di qualche eresia, quanto di diffondere la paura e fare capire che la Corona di Spagna era ancora vigile sul Ducato: nonostante le pressioni esercitate dall’Arcivescovado e dal Borromeo, il Consiglio, che rappresentava l’Inquisizione Spagnola, aveva
piena autonomia decisionale in tutto ciò che riguardava atti di stregoneria o l’abominio protestante. Era una guerra in atto tra poteri forti che si riversava sulla povera gente e che prevedeva la nascita di quelle strutture del terrore nei punti nevralgici della città, per stringere le briglie del cavallo malato e sofferente in cui si era trasformata Milano.
Niccolò restò un attimo a osservare gli abiti bianchi e neri dei domenicani che allestivano il patibolo e gli attrezzi per le torture, e si sentì arrestare il cuore nel petto quando si accorse che uno dei prelati, un uomo alto e dallo sguardo severo, con il naso aquilino proteso verso di lui come il becco di un rapace affamato, lo stava fissando. Cercò di sostenerne lo sguardo, poi si rese conto che sarebbe stato un atto d’insolenza: quel domenicano avrebbe anche potuto essere un commissario inquisitoriale di alto rango, per ciò che ne sapeva. Abbassò quindi gli occhi e riprese a camminare al centro della strada, trattenendo a stento la voglia di mettersi a correre per sfuggire alla pressione dello sguardo del domenicano, che sentiva premere su di lui.
Quando finalmente svoltò nella piazzetta su cui svettavano le colonne romane di San Lorenzo, in cui era stato allestito il presidio del tribunale di Sanità, tirò un sospiro di sollievo e cercò di concentrarsi su quello che lo aspettava. Non sapeva se Anita era ancora viva oppure no. E, soprattutto, non sapeva quale delle due ipotesi augurarsi. Perché ormai da troppo tempo ciò che restava di sua moglie era ben lontano dalla donna che lui aveva amato. ...



Vi interessa questo romanzo? Vi piacciono i romanzi storici, anche se non prettamente romance? Cosa pensate di questo incipit? Lasciando un commento entro il 5 febbraio potete vincere  una copia autografa del libro!


21 commenti:

  1. Di solito non vado a cercare i romanzi storici, preferisco la contemporaneità. Ma visto che le contraddizioni ci appartengono, un romanzo storico (I pilastri della terra) è uno dei miei romanzi preferiti in assoluto.
    E mi affascina il giallo storico, questo sì. Come gli autori riescano a fondere suspense e storicità, a creare degli "Sherlock Holmes", appunto, che non hanno i mezzi oggi a disposizione ma devono inventarsene... altri.
    Inoltre, una Milano come quella dipinta in questo libro trasuda trame segrete e mistero da tutti i pori! Credo che lo leggerò molto volentieri :)

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  2. Adele V. Castellano16/01/12, 09:59

    Acc.. è già finito? Un incipit che mi ha totalmente catturata. Come sempre i libri di Forte sono una rete da cui non puoi uscire, dalle maglie fitte che lasciano solo uno spiraglio: la parola fine. Un'appassionata di storia come me non si fa certo sfuggire questa chicca. Grazie Viv per la vivace recensione e bravo Franco per aver scelto un periodo storico così avvincente.

    Un salto in libreria oggi è d'obbligo.

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  3. L'incipit è decisamente troppo corto...e adesso come si fa ad aspettare l'estrazione???? Mmmmm...la peste a Milano...quasi quasi nell'attesa riprendo in mano Manzoni...dea bendata?! Sbendati per favore e guarda da questa parte!!! :)

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  4. amo gli storici, e quelli di Franco Forte non hanno nulla d ameno di latri autori italiani.. averne una copia autografa sarebbe davvero graditissimo....fabiola d'amico

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  5. Mi piace molto questo periodo storico, visto che ho letto scolasticamente e anche per diletto 'i promessi sposi',mentre questo romanzo potrebbe essere un giallo ambientato fra antiche mura e trasposto ai giorni nostri fra le pagine di un originale noir investigativo, poi ovviamente non manca l'amore....quindi c'è tutto, basterebbe che la fortuna mi baciasse per averlo nella mia libreria personale!

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  6. Avrei voglia di cambiare un pò dalle solite letture e questa mi sembra un'ottima occasione. Il periodo storico mi incuriosisce moltissimo e la trama mi sembra ricca e avvincente, incrocio le dita....
    Daisy d

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  7. Nel numero di settembre 2011 di Focus Storia ho letto un interessante articolo di Franco Forte sugli Sherlock Holmes del '500, i notai criminali del Ducato di Milano. Leggere di torture non è la mia passione, tuttavia mi piacciono gli sfondi gialli, le trame storiche, e se poi c'è pure una storia d'amore, allora è tutto a posto. ANITA GAMBELLI

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  8. Mamma mia, che angoscia! Tra peste, metodi di quarantena a dir poco drastici e sadici squilibrati in ruoli di comando Milano era proprio in braghe di tela. Oserei dire che tutto ciò è molto, ma molto peggio dell'ecopass a 5 euro!
    Incipit intrigante, in poche righe l'autore riesce a far entrare il lettore nell'atmosfera dell'epoca, che è esattamente la ragione x cui apprezzo così tanto la lettura di romanzi e anche di saggi storici.

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  9. favoloso questo libro! ecco cosa penso! l'incipit è molto promettente e a fatica mi sono fermata. ho appena finito un romanzo storico ed è un genere che mi piace. quando c'è anche un giallo da risolvere, che lo rende più intrigante, e una storia d'amore a condire il tutto non può che essere davvero un bel libro

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  10. eccomi qui a partecipare, questo deve essere veramente un bel libro, spero di poterlo mettere nella mia libreria con questo giveaway incrociamo le dita XD

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  11. non leggo mai gli incipit, tantopiù quando un libro mi interessa così tanto!!! Non resisterei alla voglia di comprarlo. Complimenti gli argomenti sono sempre interessanti e questo è decisamente il mio genere! In bocca al lupo all'autore, anche se, credo, non ne abbia bisogno!

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  12. La peste a Milano mi riporta dritta con la mente ai Promessi sposi! Non leggo molti libri ambientati in questo periodo storico ma mi piacciono sia i gialli che i romanzi storici e questo mi incuriosisce molto.Sicuramente da leggere.
    Ciao Monica

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  13. Oltre ai romance adoro i gialli, ma non ho mai provato un giallo storico. Incrocio le dita!
    Un saluto a tutte.

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  14. Oh no, quasi mi sfuggiva, certo che voglio partecipare. Franco Forte è un mito, mi piace3rebbe proprio leggere questo suo libro.
    Incrocio le dita.
    Libera

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  15. Franco Forte!!!! Mio padre ha tutti i suoi libri a casa! Io ne ho letti solo alcuni ma l'ho trovato veramente un bravo scrittore! Non lascia niente al caso e le ambientazioni storiche ti assorbono completamente.
    Ci provo... Chissà...
    Questo piacerebbe tanto anche a me per l'epoca in cui è ambientato...
    Grazie! Ciao!!!

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  16. Bello! Ho letto l'incipit del romanzo: scorre veloce e se mantiene le premesse, si rischia di leggerlo tutto d'un fiato. Sarebbe proprio un bel colpo potersi aggiudicare la copia in palio. Suspance...

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  17. Posso essere sincera?Non sono io l'amante dei romanzi storici ma mio marito quindi l'incipit l'ho fatto leggere a lui.Mi dice che che continuerebbe a leggerlo volentieri. Incrocio le dita per lui!
    Ale

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  18. Un thriller storico?! O_O
    Sembra intrigante davvero!!
    Onestamente non leggo molto thriller, ma non perchè non mi piacciano, solo che amando particolarmente altri generi, non ho nè tempo, nè modo e forse neanche troppa intenzione di sperimentarne altri.
    Il genere storico anche non mi è molto familiare, nel senso che ho letto pochi libri che facessero riferimento a periodi storici, o cmq che risultassero documentati, e devo dire che non mi dispiace affatto.
    Immagino che possa essere interessante vedere fusi in un unico romanzo questi due filoni. :)

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  19. Ci provo perché questo le leggeremmo sia io che il mio moroso, quindi due piccioni con una fava! :)

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  20. Purtroppo, non ho ancora letto nessun libro di Franco Forte, ma mi è noto grazie alla Romance Magazine e a Delos Books. Il libro è particolarmente intrigante perchè mescola il genere storico, il thriller, il giallo e c'è anche una storia d'amore. Insomma, presenta tutti quegli elementi che più mi piacciono. E poi, parla di Milano, la mia città. E, infine, sarebbe davvero bello avere una copia autografata. Incrocio le dita.
    Vi seguo su FB e GFC come Tina Picciocchi

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  21. Salva a tutti:)
    Bellissimo blog e bellissima recensione,complimenti:)
    Un romanzo storico unico,
    inimitabile,come del resto la scrittura dell'autore,Franco Forte.Uno stile fluido,coinvolgente e ritmato, che ci fa vivere gli eventi in prima persona,arricchendoci e trasmettendoci un profondo ''segno''.Bellissimo libro :)
    Claudia Graizani.

    RispondiElimina

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