LMBR presenta... ODIO AMARE di Silvia Scibilia

Noi bibliotecarie romantiche siamo sempre pronte a dare spazio a nuove autrici interessanti e quella che presento oggi, a mio parere, lo è. E con un pizzico di passione in più che in questi primi giorni estivi male non fa...

Silvia Scibilia è un'autrice siciliana che qualche anno fa 'folgorata' da un romanzo della Kinsella decise di provare a scrivere una storia che avesse la stessa carica di spirito di un chick lit, ma con radici culturali assolutamente italiane e da quel progetto nacque Ghiacciolo con Nutella ( edizioni Il Filo) che l'autrice ha definito 'un romanzo sentimentale in chiave moderna che affronta le problematiche di giovani donne che vivono il conflitto tra ragione e sentimento'. Una divertente fotografia della società siciliana del nuovo millennio.

Quello che presentiamo oggi, ODIO AMARE, è il sequel di Ghiacciolo con nutella ,ed è uscito nella collana RossoCuore delle edizioni 0111.

LA STORIA

Nuove sfide attendono Marianna Fonte, una giovane scrittrice siciliana al ritorno dall’esperienza romana che le ha regalato tanta notorietà e qualche guaio con Marco, il fidanzato bello e impossibile. La maternità, il matrimonio “riparatore” e il loro piccolo microcosmo, costituito dagli amici e dai parenti sembrano risucchiarli in un universo di equivoci, nel quale l’unico modo per sopravvivere è guardare la vita con disincanto e ironia.


LEGGIAMO UN CAPITOLO...
Premonizioni

Ho appena buttato infuriata il cordless sul divano quando entra Marco.

“Che c’è, stavolta?” chiede rassegnato guardando il mio volto imbronciato. In questi giorni la sfiga si è abbattuta su di noi. È capitato di tutto! I mobili sono stati consegnati con tre giorni di ritardo, al baby parking Eva e Angelica sono mancate diversi giorni per malattia, non ho ancora trovato il tempo per andare a comprare il mio abito da sposa e tutte quelle sciocchezze che si accompagnano a un matrimonio come partecipazioni, confetti e roba varia.

“Marco, è terribile! Mia madre sarà qui nel fine settimana per rimanere fino a Natale. Ha detto che vuole aiutarmi a preparare il matrimonio. Ti rendi conto?”. Fa un sospiro di sollievo.

“Avevo temuto il peggio. Io non credo che sia una tragedia, hai bisogno d’aiuto perché sei troppo occupata e lo sai che non devi stressarti”. Piego la testa per guardarlo ironicamente.

“Lo stress sta arrivando da Verona. Si impiccerà nella scelta di tutto e litigheremo tutto il tempo perché abbiamo gusti opposti. Già immagino quando andrò a scegliere l’abito e mi angoscerà con qualcosa tipo Biancaneve a primavera o quando comprerò il completo per la prima notte e inizierà a opinare sulla qualità dei tessuti affermando che lei farebbe di meglio, camicione con puttini e fiori stile baronessa di Carini”.

“Mi interessa questa parte. Posso darti un suggerimento?” chiede ammiccando. Lo incoraggio con un sorriso.

“Ti vedrei bene con una sottoveste di seta lunga con spacchi strategici, anzi no, un corsetto pieno di lacci da aprire uno per volta, di quelli che poi ti scocci e rompi tutto”.

“Mi sembrava strano che tu avessi tanta pazienza. Comunque io so già quello che voglio ed è un segreto. Riguardo a mia madre, io avevo pensato che tu ti trasferissi prima del matrimonio, così non avremo più un briciolo di intimità”. Mi interrompe con un leggero bacio sulle labbra.

“Andremo da me. Tesoro, vedrai che non avremo neanche il tempo per far l’amore. Io ci sono già passato e lo so”.

La frase che credevo buttata lì per caso si rivela invece una nefasta previsione. Oberati dal lavoro ci vediamo solo per organizzare il matrimonio, tra infinite discussioni perché lui è peggio di mia madre, che per qualche strano miracolo accetta le mie scelte senza fiatare. Il massimo lo raggiunge nella scelta delle partecipazioni che a mio parere potevano pure essere evitate in quanto inviteremo solo i parenti intimi e gli amici più vicini. Ma a quanto pare la forma ha la sua importanza, così hanno detto sia lui sia mia madre e mi sono piegata alla loro volontà. Tuttavia non sono riuscita a piegarmi davanti all’orrore che piaceva a Marco. Delle foto nelle quali ci avrebbero ritratti in stile primo Novecento. Mi ricorda la foto della bisnonna Caterina che gli ho tirato addosso quando c’è stato l’impiccio con suo fratello e Mariella, ma la mia ava era tanto carina con il suo abito da sposa perché reale e contestuale all’epoca, noi saremmo ridicoli e io non voglio diventare lo zimbello dei miei amici. Alla fine è lui che si è piegato davanti alla mia volontà irremovibile, anche se mi ha ingiustamente accusato di non avere senso dell’umorismo e autoironia.

Un ulteriore problema si rivela la scelta del viaggio di nozze in un periodo dove tutti sono in vacanza. Alle sue iniziali proposte insulse come Maldive, Tunisia (in inverno?) e altre ancora più frequentate da vip, oppongo il mio sogno da sempre, l’Inghilterra e la Scozia. Riesco a convincerlo con molta fatica soprattutto perché a Londra è già stato da universitario per imparare la lingua.

Alzo gli occhi dal libro per osservare mia madre che guarda interessata un film stomachevole, nel quale una donna ritrova dopo anni il figlio creduto morto in un incendio. Che palle! Il libro poi non ne parliamo, i protagonisti non fanno altro che sesso e mi ha fatto pensare che è almeno una settimana che noi non possiamo stare insieme.

“Mamma, esco un pochino”.

“Dove vai?” chiede senza staccare gli occhi dal televisore.

Ma tu vedi! Devo pure essere controllata.

“Da Giulia. Vuole mostrarmi il vestito che ha comprato per il matrimonio” mento senza nessuna vergogna.

Mi preparo velocemente prestando molta attenzione ai particolari che più mi interessano e salutata mia madre, parto alla volta dell’ospedale.

Constato contenta che non c’è nessun malato che aspetta all’accettazione, chiedo di Marco all’infermiera specificando che sono la fidanzata e che ho bisogno urgente di parlare con lui. Poco dopo Marco si affaccia dalla porta e sorpreso mi invita a entrare.

“Stai male? Come mai sei venuta fin qui?” chiede preoccupato.

“Sei occupato? Ho bisogno di parlarti di una cosa in privato” dico misteriosamente.

Mi porta in una stanza e chiude la porta. Subito gli cingo le braccia intorno al collo.

“Ho una voglia tremenda di far l’amore” sussurro.

Mi toglie le braccia e si allontana.

“Sei impazzita! Io sto lavorando” esclama seccato.

“Veramente non stai facendo nulla. Dai, amore, che ci vuole, chiudi a chiave e penso a tutto io” lo prego avvicinandomi.

“Quando ti vengono le fregole non puoi risolvere da sola, invece di venire a rompere qua”.

“Io non faccio queste cose…” dico offesa.

“Guarda, non ci credo neanche se lo giuri” ribatte sorridendo.

“Da quando stiamo insieme non l’ho mai fatto. Amore, ti prometto che ti avvolgo come un guanto, come quando misuri la pressione e ti senti stringere, lo so che sarà così”.

“Smettila e vattene. Non è possibile, qui non si può fare” sentenzia con la voce strozzata.

“Perché?” chiedo costringendolo con le spalle al muro e strofinandomi addosso a lui.

“Perché non è il posto giusto” risponde poco convinto.

“Ma dai, con tutti i letti che ci sono!”.

“Oh, non è che posso andare in un reparto e cacciare un malato dal letto chiedendogli se può prestarmelo perché la mia fidanzata ha voglia di essere trombata, non pensi?”. Mi sposta poco delicatamente e si avvia alla porta.

“Sei un bluff. Fai tanto l’uomo d’esperienza, ma davanti ai fatti scappi. Qualunque uomo vorrebbe avere accanto una donna che lo desidera e tu invece hai una fifa blu. Sei trasgressivo come un prete che sta dicendo messa”.

“Marianna, mi spieghi che c’entra? Io ci metterei la firma se tu fossi sempre così vogliosa anche dopo sposati, ma ci sono momenti nei quali la parola impossibile non può essere cambiata”.

“Se non sbaglio il tuo motto preferito è «volere è potere», quindi non vuoi. Scusami se sono venuta a importunarti, scusami se ti amo tanto e ti desidero, cercherò di tenermele per me certe cose visto che il risultato è essere trattate da ninfomani patologiche” dico cercando di trattenere le lacrime. Lo raggiungo alla porta e cerco inutilmente di aprirla. Mi accorgo che la blocca con una mano.

“Amore mio, non fare così, io non volevo né umiliarti né rifiutarti, ma mettiti un momento nei miei panni. Potrebbero chiamarmi da un momento all’altro e anche nel più buio ripostiglio c’è il rischio d’essere sgamati. Che figura ci farei?”. Mi prende il volto tra le mani guardandomi con desiderio.

“Non è possibile che non ci sia un posto tranquillo in tutto l’ospedale! Comunque mi è passata la voglia, quindi ciao”. Arrabbiata provo di nuovo ad aprire la maniglia, pronta a sferrargli un calcio se mi impedisce ancora di andarmene. Mi guarda un attimo assorto, toglie la mano dalla porta per afferrarmi un braccio.

“Ora che ci penso un posto c’è. Stai un attimo qua che mi organizzo”. Mentre è nell’altra stanza, mi balena l’idea di andarmene, tuttavia ci ripenso perché chissà quando potremo fare sesso trasgressivo.

Ritorna quasi subito e mi porta nei corridoi dei sotterranei.

“Fa proprio schifo quest’ospedale” osservo guardando le tetre pareti con la pittura scrostata.

“Non è mica un hotel a cinque stelle. Ho detto che stavi male e che saremmo andati in ginecologia. Mi chiamano al cellulare se hanno bisogno di me”. Attraversiamo talmente tanti corridoi che perdo l’orientamento. Non che ci voglia molto, a volte sono in grado di perdermi anche per le vie del mio stesso quartiere!

Arriviamo a una porta. La apre e chiude a chiave da dentro. È una stanza piccola, sembra un’anticamera di un altro posto. C’è, infatti, una porta nella parete opposta. C’è solo un letto e una sedia.

“Dove siamo?” chiedo sussurrando.

“Un ripostiglio inutilizzato. Stai tranquilla qui non ci può sentire anima viva”. Si guarda in giro. Gli indico il letto, ma mi fa segno di no con un’espressione disgustata. C’è uno strano odore, come quello dei fiorai. Deve essere veramente sporco il letto perché non è il tipo che si formalizza molto. Mette la sedia al centro della stanza, toglie il camice e glielo appoggia sopra. Si toglie i pantaloni, si siede e mi fa segno di avvicinarmi. Adesso mi sembra tutto molto squallido e mi chiedo quale pazzia mi abbia portato fin lì. Non posso dirgli che non mi va più, si arrabbierebbe di brutto dopo il teatrino che ho fatto. Mi avvicino e mi siedo a cavalcioni su di lui.

“Non hai qualcosa di troppo?”.

“No, ho tolto gli slip prima di scendere dalla macchina”.

“Sei diabolica” sussurra alzando la gonna per controllare se ho detto la verità.

Mi rendo conto che non c’è molto tempo, ma un po’ di preliminari non guasterebbero. Ci baciamo, intrufola le mani dentro il maglione per accarezzarmi il seno. Sento il desiderio ritornare. Mi afferra per guidarmi e iniziamo a muoverci in sincronia.

“Tesoro, sei meravigliosa…sì, prendilo così, divoralo. Cazzo, il cellulare!” esclama infastidito. Rimaniamo abbracciati mentre risponde.

“Ho capito, sì, ho capito, il tempo di venire…lì”. Chiude la chiamata e scoppiamo a ridere.

“Dai, bella amazzone, ricomincia a cavalcare…eh, così, brava”. La cavalcata dura poco anche se si rivela molto soddisfacente e liberatoria, soprattutto per lui che lancia un urletto gutturale nel momento del massimo piacere. Ci ricomponiamo e stiamo per avviarci alla porta quando sentiamo dei rumori di rotelle e vediamo la maniglia girare. Spalanco gli occhi alla volta di Marco, che mi fa segno di non far rumore.

“Sei stato tu a chiudere la porta?” chiede una voce maschile.

“Che sono deficiente. E ora, che facciamo?”.

“Faccio il giro e apro da fuori”.

“Vengo con te, così mi fumo una sigaretta. A momenti manco nel cesso di casa mia mi lasceranno fumare”.

“E questo? Lo lasciamo qua?”.

“Non può mica scappare!” dice il secondo uomo ridacchiando. Non appena si allontanano, Marco apre l’altra porta e trascinandomi mi conduce verso l’uscita. Guardo con raccapriccio due lettini con tanto di lumini, fiori, ventilatori accesi e cadaveri. Rimango un attimo paralizzata dall’orrore.

“Sbrigati, usciamo prima che arrivino”. Lo seguo fuori dall’obitorio senza fiatare, per la verità sconvolta.

“Di qua” suggerisce indicando la strada esterna all’ospedale. Arrivata a metà strada mi fermo a braccia conserte determinata a non proseguire. Si gira e si ferma.

“Sbrigati, mi aspettano”.

“Sei un grandissimo stronzo! Abbiamo fatto sesso nell’anticamera dell’obitorio, come hai potuto?” chiedo arrabbiata.

“Non l’obitorio, è una camera mortuaria e l’hai detto tu che volevi qualcosa di trasgressivo. Ti è bastato? A me è piaciuto proprio tanto, anzi mi sa che suggerisco l’idea a qualche collega che ha una storia clandestina all’interno dell’ospedale”. Mi viene incontro sghignazzando e continua anche dopo essersi beccato una borsata sulla schiena.

“C’è una bella differenza fra trasgressivo e lugubre, oltre che schifoso. Per questo non hai voluto usare il lettino, ci mettono i morti. Che schifo!”.

“Amore, devo andare, davvero. Ci sentiamo domani”. Mi dà un bacio e si allontana quasi di corsa.

“Marianna” mi chiama poi. Mi giro a guardarlo.

“Grazie” dice ridendo.

Arrivata a casa, noto che mia madre evita di guardarmi.

“Che hai da ridere?” chiedo infastidita.

“Ha telefonato Giulia, che ti cercava. Sei andata da Marco. Non vedo perché raccontarmi bugie”.

“Mamma, hai ragione, scusami. Il problema è che io sono abituata a stare da sola e mi dà fastidio essere controllata”. Apre la bocca per protestare, poi la richiude confusa.

“Lo so, non mi controlli, è curiosità” dico per lei.

“Infatti, in ogni modo devi abituarti a dare conto delle tue azioni a un’altra persona, non puoi certo raccontargli bugie solo perché ti dà fastidio che gli altri sappiano gli affari tuoi. Però, tu non mi hai detto la verità per un altro motivo” finisce con un sorriso allusivo.

“Mamma! Marco è al lavoro, ricordi…ospedale, divisione d’emergenza. Si possono fare certe cose lì, secondo te?”. Allarga le braccia.

“Certo i letti non mancano”.

“Sì, va beh. Vuoi la verità? Ci siamo imboscati nell’anticamera dell’obitorio e abbiamo fatto l’amore”.

“Ma perché ti arrabbi in questo modo? Siete giovani e vi amate. Io non sto dicendo che siete stati insieme, ma che avevi bisogno di vederlo e magari di farti coccolare un poco. Che male c’è?”. Nessuno.

“È tanto evidente?” le chiedo sorridendo.

“No, ma sono stata giovane e innamorata anch’io. Vai a cambiarti. Ti preparo una tisana?”.

“Sì, grazie. Sono contenta che tu sia qui” dico sincera.

CHI E' L'AUTRICE

SILVIA SCIBILIA è nata e vive a Trapani, è sposata e ha due figli. È un’insegnante di scuola primaria. Grande appassionata di letteratura sentimentale, ha cominciato a scrivere da giovanissima. Nel 2007 ha partecipato a diversi concorsi letterari, nel 2008 ha pubblicato per il Filo Ghiacciolo con Nutella, (finalista del concorso ChicKCult 2010 di ARPANet), e sempre nel 2010 ha pubblicato Odio amare per la collana Rosso Cuore 0111 edizioni. Al momento è impegnata nella revisione di un romance di ambientazione medievale.

È possibile trovare ODIO AMARE su

http://www.ilclubdeilettori.com/categorie-1403/Rosso-Cuore.aspx

silylu@libero.it

Ghiacciolo con Nutella ( oggi fuori catalogo da Il Filo ) si può acquistare dalla stessa autrice contattandola ai seguenti indirizzi:

silylu@libero.it

silylu@splinder.com

Vi piace lo stile di Silvia Scibilia, una chick lit Italian Style con un po' di peperoncino? Lasciate i vostri commenti ed eventuali domande all'autrice.

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