CHRISTMAS IN LOVE !...'Il folletto col cappello rosso' di Francesca Borrione


IL FOLLETTO COL CAPPELLO ROSSO

di FRANCESCA BORRIONE

Il Natale è il periodo che preferisco. È caldo, colorato, giocoso e gioioso, e sa sempre farti sorridere, con i suoi campanellini, le canzoni e le renne galoppanti su per i cieli di New York. Certo, devi essere capace di ascoltare e di osservare attentamente senza badare alle apparenze. Che ingannano, è noto. Io che lo so, il Natale me lo vivo come se entrassi in una seconda pelle, e riesco sempre a leggere tra le righe e scoprire la magia in ogni angolo della Mela.

Ma quest’anno no. Quest’anno il Natale cade a sproposito, come un’eruzione cutanea quando sei al mare e non puoi metterti il costume e non puoi nemmeno grattarti via il fastidio e devi solo aspettare che passi. E intanto sei costretto a osservare l’estate che se ne scappa via da sotto l’ombrellone e si ferma per dispetto sui corpi asciutti dei bagnanti fortunati.

Ecco, questo Natale sarà insidioso come una malattia. Sarà orribile. Mi piomberà addosso seppellendomi di buoni propositi, quando la sola cosa che desidererei è cadere in letargo e svegliarmi solo a primavera inoltrata, dimentica di essere stata lasciata in tronco dal mio ragazzo la prima settimana di dicembre, mentre le strade di Manhattan e del mondo intero si stavano già abbellendo di addobbi e piante festose, di buon auspicio. Nessun bacio sotto il vischio, pertanto. Che tempismo perfetto, ha avuto il mio ragazzo. Non gli bastava spezzarmi il cuore, voleva esser sicuro di procurarmi il maggior danno possibile.

Quindi, quest’anno il Natale non si calerà dal camino spargendo fuliggine sul tappeto, non si infilerà in una calza rossa che attende solo di essere riempita, non si stenderà accanto a me in una notte un po’ troppo solitaria, non lascerà il suo profumo sul mio cuscino, non mi si appiccicherà sul viso conferendomi un sorriso che non mi appartiene. Non mi entrerà nel cuore solo perché ho mangiato un dolce all’anice fuori stagione.

Il Natale non mi travolgerà di entusiasmo, come certe persone che sembrano invasate, eccitate al limite della nevrosi per l’ossessione da regalo. Il Natale, adesso, significa soltanto una fila estenuante alla cassa, quando a battere gli scontrini sono io.

Se ci penso, preferirei essere investita da una valanga, piuttosto che andare al lavoro oggi. Vorrei rimettermi sotto le coperte e non dover affrontare questa giornata. Il ventiquattro dicembre è l’incubo di tutti i commessi, il giorno in cui si aprono le porte alla clientela affannata, fisicamente sbattuta, mentalmente stravolta, scorbutica e impaziente. Quel folto gruppo di persone che vuole solo fare bella figura spendendo non più di due dollari con il biglietto prestampato compreso nel prezzo.

Non credo che sarò capace di offrire alla clientela il mio abituale sorriso, la mia pazienza e i miei consigli, ma non ho alternative.

Ora che sono davanti al grande magazzino, calcolo che sono ad un isolato dal Rockefeller Center. Potrei tirare dritto e respirare un po’ di atmosfera natalizia. Mi farei contagiare dal luccichio a flusso continuo dell’albero di Natale più alto del mondo, affitterei un paio di pattini per scivolare sul ghiaccio, e io non so nemmeno pattinare. Forse mi metterei a canticchiare accanto ai suonatori di strada e chiederei una monetina ai passanti, suonando il campanellino perché si esaudiscano i loro sogni.

Anzi no. Io quest’anno non ci credo, il Natale mi ha deluso, e anche New York, con il suo modo ovattato e irreale di guardare la vita. Perché quando vieni abbandonato senza ragione, la vita quel giorno ti gira le spalle e non ha pietà dei tuoi debiti, del ghigno del tuo capo, o della crudeltà dei parenti sposati che, alla cena della vigilia, ti chiederanno come mai tu invece non metti su famiglia.

Quest’anno non potrà accadere nulla a riconciliarmi con le gioie natalizie.

Quindi, naturalmente, ho preso la mia postazione nel negozio, dietro il bancone circolare del reparto profumeria, ma solo dopo essermi cambiata nel camerino riservato al personale. Per scelta dell’azienda, tutte le commesse del reparto profumeria devono indossare alcuni accessori particolarmente odiosi: smalto rosso, rossetto rosso, cappello rosso con un pompon bianco sulla cima. Non potrei essere meno entusiasta di dovermi calzare sulla testa quell’assurdo copricapo. Ho ventisette anni e sono vestita come il pupazzo che dà il benvenuto ai bambini al reparto giochi, terzo piano scala mobile D. Il fatto che le altre commesse siano nella mia stessa condizione, non allieva certo l’umore e non cancella la grottesca somiglianza.

Osservandomi di sfuggita in uno dei numerosi specchi da cui sono circondata, trovo me stessa incredibilmente ridicola e mi chiedo se il mio ragazzo non mi abbia lasciata per il fatto di avermi vista abbigliata così, tre settimane fa, venendo a prendermi al lavoro. Deve essere stato per la vergogna, che ha deciso di mollarmi dopo nemmeno un mese di relazione. Lui è un artista di quelli che con l’arte riescono a vivere, espone le sue opere in una piccola galleria di SoHo e quando lo ascolti parlare ti incanta. È così che mi ha preso. Con le parole. Poi mi ha offerto un caffè, e io il posto vuoto nel mio letto. Tuttavia, non ho nemmeno fatto in tempo a maturare un pensiero sulla nostra relazione, che questa era già finita. Un idillio durato nemmeno il tempo di un preludio. Il giovane artista avrà ritenuto che io non fossi abbastanza seria o intelligente per meritare di stare al suo fianco. Avrà immaginato di presentarmi a sua madre, o peggio ai suoi amici colti e giustamente snob, e l’immagine di me vestita da folletto lo avrà inorridito tanto da indurlo a smettere di vedermi.

Quindi, è colpa di questo orribile cappello. L’ho appena messo e già non vedo l’ora di togliermelo. Così, almeno non penserei al danno che ha inflitto alla mia vita sentimentale.

Una signora mi sta chiedendo che tipo di rossetto è quello che indosso, sostiene che il colore sia fantastico, però non si intona con il mio cappello. Sono presa da una morsa allo stomaco. Odio il Natale. Odio il Natale. Slitto sotto il registratore di cassa, dietro il bancone.

«Odio il Natale!» mi ripeto sbattendo la testa dove non trovo spigoli.

Mentre sono accovacciata in terra, una voce maschia dall’alto mi sovrasta. È bassa, profonda e determinata, e mi coglie alla sprovvista.

«Perché mai?» dice, e io mi vergogno tanto che non oso nemmeno alzare gli occhi, anzi mi nascondo la testa coprendola con le mani. Resto sprofondata in terra e sibilo, in lamentoso trionfo di sincerità: «Avevo chiesto una cosa sola a Babbo Natale» sollevo l’indice indicando la solitudine e l’importanza di quell’unica cosa a cui tenevo «Una sola» ripeto «e lui invece me l’ha portata via.»

«A esprimere un desiderio si fa sempre in tempo» risponde la voce, candida e positiva.

«Ma lei lo sa quanto costa un francobollo per il Polo Nord?» bofonchio indispettita. Costa pochi centesimi di denaro e troppe spremute di sentimenti, deprimenti attese e speranze disattese che proprio non mi va di contribuire a creare.

«Comunque» dice la voce, per nulla dissuasa dalle mie resistenze «Se ti senti ispirata, sali al terzo piano scala D. Ti riconoscerò.»

D’un tratto mi riprendo. La voce giovane, bassa e calda lavora qui? Mi sollevo in piedi con un balzo. E’ che quando riemergo non c’è più nessuno. Soltanto una massa di facce. Non mi sono mai sembrate così estranee, e così interessanti che vorrei farle parlare tutte.

Invece comincio a servirle, e se capita un uomo il mio orecchio si tende istintivamente, solo per restare deluso l’istante successivo alla scoperta che nessuno è il mio uomo dei desideri.

Mi sento stranamente rinvigorita. Mi sembra quasi di aver ritrovato il sorriso. Faccio una corsa al bar e compro un sacchetto di cioccolate e caramelle da regalare a chi le merita. Il migliore assistente di Babbo Natale.

Dispenso consigli ai clienti nella scelta dei regali e, quando preparo i pacchetti, mi assicuro di scegliere il fiocco e la carta più adatti al tipo di dono. «Perché a Natale» mi trovo a sostenere mentre arriccio con cura un nastro rosso e dorato «bisogna esaudire i desideri delle persone che amiamo.»

Un giovane vorrebbe portarmi a casa con sé; una ragazza strattona il fidanzato per imporgli di seguire il mio consiglio e regalarle un bel solitario pesante; una signora sostiene che sono l’incarnazione dello spirito natalizio. Un bambino mi domanda se sono un folletto, ed io ho la faccia di rispondere di sì e di regalargli due cioccolatini che portavo nella tasca del gilet. E poi, sarà che le persone sorridenti sembrano più belle, ma esaurisco le scorte di rossetto rosso. Mi metto perfino a cantare Jingle Bells, la cui musica, dagli altoparlanti, si posa allegramente sui presenti. Sono vittima della stessa euforia dalla quale mi sentivo esclusa, eppure il mio ex non è tornato a bussare alla mia porta manifestando rimorso per lo sconsiderato crudele abbandono. Forse mi sento ispirata, forse a fine turno andrò a cercare la mia misteriosa voce guida. E magari farò tappa al Rockefeller Center. Ora o mai più, come si dice.

Ora è tempo di cedere al mistero. Sono le sei. Quasi ora di chiudere. Mi prendo un minuto di pausa. Devo scappare. Ma non per andare al Rockefeller Center.

Al terzo piano scala D.

Il reparto giocattoli è un turbinio di luci dorate, peluche e bambole di ogni forma e dimensione. Libri che si aprono da soli e raccontano storie. Bambini che ridono di risate felici e innocenti. Genitori smarriti tra gli scaffali. E il pupazzo gigante al quale somiglio così tanto, con questo cappello sulla testa. La voce meccanica che gli esce dalla bocca ridacchia “ho-ho-ho” e saluta con un trillo di campanelli. L’enorme mano sinistra, aperta verso l’ala destra del locale, mi invita a carpire i segni e seguirli senza porre domande. Così accade per le magie. Se ti chiedi come accadono, esse si infrangono ancor prima di toccare il suolo.

Mi sento come Alice nel paese delle meraviglie, e a questo punto non so se bere una pozione e ingigantirmi, o forse rimpicciolirmi e sguisciare in mezzo alle bambole di pezza e offrire loro una tazza di the. Dall’altoparlante giungono le prime note di White Christmas, nella malinconica versione di Dean Martin, e tutto il reparto sembra fermarsi per ascoltare la sua voce che parla di sogni, abbracci e speranze accese nell’armonia del focolare. Mi fermo ad ascoltare. Scosto dall’orecchio un ricciolo e lo caccio sotto il cappello. Lungo la schiena.

È su Joy to the world, che accade l’inimmaginabile. La voce ricompare. Alta, immensa, mi pare quasi un’apparizione.

«Un attimo!» esclama, e io non so dove girarmi per identificarla. La gente intorno a me sa invece dove indirizzare lo sguardo. Io mi limito a compiere un giro su me stessa e non ho nemmeno delle briciole di pane per ritrovare la strada.

«Quel bellissimo folletto col rossetto rosso» continua la voce. Io avvampo, mi sento gli occhi puntati contro e non capisco chi sia stato ad istigarli.

«Sì, proprio lei» insiste «Babbo Natale l’ha tradita». Un coro di booh segue questa sorprendente rivelazione.

«E così lei mi odia.»

Come? Cosa? Fermate tutto… Odiare chi?

Impiego un secondo per capire.

In fondo alla sala, seduto su un trono fatto apposta per lui, sta comodamente seduto Babbo Natale. Due folletti veri, acerbi e vestiti di verde come le prime foglie di primavera, gli fanno sorridenti da contorno e smistano la coda di bambini che vorrebbero sedersi sulle sue ginocchia.

Dal fondo di quella improponibile barba bianca, la voce mi chiama personalmente.

«Vuoi venire ad esprimere un desiderio?» mi chiede. Io esito, indietreggio di un passo. «Stavolta non ti deluderò» mi invita, ed è quasi impossibile rifiutare. È il pifferaio magico. È irresistibile. C’è un filo che mi tira. Che mi spinge a farmi avanti. A farmi largo tra decine di pargoli lunghi come i miei stivali nuovi. Eppure adesso io non sono tanto più alta.

Non posso crederci, da piccola l’ho sempre sognato eppure non è mai accaduto. Sono seduta sulle ginocchia di Babbo Natale, lui mi stringe e mi accarezza i capelli che scivolano sulla schiena. In virtù dell’abito che porta, non dovrebbe sfiorarmi però confesso che mi piace. Ora mi guarda negli occhi. I suoi sono nocciola, giovani, grandi e brillanti. Quasi ci leggo le mie paure. Mi sussurra «Allora, ti senti ispirata?», e nel momento in cui gli mormoro la mia risposta, mi accorgo che non potrei desiderare di più.

Poi sento la mano di Babbo Natale nella tasca del gilet. Chissà che non stia cercando di rubarsi un cioccolatino. Con i suoi guanti, grossi goffi e bianchi, non ha un grande avvenire come ladro. Mi scosto. I bambini cominciano a battere i piedi perché sto bloccando la fila. E poi io devo tornare al lavoro. Devo tornare ad essere grande. O trovare un altro lavoro. Il capo reparto con le mani incrociate mi osserva dal fondo della sala. Sgattaiolo via dalle braccia del mio Babbo, e corro al piano terra, seguita a ruota dal mio padrone.

Mentre riprendo il mio posto, cerco nelle tasche qualcosa che sono certa di trovare, anche se non so esattamente di cosa si tratti. Però c’è. È un biglietto, ripiegato in quattro parti. Dice “Il mio desiderio è… Ti aspetto a fine turno, alla pista di pattinaggio. Rockefeller Center”. E io non vedo l’ora che arrivi.

Quando scoccano le sette e trenta, mi cambio di volata. Mi aggiusto i capelli, riassesto il trucco, e trafugo il cappello da folletto nella borsa. Mi va di portarlo via, anche se è patrimonio dell’azienda e non dovrei utilizzarlo fuori dai locali del negozio.

Me lo metto non appena svoltato l’angolo. Mi affretto sulla strada, in mezzo alla gente. Stanno tutti andando a festeggiare. Io non lo so. Io non sono certa di quello che sto facendo.

Quando arrivo al Rockefeller Center, sparisco sotto la girandola di luci che irradiano un effetto di colori confusi, opachi quasi gonfi come lo zucchero filato. Bagliori incandescenti piovono sulle persone come frammenti tintinnanti di magia. Là sotto, proprio là. È sempre lui a riconoscermi. È alto, ed è una persona normale. È circondato da coppie. Camminano tenendosi per mano. Si sorreggono. È bello essere in due.

Lui mi saluta alzando le braccia. Indossa ancora i guanti. D’altra parte, io calzo fieramente il mio cappello spaventa-idioti. Lui è fermo e determinato come mi aspetterei solo da un temerario. Ma lui è la mia voce misteriosa. I miei occhi color nocciola. Lui è la mia sorpresa sotto l’albero, e so che questa volta è giusta per me. Nessuno e niente, nessun cappello potrà mai portarmela via.

E pensare che non mi volevo svegliare. Che non volevo ammettere di aver espresso comunque un desiderio, in barba alle delusioni.

Ma il sogno è volato inaspettatamente alto. E mi sono innamorata di Babbo Natale.

CHI E' L'AUTRICE

FRANCESCA BORRIONE, classe 1978, è autrice di alcuni saggi, fra cui Il maccartismo e gli anni inquietanti del cinema americano(2007). E' stata tra i finalisti del premio letterario 'Parole note'. Nel 2008 ha pubblicato il suo primo romanzo, L'uomo che attraversò il tempo per me (2008), nella collana Domna-Nuove Voci della casa editrice Il Filo.( http://www.ilfiloonline.it/)

“Molte volte mi capita di pensare a lui e avvertire un forte senso di malinconia, perché John mi ha fatto sicuramente del male, ma è in fondo stato il primo e ultimo battito del mio cuore”. Selma è una giovane donna che vive a New York: il suo lavoro consiste nell’esaminare soggetti autoriali per una produzione televisiva. Fin qui si potrebbe pensare a una storia tutta vip e lounge bar, eppure le apparenze ingannano. Infatti la protagonista, affi ancata dall’amica-grillo parlante Laura, non sa buttarsi nella mischia e anzi vive un po’ al margine di ogni mondanità. Una sera, però, uno strano evento romperà la timida monotonia di Selma: un plico abbandonato davanti alla porta di casa, come un segno del destino, la farà imbattere in un misterioso autore e nella storia di una vita che mai avrebbe immaginato di leggere. Francesca Borrione è autrice di un libro romantico e delicato, che affabulando intorno alla fi gura di un misterioso cavaliere – un viaggiatore del tempo? – mostra come la realtà possa essere attraente, anche lontana dagli stereotipi cinematografici. Quel che occorre è un po’ di fi ducia.

PS: FRANCESCA BORRIONE METTERA' GENTILMENTE IN PALIO UNA COPIA AUTOGRAFA DEL SUO ROMANZO PER LA TOMBOLA DI NATALE DEL BLOG!


Vi è piaciuto questo primo racconto di CHRISTMAS IN LOVE? I vostri commenti ed eventuali domande all'autrice sono più che benvenuti!



10 commenti:

  1. Complimenti a Francesca per il suo racconto che mi ha immersa nell'atmosfera natalizia...
    Cristina

    RispondiElimina
  2. Bravissima Francesca!!
    Non posso aggiungere altro.
    Ciao
    Mor.

    RispondiElimina
  3. Complimenti! Un racconto molto toccante...che di sicuro avrà rispecchiato la vita di molte ragazze...per fortuna che in questa occasione ci sia stato un bel Happy End! ;o)))

    Lady Akasha

    RispondiElimina
  4. Grazie per i commenti!
    Ho scritto il racconto quando facevo la commessa e sotto le feste mi sentivo un pò triste. Avrei voluto anche io una piccola inaspettata sorpresa da Babbo Natale! :)

    Grazie a francy per l'attenzione, la cura e la passione che mette in tutte le iniziative del blog, permettendo a ciascuna di noi di confrontarsi con le altre e arricchirsi emotivamente e umanamente...

    Francesca B.

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  5. Grazie a te per averci regalato un testo così frissante e insieme ricco di sensibilità. Sei un'autrice di vero talento e questo racconto ne è la testimonianza. Molto, molto brava!
    (ma non c'è bisogno di dirlo, vero ;-))
    stefi

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  6. Adoro Francesca Borrione e il suo modo di scrivere! Consiglio a tutte il suo romanzo che è bellissimo, proprio come questo suo racconto natalizio che mi ha fatta sognare! Brava, Francy!

    RispondiElimina
  7. Confermo l'opinione di Laura. Anche io adoro il modo di scrivere di Francesca e questo racconto ne è una riconferma.
    Devo dire che è molto toccante ma ciò non mi stupisce. La vena malinconica fa parte dello stile di Francesca che tuttavia riesce comunque a farti sognare.

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  8. Delizioso e dolcissimo.
    Brava..e' intriso di atmosfera Natalizia dalla prima all'ultima parola.
    Complimenti.

    RispondiElimina
  9. Cara Francesca, non posso che unirmi al coro dei pareri positivi che ha accolto il tuo racconto.
    Ma io ho una piccola ragione in più per averlo apprezzato. Se avrai pazienza di aspettare la pubblicazione del mio racconto di Natale, la scoprirai.
    Ciao
    Gerorgette

    RispondiElimina
  10. Grazie infinite per i commenti! E per i complimenti, che sono forse eccessivi ma a chi li riceve fanno tanto bene! :P

    Francesca B.

    RispondiElimina

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