LA STELLA E LA LUNA di Paola Gianinetto




Aeroporto JFK, New York, 24 dicembre

«Mi sembra di essere stato molto chiaro. Vendi. Lo trovi un concetto difficile, Ewans?»
Le labbra atteggiate a una smorfia di disgusto, Andrew Williams schivò l’ennesimo trolley rumoroso e strapieno, mentre ascoltava il suo sottoposto profondersi in scuse e assicurargli che avrebbe sistemato tutto, immediatamente.
«Lo spero per te» concluse gelido prima di interrompere la comunicazione e continuare a farsi largo nella marea umana come un monarca tra i suoi sudditi, seguito dal codazzo di collaboratori che si affannavano a stargli dietro come potevano, tentando nel contempo di risolvere le questioni più urgenti prima della sua partenza. Nonostante nella Grande Mela fossero le quattro del mattino della Vigilia di Natale.
«Ci sarebbe da discutere dell’affare Porter, Andrew, è importante arrivare a una decisione entro la fine dell’anno…»
Andrew concesse un breve sguardo obliquo alla sua assistente, senza rallentare minimamente l’andatura.
«Spiegami di nuovo perché mi stanno facendo perdere tempo, Jillian.»
Lei era l’unica a permettersi con lui una certa familiarità. L’unica, a dirla tutta, a non tremare davanti ai suoi sguardi di ghiaccio aromatizzato al cianuro, osando persino mostrarsi in disaccordo con lui, in qualche rara occasione. Forse perché lavoravano insieme da tanti anni, o perché aveva quasi l’età per essere sua madre. O, più probabilmente, perché era meno stupida della media delle persone che costituivano il suo seguito.
«L’accesso al terminal dedicato al momento è chiuso causa lavori» rispose la donna rassegnata, «di conseguenza sei costretto a servirti della via d’accesso destinata ai comuni mortali, mi dispiace.»
«Dispiace più a me. Considerata la cifra che spendo appositamente per evitarlo.»
Jillian sollevò appena le sopracciglia, gratificandolo con l’espressione comprensiva che gli riservava ogni volta che riteneva fosse il caso di rabbonirlo. Andrew sapeva quanto fosse finta, ma gli stava bene così.
«Per quanto riguarda Porter?»
«Concludi» tagliò corto, mentre individuava l’accesso al terminal. Affrettò il passo, ansioso di raggiungere l’agognata meta, quando un urlo strozzato simile a quello di un animale in agonia attirò la sua attenzione.
A pochi metri di distanza, una giovane donna fissava il tabellone delle partenze con le mani sul volto e lo sguardo colmo di terrore, neanche quello fosse stato un mostro pronto a divorarla. Sotto i suoi occhi, cadde in ginocchio, le braccia lungo i fianchi e l’espressione afflitta di un cucciolo smarrito che avrebbe toccato qualsiasi cuore. A parte il suo. Con un’ultima occhiata, fece per proseguire, ma proprio mentre le passava accanto udì una sola parola, sussurrata in un rantolo di dolore.
«Luna…»
Senza riuscire a comprenderne il motivo, si fermò di colpo, tanto che rischiò di causare un tamponamento a catena tra i quattro sbigottiti membri della sua scorta.
«Si sente bene?» chiese alla donna inginocchiata sul pavimento, che alzò lo sguardo dal suo baratro di dolore e lo fissò su di lui, apparentemente senza vederlo. Gli occhi erano velati di lacrime e Andrew ebbe la curiosa sensazione di guardare il cielo azzurro attraverso un vetro bagnato dalla pioggia. Il viso piccolo, delicato, era di un pallore mortale, enfatizzato dai capelli biondi che gli crescevano attorno come una foresta incolta circonda una radura coperta di neve.
Sembrava una bambola di quelle che la sua prozia amava tanto collezionare. Quando da piccolo andava a trovarla, in ogni angolo della sua casa gli capitava di imbattersi in uno di quegli orribili pupazzi con la faccia di porcellana, le labbra rosse e lunghi vestiti di pizzi polverosi. Non l’avrebbe mai ammesso con nessuno, ma i loro sguardi vacui l’avevano sempre terrorizzato.
Anche questa particolare bambola aveva i capelli in disordine e i vestiti stropicciati, ma al posto di pizzi e volant indossava dei semplici jeans e un giaccone pesante color ciliegia. E i suoi occhi non erano vuoti pezzi di vetro. Nonostante in quel momento fosse evidentemente sconvolta, emanavano un calore profondo, avvolgente, invitante come le fiamme di un camino in una fredda serata d’inverno.
«No, signore» rispose alla sua frettolosa domanda, con una curiosa vocina da bimba, «non sto bene per niente.»
«Per quale motivo?»
«Il mio volo è stato cancellato e se non sarò a casa entro questa sera, tutto sarà perduto.»
La bambola si metteva pure a parlare come l’eroina di un romanzo d’appendice, adesso. Di bene in meglio. Andarsene, ecco quello che doveva fare. Ed ecco quello che chiaramente la sua corte si aspettava che facesse, a giudicare dalle quattro paia d’occhi che lo fissavano come se all’improvviso gli fossero spuntati la barba bianca e il cappello rosso a punta. Ma Andrew non era famoso per fare quello che gli altri si aspettavano che facesse, quindi rimase dov’era e tese addirittura una mano alla ragazza per aiutarla ad alzarsi da terra. La sua insolita posizione stava attirando gli sguardi di molti curiosi e l’ultima cosa che lui voleva era trovarsi al centro dell’attenzione dei comuni mortali.
«Qual era la sua destinazione?» le chiese una volta che fu tornata in posizione eretta, più che altro perché aveva voglia di risentire il suono della sua voce: morbido, un po’ strascicato e con una punta di dolce accento italiano che lui aveva riconosciuto fin dalla prima parola che le aveva sentito pronunciare.
«Roma» rispose lei sospirando. In quel folle, brevissimo istante, Andrew prese in considerazione l’idea di trasformarsi davvero nel ciccione vestito di rosso e, per una volta nella vita, fare a qualcuno il regalo più bello che potesse desiderare. Peccato che non fosse lei quella che avrebbe tanto voluto rendere felice. La sua esitazione, unita al lieve fremito che percorse il suo seguito all’udire il nome della città, parve insospettire la ragazza, che strinse gli occhi e poi li spalancò, accesi da un barlume di speranza.
Andrew scosse la testa, come per svegliarsi da un sogno. Così com’era venuto, l’afflato filantropico l’abbandonò e dopo averle garbatamente augurato buona fortuna lui si avviò deciso per la sua strada. Aveva un aereo da prendere e, soprattutto, una missione da compiere. Una missione che questa volta non poteva fallire.
«Lei dov’è diretto?»
La voce di lei lo fermò e questa volta la sua corte fu pronta a reagire alla brusca frenata. Quando si voltò, non solo non provava più alcuna inclinazione alla generosità, ma si sentiva pericolosamente propenso a infierire sulla bambola stropicciata che aveva avuto l’ardire di intralciare il suo cammino. Lo squalo era tornato, più affamato che mai. Prese in considerazione l’idea di non risponderle, ma poi la vena crudele dentro di lui, come spesso accadeva, ebbe la meglio.
«Come si chiama?» le chiese a voce bassa, insidiosamente gentile.
«Camilla» rispose lei, per niente intimorita. «Camilla Fiore.»
Mai nome fu più azzeccato, pensò Andrew preparandosi a sferrare la stoccata finale.
«Sto andando a Roma, signorina Fiore» colpì. «E sono già in ritardo, quindi se mi vuole scusare.»
«Aspetti!»
Andrew si voltò a metà verso di lei, con un freddo sorriso. La ragazza passò in rassegna il suo completo confezionato su misura da uno stilista di grido e ogni singolo membro della corte, dopodiché espresse ad alta voce la logica conclusione del suo accurato esame.
«Lei possiede un aereo.»
Andrew si limitò a fissarla.
«Mi porti con sé.»
E che cavolo, quella non era nemmeno una vera richiesta. Nessuna preghiera accorata, sbattimento di ciglia, tentativo di suscitare la sua pietà. Così non era nemmeno divertente.
«Non la conosco, signorina Fiore. E io non faccio mai niente per niente.»
«Posso pagarla.»
Andrew non ebbe neppure il tempo di alzare un sopracciglio che lei si rese conto dell’assurdità delle sue parole e agitò le mani come per cancellarle.
«Ok, mi dica cosa posso darle in cambio, farò tutto quello che vuole.»
Quell’offerta, doveva ammetterlo, lo spiazzò. La bambola era disperata, d’accordo, ma non sembrava affatto una donna disposta a barattare il suo corpo in cambio di un passaggio. Perché, su questo non c’erano dubbi, quella ragazza non possedeva nient’altro che lui avrebbe potuto volere.
Lo stridente contrasto tra il suo aspetto innocente e un po’ svampito e la sicurezza con la quale si era dichiarata disposta a tutto per ottenere quello che voleva, l’incuriosì al punto da indurlo a sprecare interi preziosi secondi del suo tempo per scrutare in quegli occhi che erano tornati limpidi come pozze d’acqua sorgiva.
«Taylor» ordinò infine all’uomo alla sua destra, senza staccare gli occhi da quelli di lei, «prendi il bagaglio della signorina.»

Camilla sprofondò nella morbida poltrona di pelle color panna, non più di tanto colpita dal lusso discreto dell’interno del velivolo. D’altra parte, aveva cose ben più importanti a cui pensare. Il fatto che la fortuna l’avesse baciata in fronte per la prima volta in tutta la sua vita, ad esempio, mettendo sulla sua strada l’uomo che le avrebbe permesso di arrivare in tempo all’appuntamento.
Il suddetto appuntamento, con tutte le sue implicazioni, era ovviamente in cima ai suoi pensieri, ma qua e là, nelle pause tra ansia e sollievo, il signor Andrew Williams – così le aveva detto di chiamarsi – riusciva a ritagliarsi un considerevole spazio. Lui e i motivi per cui alla fine aveva accettato di prenderla a bordo. Non per generosità, questo era poco ma sicuro, ma nemmeno perché fosse in qualche modo interessato alla sua compagnia, visto che sembrava intenzionato a ignorarla completamente.
Dopo il decollo, aveva ordinato alla donna in uniforme materializzatasi all’improvviso di soddisfare ogni sua necessità, per poi dedicarsi a un’infinita serie di telefonate – ma non era vietato telefonare, sugli aerei? – alternate a lunghe immersioni nello schermo del computer che aveva davanti.
Le poltrone erano raggruppate quattro a quattro, a formare dei piccoli salottini con al centro un tavolo spazioso. Appena saliti a bordo, lui le aveva indicato il suo posto con un gesto che si sarebbe potuto definire galante, non fosse che subito dopo si era ben guardato dal sedersi accanto a lei, o almeno di fronte. Il suo benefattore si era accomodato dalla parte opposta, aveva acceso il computer e si era dimenticato di lei. Non che Camilla si lamentasse. Tutto quello che voleva era arrivare a Roma in tempo, non certo godere della compagnia dell’arrogante signor Williams. Nonostante ciò, non poteva evitare di lanciargli lunghe occhiate, quando riteneva che lui fosse troppo immerso nei suoi affari per notarla.
Dopo circa un’ora aveva appreso, nell’ordine: che lui aggrottava la fronte spessissimo, roba da farsi venire le rughe anzitempo. Che in nessuna delle decine di telefonate che aveva fatto aveva lasciato trasparire la benché minima traccia di umanità. E, dulcis in fundo, che sbirciare le sue labbra piegarsi nella smorfia sardonica che gli veniva così naturale, o il modo in cui la camicia azzurra si tendeva sulle ampie spalle ogni volta che sollevava il telefono, le provocava inaspettate e del tutto inopportune vampate di calore degne del manuale della menopausa. E lo stesso le accadeva nel guardare di soppiatto gli occhi scuri, penetranti e perennemente incazzati, o i capelli neri che ogni tanto lui si scostava dalla fronte. Causando, manco a dirlo, nuove tensioni del sottile tessuto sui muscoli delle braccia e altrettanti spasimi in parti di lei che aveva dimenticato di possedere.
Fu proprio nel bel mezzo di uno di questi spasimi che il signor Williams ebbe la geniale idea di alzare gli occhi e fissarli nei suoi, con uno sguardo che sembrava dire: “Ti ho beccata. E adesso sono tutti fatti tuoi”.
«Perché deve assolutamente arrivare a Roma entro stasera?»
Perfetto. Improvvisamente aveva deciso di interessarsi alla sua storia, proprio quando lei non si sentiva in grado nemmeno di respirare, figuriamoci di dargli delle spiegazioni. Doveva essere una tattica da squalo della finanza, quella: “colpisci l’avversario quando è più debole”.
Come le capitava sempre quando era a disagio, Camilla prese fiato e passò dal mutismo più totale a un’eruzione di parole incontrollata e incontrollabile, che vomitò sotto lo sguardo imperturbabile dello squalo.
«Devo essere a Roma entro mezzanotte – come Cenerentola, ha presente? – perché il mio ex marito psicopatico mi ha dato un ultimatum: se non mi presenterò a casa sua la sera della vigilia di Natale e non mi dimostrerò compiacente, lui se la prenderà con la nostra Luna. Non avrei mai dovuto permettere che vivesse con lui, lo so, come genitore fa proprio schifo, ma quel maledetto ha tutti i diritti legali su di lei e io dovevo proprio andare a New York, per quel lavoro che ho trovato e poi perso, quindi è stato tutto inutile. Lui non me l’ha mai perdonato, ha sempre usato Luna per ricattarmi – sa come sono fatti gli uomini – e stasera, se non mi presenterò entro il dodicesimo rintocco lui la farà salire in macchina, guiderà per ore e la abbandonerà nel bosco. Capisce? La mia piccola Luna, sola e spaventata nel bosco…»
Finalmente, tacque. Attese per qualche secondo una reazione al suo riassunto sommario ma efficace dell’orribile situazione in cui si trovava, ma lui si limitò a fissarla impassibile per un tempo decisamente troppo lungo. Poi la lama affilata della sua voce tagliò il silenzio, facendola rabbrividire.
«Mi sta forse prendendo in giro?»
Camilla spalancò la bocca, colpita sul vivo.
«Certo che no, è la pura verità!»
Lui si accomodò meglio sulla poltrona, incrociò le braccia sull’ampio petto e poi tornò a fissarla. Questa volta lei non aveva dubbi. La stava guardando esattamente come si guarda un insetto: con un certo disgusto misto a superiorità. Perché chiunque, si sa, è superiore a un insetto.
«Quindi» cominciò lentamente, «la verità è che se stasera non accetterà di fare sesso con il suo ex marito lui abbandonerà vostra figlia nel bosco. Di media, quanto del suo tempo trascorre a leggere le fiabe dei fratelli Grimm, signorina Fiore?»
Camilla sospirò, scuotendo lentamente la testa di fronte all’evidente fraintendimento.
«Luna non è nostra figlia, signor Williams» spiegò paziente, «è il nostro cane. O meglio, il mio cane, che ho avuto la pessima idea di registrare a suo nome perché possedeva già un’assicurazione.»
Lui strinse gli occhi, considerando le nuove informazioni.
«L’ha detto lei stessa, mi pare» esordì dopo qualche istante in tono annoiato, «lui usa il cane per ricattarla. E lei sta cadendo nella sua rete.»
Camilla si sentì invadere dalla rabbia. Come si permetteva, quel miliardario spocchioso con la sensibilità di un bradipo ritardato, di dare giudizi su di lei, sulle sue scelte, sulla sua vita?
«Magari ha ragione lei, signor sotuttoio» commentò sprezzante, «ma si dà il caso che io non sia pronta a correre nemmeno il minimo rischio, quando c’è di mezzo la vita della mia Luna.»

Andrew non aveva mai amato i cani. O meglio, non gli era mai capitato di considerarli come una variabile in grado di influenzare la sua vita. Tranne quella volta in cui aveva pensato di regalarne uno a Stella, rendendosi conto subito dopo che non sarebbe stato altro che un subdolo stratagemma per lavarsi la coscienza.
Quando sua moglie era morta, lasciandolo con una bambina di un anno, lui aveva deciso che sua figlia sarebbe dovuta crescere a Roma, la città in cui era nata. La città di sua madre. Aveva fatto in modo di trascorrere sempre più tempo nella filiale italiana della sua azienda, ma in quei sei anni era stato costretto a lasciarla sola spesso, durante i periodi che trascorreva nella sede di New York. Viaggiare continuamente da un continente all’altro non era una vita adatta a una bambina. Sarebbe stata peggio, se lui l’avesse sradicata dall’ambiente che aveva sempre conosciuto. Stella aveva bisogno di stabilità, di solidi punti di riferimento, di un luogo da poter chiamare casa.
E lui era un viscido pezzo di merda, che si nascondeva dietro una sequela di vuote banalità pseudo-pedagogiche per non ammettere con se stesso che la ragione per cui aveva lasciato che sua figlia crescesse con uno stuolo di tate e babysitter d’alto bordo era che lui non aveva idea di come si facesse a prendersi cura di un altro essere umano.
E ora, il giorno della vigilia di Natale, stava tornando a casa da una bambina di sette anni che amava più della sua stessa vita e che pure lo terrorizzava come nient’altro al mondo era in grado di fare. Chiuse gli occhi per un istante, assalito dai ricordi di una delle ultime cose che sua figlia gli aveva detto qualche giorno prima, mentre stava per partire. Di nuovo. Lasciandola sola con l’ennesimo inadeguato surrogato materno.

«Papà, non ti chiedo mica di trovarmi un’altra mamma, non sono scema. Lo so che tu non la vuoi.»
In quel momento, guardando Stella in piedi davanti a lui, le manine piantate sui fianchi e un’espressione seria sul faccino lentigginoso, Andrew si era sentito il più grosso idiota che la Terra avesse mai partorito. Con tutte le sue lauree, i suoi master e i suoi miliardi.
«Però pensavo una cosa» aveva continuato la bimba, mordicchiandosi il labbro inferiore prima di sferrargli uno dei colpi peggiori che la vita gli avesse mai inferto. «La prossima volta che andiamo a mangiare la pizza, non potremmo portarci una che non prende dei soldi per essere lì con noi?»
Il mondo, per Andrew, aveva cessato di esistere. Esisteva solo sua figlia, che con l’innocente perfidia tipica dell’infanzia gli stava ricordando come la lunga fila di donne che avevano attraversato la sua breve vita fossero state con lei perché lui le pagava. Come se godere della compagnia di quella creatura incredibile splendente di luce avesse richiesto una contropartita in denaro. Come se lei non fosse abbastanza…

Andrew deglutì e gli parve che giù per la gola gli scorresse acido muriatico.
Guardò la donna a pochi passi da lui, pronta a qualunque sacrificio per salvare un cane, quando lui si rapportava alla sua stessa figlia in base alla medesima filosofia che seguiva negli affari: assicurare il meglio, pretendendo in cambio risultati adeguati. Spinto da un impulso improvviso, indicò il posto vuoto accanto a lui.
«Vieni a sederti qui.»
Se lei si stupì per l’inaspettato passaggio al tu, per quella richiesta, o per il tono sommesso con cui era stata pronunciata, non lo diede a vedere. Il suo sguardo esprimeva soltanto diffidenza. La timorosa cautela tipica di chi è stato ferito e non ha nessuna voglia di ripetere l’esperienza.
Andrew non disse nulla. Non sapeva nemmeno lui perché all’improvviso sentisse il bisogno di averla vicina. Si limitò ad attendere, finché lei si alzò dalla poltrona e – con movimenti cauti e circospetti, come se lui fosse un serpente velenoso in procinto di morderla – gli si sedette accanto.
I capelli erano sempre arruffati, ma gli occhi avevano perso l’espressione sperduta della prima volta che l’aveva vista, all’aeroporto. Ora lo fissava assorta, con una punta di aggressività che per contrasto la faceva apparire indifesa, disarmata di fronte a un pericolo più grande di lei.
«Toglimi una curiosità» le chiese, scrutandola. «Sei solita offrire il tuo corpo in cambio di passaggi aerei o per scongiurare improbabili abbandoni di animali domestici?»
Quella domanda, com’era da prevedersi, scatenò la rabbia latente celata nel profondo degli occhi blu da bambola.
«Non andrei a letto con quello stronzo neppure per evitare un disastro nucleare, signor Williams» sibilò infuriata. «E in quanto a lei, ero sincera quando ho detto che avrei fatto qualsiasi cosa, ma nel momento in cui l’ho dichiarato sapevo che non sarei stata costretta a rispettare l’impegno, visto che mi guarda come se fossi una specie di…»
Andrew non seppe mai di che specie stesse parlando. Le parole successive furono soffocate dalla bocca che si incollò a quella di lei nel bacio che aveva avuto voglia di darle dal momento in cui l’aveva vista cadere in ginocchio in mezzo alla hall, con gli occhi pieni di terrore e le labbra socchiuse in un silenzioso grido di aiuto.

Una specie di… Una specie di cosa? Presa del tutto alla sprovvista, Camilla impiegò alcuni secondi a rendersi conto che la sua intera realtà si era capovolta e l’uomo che un attimo prima la fissava con un’aria di tranquilla superiorità, ora la stava baciando.
Il problema era che le sue nozioni di base relative al concetto di “bacio” non avevano nulla a che vedere con quello che Andrew Williams le stava facendo. La bocca reclamava la sua con una sicurezza tale da farle dubitare di possedere davvero quella parte del proprio corpo, la mano che le reggeva la nuca era grande, calda e sapeva esattamente come convincere il suo collo a curvarsi nella giusta angolazione perché lui potesse fare di lei quello che voleva. E poi c’era l’altra mano. Quella appoggiata proprio al centro della sua schiena, che con forza implacabile travestita da sublime delicatezza la avvicinava a lui, centimetro dopo centimetro.
Fu tutta colpa di quella mano se alla fine i loro corpi si toccarono, se i suoi seni premettero contro i muscoli del petto di lui e se Camilla non poté fare altro che aggrapparsi alla costosa camicia azzurra, solo per scoprire che lo spasimo che aveva avvertito nello sbirciare quelle spalle non era nulla in confronto alla devastazione interna che provò toccandole.
Del tutto incapace di pensare, si strinse a lui, desiderando che quel momento non avesse fine, perché in fondo anche lei meritava di avere il meglio del meglio almeno una volta nella vita. Le braccia la circondarono, avvolgendola in una gabbia protettiva dalla quale non sarebbe mai più voluta uscire, e quel bacio mozzafiato si trasformò in un lento sfiorarsi, lievi tocchi della lingua, giocose carezze dei denti sul labbro inferiore. C’era così tanta dolcezza nel modo in cui la toccava, una tenerezza che non aveva nulla a che fare con la cinica durezza che quell’uomo indossava come una seconda pelle.
Persa nel mondo di sensazioni in cui lui l’aveva trascinata, Camilla non si accorse subito che aveva smesso di baciarla. Quando riaprì gli occhi, lui la stava fissando. A fatica, si riscosse da quello stato di trance, sforzandosi di metterlo a fuoco.
«Questo» disse sottovoce, confusa, «significa che dovrò pagare il biglietto, vero?»
Lui socchiuse gli occhi, senza allontanarsi da lei.
«Credi che sarei arrivato dove sono, se non riscuotessi i miei crediti?»
Camilla scosse piano la testa. No, non lo credeva.
«Dopo che saremo atterrati, verrai a casa con me. Voglio che tu conosca mia figlia.»
Ok, era ufficiale. Il suo cervello aveva smesso di funzionare del tutto, perché lui non poteva aver detto davvero quello che aveva creduto di sentire.
«Come, scusi?»
«Prima andremo a prendere il tuo cane, naturalmente.»
Camilla colse l’ironia nella voce di lui, ma la ignorò. Doveva chiedergli di spiegarsi meglio, perché per quanto si sforzasse non riusciva a trovare un senso in quella sequenza di parole.
«Lei vuole aiutarmi a salvare la mia Luna» cominciò, tentando di raccogliere le idee, «per poi fare sesso con me nella stessa casa in cui l’aspetta sua figlia?»
Decisamente assurdo. Ridicolo. C’era per forza qualcosa che le sfuggiva. Questa volta, lui si concesse un lieve sorriso.
«Quello che voglio» le spiegò paziente, «è che tu venga a cena con me e Stella, stasera.»
Subito dopo parve colpito da un pensiero improvviso e aggrottò di nuovo le sopracciglia, come quando parlava al telefono. Doveva essere un brutto pensiero. Una cosa tipo: “Perché diavolo sto invitando a casa mia una sconosciuta che nemmeno mi piace?”. Dopotutto, questo sì che aveva senso.
«Così non funziona» disse lui tra sé, a bassa voce. «Non saresti esattamente pagata per farlo, ma un ricatto è pur sempre una specie di pagamento.»
Ora si era rimesso a straparlare. Forse era una malattia di cui soffrivano le persone molto ricche e influenti, una specie di sdoppiamento di personalità, magari dovuto a tutte le responsabilità che…
«Vorresti farmi l’onore di essere nostra ospite per cena, Camilla?»
L’onore, certo.
«Non perché sei costretta, ma perché faresti la felicità di una bimba la notte di Natale. E magari anche per esprimermi la tua eterna gratitudine per aver salvato il tuo cane.»
A vederlo così, ora, non sembrava affatto soffrire di disturbi della personalità. I suoi occhi erano colmi di ironia, ma anche di speranza, e la luce che scaturiva da quel curioso miscuglio lo faceva apparire più giovane, più umano. Era come se stesse tentando di togliersi la maschera e le chiedesse di aiutarlo, di non approfittare di quell’inaspettata vulnerabilità che lo metteva a nudo di fronte a lei. Camilla avrebbe potuto combattere lo squalo, e sconfiggerlo. Ma non poteva nulla contro quella luce. Non aveva nessuna voglia di resistere e non l’avrebbe fatto.
«Sembra un invito che non posso rifiutare» mormorò, consapevole del calore del corpo contro il suo, della mano che ancora la stringeva, come se non volesse lasciarla andare.
«Lo è» annuì lui, attirandola ancora più vicina.
«Allora va bene, accetto.» La mano le sfiorò il fianco e la luce sfolgorò, accecandola. «Solo… perché?»
Lui alzò le spalle e chinò la testa di lato, fissando la propria mano che si posava sul collo di lei, il pollice che le accarezzava le labbra.
«Secondo l’ultimo promemoria che ho ricevuto, è Natale.» Le sorrise, un sorriso vero, quello dietro la maschera. Si chinò su di lei, il soffio della voce profonda le sfiorò la bocca socchiusa. «E noi, stanotte, offriremo la luna a una stella.»

FINE

CHI E' L'AUTRICE...

Paola Gianinetto
Paola Gianinetto vive a Torino e lavora da molti anni come adattatrice dialoghista per la televisione. Quando da bambina le chiedevano “Che cosa vuoi fare da grande?”, rispondeva “La scrittrice”, ma per lei era come dire “l’astronauta” o “la rockstar”. Anche da grande. Poi, un giorno per caso, ci ha provato, e non ha più staccato gli occhi dal computer finché non ha finito il suo primo romanzo.
La prima persona a cui l’ha fatto leggere le ha detto: provochi in me quella famosa sensazione di “vorrei abitare in quella storia”, un mix di sogno e nostalgia, non saprei esattamente, sprigiona calore. Allora ha capito che, comunque andasse, ce l’aveva fatta. 
Paola ha pubblicato recentemente la serie paranormal - Principi Azzurro Sangue - con Emma Books.

PUOI TROVARE I SUOI ULTIMI LIBRI QUI



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24 commenti:

  1. Mi è piaciuto..... WOOOOOOOW, WOW, WOW
    Iaia

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  2. Fulminante!
    Una lettura rapida e veloce, che ha il solo difetto di voler assolutamente sapere di più sui protagonisti e sul loro imprevisto, straordinario, un po' folle incontro in una stranissima notte di Natale!
    Grazie Paola per averci regalato questo ritaglio di magia.
    PS Raramente riesco a leggere un romance, sia esso racconto breve o lunghissimo tomo, senza dare un volto noto ai due protagonisti principali, o almeno al "lui" della storia: e qui, per me, Andrew E' Gerard Butler, non c'è storia! Uguale uguale a com'è nella foto qui accanto, sul blog! :-)

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  3. Chiusura fantastica!!!
    «E noi, stanotte, offriremo la luna a una stella.»
    Wow :O

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  4. Awww, che bel racconto!!! Però vorrei tanto leggerne il seguito, sono sicura che una volta gettata la maschera Andrew sia meraviglioso e con questo racconto ne abbiamo avuto solo un assaggio!

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  5. Sono felicissima di aver partecipato a questa rassegna natalizia, grazie LMBR e complimenti per la cover, è bellissima! E grazie a tutte voi per i vostri commenti, rendono più bello il mio Natale!
    Eva P., Gerard Butler è un Andrew perfetto!!!
    Anch'io vorrei sapere cosa accadrà a Andrew e Camilla: che siano protagonisti di romanzi o racconti brevi, mi preoccupo sempre per i miei personaggi. Ma sono sicura, più che sicura, che il loro sarà uno splendido lieto fine :)
    Un abbraccio e buon Natale!!

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  6. Grazie Paola per questo racconto magnifico quanto improbabile....ma è Natale e tutto può accadere. Milena

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  7. Cara consorella Paola, un soggetto davvero tenero, con tutti questi piccoli, grandi 'astri', svelto e pieno di ritmo. Che la Dea ti benedica

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  8. Per la serie: "a Natale tutto e' possibile"...!! Bel racconto, interessante ed intrigante. Ma resta pur sempre un racconto, e quindi mi lascia con l'amaro in bocca perché potrebbero esserci chissà quali possibili seguiti. Magari la mia autrice italiana preferita di saghe su vampiri potrebbe valutare un seguito??!!??

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    1. Cavoli, Alessandra, se me lo chiedi così...
      Adesso devo proprio dedicarmi al quinto Principe, altrimenti quello si arrabbia sul serio. Ma in futuro... chi lo sa? ;)

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    2. Ok Paola!!! Ci sto! Aspetto il quinto principe dopo Kyler, Partik, Liam e Aidan...non farci aspettare troppo però! Buon Natale

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  9. Alice bella, che dire...delizioso naturalmente! Tocco Giani doc...anch'io avrei voluto il seguito!!!

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  10. Adoro gli uomini che risultano duri e freddi, antieroi e un po' mascalzoni all'esterno ma che riescono a cambiare, a redimersi in nome dell'amore.

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  11. Racconto stupendo, mi ha tenuta incollata al monitor dalla prima all'ultima riga. Grazie per avercelo regalato, Paola. E anch'io resto fiduciosa riguardo a un possibile sequel. ;-)

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  12. Letto e piaciuto! Avrei voluto anch'io che il racconto continuasse, per assistere al salvataggio di Luna e alla reazione di Stella nel conoscere Camilla. E, naturalmente, per avere un'altra dose di Andrew <3

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  13. Carinissimo!!! Però troppo breve, avrei letto pagine e pagine ;-)

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  14. STANDING OVATION per la Gianinetto! Brava brava brava!

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  15. Bello bello bello! A quando il seguito?

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  16. complimenti, proprio bello, mi accodo alla lunga fila dei commenti entusiasti.... un filino troppo breve, chissà magari alle prossime rassegne ci sarà il seguito???

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  17. Bellissimo racconto e bellissimi personaggi. Confesso di non aver letto ancora niente di tuo, ma rimedierò a breve!
    Ornella Albanese

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    1. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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    2. Wow, grazie Ornella, per me sarà un onore!

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  18. Un bel racconto...una fiaba di altri tempi..oggi inverosimile ma scritta molto bene.Grazie Paola

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  19. Rispondo ai commenti in un unico post, ma mi rivolgo personalmente a ognuna di voi: grazie di cuore, davvero, sono così felice che il racconto vi sia piaciuto!
    Scrivere un racconto è difficile, qualche volta non c'è abbastanza spazio e l'anima dei personaggi non viene fuori: è bellissimo che voi l'abbiate trovata, in Camilla e Andrew!

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  20. Decisamente una scrittrice di caratura. Ne avevo sentito parlare, ma ancora non avevo letto niente di lei. E' sufficiente dire che ieri sera ho letto tre racconti, ma è stato questo che mi sono portata a letto.
    Personaggi delineati, storia tutto fuorchè banali, emozione, passione, e decisamente sa come giocare con le parole.

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