Christmas in Love 2017: " LE MILLE LUCI DEL NATALE" di Maria Cristina Robb



“Ci deve essere un modo, ci deve essere un modo.”
Me lo ripetevo da giorni e. alla fine. l’idea era nata nella tavola calda dove lavoravo da anni.
Da Goldbelt c’era sempre stata una bacheca per gli annunci. Ci trovavi di tutto: dogsitter, collezioni di fumetti, appartamenti in affitto, scarponi usati.
Quella mattina però, un bel manifesto, con fiocchi di neve e slitte volanti, aveva occupato metà dello spazio:

Grande competizione di addobbi di Natale. Primo premio: 10.000 dollari, offerti dalla ditta Hobby Lobby.
Iscrizioni presso gli uffici della Contea.
Gran galà di premiazione 22 dicembre ore 21 Ouray Community Center.

Ero rimasta a fissare quel poster per diversi secondi.
Diecimila dollari, una bella cifra. Quante cose avrebbe potuto fare Mama Louise con quei soldi? Forse non rifare il tetto della fattoria o sostituire le persiane danneggiate dall’ultima tempesta ma, in quanto a sfamare le venti bocche che ci abitavano, avrebbero fatto un gran bel lavoro.
“Allora, Ari, ti metti il grembiule o cosa?” Aveva gridato il mio capo da oltre il bancone.
“Vengo, vengo.”
Mi ero allontanata con un sorriso. Addobbavo da anni il mio piccolo cottage. Avevo accumulato tanti di quei metri di decorazioni, comprese quelle ereditate dalla nonna, da parare a festa Main Street.
Dovevo vincere quel premio. Lo dovevo a Mama Louise e ai suoi sforzi per dare a quei ragazzini una casa e il calore di una famiglia, glielo dovevo da quando anch’io ero stata una di loro.
Per prima cosa, ci voleva una scala lunga.
Dopo un giro di ricerche e una visita al True Value, avevo trovato un attrezzo vetusto abbandonato nel garage di Burton, un vicino di casa, che dimostrava tutti i suoi anni nel legno troppo secco e poroso e nella ruggine sul sistema di bloccaggio della prolunga. Ma quella c’era e quindi me l’ero fatta prestare.
Poi, mi servivano tanti metri di luminarie. Così avevo dovuto riesumare anche vecchie matasse di lampadine, lasciate a coprirsi di polvere in soffitta perché sostituite da altre più moderne.
Adesso, a cavalcioni di una grossa biforcazione, cercavo di districare i fragili bulbi di vetro, senza romperne nessuno, prima di avvolgerli attorno al ramo più alto.
Un’impresa di tutto rispetto.
Un improvviso stridio di freni mi fece quasi perdere l’equilibrio.
Mi girai verso la strada e vidi una Chevrolet Silverado color argento ferma al lato della staccionata.
Lo sportello si aprì.
La prima cosa che notai fu la zazzera rossa come le foglie d’acero in autunno. Poi, l’uomo si stese in tutta la sua notevole altezza e uscì dalla macchina.
Strabuzzai gli occhi, da dove era saltata fuori quella pertica?
Di sicuro l’avrei notato passeggiare in paese. A occhio e croce, visto il rapporto cofano-testa, neanche con un tacco dodici sarei arrivata a guardarlo negli occhi.
Lo sconosciuto sbatté la portiera dietro di sé e si girò verso la casa. Lineamenti regolari, barba appena accennata della stessa tonalità di rosso, fronte corrugata e sopracciglia quasi unite sopra due occhi stretti in una linea accusatoria. “Ehi, signora?” mi apostrofò. “Cosa pensa di fare?”
Sarà pur stato attraente ma il tono non mi piacque per niente.
“Sto facendo fototerapia alla mia quercia.” gli risposi. “Sa, l’inverno…”
L’uomo superò la macchina e si avvicinò alla recinzione del mio cottage. Da vicino confermò la prima impressione: davvero un bel pezzo d’uomo. Non il classico montanaro di queste parti, largo e robusto come un grizzly, ma con un fisico asciutto proprio ben proporzionato. 
Indossava un giubbotto lumberjack imbottito rosso e nero, un paio di pantaloni verde bosco, tenuti stretti da una cintura gialla, e un paio di anfibi con tre fermagli di lato. Riconobbi solo lo stemma dei vigili del fuoco sulla giacca.
Se solo non avesse avuto quell’espressione fra l’arcigno e il rabbioso...
“Non faccia la spiritosa.” L’uomo appoggiò entrambe le mani sul cancelletto. “Ha idea di quante norme di sicurezza e antincendio sta violando in questo momento?”
Sulla sicurezza, chi potevo dargli torto? La scala di Burton non era certo uno degli ultimi modelli. Mi era anche scappata una preghiera o due quando aveva traballato sotto i miei piedi e scricchiolato in modo inquietante mentre salivo fino alla biforcazione più alta, circa tre metri da terra.
Ma l’antincendio?
“Non sono mica candele.” gli risposi, sventolando il pezzo di matassa che avevo in mano.
“Cosa vuol dire!” Questa volta sbatté le mani contro il legno. “Quelle lampadine sono state vietate. Non si possono usare per decorare case o alberi. Un corto circuito, una scintilla e il suo albero si trasforma in una torcia. Senza contare il rischio per il suo impianto elettrico e per la casa.”
“Quindi, cosa ci dovrei mettere?”
“Solo luminarie a luce fredda, tipo i led.”
“Ma non ne ho abbastanza.” protestai.
“Non è un mio problema. Srotoli subito quella matassa e scenda da quell’albero prima di rompersi anche la testa.”
“Ma figuriamoci!” esclamai, prendendo un’onda che quasi mi fece scivolare. Mi afferrai di nuovo al ramo più vicino. “Chi è lei per darmi ordini?”
“Kieran O’Donnell, comandante del dipartimento dei vigili del fuoco della contea. Scenda subito o chiamo lo sceriffo e le faccio appioppare una multa da farle ipotecare la casa.” Esplosivo, proprio come faceva pensare la sua capigliatura.
Ecco perché non l’avevo riconosciuto. In città si era parlato molto dell’arrivo del nuovo comandante, un “foresto”, uno di quegli irlandesi che sembravano avere un’affinità con il fuoco.
Purtroppo, ignorarlo sarebbe stato da stupida. Lo sceriffo della contea di Ouray non era precisamente un amico. Era iniziato tutto sui banchi di scuola, quando io ero la strana e lui il bulletto del liceo. Quando ero cresciuta e diventata una donna, avevo osato respingere più di una volta le sue attenzioni e questo non mi aveva messo nella lista dei suoi cittadini preferiti. Avrebbe goduto nel trovare un buon motivo per darmi fastidio.
Accidenti a quell’irlandese, doveva proprio passare di lì in quel momento?
“Si sbriga?” m’intimò. “Guardi che aspetto finché non srotola il cavo e scende dall’albero.”
Sbuffai di rabbia e mi accinsi a obbedire. L’uomo rimase a osservarmi tutto il tempo, gambe larghe e braccia conserte.
Quando anche gli ultimi centimetri furono svolti, mi girai verso lo spilungone. “Ecco.” Feci dondolare la cima del filo. “È contento?”
“La voglio con i piedi per terra.” No. Non era ancora soddisfatto.
Se avessi potuto pestare i piedi, lo avrei fatto. Mi girai con uno scatto nervoso, afferrai il ramo più vicino e allungai la gamba in cerca del primo piolo. Il mio peso sulla scala la fece dondolare in modo sinistro. Appoggiai l’altro piede sul secondo piolo per stabilizzarla.
“Faccia attenzione!” Lo sentii gridare.
Cosa voleva ancora, non vedeva che avevo la situazione sotto controllo?
Al terzo gradino, la scala fece un’onda indietro e poi tornò a sbattere contro il tronco. “Uff.” esclamai. Dovevo stare calma.
Sentii il cancelletto cigolare ma non mi lasciai distrarre da quel rompiscatole.
Un altro piolo, poi un quinto e, tutto a un tratto, lo stivale scivolò sull’assicella di legno.
“Oddio!” gridai, perdendo la presa delle mani.
Caddi all’indietro, sicura di sbattere con violenza contro il terreno. Invece mi fermai molto prima contro qualcosa di più morbido e
Lo sentii imprecare mentre l’impatto lo faceva indietreggiare. Miracolosamente, rimase in piedi e due braccia mi cinsero in una morsa.
“La scala è sequestrata.” disse subito dopo.
Nonostante il mio cuore avrebbe potuto vincere una competizione di galop al ballo di fine anno, ebbi la forza di rispondere. “Sta scherzando?” ansimai. “Come faccio a montare gli addobbi?”
“Si compri una scala più sicura.” rispose, tenendomi ancora premuta contro il suo torace.
Mi divincolai per girarmi a guardarlo. “Ma non è neanche mia!”
“Non m’interessa.” Era un lampo di divertimento quello? “Chiunque sia il padrone, deve venire in caserma e firmare una dichiarazione di demolizione.”
“Una scala così costa una fortuna.” Pensai alle mie economie, già seriamente a rischio per la sostituzione dei fili di lampadine incriminati.
“Non so cosa dirle, signorina. Se vuole fare queste acrobazie, deve attrezzarsi. Pensi se non fossi stato qui.”
“Avrei finito il lavoro.” borbottai.
“ E io glielo avrei fatto disfare.” Alzò le braccia al cielo. “Con questa storia della competizione sembrano tutti impazziti.” L’uomo si picchiò l’indice contro la tempia. “Chiederò al sindaco una riunione sulla sicurezza, prima che tutti questi fanatici radano al suolo Ouray in una pira funeraria.”
“Lei è un gran guastafeste, lo sa?” gli puntai un indice accusatorio contro il petto.
“Ci tengo al mio lavoro e ad avere ancora una città dove svolgerlo.” Mi fissò negli occhi. “E non pensi di fare la furba. La terrò d’occhio.”
Chissà da cosa aveva capito le mie intenzioni.
Il comandante si scostò e requisì la scala, miracolosamente rimasta contro l’albero. “La saluto, signorina. L’aspetto alla riunione.” mi disse.
“Non ci conti.” gli rispedii indietro.
“Sarà obbligatoria per i partecipanti.”
Con quattro lunghi passi fu al di là dal cancelletto. Buttò la scala nel cassone del pick-up e si voltò di nuovo. “Buona serata.”
“Anche a lei.” risposi a voce troppo alta per sembrare sincera.
Quel maledetto pompiere aveva rovinato il mio progetto. Avrei dovuto buttare metri e metri di luminarie non più “a norma” del signor “comando-io”.
Come avrei fatto a vincere quei benedetti diecimila dollari?

Alla fine ero stata costretta ad andare a quella stupida riunione, dannato pompiere. C’era persino un elenco da controfirmare all’ingresso.
Entrai nella sala ed eccolo là, sopra il piccolo palco in fondo, dritto come un albero maestro, le braccia dietro la schiena e lo sguardo sui presenti che sciamavano attraverso le entrate.
Era un peccato fosse così appetibile. Sarebbe stato più facile detestarlo se avesse avuto una pancia sporgente, un inizio di calvizie o un grosso naso spugnoso.  Invece no. Sembrava un personaggio da leggenda celtica. Il fisico longilineo e asciutto da elfo silvano, i capelli rossi corti ma indisciplinati e gli acuti occhi, verdi come i prati del suo paese di origine, che si riempivano di scintille quando si arrabbiava.
Accidenti! Mi aveva beccata a fissarlo dall’entrata. Fermò lo sguardo inquisitore su di me, fece un leggero cenno del capo e sollevò l’angolo destro della bocca in un sorrisetto ironico.
Mi trattenni a stento da fargli una linguaccia, conscia di quanto sarei apparsa infantile, e scansai lo sguardo, fingendo di cercare un posto.
La sala si stava riempiendo alla svelta e fui costretta a sedermi in una fila troppo vicina al palco per i miei gusti. Per evitare di incappare di nuovo in quei due occhi indagatori, ne approfittai per controllare chi fossero i miei potenziali rivali.
C’erano i fratelli Montgomery, tanto bravi con le mani quanto scarsi di comprendonio, la famiglia Calvart e i loro sei ragazzini, il veterano Isaiah Richmond e una serie di altre facce conosciute ed estranee. E, avrei potuto scommetterci, c’era anche Edwina Calloway, la mia arci nemica del college. Prima della classe, capo cheerleader, regina del ballo di fine anno, presidentessa dell’associazione studenti. Un concentrato di perfezione in un metro e sessantacinque di puro snobismo e arroganza.
Poteva sembrare sciocco mantenere quell’astio dopo quasi vent’anni ma lei e le sue amichette sculettone mi avevano reso la scuola un incubo e la signorina Calloway non desiderava affatto me ne dimenticassi. Nei rari incontri, non perdeva occasione per sottolineare la mia inferiorità, le mie dubbie origini e le mie patetiche scelte di vita. Sapeva bene di andare ancora a segno.
La mia infanzia era stata un disastro. Figlia di una ragazza madre, scomparsa poco dopo la mia nascita, ero stata rifiutata dall’unica parente in vita, mia nonna, una vecchia bigotta che vedeva in me l’incarnazione del demonio. Così ero passata da un orfanotrofio a un altro, da una famiglia affidataria all’altra, fino ad approdare nella fattoria di Mama Louise, la mia salvezza. Qui avevo trovato la mia casa: povera, semplice ma piena di amore, tanto quanto ne poteva contenere l’ampio petto di Louise e, credetemi, era davvero una quantità notevole.
Ero una piccola bambina timida e impaurita ma vivere da lei mi aveva aiutato a scrollarmi un po’ e raggiungere anche buoni risultati negli studi.
Adesso, ventotto anni suonati, facevo la cameriera nel bar tavola calda di Roger, il Goldbelt, e mettevo da parte i soldi per tornare a studiare, una volta o l’altra. La casa l’avevo ereditata dalla nonna che, alla sua morte, forse colta da un tardivo pentimento, aveva lasciato il cottage all’unica parente in vita.
Guardare Edwina seduta in prima fila, i capelli freschi di parrucchiere, il twin set di angora, i pantaloni scuri dentro gli stivaletti di pelo, mi faceva venir voglia di andare a scompigliare tutta quella perfezione sotto la quale nascondeva un animo velenoso.
Forse attirata dal mio sguardo, Edwina si girò verso il fondo della sala e io le lanciai uno sguardo di sfida. Non l’avrei lasciata vincere anche questa volta.
Lei fece un gesto altezzoso con la testa e tornò a voltarsi verso il palco dove era salito anche il sindaco che batté un dito sul microfono.
“Prendete posto per favore. Iniziamo l’incontro, così possiamo tutti tornare alle nostre case al più presto.”
Passi affrettati, rumori di seggiole, sussurri di scuse e poi il brusio si acquietò.
“Bene. Vi abbiamo convocato perché il nuovo comandante dei vigili del fuoco della contea ha chiesto di poter parlare ai partecipanti alla competizione delle decorazioni natalizie.” Il sindaco si girò a indicare il bell’irlandese rompiscatole.Lasciate che vi presenti il comandante, Kieran O’Donnell.”
Il pubblico fece un piccolo applauso a cui l’uomo rispose con un leggero inchino della testa.
“Buonasera a tutti.” Iniziò. “Intanto volevo ringraziarvi per la vostra accoglienza…” E giù a fare un sacco di smancerie ai cittadini e alle associazioni di volontariato, in particolare alle dame della chiesa episcopale, di cui ovviamente Edwina faceva parte, per la loro gentilezza e ospitalità.
“In questi giorni ho visto molte persone lavorare agli addobbi della casa e del giardino. Lasciatemi dire che è un miracolo non sia ancora successo niente di grave.” Guarda caso, puntò lo sguardo diritto su di me, poi sui fratelli Montgomery. “Ho visto usare luci e decorazioni pericolose insieme ad attrezzature a dir poco inadeguate. Per questo, volevo aggiornarvi sulle norme di sicurezza e antincendio.”
Subito dopo cominciò a enunciare una lunga serie di normative e regole da far perdere la testa a chiunque.
Io rimasi in ascolto sempre più preoccupata, calcolando la quantità di cose da fare per evitare una sanzione: scale collaudate, cavi di sicurezza, luci fredde, impianti a norma e un sacco di altre diavolerie.
Alla fine di quell’elenco infinito, il comandante tirò fuori un piccolo vademecum, stilato dall’associazione dei vigili del fuoco volontari, da portare con sé e consultare in caso di dubbi.
Dubbi? Non ero neanche certa di aver capito la metà delle cose di cui aveva parlato e, se gli sguardi vacui intorno a me ne erano una prova, anche buona parte degli altri presenti.
Avevo pensato bastasse mettere un po’ di cavi in giro, un bel po’, e attaccarli alla spina. Il signor pompiere lassù, lo faceva sembrare un’impresa da ingegneria civile.
La fine del discorso fu accolta da uno stupefatto silenzio.
Il sindaco si affrettò a prendere la parola per ringraziare il comandante e i partecipanti, rassicurare i cittadini della disponibilità degli uffici della contea ad aiutarli e congedò il pubblico.
Niente domande, niente dibattito.
Mi alzai insieme ai miei vicini di sedia e mi stiracchiai.
“Maledetto mangia-patate.” sentii venire dalla mia destra in un brontolio disgustato. “Con quel suo elenco ci farà scoppiare la testa. Vorrei sapere cosa ne pensa lo sceriffo.”
Mi girai verso Isaiah, l’autore del commento, infastidita. Il giudizio razzista aveva toccato un nervo scoperto. Quante volte avevano usato nomignoli crudeli per insultare me e le mie origini? Senza contare che, il solo nominare lo sceriffo e la possibilità che fosse contrario a quelle norme, mi rese più simpatico il comandante.
“Non credo che Jeff voglia mandare a fuoco la contea.” Non riuscii a frenarmi. “Il comandante O’Donnell fa il suo lavoro e non vedo perché bisogna offenderlo per questo.” Lanciai un’occhiataccia al mio concittadino.
Subito dopo avvertì una presenza alle mie spalle. “Grazie mille, signorina Smith.”
Cavoli! Adesso penserà anche di piacermi. Mi voltai e incrociai il calore verde del suo sguardo, più simile a una foresta pluviale adesso.
Mi fece un sorriso e poi si rivolse a Isaiah. “Come ha detto giustamente la signorina, non vogliamo mandare a fuoco questa bella città o i boschi circostanti. Non c’è bisogno di impazzire, basta fare tutto con maggior sicurezza.” ribadì il concetto. “Inoltre, lo sceriffo Miller mi ha dato tutto il suo appoggio.”
Isaiah, non sembrò convinto. Borbottò qualcosa sulla torba e le carote e si allontanò nell’altra direzione.
“Le è stata utile la riunione?” Il comandante tornò a focalizzarsi su di me.
“Un gran casino.” gli risposi con franchezza. “Dovrò buttare un sacco di cose.” aggiunsi, un po’ scoraggiata.
“Può sempre rimpiazzarle.”
“Certo. Ma una cameriera del Goldbelt non può permettersi la quantità di metri necessari per vincere la competizione.”
“Mi spiace.” Sembrava sincero. “Qualche vicino può prestargliene?”
“Non lo so. Mi sa che dovrò provarci.” Sollevai la faccia e gli feci un mezzo sorriso, ricevendone in cambio uno intero.
“Comandante O’Donnell.” Una voce ben nota, e odiata, sovrastò il brusio della stanza. “Permette una parola.”
Edwina si avvicinò senza notarmi, dietro l’altezza del vigile del fuoco, fino all’ultimo momento.
“Ah, Ariella Smith.” Strinse la bocca in quel suo modo tipico che ricordava il posteriore di una gallina.
“Edwina.”
Lei mi escluse immediatamente dalla conversazione e cominciò a chiedere dettagli sulle norme e le attrezzature, rivolgendogli sguardi ammirati e continuando a scostarsi i lunghi capelli biondi, perfettamente pettinati, dalla faccia.
Che schifo.
Flirtava in modo così spudorato che mi sarei aspettata un invito a cena per la sera successiva.
Era il mio momento per sgattaiolarmene via. Tanta perfezione lo avrebbe tenuto ipnotizzato e non avrebbe notato la mia uscita di scena.
“Signorina Smith.” mi sentii richiamare.
Stranamente la mia strategia non aveva funzionato. Che fosse immune dallo “splendore” di Edwina?
Quasi, quasi mi cominciava a piacere sul serio.
Mi voltai per incontrare lo sguardo caldo dell’irlandese e truce di miss-perfezione-Calloway.
“Si ricordi, se ha bisogno di maggiori informazioni, la aspetto in caserma.”
Lo fissai a bocca aperta per qualche secondo e annuii.
Mi aveva davvero presa per tonta o cosa?.

Ero fregata!
Avevo seguito alla lettera tutto quell’elenco infinito di norme di sicurezza e la mia provvista di luci si era ridotta di un terzo, senza contare la parte destinata alle figure natalizie, ereditate dalla nonna.
Dovevo trovarne altre se volevo realizzare il mio progetto, ma dove? I miei vicini erano troppo impegnati a decorare le loro case per prestarmene e al True Value c’era tutto ciò che desideravo, ma le mie povere tasche non avrebbero retto l’impatto.
Mi restavano solo i banchetti della Yule Night, al parco della Lee Ski Hill, dove i commercianti non chiedevano una donazione di sangue per una matassa di luci a led.
L’ingresso della festa era decorato da un enorme arco in agrifoglio, intrecciato a una miriade di lucine rosse che guizzavano e si rincorrevano lungo i rami di lucide foglie verdi. L’area era stata recintata da diversi pali, atti a portare la corrente alle bancarelle, ma che fungevano anche da supporto per fili di lanterne luminose, intervallate da grossi fiocchi di neve scintillanti. Al di sotto, vere e proprie casette, come in ogni festa natalizia di strada che si rispettasse, erano disposte a ferro di cavallo, ognuna decorata da festoni sfavillanti e palline colorate, e l’ultima spolverata di neve dava giusto quel tocco di incanto in più.
Mi piaceva quella festa. La parata e la presenza di Babbo Natale e signora, misses Claus, la includeva tra quelle dedicate ai bambini, ma chi non tornava a esserlo quando arrivava quel periodo?
Per Mama Louise era una tradizione. Tutti gli anni accompagnava i suoi ragazzini a godere dell’atmosfera e mangiare hamburger e dolcetti. L’aiuto per gestire quei demonietti scatenati era sempre stata la mia scusa ufficiale.
Passai sotto l’arco luccicante di lucine rosse, inspirando il profumo di cibo alla griglia e di zucchero abbrustolito. Un venticello freddo spirava da nord, gelando anche la punta delle orecchie e mi pentii di aver lasciato a casa la mia cuffia di lana rossa.
Non ci sarebbe stato male un bel punch bollente.
Avanzai sul terreno un po’ sconnesso e infarinato di neve per addentrarmi nella fila di bancarelle con il loro carico di luci, palline, candele, festoni e tutto ciò che serviva a rendere Natale la festa più bella dell’anno.
Procedetti spedita per non cadere in tentazione e fermarmi da ogni venditore per ammirarne la mercanzia. Avevo una meta precisa: la casetta di Sarah Nay.
Scambiai cenni di saluto con diversi avventori della tavola calda dove lavoravo, vicini di casa o ex compagni di studio.
Notai anche diversi vigili del fuoco in divisa che si mescolavano alla folla, tra i tavoli per mangiare e le bancarelle di dolci e decorazioni. Contro la mia volontà, mi ritrovai a cercare tra di loro una testa rosso acero, più alta del resto della popolazione. Dopo alcuni banchetti, individuai il nostro comandante fermo in un punto strategico, intento a osservare la gente che si aggirava nel parco. Faceva proprio una bella figura con quella divisa verde, stretta in vita dal grosso cinturone, il portamento eretto e quella zazzera infuocata, spazzolata dalla brezzolina gelida. Rimasi a fissarlo qualche secondo di troppo perché riuscii a farmi di nuovo beccare in flagrante dal suo sguardo itinerante.
L’agognato bicchiere di punch non avrebbe avuto lo stesso effetto. Il viso mi andò a fuoco e accolsi il venticello gelido come uno zefiro gentile venuto a raffreddare i miei bollenti spiriti.
Il comandante O’Donnell inclinò la testa in segno di saluto e mi rivolse un sorriso amichevole. Io risposo con la stessa tranquillità, o per lo meno provai a fingerla.
Poi abbassai lo sguardo e mi diressi decisa alla meta, accompagnata da un’orchestra di White Christmas, Silent Night e Jingle Bells, provenienti dalle bancarelle.
Il banchetto di Sarah, la mia fornitrice ufficiale, era alla fine della fila. Ogni Yule Night andavo a cercarla per acquistare qualcosa di nuovo da aggiungere alla mia dotazione. Quest’anno, però, mi serviva qualcosa di più di qualche ghirlanda, speravo solo di potermelo permettere.
Sarah era un donnone robusto con le guance rubizze e un bel naso a patata dalla punta rossa come il cappello di Babbo Natale calcato sulla testa, da cui spuntavano ciuffi di capelli biondi.
Indossava uno spesso maglione nero in stile irlandese e si era avvolta una larga sciarpa rossa intorno al collo che le arrivava fin sotto la vita. Era una persona allegra, sempre pronta alla battuta o allo scherzo, fermarmi da lei era sempre stato uno dei piaceri di quella festa.
In quel momento aveva un cliente, così mi misi ad ammirare i lunghi fili di led colorati, le intermittenze, i festoni luccicanti sul banco. C’era persino un apparecchio per far danzare le luci a ritmo di musica. Mi sarebbe piaciuto averne chilometri per decorare il mio cottage ma quando guardai i cartellini, ebbi un piccolo mancamento. Se quello era il regime, non avrei concluso molto neanche con Sarah.
L’uomo imbacuccato in un parka verde prese il sacchetto dalle mani della mia amica e salutò. Subito dopo la donna si rivolse a me.
“Ecco la mia Ari. Come sta la mia ragazza preferita?” Il viso illuminato da uno dei suoi sorrisi sinceri.
“Buonasera Sarah. Tutto procede, e tu?”
“Me la cavo.” Soffiò sulle dita lasciate libere dai guanti tagliati. “Dove sono tutti i tuoi ragazzini?” Andavo sempre a trovarla con alcuni degli ospiti della fattoria di Mama Louise. Sarah regalava loro una pallina o un oggettino luminoso e io li guardavo sorriderle come se avessero ricevuto la luna.
“Credo siano ancora alla parata. Ci troviamo dopo per mangiare insieme.”
“Bene. Portali qui. Ho tenuto da parte dei buffi pupazzetti di neve per loro.” Sempre un cuore grande, la nostra Sarah. “Stai cercando qualcosa?”
Annuii. “Ho bisogno di luci. Molte luci.” le dissi, solenne.
Lei mi fissò un attimo e poi sorrise. “Non vorrai partecipare alla gara della Hobby Lobby?”
“In realtà sì.” mi strinsi nelle spalle. “Diecimila dollari sarebbero una bella manna per la fattoria.”
Il calore nel suo sguardo mi diede tutta la sua approvazione. “Giusto! Vediamo cosa possiamo fare.”
Sarah mi mostrò matasse di luci a led, sagomate in diverse forme: a pallina, a punta, a candela, ad alberello di Natale; confezioni di reti scintillanti per ricoprire il tetto e lunghi fili da cui pendevano cascate di lumini colorati a intermittenza. Aveva anche delle renne, slitte, babbi natali e pupazzi di neve di varia grandezza, da aggiungere a quelli che avevo già per il prato, dotati d’illuminazione interna o da avvolgere nelle luminarie.
“Certo che è tutto aumentato.” dissi mentre guardavo il cartellino di una bellissima renna con lunghe corna pulsanti di luci rosse.
“Posso farti un po’ di sconto ma lo sai, ho già dei margini strettissimi.” rispose dispiaciuta.
Annuii. Lo sapevo bene, Sarah doveva vivere con quello che vendeva, non potevo chiederle di più.
Riuscii a mettere insieme una rete per il tetto, un sacco pieno di festoni argentati, diversi metri di tubi luminosi a intermittenza e una slitta gonfiabile con babbo natale e una fila di renne. Mi era rimasto da decidere tra una ruota girevole e un alberello a fibra ottica.
Questa roba non mi basta per vincere la gara. Neanche per avvicinarmi ai primi posti, pensai sconsolata.
Accidenti a quelle maledette norme di sicurezza e a quel diavolo di un pompiere.
Come richiamato dai miei improperi, un’ombra si proiettò sulla confezione che stavo valutando e una voce con un forte accento, mi salutò. “Buonasera, signorina Smith. In cerca di nuove decorazioni?”
Mi voltai e mi lasciai trafiggere da quello sguardo verde in qui si rifletteva la danza delle luci intorno a noi. Dalle piccole casse del banchetto di Sarah partì, proprio in quel momento, un bel “All I want for Christmas is you”.
Mi immaginai un grosso pacco regalo da cui vederlo spuntare con un fiocco rosso al collo e la mia faccia andò di nuovo a fuoco, nonostante la temperatura del pomeriggio.
“Infatti, comandante O’Donnell.” Per fortuna riuscii a riprendermi in fretta. “Devo seguire certe regole assurde per non essere multata.”
Lui sorrise compiaciuto, malefico irlandese. “Davvero saggia, miss Smith. Spero di vederla anche più tardi, alla festicciola nella sala comune.”
“Non credo. Sono piuttosto impegnata questa sera.” Il comandante era ancora un forestiero e non sapeva che la “festicciola” era rigorosamente a invito. Il mio nome non era in nessuna delle liste stilate dalle nostre associazioni “caritatevoli”.
“Ad appendere fili di luci alle querce?” mi chiese, prendendo in mano la matassa messa da parte. “Mi sa che è un po’ corta per quell’albero.”
“Dovrò fare con quello che ho, signor pompiere.” risposi piccata. Ci sarebbero stati i metri, se lui non avesse messo fuori legge un terzo delle mie luminarie.
Tornai a guardare verso Sarah. “Prendo l’albero in fibra ottica.” le dissi. “Ti dispiace tenermi tutto da parte? Lo passo a ritirare più tardi.”
“Certo, cara.”
“A dopo, allora.” salutai e poi mi voltai. “Addio, comandante O’Donnell. Passi una piacevole serata.”
“Arrivederci miss Smith. Faccia attenzione alle scale. Non vorrei doverla trovare tra i clienti del pronto soccorso.”
Ovviamente il mio vicino aveva dovuto buttare la scala e mi era toccato noleggiarne una al True Value, un altro salasso.
Io accennai un sorriso fasullo. “Come le ho detto, faccio come posso.” Me ne andai con la schiena rigida, infastidita dalla sua battuta. Non ero una fanatica in cerca di gloria, la mia era una buona causa.
Mi diressi verso il lato del parco, dove avevano parcheggiato i camioncini che grigliavano carne e verdure a tutto andare.
Era umiliante dover ammettere la propria scarsità di mezzi a un uomo così attraente, ma quella ero io: Ariella Smith, cresciuta in una casa famiglia perché la madre, poco più che adolescente, e la nonna bigotta avevano deciso di non volerne sapere niente di lei.
Che andassero tutti a fan…
Mi trattenni a stento. Avevo promesso: meno parolacce per Natale, non potevo lasciarmi influenzare da uno snob irlandese.
Un gruppo inconfondibile di ragazzini, intorno a un’imponente donna di colore, vestita dei colori sgargianti della stagione, stava convergendo verso un furgone da cui provenivano volute di fumo di griglia e un appetitoso rumore sfrigolante.
Li raggiunsi proprio mentre si appropriavano di un tavolo con due panche e Mama Louise cercava di zittirli per prendere le ordinazioni.
“Ciao a tutti.” salutai.
Fui accolta da grida di esultanza, abbracci dai più piccoli e pacche sulla spalla dai più grandicelli.
“Oh, benedetta ragazza, eccoti qua.” mi salutò Louise, stritolandomi contro il suo largo petto mentre le baciavo le guance. “Avevo proprio bisogno di te. Per piacere, contami i panini da prendere ed io cercherò di mettere seduta quest’orda di barbari.”
Dopo diversi tentativi, alzate di mano doppie, strilli di disapprovazione, riuscì a capire quanti hamburger ordinare, insieme a qualche tonnellata di patatine.
Eravamo tutti seduti in attesa che la nostra ordinazione fosse pronta quando Louise mi chiese. “Chi è quel bell’uomo che ti sta guardando con insistenza.”
“Chi?” mi guardai intorno, senza notare nessuno.
“Laggiù.” Indicò le bancarelle dove mi ero fermata. “Deve essere un vigile del fuoco ma non l’ho mai visto.”
Mi girai e incrociai di nuovo lo sguardo del mio “amatissimo” comandante. Era ancora vicino al banchetto di Sarah e stava guardando dalla nostra parte in modo speculativo.
“E’ il nuovo comandante.” le risposi con finta noncuranza. “Non credo stia guardando me. Fa solo il suo lavoro.”
“Non credo proprio, fanciulla. So riconoscere un uomo che lavora e uno che fissa una bella ragazza.”
“Hai troppa fantasia Louise.” le dissi, senza farle notare quanto le sue parole mi facessero piacere. Nonostante non fosse proprio tra le mie persone preferite, era pur sempre un uomo molto attraente.
Il venditore ci chiamò per i panini e quando tornammo tutti a sederci, il comandante non era più in vista. Figuriamoci se era rimasto lì per guardare me.
Alla fine del pasto, ripassai da Sarah per recuperare i miei acquisti e me ne tornai infreddolita a casa.
Non avrei vinto ma non mi sarei arresa subito. Almeno avrei avuto la soddisfazione di vedere il mio cottage addobbato a festa.

Onore e merito a tutti i carpentieri del mondo o a chi diavolo faceva i lavori di decorazione delle case.
Come mai siamo sempre così ignari della fatica altrui?
Quella mattina avevo cominciato presto, convinta di portare avanti un bel po’ di lavoro prima di sera.
Avevo preso la scala, più salda e con il dispositivo di sicurezza per la prolunga, il rotolo più lungo, quello di luci verdi e rosse con cui avevo pensato di fare il contorno basso del tetto, e avevo iniziato a fissarlo.
Dopo quattro ore ero riuscita a finire poco più della metà della superficie e non sentivo più le braccia a forza di tenerle sollevate a impugnare la sparapunti per fermare il filo. Di quel passo, avrei finito il Natale dell’anno dopo.
Il mio bellissimo progetto aveva subito diversi aggiustamenti. Oltre la rete di luce bianca sul tetto, il bordo inferiore verde e rosso, la quercia avvolta da led argento, potevo aggiungere la slitta di Babbo Natale più qualche animaletto in giardino e il grande albero decorato di fianco alle scale.
I contorni a porte e finestre, alle balaustre e agli scalini del patio, i fili pendenti dal tetto e le decorazioni sparse sui muri, fra cui la cometa sul davanti, erano stati accantonati.
Sarah mi aveva anche proposto un buon proiettore per le stelle, ma io volevo quelle vere.
Era un peccato non avere il comandante sotto le mani, gliene avrei dette volentieri quattro.
Il rumore di macchine in avvicinamento mi distrasse dallo sparare la successiva graffetta e mi voltai. Tre macchine rallentarono a fianco della staccionata e si fermarono.
Dagli sportelli scesero cinque ragazzoni, tra cui riconobbi Sam Logan, un compagno di liceo, e, manco a farlo apposta, il famigerato comandante che si fermò davanti al cancello, uno stupido sorriso sulle labbra. “Buongiorno miss Smith. Vedo con piacere che ha adottato le misure di sicurezza. Come va il lavoro?”
Stanca e innervosita, agitai la sparapunti nella sua direzione. “Non è divertente.” Mi passai il braccio sulla fronte, imperlata di sudore, nonostante la temperatura rigida della mattina. “E’ tutta colpa sua se il mio progetto non sarà come volevo.” Che da un lato era un bene, visto la fatica che stavo facendo a montare ciò che ero riuscita a racimolare.
“A me sembra se la stia cavando egregiamente.” La posa spavalda a gambe larghe mi diede ancora più sui nervi.
“Faccio quello che posso.” risposi. “Adesso, se non le dispiace, avrei da fare.” Tornai a voltarmi sul punto dove dovevo fissare i successivi centimetri.
Lo schiocco della sparapunti m’impedì di distinguere cosa mi aveva chiesto il comandante. Abbassai di nuovo l’apparecchio con uno sbuffo e tornai a dirigere l’attenzione su di lui. “Che cosa ha detto?”
“Ho chiesto se le serve una mano.”
“Di chi?” Che domanda stupida. Avrei accettato aiuto dal diavolo in persona, se si fosse presentato in uno sbuffo di fumo.
“Mia.” Si indicò con le mani. “Nostra.” Incluse i suoi compagni che mi guardavano divertiti da qualcosa.
“Dice sul serio?” Mi girai di più e la scala ondeggiò, facendomi prendere un colpo.
“Molto sul serio.” Aveva già aperto il cancellino e fatto qualche passo verso di me.
Ero orgogliosa di aver sempre fatto tutto da sola, dopo aver ereditato la casa, ma non ero stupida. Chi avrebbe rifiutato una mano di quel calibro? “Se volete accomodarvi…”
“Ok, ragazzi. Scarichiamo e andiamo.” Il comandante si rivolse agli altri che aprirono i bauli e cominciarono a estrarre sacchetti, scatoloni, valigette e borse.
Appoggiata alla scala, li osservai mentre, con tre viaggi, trasportavano tutto dentro il giardino.
Spostai lo sguardo sull’irlandese, “Cos’è tutta quella roba?”
“Abbiamo pensato le sarebbero serviti dei rinforzi.” Inclinò una cassetta per farmi vedere alcune matasse di luci.
“Dove? Come…” Non potevo crederci. Se tutte quelle confezioni erano piene di decorazioni, avrei illuminato a giorno il vicinato.
“Un giro di telefonate e qualche visita ai grossisti per convincerli a donare per una buona causa.” Il sorriso che mi spedì, mi si aggrovigliò nello stomaco.
I ragazzi cominciarono a estrarre altri rotoli, tende di luci, sagome già composte, una grande stella cometa, fiocchi di neve da appendere e un sacco di altra roba.
“Scenda da quella scala e venga a vedere.” mi disse il comandante. “Dovremmo trovare gli elementi adatti per il suo progetto.”
Mi riscossi dallo stupore e cominciai a scendere. Appoggiai la sparapunti per terra, scesi i gradini del patio con due salti e mi diressi svelta verso di loro.
Ammirai a bocca aperta tutte quelle bellissime decorazioni, creando milioni d’immagini nella mia testa su dove e come utilizzarle tutte. Poi sollevai lo sguardo su di lui, gli occhi lucidi per l’emozione appena trattenuta. “Grazie mille.” Il mio sorriso avrebbe potuto essere esposto in una vetrina da dentista.
Lui rispose con un occhiolino. “Obbligato. Dopo aver mandato in pensione metà della sua attrezzatura…”
Un moto di felicità mi fece fare un piccolo saltello. “Venite dentro. Beviamo un caffè e vi faccio vedere quello che avevo in mente.”
“Grandioso.” rispose per primo un biondone dalle gote rosso ciliegia e una corporatura molto adatta al ruolo di Babbo Natale.
Poi mi seguirono tutti all’interno
Dopo una tazza di buon arabica caldo, un’accesa discussione sui pro e contro del mio progetto, qualche modifica e aggiunta, fummo pronti per metterci all’opera.
Lavorammo di buona lena e quando il sole cominciò a calare, dopo una pausa a base di panini e birra, le mie idee cominciavano a prendere corpo.
“Allora? Soddisfatta?” mi disse il comandante, mentre lo accompagnavo alla macchina.
“Siete stati la manna dal cielo.” gli risposi con sincerità. “Senza di voi, avrei gareggiato per niente.”
“Ci rivediamo dopo domani per andare avanti. Tu, intanto, intreccia quei fili con qui vuoi decorare la balaustra.”
“Lo farò, capo.” E lo salutai come si confà a un comandante.
Lui mi sorrise e mi fissò un secondo di troppo prima di scuotersi. “Buona serata.” Salì in macchina e mise in moto.
Io rimasi sul cancello a salutare. Finalmente anch’io avevo avuto un po’ di fortuna. Nonostante il suo vademecum, Kieran O’Donnell aveva tutte le carte in regola per diventare il mio elfo preferito e non solo per il suo aiuto.

“Forza. Chiudi gli occhi e conta fino a tre.”
Obbedii e strinsi anche i pugni per fermare il tremito delle mani.
Il grande momento era arrivato.
La neve era stata clemente quell’anno e avevamo potuto impiegare ogni minuto di tempo libero per il mio progetto, anche quando il buio ci costringeva ad accendere i fari per illuminare l’area di lavoro o il freddo ci faceva indossare colbacchi con il paraorecchie e guanti imbottiti.
Kieran si era dimostrato il compagno perfetto, sempre pronto a sfacchinare, sudare, salire sul tetto, raggiungere comignoli, issarsi sul punto più alto della mia quercia. A volte veniva con qualche collega, a volte da solo con la sua testardaggine, tutta irlandese. Non aveva mai mollato, neanche quando i cavi erano risultati troppo corti per raggiungere la centralina o una serata ventosa aveva divelto metà delle stelle appena fissate sul tetto.
Adesso era il momento della verità.
“Pronta?”
Io annuii con gli occhi chiusi e aspettai.
Subito dopo avvertii il “tlac” del pulsante di accensione e un leggero ronzio.
Kieran inspirò di colpo. “Gesù!” esclamò.
“Allora?” chiesi impaziente. “Com’è? Posso aprire gli occhi.”
“Ari.” Ormai eravamo in confidenza. “È magnifico.”
“Posso aprire gli occhi?” ripetei, più lamentosa. Avevo promesso di aspettare ma mi stava facendo morire di curiosità.
“Fallo!”
Spalancai gli occhi e l’attimo dopo mi si offuscò la vista per le lacrime. “Oh mio Dio!” dissi con la voce incrinata dall’emozione. “È incredibile.”
Mi girai e in un impeto di felicità gli saltai al collo. “Grazie, grazie.” strillai, saltellando come un bambino appena entrato nel paese dei balocchi.
Kieran non si scompose, mi avvolse nelle sue lunghe braccia e lasciò che sfogassi tutta la mia eccitazione. “Non c’è di che.”
Quando mi ripresi, tornai a voltarmi.
Il mio mondo fatato era lì, davanti ai nostri occhi.
Lo steccato avvolto di luci e l’arco di agrifoglio illuminato di rosso accoglievano il visitatore con l’insegna Merry Christmas appesa sotto. Il sentiero verso la casa era valorizzato da grossi lumi dorati, la slitta di Babbo Natale e gli animaletti trovati in soffitta, sulla destra, la grande quercia, rivestita di bianco sul tronco e di verde nei rami, dal lato opposto. Anche i prati avevano il loro personale tappeto splendente, così come ogni cespuglio, aiuola e arbusto. Il grande albero di Natale era stato montato di fianco alla scala per il patio, decorato con centinaia di ornamenti che danzavano e si rincorrevano. La grossa stella cometa, pulsante sopra l’ingresso, apriva lo spettacolo della casa. Ogni gradino, ogni pilastrino e il corrimano erano stati illuminati e sul bordo inferiore del tetto avevamo messo un intreccio di cavi per renderlo ancora più brillante. C’erano anche le cornici alle finestre e tanti fiocchi di neve da intervallare sulle pareti e tra le maglie della rete che rivestiva il tetto. L’ultimo tocco erano la fila di tegole d’angolo e i comignoli, fasciati da luci verdi e rosse con sette tipi di intermittenze, e l’albero a fibre ottiche a guardia della porta d’entrata.
Sembrava la casetta di pan di zenzero, decorata con metri e metri di glassa bianca.
Era un sogno ed era tutto merito nostro.
“Se non vinco, la competizione è truccata.” dissi, ancora in trance a fissare ogni particolare, dai cespugli verdi e rossi alle renne dorate, dall’angelo in cima all’albero alle girandole infilate nelle aiuole.
Kieran mi aveva messo un braccio attorno alle spalle e, in silenzio, ammiravamo il nostro capolavoro.
Dopo cinque minuti buoni, lui fu il primo a riprendersi. “Dobbiamo festeggiare.” sentenziò.
“Un boccale da O’Brien?” proposi, subito d’accordo.
“Niente alcol. Alle undici entro in servizio.” Sotto le feste anche i comandanti si davano da fare per permettere riposi e recuperi ai loro uomini.
“Allora, cioccolata calda da Mouse’s? Oggi rimane aperto fino alle nove.”
“Mmm, suona bene.” annuì Kieran, una buffa espressione sul viso.
Io, invece, avrei potuto stirarmi un muscolo per il sorriso che gli rivolsi. Dopo tutto quel tempo passato solo a lavorare, avevo una specie di appuntamento con il focoso irlandese?
Yippee!
“Perfetto.” Cercai di contenere l’entusiasmo. “Spegni tutto. Vado a prendere borsa e chiavi.”
Il mondo tornò buio e mi lasciai guidare dalla luce sulla porta d’ingresso per rientrare in casa.
Mouse’s Chocolates and Coffee era il posto ideale dove trovare consolazione per qualsiasi delusione o dispiacere.
Solo guardare il loro lungo banco pieno di truffles, toffes, biscotti, tavolette di cioccolata, poteva migliorare una schifosa giornata in un attimo. Sedersi in una delle loro panche, poi, e assaporare quel liquido bollente, dolce e cremoso, era quasi un’esperienza mistica.
“Non credo di essere ancora venuto in questo posto.” disse Kieran, davanti alle vetrine circondate da agrifoglio luccicante e con grosse stelle a sette punte appese. Spinse la porta d’ingresso che trillò le prime note di Jingle Bells, e si scostò per farmi entrare.
“Non sai cosa ti sei perso.” risposi, varcando la soglia. Mi fermai davanti all’esposizione di dolcetti natalizi e bonbon e mi trattenni a stento dal mugolare.
“Sembra tutto piuttosto buono.” commentò lui, non immune a quello spettacolo.
“Buono non è neanche la metà di quello che è Mouse’s. Un sorso della loro cioccolata calda, un morso di uno di quei cookies con le gocce di cioccolato fondente e dimenticherai persino il tuo nome.”
“Accidenti, sembra proprio promettente.” Poi adocchiò i tavolini sulla parete opposta. “Ci sediamo?”
Kieran mi guidò con  una mano sulla schiena verso di loro.
Ci accomodammo uno di fronte all’altro e cominciammo a togliere un po’ di strati di lana nell’atmosfera calda del negozio.
Subito dopo una ragazza venne a prendere le ordinazioni.
Chiedemmo entrambi una cioccolata in tazza, a cui feci aggiungere panna e scaglie di cioccolato.
“Nient’altro?” chiese la commessa, la biro ancora sul foglietto.
Kieran guardò con un certo desiderio il banco dove grandi vassoi d’acciaio contenevano tutte le leccornie di loro produzione. “Non saprei…” In effetti, scegliere poteva essere duro.
“Ti fidi di me?” gli chiesi.
Lui annuì.
“Ci porti: due biscotti al burro con le scaglie, quattro fudge, due al burro di arachidi, due con le noci pecan, due tartarughe fondenti e due praline al caramello, ricoperte con il sale grosso.”
“Suonava tutto fantastico.” mi disse, appena la ragazza si allontanò.
“Non sai quanto. Ti servirà come carica per questa notte.”
Lui sorrise. “Entro in servizio alle undici, non credo di poter resistere fino alle sei con due cioccolatini.” Mi incantai a guardare quel volto illuminato dal divertimento e le piccole fiammelle accese negli occhi verdi così espressivi.
Attenta Ari! mi dissi. Meglio che tieni a freno la fantasia. Non potevo fargli capire quanto avesse cominciato a piacermi.
“Da quanto tempo sei in America?” Mi spostai verso un bell’argomento neutro. Ero curiosa di capire, l’accento irlandese era ancora piuttosto marcato.
“Una quindicina d’anni. In Irlanda non c’era tanto lavoro, così ho raggiunto uno zio a Denver che mi ha fatto entrare nei vigili del fuoco.”
“E come sei finito a Ouray?” Denver era una grande città piena di locali e cose da fare. Un paese come Ouray, oltre alle montagne, aveva poco altro da offrire.
“Amo il mio lavoro e quando c’è stata la possibilità di proseguire nella carriera, l’ho fatto. Sono stato per cinque anni capitano in una caserma su Jefferson Avenue, poi mi hanno offerto questa posizione.”
“Ti manca il tuo paese?”
“Denver è una metropoli, ma è vicina alle montagne. Non è poi tanto diverso dalla mia terra. Ad Athy, nella contea di Kildare, è rimasta solo la mamma e mia sorella Maeve. Ogni tanto torno a trovarle ma il Colorado è diventato la mia casa con i suoi picchi, la natura aspra, le città ancora a misura d’uomo.” Kieran si mise a giocherellare con uno dei tovagliolini sul tavolo.
“Cuori infranti da qualche parte?” Non ce la feci a tenere a freno la mia linguaccia.
Lui rise e scosse la testa. “Avevo una quasi fidanzata a Denver ma poi non se n’è fatto niente.”
Avrei voluto sapere tutto, ogni piccolo particolare. Me la immaginai bionda, alta, con i lineamenti perfetti e il fisico da indossatrice. Non certo una piccola castana, con dei ricci intrattabili, il naso a punta e due o tre curve di troppo.
Fummo interrotti dalla cameriera con il vassoio. Appoggiò le tazze fumanti e il piatto con i dolcetti sul tavolo e Kieran mise la mano nella tasca dei pantaloni.
Mi affrettai a prendere la borsetta. “Non provarci nemmeno. Sono in debito con te per i prossimi cento anni.”
L’irlandese non fece neanche il gesto di ascoltarmi, fu più rapido di me a estrarre il denaro e pagare la nostra ordinazione.
“Noo!” Protestai di nuovo. “Così non riuscirò mai a ripagarti.”
Lui prese una cucchiaiata di panna e se la mise in bocca con evidente soddisfazione. “Mi piace tu sia in debito con me.”
Io rimasi un momento con la borsa sollevata a fissarlo. Cosa intendeva?
Kieran, però, era troppo occupato a decidere quale dolcetto provare per rivelarmi i suoi pensieri segreti. Prese uno dei fudge e lo girò da tutti i lati prima di mettersene un pezzetto in bocca. Lo morse, masticò per un po’ e poi guardò il pezzo rimasto in mano con gli occhi spalancati. “Ma è davvero incredibile.”
Lo fissai con un pizzicore nel petto nel vederlo così stupito dalle dolcezze della mia città. Poi decisi di unirmi alla festa. Il fudge alle noci pecan era uno dei miei preferiti per cui iniziai da quello.
Il sapore divinamente dolce si diffuse in bocca come una piccola esplosione. Chiusi gli occhi e mi lasciai sfuggire un mugolio. Qualcuno diceva che mangiare cioccolato era quasi come fare sesso e in quel momento non avrei potuto dargli torto.
Riaprii gli occhi e trovai lo sguardo oscurato di Kieran fisso su di me.
“Straordinario.” sospirai un po’ imbarazzata.
Lui annuì, ipnotizzato. “Te ne compro un sacchetto intero per vederti rifare quella cosa.” Il tono basso, intenso.
“Quando vuoi.” Volevo fare la sfacciata ma sapevo di essere arrossita.
“Affare fatto.” disse. Poi sollevò la tazza per prendere un sorso di cioccolata. Quando la riappoggiò, sembrò tornato lo scanzonato irlandese di sempre. “E tu? So che hai vissuto da quella donna di colore con tutti quei ragazzini attaccati alla gonna, ma prima?”
“Chi te l’ha detto?” C’era sempre qualcuno che non si faceva i fatti suoi in una cittadina di un migliaio di abitanti.
“La tipa della bancarella. Mi ha detto di andarci piano con te perché ti stavi adoperando per una buona causa.”
“Sarah.” Scossi la testa. “Sempre pronta a mettere il naso nei miei affari.”
Presi anch’io la tazza in mano per darmi un attimo di pausa e pensare a cosa potessi dirgli. I suoi occhi puntati su di me erano caldi, interessati e non giudicanti, come certe persone di mia conoscenza. Mi resi conto di sentirmi sicura, di sapere che, se gli avessi raccontato la mia triste storia, non mi avrebbe chiamato “la bastardina”, un nomignolo che non ero ancora riuscita a togliermi, o non se ne sarebbe andato disgustato, lasciandomi da sola a bermi la mia cioccolata.
“Mia madre aveva poco più di sedici anni quando sono nata e mi ha abbandonata per andarsene chissà dove. Ho vissuto tre anni con mia nonna, un’anziana bigotta che aveva avuto una figlia molto tardi e mi considerava come una costola del diavolo. Quando sono diventata troppo impegnativa, mi ha affidato ai servizi sociali. Ho passato orfanatrofi, diverse famiglie affidatarie, più o meno buone, e alla fine, per mia fortuna, sono approdata nella fattoria di Mama Louise.”
“Una nera? Credevo gli americani fossero più… difficili in queste cose.”
“Nessun altro mi voleva dopo i dieci anni. Non ero una bambina… facile.” Nascosi un attimo il naso nella cioccolata per riprendere coraggio. “E’ stato il periodo più felice della mia vita.”
Lui sorrise. “Posso immaginarlo. E il cottage?”
“Alla fine, la nonna me l’ha lasciato.”
“Quei diecimila dollari sono per lei.” La voce di Kieran si fece dolce.
“Sì.” Enfatizzai la risposta con la testa. “C’è sempre bisogno, ma in questo periodo più che mai. I soldi statali tardano sempre tanto e Mama Louise fatica a mettere il pranzo in tavola tutti i giorni. Speravo di regalarle uno splendido Natale.”
“Un desiderio bellissimo.” Kieran prese un altro sorso della sua cioccolata.
“Ti piace Ouray?” Basta parlare di me.
Per fortuna il mio vigile del fuoco mi venne dietro e ci mettemmo a parlare di argomenti molto meno impegnativi.
Alle nove meno dieci la ragazza ci venne a dire che stavano per chiudere.
“Tutto fantastico. Grazie.” le disse il comandante, infilandosi il giaccone imbottito.
Uscimmo nell’aria gelida notturna e salimmo sulla sua Silverado per tornare a casa mia.
“Non so proprio come ringraziare te e i tuoi amici per l’aiuto che mi avete dato.” gli dissi, dopo essere stata scortata fino al portico d’ingresso al cottage.
“I veri ringraziamenti, dopo l’esito della gara.” mi disse. “Però, un’idea l’avrei su come potresti iniziare.”
Mi prese il mento con due dita e mi sollevò il viso, si piegò dalla sua notevole altezza e appoggiò con delicatezza le labbra sulle mie, esitante, forse preoccupato lo respingessi.
Speravo lo facesse da giorni. Sapevo che un sacco di ragazze gli ronzavano intorno, non ultima Edwina la stronza, ed ero convinta non avrebbe mai pensato a una come me.
E invece…
Mi accorsi che si stava allontanando. Cavoli, avevo aspettato troppo a riprendermi. Alzai le braccia per fermarlo e gli cinsi il collo, attirandolo a me per non perdere il contatto.
Il bacio si trasformò in qualcosa di molto più serio, caldo e prolungato. La sua bocca sapeva di cioccolata e caramello e rabbrividii quando le lingue s’incontrarono a metà strada e portarono i livelli di calore a temperature tropicali.
Quando ci staccammo, vidi che sorrideva.
“Questo è sicuramente un ottimo inizio.” La voce impastata della passione appena condivisa.
Poi tornò a baciarmi.
“Starei qui tutta la sera, ma devo montare in servizio e bisogna vada un po’ a casa prima.” mi disse dopo qualche tempo.
“Okay.” sussurrai contro le sue labbra.
Kieran fece un lungo sospiro quando si staccò. “Mi aspettano giorni di fuoco. Ho paura non riusciremo a vederci prima della premiazione. Sarò tra le autorità sul palco ma senza il diritto di voto, così non ci saranno conflitti d’interesse perché ti ho aiutata.”
“Bene.” Ero troppo vicina a lui, al suo odore, al suo calore per preoccuparmi davvero di quello che stava dicendo.
Tornò sulla mia bocca con un lungo bacio, avvolta nelle sue grandi braccia.
“Fammi andare via.” mi sussurrò.
“Vai via.” mormorai a mia volta, infagottata nel suo abbraccio.
Con un gemito Kieran si staccò. “Ti chiamo.”
Scossi la testa per liberarmi dalla confusione da bacio. “Ok.”
“Stammi bene.” Scese i gradini del cottage per dirigersi alla sua macchina.
“Anche tu.” Lo guardai mangiarsi il sentiero in lunghi passi e uscire dal cancelletto.
Quando stava per salire, si girò e mi salutò con la mano.
Gli risposi allo stesso modo.
Appena i fanalini di coda sparirono in lontananza, entrai in casa a passo di danza.
Kieran O’Donnell mi aveva baciata e io ero seduta sulla nuvola più alta in cielo. Avrei sognato di lui tutte le notti, il miglior regalo di Natale possibile.
Chi l’avrebbe mai detto saremmo arrivati a quello?

Cadeva un leggero nevischio quando imboccai Main Street. Il nastro d’asfalto, già spolverato di bianco, brillava delle luci multicolori degli addobbi appesi ai lampioni. Il pulviscolo ghiacciato danzava sospinto dal vento, offuscando il panorama da cartolina natalizia con le decorazioni lampeggianti dei negozi e la sagoma scura delle montagne sul fondo.
In una serata normale mi sarei attardata ad ammirarne il fascino ma quel giorno fui capace solo di accelerare il passo verso il Community Centre.
Ero un fascio di nervi dalla mattina e il cuore continuava a sobbalzarmi in petto come un ballerino di tip tap ubriaco.
La giuria aveva già votato e quella sera avrebbe annunciato i vincitori. Questa era la mia scusa ufficiale.
Sotto, sotto sapevo non era solo quello a tenermi in uno stato di fibrillazione continua.
Avrei rivisto Kieran dopo quattro giorni di brevi telefonate e una manciata di messaggini. Era stato impegnato in un incendio a Ridgway per un cortocircuito e con un fienile andato a fuoco insieme alla riserva per l’inverno.
Non c’era stato modo di vederlo, neanche per una decina di minuti, e io volevo sapere, dovevo sapere.
Quel bacio era stato qualcosa anche per lui, aveva contato almeno la metà di quanto avesse per me?
Avevo passato le giornate a riesaminare ogni minimo dettaglio: le sue dita che mi sollevavano il mento, la sensazione delle sue labbra soffici sulle mie, il calore del suo abbraccio, i brividi quando le nostre lingue si erano incontrate, tutto rivissuto in slow motion, istante per istante.
Ormai ci avevo costruito un romanzo su quel bacio e dovevo capire se mi ero sognata tutto o tra noi era nato davvero qualcosa di buono.
Sbattei i piedi contro lo stuoino all’ingresso dell’edificio ed entrai. La grande sala era ormai piena e rimbombava delle chiacchiere e delle risate di tutta la gente convenuta.
Lasciai la giacca al guardaroba e mi avventurai in mezzo alla folla.
“Complimenti Ari.” Il signor Bennet, uno degli abitanti della mia strada, mi fermò subito dopo l’ingresso. “Il tuo cottage è davvero fantastico.”
“Grazie mille, Carl.” gli feci un enorme sorriso. “Spero lo pensino anche i giurati.”
“Puoi scommetterci.” mi rispose, prima di allontanarsi verso la sua famiglia raggruppata più avanti.
Mi inoltrai nella folla fino ad avvicinarmi al palco, dove erano già radunate delle persone sotto il grosso striscione pubblicitario della Hobby Lobby.
Riconobbi il sindaco, lo sceriffo e i membri del consiglio della contea. Altre quattro persone erano in un angolo, forse i giurati, e, nell’estremità più vicina alle scale, individuai una zazzera infuocata.
Era fermo nella sua posa di comando, gambe larghe e mani dietro la schiena, lo sguardo fisso sul quartetto lì vicino. Non c’era modo di farmi notare in quella folla senza attirare troppo l’attenzione, così rimasi a desiderarlo da lontano.
Una ragazza con la maglietta dello sponsor si avvicinò al sindaco e le sussurrò qualcosa all’orecchio. La vidi annuire e poi guardare verso la folla.
Qualcuno le passò un microfono. “Buonasera a tutti, concittadini. Vi chiedo un po’ di silenzio.”
La donna aspettò che tutti si concentrassero su di lei. “È arrivato il momento che tutti aspettavate. Ma prima di iniziare…”
Incominciò una serie di ringraziamenti, a cui non prestai attenzione, troppo concentrata sui miei pensieri rosati riguardanti l’irlandese là davanti, finché una frase non riportò la mia attenzione sulla voce della donna. “Fra poco sapremo chi è il vincitore della competizione.”
Il sindaco si volse al quartetto di sconosciuti. “Prego, signor Madison, se vuole cominciare.”
Un uomo distinto in un completo scuro e con un grosso paio di occhiali neri prese il microfono che gli porgeva.
“Buonasera a tutti. Premetto che la scelta è stata molto difficile. Abbiamo visto un notevole numero di stupendi lavori d’illuminazione e abbiamo combattuto a lungo su chi avrebbe dovuto vincere.” Prese fiato. “Quindi, come in ogni buono show, partiremo dal terzo classificato che è…”
La pausa di suspense mi fece innervosire ancora di più. Non era mica la ruota della fortuna!
“I fratelli Montgomery e la loro creazione: gli alberi di Natale.”
Espirai con forza, la fornitura di oggetti di carpenteria per mille dollari non era mia.
I due gemelli salirono sul palco, preceduti dagli applausi, si inchinarono al pubblico e ricevettero dalle mani di una graziosa ragazza bionda il trofeo e la busta contenente il premio.
“Al secondo posto si è classificato…”
Altra pausa strategica.
“Ariella Smith e il suo: l’arrivo di Babbo Natale.”
Nooo! Non ce l’avevo fatta.
Mi ci volle un attimo per riprendermi dalla delusione Tutti i volti si erano girati per cercarmi e dal palco, Kieran mi lanciò uno sguardo dispiaciuto che mi colpì come un bulldozer.
Cercai di incollarmi un bel sorriso felice, anche se avrei voluto gridare come una banshee, e mi feci largo fra la folla. Salii sul palco e ricevetti la piccola coppa e la busta, una fornitura di legname per un anno.
Mama Louise aveva più di un camino, avrei dovuto essere contenta. Piuttosto che gli oggetti di carpenteria. Purtroppo, però, i tronchetti di quercia non potevano essere serviti su un piatto il giorno di Natale.
Mi misi al fianco dei gemelli, con il sorriso plastificato in faccia, e attesi l’annuncio del vincitore.
“Il vincitore di questa edizione della competizione delle luci è…”
Non potevano smetterla con queste pause?
“Edwina Calloway e il suo: Natale al castello.”
Tutta la sala applaudì e lei esultò dal pubblico.
Dovevo immaginarlo, chi altri poteva vincere? Chissà perché pioveva sempre sul bagnato. Lei, di certo, non aveva bisogno di quei soldi.
Edwina salì saltellando e alzando le braccia in segno di vittoria. Raggiunse la giuria e la solita biondina, le assegnò la coppa più alta e il grande assegno del primo premio.
Miss perfettina prese il microfono in mano dal presentatore. “Ringrazio tutti quelli che mi hanno votato. Siete tutti invitati a festeggiare al ranch “Le ruote gemelle” per mangiare e brindare alla vittoria.” annunciò.
Poi si girò versò le persone dietro di lei e saltò al collo di Kieran che la cinse con le braccia sorridendo. Li guardai pietrificata improvvisare un piccolo balletto di gioia mentre le orecchie cominciarono a fischiarmi come in una tempesta.
Mi ero sbagliata. Quel bacio non aveva avuto nessun significato per lui. Il bell’irlandese non era davvero interessato a me e, ancora una volta, Edwina si portava via tutto.
Un senso di nausea mi aggrovigliò lo stomaco.
Non sarei rimasta a guardarli festeggiare e divertirsi a mie spese. Mi voltai e mi feci largo tra la gente confluita sul palco per complimentarsi con la vincitrice. Scesi i quattro gradini quasi di corsa. Quella stanza era troppo piena, troppo calda. Dovevo uscire prima di dare uno spettacolo indegno di me stessa.
Quando ero ormai alla porta, mi sentii chiamare, ma non avevo la forza di voltarmi. Chiunque fosse, avrebbe dovuto aspettare un altro momento.
Mi fermai sulla soglia un secondo e guardai la testa di Kieran che svettava sugli altri, chinata in basso per sorridere a qualcuno.
La morsa nello stomaco diventò intollerabile.
Scappai fuori e mi diressi a gran velocità verso il parcheggio, dove avevo lasciato la mia Suzuki.
Avevo sperato nella favola del bell’irlandese ma, ancora una volta, il denaro e il potere avevano vinto su ogni cosa.
Come aveva fatto a essere così falso?
Volevo regalare un bel Natale a Mama Louise e ai ragazzi ma mi sarebbe toccato andarci con quel poco che avevo e il cuore infranto da un rosso traditore.

“Sono arrivata!”
Aprii a fatica la porta della fattoria con le mani piene di sacchetti e borse.
Un urlo mi accolse dal suo interno e una frotta di ragazzini mi corse incontro, mettendo a repentaglio il mio equilibrio.
“Ciao zia Ari.” Mi chiamavano tutti così. “Cosa c’è qui dentro?” Qualcuno cercò anche di ficcare mani e naso dentro le mie sporte.
“Buoni! Fermi!” ridacchiai davanti a tutto quell’entusiasmo. “Ci guardiamo dopo.”
Fui salvata dall’arrivo dei più grandicelli, Peter, Marc e Gwendolyn. “Salvateli dai barbari.” Consegnai loro i regali. “Questi vanno sotto l’albero.”
Una porzione dei ragazzi li seguì.
Poi diedi altre due borse in mano a Mathilde e Geremia. “Portateli in cucina.” I due bambini ficcarono la faccia tra i manici. “Evviva!” esultò poi il maschietto. “Christmas Pudding!”
Tutti i ragazzi ne andavano matti e io mi ero fatta in quattro per sfornarne due belle ruole.
Non era l’unica cosa che avevo cucinato. Avevo passato i due giorni precedenti a impastare, miscelare, cuocere e guarnire per tenere la testa lontana da quell’irlandese traditore.
Il telefono aveva lampeggiato più volte con il suo nome ma io lo avevo semplicemente ignorato.
Non volevo sentirlo, non volevo sapere cosa aveva da dire.
Ero rimasta sola fino a quel momento, c’era pur stato un buon motivo? Mi ero stancata di essere ferita, abbandonata, messa da parte per qualcuna più ricca, più bella, più talentuosa.
Non avrei permesso a uno sconosciuto di farmi del male, anche se lo avevo lasciato entrare un po’ troppo a fondo nel mio cuore.
Jonathan, uno dei più piccoli, era rimasto vicino a me, intento a occhieggiare l’ultimo sacchetto gonfio da cui proveniva un profumino delizioso. “Tieni Johnny, portalo a Mama Louise. Lei sa cosa farne.”
Avevo cucinato biscotti allo zenzero, brownies al cioccolato e mince pies da sfamare un’armata. Ne avevo addirittura lasciata una grossa confezione in macchina per i giorni a venire.
Lui prese i manici dalle mie mani e con un’aria solenne si diresse in cucina, dove intravedevo Louise intenta a mescolare il purè.
Nell’aria si sentiva un profumino delizioso, dolce e speziato allo stesso tempo. Non ci eravamo potute permettere un tacchino o un grosso pezzo di prosciutto da fare al forno, ma con tre grosse fette di lombo, avevamo confezionato dei rotoli panciuti ripieni di mele, carne trita, prugne secche e noci. Rays, il macellaio, ci aveva anche fatto un po’ di sconto.
Mi avvicinai alla mia amica e le diedi un bacio su una guancia. “Profumi di erba cipollina.”
“Sono due giorni che cucino questo pranzo.” mi disse, restituendomi il bacio. “Cosa sono tutti quei sacchetti?”
“Niente. Solo il pudding e un po’ di dolcetti.”
“Non sarai andata all’Artisan a buttare via dei soldi?” chiese come un rimprovero.
“No. Li ho cucinati io, insieme ai brownies e alle mince pies.”
Louise rimase con il cucchiaio di legno sollevato. “Tu?” Non ero famosa per il mio amore per la cucina.
“Mi annoiavo.” Mi girai per evitare di incontrare i suoi occhi troppo acuti.
Ma chi volevo fregare? Mama Louise?
Mi prese un braccio per avvicinarmi e mi fece sollevare la faccia. “Cosa c’è piccola sirenetta?” Era il soprannome che mi ero guadagnata per il mio nome così simile a quello dell’eroina Disney.
“Sono ancora arrabbiata per il concorso.” risposi. Qualcosa dovevo dirle per forza.
“Mmm. Secondo me c’è qualcos’altro.” Con le due dita sotto il mento mi fece voltare la testa di qua e di là. “Non sarà colpa di quella testa calda di pompiere?”
Sollevai le spalle di scatto, troppo di scatto. “Cosa dici! Acqua passata quella.”
Louise mi studiò qualche altro secondo. “Vedo.” Per fortuna decise di lasciarmi andare e non indagare più a fondo.
“Hai bisogno di aiuto?” Mi mostrai subito grata per la sua ritirata.
“Prendi le ciotole grandi e mettici il purè. Io tiro fuori dal forno gli arrosti.”
Sollevò il coperchio da un altro pentolino e mescolò piano. “Gwendolyn, prendi un bricco per la salsa di cranberries.” chiese alla ragazzina che gravitava intorno ai fornelli.
Dieci minuti dopo avevamo tutto pronto, comprese il maiale affettato sui vassoi.
“Tutti a tavola!” gridò Louise, prima di avviarsi verso il soggiorno, preceduta da uno scompiglio di passi affrettati e sedie trascinate.
La grande sala era stata addobbata con festoni, stelle filanti e palline appese a lunghi fili. In un angolo campeggiava un imponente albero sotto il quale erano sparsi un bel po’ di pacchetti colorati.
La tavola centrale era imbandita per dieci e ne erano state aperte altre due pieghevoli per far sedere gli altri bambini. Al centro di ognuna, era stata messa una candela rossa, contornata da agrifogli, rametti di abete, pigne dorate e palline rosse, tutte opera dei bambini.
Io seguii la matriarca di quell’improbabile famiglia con una grossa ciotola di purè, seguita dai ragazzi più grandi con le altre portate.
Fummo accolti dalle ovazioni degli affamati che quasi si avventarono sui piatti.
“Aspettate tutti.” intimò Mama Louise, mentre appoggiava il suo vassoio. “Prima la preghiera.”
Finiti di servire tutti i tavoli, mi sedetti a fianco di Matthew in quello centrale.
Louise batté il coltello contro il bicchiere. “Silenzio.”
Ci prendemmo tutti per mano.
“In questo giorno benedetto in cui sei venuto al mondo, vogliamo ringraziarti per tutti i doni che ci hai fatto, per questo cibo, per questa casa e per l’amore che vi regna. Amen.”
Tutti ripeterono l’amen e poi il cibo cominciò a passare nei piatti, con i più grandi a dare una mano agli altri.
Avevamo appena iniziato a mangiare, quando un clacson fece zittire tutta la sala. Fuori dalla finestra, nel cortile della fattoria, c’era un grosso camioncino da cui scesero Bob Kinley, un altro vicino di casa e…
Oh, no!
Cos’era venuto a fare Kieran O’Donnel? Voleva rovinarmi anche quel giorno?
Ero riuscita a farmelo uscire dalla testa per un po’ e adesso? Tutte le emozioni degli ultimi giorni tornarono in piena forza a farmi formicolare lo stomaco.
“Sembra il tuo pompiere.” disse Louise, allungando il collo.
“Non è il mio pompiere.” risposi brusca.
Lei mi guardò con un sorriso malizioso.
Subito dopo suonarono il campanello. La faccia di Kieran comparve nel vetro a fianco dell’ingresso. “Ehi. Voi, di casa. Aprite?”
Jonathan saltò giù dalla sedia e andò alla porta. “Buongiorno.” Kieran si stagliò sulla soglia, un sorriso adorabile rivolto al bimbo. “Mama Louise è in casa?”
Il bimbo annuì, prima di essere raggiunto dalla donna in persona. “Buongiorno a voi.” Dietro la testa dell’irlandese comparvero Bob e Marcus Derby. “Volete favorire un po’ di arrosto?”
Kieran si toccò la fronte con un saluto militare, “Buon Natale, madame. No, grazie. Siamo venuti a portare un po’ di festa.” Indicò alle sue spalle con il pollice.
Non riuscii a fare a meno di riempirmi lo sguardo della sua bella faccia, il cespuglio rosso spettinato dal vento, le gote imporporate per il freddo, lo sguardo sincero e incantevole.
In quell’istante sollevò la testa e i nostri occhi s’incontrarono a mezza strada. Kieran aggrottò le sopracciglia e una grossa domanda gli comparve negli occhi.
Io abbassai il capo di colpo. Non avevo risposte da dargli, le aveva già avute tutte la sera della premiazione.
“Cosa portate?” chiese Louise.
“Venite a vedere. Ve lo offre la cittadinanza di Ouray.”
Tutti i bambini scostarono di colpo le sedie e si precipitarono fuori, dimentichi per un attimo del cibo fumante nei piatti.
Io mi alzai per ultima, mossa dalla stessa curiosità ma con tutte le intenzioni di rimanere in disparte. Mi fermai davanti alle vetrate a fianco dell’ingresso a spiare l’apertura del camion e la scoperta di tutti i doni, generi alimentari, vestiti che conteneva.
Riuscii a vedere l’espressione sbalordita di Louise e quasi mi commossi. Finalmente qualcosa andava dritto quel Natale.
Cominciarono a svuotare il cassone. La casa aveva un magazzino annesso, con una dispensa, dove andarono tutti i generi alimentari, mentre l’abbigliamento e i pacchetti furono portati in casa.
Quando anche l’ultimo pacco di riso fu scaricato, Kieran diede una pacca sul lato del camion che ripartì, lasciandolo in piedi nel giardino della fattoria.
Ritornarono dentro, tutti eccitati. “Zia Ari, hai visto?” I bambini mi mostrarono gli scatoloni e i sacchi ricevuti. Per fortuna nessuno chiese come mai io non ero andata fuori con loro.
Alla fine entrò anche Mama Louise. “Ho invitato quel bel giovane dalla testa rossa a pranzare con noi. È solo in paese.” e mi superò, senza nascondere il sorrisetto furbo. “Gwendolyn, metti un piatto tra Matthew e Ari.”
Grazie Louise. La guardai con rimprovero ma lei finse di ignorarmi. A cosa sarebbe valso protestare?
Per tutto il pranzo spiluzzicai quelle cose buonissime mentre lui raccontava del suo lavoro e della sua terra a un pubblico di ragazzini in ascolto con la bocca aperta.
“Non hai fame?” mi chiese Louise, quando sparecchiai il mio piatto quasi pieno.
“Non sto benissimo.” risposi.
Lei scosse la testa.
Alla fine del pasto fu il momento dei regali. I ragazzini si buttarono sotto l’albero e il più giovane, Malcolm, fu incaricato di distribuire i pacchetti tra i presenti.
Ce n’erano due anche per me: le ragazze si erano ingegnate per farmi un paio di muffole e una sciarpa ai ferri mentre i ragazzi avevano costruito una scatola porta oggetti in legno con il coperchio intagliato.
Li abbracciai tutti commossa.
Kieran applaudì a ogni apertura e i ragazzini lo accolsero tra loro, mostrandogli i doni ricevuti.
Alla fine di quell’orgia di carta argentata e fiocchi colorati, l’irlandese si alzò e si avvicinò a me che avevo cercato di ignorarlo tutto il tempo. “Ti dispiace venire fuori un momento?”
Avrei voluto rispondergli di sì, che mi dispiaceva molto, ma che figura avrei fatto?
Mama Louise mi osservava come un falco dalla sua poltrona e, a denti stretti, fui costretta ad annuire. Avrei sopportato anche quello e poi me lo sarei strappato via come un cerotto troppo adeso.
Fuori era già buio e il patio era illuminato solo dai fili di luci appesi ai pilastri e alla balaustra per dare anche alla casa di Louise un aspetto natalizio.
Mi strinsi il cardigan addosso per mascherare un brivido che non aveva niente a che fare con l’aria fredda che condensava il fiato in nuvolette vaporose.
Kieran si mise le mani in tasca e guardò qualcosa sopra la mia testa. “Allora.” cominciò. “Perché sono due giorni che mi eviti?”
“Pensavo fossi troppo occupato con Edwina.” Alla faccia di fare la preziosa.
“Cosa vuoi dire?” Il suo sguardo sorpreso mi fece sobbalzare il cuore, ma non mi sarei lasciata ingannare.
“Vi ho visto quando vi abbracciavate sul palco.” Ormai che ero in ballo, era meglio tirarla fuori tutta. “Immagino che la sua grazia, la sua classe, i suoi soldi siano più appetibili di un folletto come me.”
Mi aveva affibbiato quel nomignolo quando mi aveva trovata una volta appollaiata su qualche ramo a decorare la quercia.
“Chi è quello lassù? Un folletto degli alberi?” mi aveva detto ed io mi ero tutta emozionata.
I soprannomi non erano sempre delle cattiverie, il suo aveva avuto il sapore dell’affetto e dell’intimità.
Dovevo immaginarlo che gli elfi se ne fregavano dei folletti.
Lui scosse la testa. “Non gliel’ho chiesto io di abbracciarmi.” Allora si ricordava il momento. “Ti ho cercata dopo, ma sei sparita. Poi mi è toccato partecipare alla festa, in veste ufficiale.”
“Non ti piace più lei di me?” chiesi, incredula.
“Mi era sembrato di essere stato chiaro su chi mi piacesse e chi no.” rispose lui. Incrociò le braccia, belligerante.
Sollevai una spalla. “Un bacio non significa niente.”
“Non ho l’abitudine di baciare tutte le donne che incontro.”
“Quindi, vuoi dirmi che non ti interessa Edwina Calloway?”
“Neanche un po’.” confermò deciso, quasi offeso. “Preferisco i folletti con tanti capelli ricci per ospitare una colonia di passerotti.”
Sollevai di scatto la testa, un po’ risentita per quel commento, ma mi sciolsi al contatto con quello sguardo così soffice. “E tu, piccola pixie, sei interessata a questo elfo delle foreste?”
“Si dice silvano.” lo rimproverai.
Poi annuii, all’improvviso timida e insicura.
Lui mi prese di nuovo il mento. “Bene, perché sto ancora pensando al tuo debito. Un secondo premio non è poi da buttar via.” Si abbassò e mi baciò sulle labbra.
Dalla casa provennero grida di “Urrah” e battimani.
Scoppiammo a ridere e Kieran mi strinse tra le braccia, facendomi alzare una mano in segno di vittoria.
Jonathan spalancò la porta. “Vuol dire che adesso starete lì a sbaciucchiarvi.” L’espressione disgustata strappò una risatina a entrambi. “Invece di portarci a vedere la tua casa?”
Cavoli, me ne ero quasi dimenticata.
Gli altri ragazzi spuntarono dietro di lui. “Sì, zia Ari. Lo avevi promesso.” protestarono in coro.
Kieran si girò, tenendomi un braccio sulle spalle. “Una promessa è una promessa.” sentenziò solenne. “Andate a prendere giacche pesanti, berretti e sciarpe. In macchina ci metteremo cinque minuti.”
Le urla dei vandali riecheggiarono per tutto il vicinato e, dopo poco, erano tutti in fila davanti al Silverado: i più piccoli nella cabina doppia con Mama Louise, i più grandi seduti dentro il cassone del pick-up, coperti da dei panni di lana.
“È un tratto breve.” si scusò Kieran, salendo alla guida. “Non prenderanno troppo freddo.”
“Ragazzo, con il regalo che ci hai appena fatto, Il freddo non sarà un problema.” E fece un gesto con la testa nella mia direzione.
Lui sorrise e le fece l’occhiolino, prima di accendere il motore.
Partimmo alla volta del mio cottage e in pochissimo tempo eravamo tutti in piedi davanti al cancello.
“Ma non si vede niente.” si lamentò Jonathan.
“È ancora spento.” gli rispose Kieran, mettendosi a chinino. “Adesso devi chiudere gli occhi ed io spingerò il bottone magico.”
Poi si alzò e si avvicinò al pannello di controllo. “Chi guarda, non mangia i biscotti di Ari.” disse a voce alta.
Tutti i ragazzi si voltarono verso di lui, le palpebre serrate per mostrare di aver ubbidito.
Kieran sollevò la leva del generatore e il fatato mondo del Natale illuminò la mia casa.
“Potete aprire adesso.”
Qualche lungo secondo di silenzio accolse le sue parole, ma solo qualche. Subito dopo scoppiarono urla, strepiti, salti, “Oooohhh” di meraviglia.
“Possiamo andare a vedere, possiamo andare a vedere.” gridarono in più di uno.
Kieran aprì il cancellino. “Prego, signori. Babbo Natale vi aspetta.”
I bambini sciamarono dentro il giardino come api davanti a un prato fiorito. Mama Louise si girò verso di me. “Il concorso era truccato.” disse, prima di seguire impettita i suoi ragazzi.
Io e Kieran ridemmo mentre lui mi metteva un braccio sulle spalle, attirandomi nella curva calda del suo corpo. “Il lavoro di Edwina era mostruoso, ma non aveva cuore. Si capiva.” disse, dopo qualche minuto di silenzio passato a guardare lo spettacolo.
“Grazie.” risposi. “Buona parte è anche merito tuo.”
“È vero.” Si chinò a baciarmi. “Un altro pegno per il tuo debito.” sussurrò.
Poi si batté una mano sulla fronte. “Che stupido. Stavo dimenticando una cosa.”
Mi lasciò sul cancello e aprì lo sportello del pick-up. Lo osservai rovistare dentro il vano porta oggetti e poi estrarre un sacchetto con sopra il ritratto del muso di un topolino.
Me lo porse con un sorriso malizioso sulle labbra. “Ti ho portato questi.”
Aprii la confezione e annusai il forte odore di cioccolato, caramello e noci pecan. “I fudge.” strillai e gli saltai al collo. “Grazie, grazie.”
“Un regalo assolutamente interessato.” Mi strinse con le braccia in vita. “Mi piacerebbe sentirti ripetere quella cosa…”
Buttai la testa indietro e risi di gusto, Kieran ne approfittò per baciarmi sul collo.
Lo fissai, il sacchetto ancora in mano, ciondolante dietro la schiena. “Questo è il più bel Natale della mia vita.” dissi con sincerità, avvolta dal suo calore, catturata dallo sguardo seducente con cui mi prometteva tante cose a venire.
“Di sicuro il più luminoso.”
Poi catturò la mia bocca in un lungo, caldo, appassionato bacio di Buon Natale.

FINE
CHI E' L'AUTRICE...
MARIA CRISTINA ROBB è nata a Bologna e vive a Castel Maggiore, con la sua famiglia: un marito e una figlia. Fa l’infermiera da oltre vent'anni nel dipartimento di chirurgia di un grosso ospedale universitario in cui si occupa anche di ricerca.  Si definisce una lettrice compulsiva e ha sempre desiderato poter scrivere qualcosa che desse agli altri le stesse emozioni che prova lei quando tiene un libro tra le mani. Per questo ha frequentato alcuni corsi di Scrittura Creativa e Collettiva che le hanno fornito validi elementi per affinare il suo stile.  Il suo debutto è stato il concorso sul blog “La Mia Biblioteca Romantica”, dove il suo racconto “Mr. Talbot” è risultato vincitore di una rassegna di Romance Erotico.  Da allora ha continuato a scrivere, pubblicare su blog e partecipare a contest dove è risultata tra i finalisti in diverse occasioni. Di recente, con lo pseudonimo Sissi Drake  ha iniziato a pubblicare racconti appassionanti ed erotici per la collana You Feel di Rizzoli.


USCITE RECENTI DI MARIA CRISTINA ROBB


VI E' PIACIUTO LE MILLE LUCI DEL NATALE
LASCIATE QUI SOTTO LE VOSTRE IMPRESSIONI E PARTECIPATE ALLA NOSTRA RASSEGNA COME COMMENTATRICI. A FINE RASSEGNA PREMIEREMO LE PIU' ASSIDUE.

GRAZIE A CHI METTERA' IL LINK A QUESTO RACCONTO NELLE SUE PAGINE SOCIAL. AIUTATECI A FAR CONOSCERE I NOSTRI RACCONTI A ALTRE LETTRICI.




CON QUESTO RACCONTO CHRISTMAS IN LOVE E' ARRIVATO ALLA SUA CONCLUSIONE. 
AVETE GIA' LETTO TUTTI I RACCONTI? 
DAI PROSSIMI GIORNI POTRETE VOTARE PER ELEGGERE IL RACCONTO PREFERITO.
NON MANCATE!

20 commenti:

  1. Inizio io i commenti, augurando a tutte le lettrici e a tutte le care amiche del blog un meraviglioso fine anno e uno 2018 splendente come la casa di Ari.

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  2. Ehi!!! Se non fate commenti, nessuno vince!!

    RispondiElimina
  3. Divertente e Magico !!! COMPLIMENTI, Maria Cristina :D

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    1. Grazie!!! Mi sentivo molto sola... :*

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  4. Meraviglioso! Un racconto dolce e magico!

    Nora June

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  5. Maria Cristina Robb è sempre una garanzia. Il racconto è divertente, spumeggiante e romantico allo stesso tempo. Mi ha messo di buon umore e se il giorno si vede dal mattino ... speriamo sia di buon auspicio anche per il nuovo anno. Ho sempre amato i pompieri: hanno un fascino indiscutibile e il nostro Kieran non è da meno.
    Approfitto di questo spazio per augurare a tutte le autrici e le frequentatrici del blog un felice 2018: che sia un anno romantico e appassionante!

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    Risposte
    1. Avere un commento così bello il primo dell'anno spero sia di buon auspicio anche per me! Grazie mille. :*

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  6. Dolce, romantico, come non sognare fra le righe del racconto?
    Grazie!

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  7. Questo è il primo racconto che ho letto ques'anno. Mi sono piaciuti i protagonisti (i pompieri...sempre affascinanti!!!) e le loro interazioni. mi è piaciuto anche un'antagonista reale (cosa che in un racconto si trova poco...spesso le ex sono morte o storia passata).
    Trovo molto originale il 'concorso per le luci'... adatto all'ambientazione americana, ma una cosa che sta prendendo piede anche da noi.
    E.

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  8. Considerando che l'uomo più bello che abbia mai incontrato era una pompiere e che il mio sogno proibito nel mondo delle fiction è Sam Heugan... io ora chi devo votare?
    Qui ci avete messe in crisi tra vichinghi galanti, scrittori proprietari di castelli e pompieri amorevoli!

    Maria Cristina, santa donna, ma un romanzo su questo genere quando lo scrivi? XD
    Il genere erotico non fa per me, ma quando vedo il tuo nome nella rassegna penso sempre "Eccola, la favorita", pure se non ho ancora letto il racconto!

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    Risposte
    1. Grazie mille, LadyEiry, mi fai davvero arrossire. Spero presto nel romanzo. Anche le mie autrici preferite scrivono su questo genere!!

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  9. Ciao cara Maria Cristina :-* Sono felicissima d' informarti che il tuo sexyssimo, focoso, ironico e romanticissimo pompiere t' ha appena fatto guadagnare il mio... 3° VOTO :D BUONA FORTUNA ;)

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  10. Un delizioso racconto veramente natalizio. Si respira aria di festa e tanta dolcezza. Mi sono proprio divertita a leggerlo con attenzione e trepidazione pari a quella dei nostri eroi mentre preparano gli addobbi o scartano i pacchetti. Questo racconto è azzeccato al 100 per 100!

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  11. sono un po' in ritardo quest'anno con la lettura dei racconti, ma non ho potuto evitare di inziare da questo, perchè sapevo che Maria Cristina mi avrebbe fatto, ridere, sognare e sospirare come sempre. Uno stupendo racconto di Natale. si è già guadagnato a priori il podio.

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    Risposte
    1. Isabella, mi fa molto piacere ti sia piaciuto!! :)

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