Una Romantica Estate: VENTO DI LEFKADA di Maria Cristina Robb



I grandi aquiloni veleggiavano nel cielo terso, le ali multicolore schioccavano contro il forte vento e   si tiravano dietro le tavole dei surfisti che filavano sulla superficie del mare, accarezzando a malapena la cresta delle onde.
Rosalynd seduta sui ciottoli della spiaggia inseguiva quelle vele con lo sguardo di chi vede svolazzare i propri sogni là in alto, vicini ma irraggiungibili.
Dovevano sentirsi così liberi. Quanto tempo era che non provava la stessa cosa? Gli ultimi cinque anni le avevano tolto anche il ricordo di che sapore avesse la libertà.
Cosa sperava di risolvere con quel viaggio? Forse l'isola di Lefkada possedeva una cura segreta per guarire dal suo chiodo fisso?
Improbabile.
Ma la fuga era un altro modo per nascondere la testa sotto la sabbia e lasciare che il dolore del momento scivolasse sopra di lei.
Il suo capo, nonché amante da cinque anni, aveva festeggiato quindici anni di matrimonio.
Quante promesse.
David giurava che tra lui e sua moglie era tutto finito e che lei era la donna della sua vita, ma il tempo passava e la prospettiva che la lasciasse rimaneva sempre poco al di là della sua portata. Aveva persino dovuto sovraintendere all'organizzazione della grande festa. La lista degli invitati, i biglietti con impresse le loro iniziali intrecciate, i cesti di rose gialle e calle per addobbare la sala del ricevimento e persino la scelta delle bomboniere con i due sposini in ceramica abbracciati. E poi, dulcis in fundo, era stata obbligata a partecipare all’evento.
“Rosalynd” le aveva detto Mary Ann, la moglie di David, “non puoi mancare. Ho bisogno che sovrintendi a tutto, mi fido solo di te.” E chi era lei per rifiutarsi? Così aveva dovuto anche brindare alla coppia felice insieme a tutti gli amici festosi.
Non aveva neanche avuto la forza di piangere.
“Mia moglie è troppo fragile in questo momento,” le aveva detto David mentre la teneva tra le braccia nella stanza del motel dove si incontravano, “non posso darle un colpo del genere ora.”
Con David c'era sempre un’ “ora”, ma chissà perché non sembrava mai quella giusta.
Così eccola qui. Un last minute per l'isola di Lefkada ed era partita. Voleva affogare in un mare di Mojito e di Uzo fino a dimenticare persino il suo nome.
Sulla spiaggia c'era un gran via vai di persone. I surfisti gironzolavano con il loro abbigliamento in neoprene e le imbragature legate in vita, gli accompagnatori trasportavano attrezzature e cibo o sedevano in piccoli gruppetti a chiacchierare sotto il sole e i bambini si rincorrevano sulla spiaggia sassosa lanciando strilli di eccitazione.
Erano tutti così pieni di vita, così indaffarati a godersi le loro passioni. Anche lei era stata così? Era tutto talmente lontano, quanti pezzi di sé aveva perso in quei cinque anni?
I suoi interessi, gli amici, le passioni, tutto dimenticato nell'attesa dei momenti che David rubava alla sua famiglia per stare con lei.
Il rumore di sassolini che scivolavano accompagnati da un lieve ansito la fecero girare all’indietro.
Un cane nero con il pelo raso e lucido stava trotterellando naso a terra alla ricerca della pista giusta dietro i ciottoli e sotto le erbacce.
L'animale sollevò il muso verso di lei, si fissarono e dopo un secondo allungò il passo delle zampe snelle verso di lei.
“Ciao cane.” Rosalynd alzò una mano verso di lui, lasciandolo annusare. “Cosa fai di bello?”
Lui sembrò gradire quello che il suo olfatto gli diceva, piegò la testa e spinse la superficie setosa contro il suo palmo.
“Ah...sei in cerca di coccole,” gli disse, grattandogli l'attaccatura delle lunghe orecchie. Un piccolo mugolio uscì dalle fauci dell'animale mentre spostava la testa per indirizzare la sua mano nei punti che gli piacevano di più.
“Stai attenta.” Una voce grave alle sue spalle la fece sobbalzare. “Se continui a grattarlo così non te ne libererai più.”
Rosalynd vide apparire due lunghe gambe nella sua visuale e sollevò il viso verso l'alto, molto in alto, per guardare in faccia un vero vichingo, sbarcato da qualche drakkar proprio lì  a Lefkada.
A dire il vero lo aveva già notato e come avrebbe potuto fare altrimenti? Un gigante biondo che girava per la spiaggia con la parte superiore del mutino a penzoloni sulla vita mettendo in mostra un torace largo e maestoso dove si potevano contare i singoli muscoli uno a uno. Portava i capelli lunghi tirati indietro dalla salsedine lasciando scoperto il viso dai lineamenti decisi e squadrati e due folte basette che si allungavano sulla mandibola fino a unirsi alla corta barba sul mento.
Anche le gambe erano notevoli, lunghe e massicce come due tronchi, inguainate dal neoprene nero fino al ginocchio, per non parlare delle braccia con cui sembrava poter da solo domare una tempesta con la propria vela.
Rosalynd deglutì e fece un tremulo sorriso.
“E' tuo?”
Domanda cretina, ma era tutto ciò che era riuscita a farsi venire in mente.
Il cane, al suono della sua voce, si era allontanato da lei ed era andato a sfregarsi contro i polpacci dell’uomo.
Il vichingo si accovacciò e accolse le leccate festose del suo animale con dei suoni sconosciuti ma dal tono inequivocabile.
“Modi è il mio fedele compagno, disposto a vendere l'anima per due coccole,” le rispose grattandogli il cranio affusolato.
Rosalynd ridacchiò e accarezzò il dorso lucido del cane, staccando a fatica gli occhi da quel sorriso al fulmicotone che era apparso in mezzo alla barba.
“Coma mai in questa spiaggia? Non vedo tavole o kite,” le chiese
“Dalla città ho visto gli aquiloni e sono venuta a vedere.”
“Il vento è forte qui, rischi di volare via.”
Lei sorrise all’idea di navigare nell’aria insieme a tutte quelle vele. “Non importa. Lo spettacolo è talmente bello che ne vale la pena.”
Lui la guardò continuando ad accarezzare la testa del cane.
“Chiunque abbia messo quello sguardo nei tuoi occhi non se lo merita.”
Rosalynd sbatté le palpebre, inspirando di colpo.
“Cosa?” gli disse
“Se fosse un uomo non lascerebbe una bella ragazza su una spiaggia piena di surfisti.”
“Sono da sola a Lefkada.”
“Appunto, non si merita quello sguardo.”
“Ma quale sguardo?”
“Come se inseguissi un kite che è volato via.”
Rosalynd rimase a fissarlo incredula. Era così  trasparente? Persino un vichingo sconosciuto riusciva a leggerle dentro?
“Comunque io mi chiamo Herman” allungò la mano. “Vengo da Askim in Norvegia.”
“Piacere Rosalynd.” La sua mano venne inglobata tra le dita callose e ruvide. “Vivo a Manchester, Inghilterra.”
Lui la trattene per qualche secondo.
“Dove alloggi?”
“All'hotel Lefkas, dall’altro lato della laguna.”
“Io ho il camper parcheggiato in mezzo agli alberi vicino alla spiaggia.” Herman lasciò andare la sua mano e si alzò in piedi costringendola a torcersi il collo per guardarlo. “Quando vuoi farti passare la malinconia ho sempre una birra nel frigo.”
Rosalynd annuì. “Grazie, ne terrò conto.”
“Adesso vado. Ho ancora qualche ora di vento prima che cali il sole.”
Diede una manata alla testa del cane che aveva pensato bene di tornare a sfregarsi e farsi coccolare da Rosalynd.
“Vieni Modi, lascia stare. E' troppo carina per te.”
Poi fece un gesto secco con la testa sollevando il mento.
“Ci si vede in giro.”
Herman si allontanò con la parte superiore del mutino che gli ondeggiava sopra un didietro da copertina, seguito dal suo cane che gli trotterellava tra le gambe.
“Ciao,” rispose lei.
Perché non era venuta qua cinque anni fa?

“Sono quindici euro.”
La ragazza appoggiò la caraffa sul tavolino facendo tintinnare il ghiaccio che galleggiava nel liquido opalescente.
La lunga cannuccia blu ondeggiò pericolosamente sopra l’orlo del recipiente dove il barista aveva incastrato una fetta di lime, spargendo foglioline di menta fresca sulla superficie del cocktail.
Rosalynd prese le banconote dal portafogli e le porse alla cameriera che le mise nella tasca del borsino legato in vita.
La prima sorsata scese gelida lungo la gola facendole schioccare la lingua in apprezzamento.
Fantastico!
Il profumo della menta fresca, il sapore asprigno del lime e il gusto brunito dello zucchero di canna. Non c’era niente di meglio del Mojito per mandare il cervello fuori fase e farlo smettere di pensare e Rosalynd ne aveva proprio bisogno. Era riuscita anche a trovare il posto ideale.
Sul litorale accanto alla spiaggia dei surfisti si alzavano alcuni antichi mulini intonacati di bianco ormai dismessi e uno di questi era stato trasformato in un lounge bar dotato di una terrazza retrostante che si affacciava direttamente sulla spiaggia dove quattro file di ombrelloni in finta paglia gialla resistevano imperterriti al continuo vento di quella zona.
Il tratto di mare antistante era rivolto a ovest e Rosalynd aveva scelto quel posto proprio per godersi uno di quegli sfolgoranti tramonti greci da cartolina mentre succhiava dalla cannuccia il suo cocktail.
Il sole in lenta discesa verso l’orizzonte aveva incendiato il cielo delle sfumature cariche dell’arancio e del rosso mattone e il suo riflesso brillava sulla superficie del mare increspata dal vento come se le fiamme provenissero proprio dalle sue profondità.
Nel bar non c’erano molti clienti. Qualche straniero che cenava, una coppia di mezza età che prendeva l’aperitivo davanti al panorama e lei. Sarebbe anche stato silenzioso se, da qualche parte sulla spiaggia, non fosse arrivato il ritmo serrato di musica rock.
Rosalynd alzò la caraffa verso il cielo.
“A noi,” e prese un’altra lunga sorsata, “e che David e Mary Ann vadano a farsi fottere.”
Come aveva fatto a cadere a capofitto in una storia così scontata e banale?
La segretaria e il suo principale.
David era un uomo affascinante. Alto, longilineo, elegante, i capelli neri che incominciavano appena ad avere qualche venatura grigia sulle tempie e gli occhi azzurro navy che sembravano sempre sapere tutto. Aveva una voce modulata e un po’ roca e quando apriva bocca sapeva incantare la gente e convincere anche i più recalcitranti a cooperare.
L’aveva corteggiata con metodo e determinazione, fino a farla capitolare tra le sue mani come un frutto maturo caduto da un albero. Solo che la loro storia non andava avanti e lei, nonostante mille parole, rimaneva sempre…l’altra.
Rosalynd riprese la caraffa, succhiò altro nettare e poi si rimise in contemplazione del cielo che stava ormai virando verso il porpora.
Un movimento alla sua sinistra attirò il suo sguardo. Imponente come un Dio nordico, i capelli biondi raccolti in una coda, si stava avvicinando il suo vichingo, accompagnato dal fedele Modi che gli trotterellava accanto deviando ogni tanto per infilare il tartufo in qualche angolo interessante. Proprio un tipo simpatico, se così si poteva dire. Ogni tanto compariva all’orizzonte, insieme al suo adorabile cane, e si fermava a fare qualche chiacchiera o a svelarle qualche gossip dell’ambiente dei surfisti riuscendo quasi sempre a sciogliere un po’ della sua malinconia.
Quella sera indossava una maglia nera con il logo dell’Harley Davidson, probabilmente una tre XL, che si stampava sugli ampi pettorali e rischiava il collasso intorno al bicipite che reggeva un sacchetto pieno di quelle che sembravano lattine.
Rosalynd rimase a fissarlo mentre avanzava con l’ampia falcata delle lunghe gambe tornite, coperte solo fino a metà coscia da un calzoncino in lycra grigio. In un’altra vita e se avesse bevuto a sufficienza avrebbe quasi potuto fargli la corte.
Herman girò la testa come se avesse sentito il peso del suo sguardo e le lanciò un sorriso che si propagò  come un lampo fino agli occhi.
“Ciao!” Si fermò vicino alla terrazza. “Che fai lì da sola?”
“Guardo il tramonto,” gli rispose Rosalynd.
Il vichingo rimase a fissarla qualche secondo con uno sguardo serio, poi girò gli occhi verso il tavolino. “Capisco.”
Appoggiò il sacchetto per terra e con una smorfia sulle labbra salì i due gradini che separavano la terrazza dalla spiaggia. Quando le arrivò vicino, prese in mano la caraffa del Mojito e con l’altra le afferrò il gomito e la forzò ad alzarsi.
“Se vuoi ubriacarti almeno fallo in compagnia.”
Le prese la mano e la tirò verso la spiaggia.
Rosalynd era troppo sorpresa e forse un po’ rallentata dal cocktail e non poté fare altro che lasciarsi condurre dove voleva lui.
“Ma…ma..,” tentò una protesta.
“Alla spiaggia stiamo facendo una festa,” le disse, consegnandole la caraffa e riprendendo il suo sacchetto, “puoi berlo là il tuo Mojito.”
Modi la annusò e le sfregò le gambe con la testa come per salutarla e Herman, sempre tenendola per mano, si avviò verso la riva. Rosalynd lo seguì ancora allibita, quasi trottando per stare dietro alla lunga falcata.
Ma da dove era spuntato quel tipo? E chi gli dava il diritto di venire a interrompere il suo bagno di autocommiserazione nel Mojito?
Superato lo stupore, Rosalynd stava per puntare i piedi e farlo fermare quando un noto attacco di chitarra si propagò nell’aria.
AC/DC e Mojito?
Molto meglio che Mojito da solo. Va bene, così forse non si sarebbe ridotta in lacrime alla fine della caraffa.
Sulla spiaggia davanti al campeggio avevano allestito un’area circondata da pietre dove scoppiettava un grande falò. “Hell’s bells” proveniva da un mega stereo piazzato su un’asse tra due cavalletti e sotto, in una grande tinozza pieno di ghiaccio, spuntavano lattine e bottiglie di tutti i tipi.
Intorno al fuoco c’erano dei ragazzi seduti, altri stavano ballando vicino allo stereo e qualcuno era appena rientrato dal mare e si stava ancora finendo di asciugare.
“E’ tornato Herman,” gridò qualcuno e due ragazzi gli vennero incontro a prendere le birre.
Herman consegnò il bottino, tenendone una per sé, e senza lasciarle la mano la condusse verso un grande telo scuro con il profilo di un nativo americano stampato sopra.
Le prese il Mojito dalle mani e lo appoggiò  per terra. “Adesso te lo puoi bere anche tutto,” le disse, indicando con la mano lo spazio accanto alla caraffa.
Rosalynd si sedette sul telo e Herman si lasciò  cadere a fianco.
Uno sbuffo di schiuma spruzzò dalla linguetta della lattina di birra e lui se la portò alla bocca per berne una lunga sorsata. “Sempre quell’idiota?” le chiese guardando davanti a sé.
“Non è un idiota,” gli rispose un po’ infastidita.
“Allora perché senti il bisogno di berti una caraffa di Mojito da sola davanti a un tramonto?” Voltò gli occhi verso di lei che erano stranamente seri.
Sembrava proprio una cosa stupida a sentirla dire così, ma cosa ne sapeva lui.
“Non puoi capire.” masticò tra i denti, irrigidendo le spalle.
“Illuminami.”
“Non credo siano fatti tuoi.” Adesso incominciava davvero ad arrabbiarsi.
Ma chi cavolo si credeva di essere quel vichingo uscito da un libro di mitologia nordica, rudezza e arroganza comprese?
Lui le rispose con un sorriso aperto. “Così va meglio,” diede un’altra sorsata di birra, “ti preferisco arrabbiata.”
Con uno sbuffo dal naso, Rosalyn riprese in mano il Mojito e se lo mise tra le gambe dando due grosse risucchiate al suo cocktail che adesso non sembrava più tanto buono.
Dopo gli AC/DC suonarono altri pezzi favolosi: Deep Purple, Iron Maiden, Led Zeppelin. Il rock era proprio uno dei suoi generi preferiti e in passato le piaceva molto andare a ballarlo in qualche locale.
Si alzò in piedi di colpo e per un attimo pensò  di essere salita su una giostra. Due bei respiri per assestarsi e Rosalynd si diresse un po’ barcollante verso lo stereo decisa a sfogarsi fino a fare evaporare la malinconia con il sudore.
Un ragazzo moro con i capelli sparati in aria dal gel le sorrise e si spostò dal cerchio per farle posto.
Rosalynd cominciò a ballare e lasciò che il suo corpo si facesse trasportare dalla musica, riprendendo quel ritmo dentro di sé come se la musica scorresse insieme al sangue. Ogni tanto si ritrovava tra le mani una birra e ogni sorso era un incentivo a scatenarsi ancora di più nel ballo.
Poco dopo la raggiunse anche Herman. Per essere un guerriero gigante si muoveva davvero bene, seguendo il ritmo incalzante con ogni parte del suo fisico. Si avvicinava, le sfiorava il corpo con il suo, le prendeva le mani per farla girare o le cingeva la vita e seguivano per qualche secondo insieme il pulsare della gran cassa.
I pezzi memorabili si susseguirono uno dopo l’altro: “Highway to Hell”, “Smoke on the Water”, “Starway to Haven” e per un po’ Manchester, David e tutto il resto scomparvero dalla sua mente.
Quando iniziarono a suonare le ballate romantiche, Rosalynd si fermò per tornare dal suo Mojito. La sua testa però non sembrava voler collaborare, era come se fosse appena uscita da una centrifuga e le gambe faticavano a reggerla, come se le ossa fossero diventate di gelatina. Il vichingo le cinse la vita con un braccio per sostenerla ed evitare che finisse bocconi sulla spiaggia e la lasciò andare solo quando la riportò sana e salva al telo, facendola sedere al fianco della caraffa.
Lei la prese in mano e si riattaccò alla cannuccia.
“Faresti meglio a non berne più di quella roba,” le disse.
Lei sembrò non sentirlo. “Erano anni che non ballavo così,” disse con un sorriso sognante.
Herman ridacchiò. “In effetti ci hai messo l’anima.”
“Mi è sempre piaciuto. Ultimamente, però, non ci vado quasi più.”
Lui sollevò un sopracciglio e lei capì  subito cosa intendeva.
Diede un’altra brusca sorsata al Mojito. “Non è solo per quello,” borbottò con poca convinzione.
Per un po’ rimasero in silenzio persi dietro i loro pensieri. Dal mare soffiava costante il vento così caro ai surfisti ma che sulla pelle sudata aveva lo spiacevole effetto di farla gelare. Rosalynd rabbrividì.
“Hai freddo?” le chiese.
“Ho dimenticato la felpa.”
Herman le mise la sua attorno al collo e si dimenticò  di riprendere indietro il braccio che rimase appoggiato sulle sue spalle. Rosalynd guardò la grande mano vicino al suo collo ma non le venne in mente niente di coerente e d’istinto appoggiò la testa contro il suo petto. Lui la strinse più forte e qualcosa penetrò la nebbia dell’alcool: il piacere del corpo solido contro il suo, il suo calore che la riscaldava e il profumo amaro e salato della sua pelle.
Le dita di Herman giocherellava con i suoi capelli e con le nocche le accarezzava la guancia.
Lei chiuse gli occhi, s’immaginò di essere un’altra e assaporò l’attimo di quel sogno: le voci che chiacchieravano intorno a lei in lingue sconosciute, il vento che le soffiava sul viso e una ballata dei Guns and Roses nell’aria.
Il braccio intorno alla sua spalla strinse ancora più forte. Rosalynd alzò gli occhi e incontrò quelli verde acquamarina di Herman che la fissavano. Le scostò i capelli dal volto e lo guardò abbassare la testa verso di lei. Forse doveva fermarlo, voleva fermarlo?
Le labbra di Herman sfiorarono leggere le sue e attesero, poi premettero più decise e la punta della lingua le accarezzò. Sapeva di buono, di birra e di menta piperita. Senza pensarci socchiuse la bocca e lui accettò l’invito a entrare e le loro lingue si incontrarono a metà strada in una languida danza fatta di carezze e di sfioramenti, di affondi e di rientri, spandendo nel corpo di Rosalynd una sensazione di miele liquido nelle vene.
“Mm… lime e menta,” le sussurrò con le labbra sulle sue. “E’ tutta sera che ho voglia di assaggiarli sulla tua bocca.”
Poi tornò baciarla.
A Rosalynd girava forte la testa e non capiva se era solo l’alcool o l’effetto inebriante di quella bocca esigente che esplorava la sua con fiera determinazione. A un certo punto perse il contatto con la realtà e si riprese per un attimo tra le braccia di Herman che la trasportava.
“Dove andiamo?” gli sussurrò con la voce impastata.
“Shh. Non ti preoccupare, chiudi gli occhi.”
Lei appoggiò ubbidiente la testa sulla sua spalla e si lasciò scivolare di nuovo nella nebbia.

Rosalynd provò ad aprire gli occhi.
“Ohi la  mia testa,” borbottò quando la luce le si piantò nel cervello come una lama costringendola a richiuderli subito.
Aveva davvero esagerato ieri sera. Fra il Mojito e la birra a un certo punto aveva perso l’orientamento.
Provò a girarsi sulla schiena e sbatté  contro qualcosa di solido dietro di lei che emise un flebile grugnito.
Oddio!
Voltò la testa di scatto e si ritrovò  a fissare due pettorali dorati con una spruzzata di pelo biondo sopra. Inorridita sollevò lo sguardo ed eccolo lì, il suo vichingo che dormiva beato.
L’istinto le urlò di saltare giù dal letto come una cavalletta ma si trattenne. Meglio cercare di capirci qualcosa prima di svegliare il gigante biondo.
Come c’era arrivata lì?
Cercò nella memoria nebulosa della serata: il falò, gli AC/DC, lei e Herman che ballavano…
Cavoli!
Rosalynd si toccò le labbra. Herman l’aveva baciata e non una, più volte. Ma, e dopo?
Il vago ricordo di essere trasportata in braccio riaffiorò  in superficie ma per quanto si sforzasse il resto era buio totale.
Ma che caldo fa qui dentro.
Sollevò una mano per scostare i capelli umidi dal collo e lo sguardo incontrò una manica troppo larga che le arrivava quasi fino al gomito.
Cosa aveva addosso? Si guardò e nonostante la temperatura nel camper ebbe un brivido.
Indossava una gigantesca T-shirt bianca con un logo sconosciuto e sotto non aveva nulla, solo le mutandine. Un’occhiata in giro e individuò i suoi vestiti buttati sopra una delle panchette nella zona giorno del camper, insieme alla maglietta della Harley.
Il cervello le si azzerò. Non poteva…
Si girò di scatto con l’intenzione di svegliare Herman e chiedere spiegazioni quando le note soffocate di “Locomotive Breath” risuonarono nel locale.
Il telefono! Dove accidenti sarà?
Si alzò seguendo la musica e frugò in giro finché non trovò la sua borsa per terra, sotto la panca dove erano appoggiati i loro vestiti. Quando aprì la lampo ed estrasse il telefono quello aveva già smesso di suonare. Sul display comparve il numero di David e altre due chiamate perse sempre sue.
Ci mancava solo lui.
Tirandosi in piedi il cervello le esplose come se volesse uscire dal cranio. Un feroce attacco di nausea la costrinse a tornare verso il letto dove Herman, a torso nudo con addosso solo un paio di boxer elasticizzati, si era a mala pena mosso.
Se non fosse stato per quell’atroce mal di testa e il pensiero di quello che poteva essere successo la sera prima si sarebbe anche goduta la vista di tutto quel ben di Dio. Herman aveva un torace largo e solido come un tavolo e la perfezione del disegno dei muscoli sviluppati dall’intensa attività fisica non era rovinato neanche da un filo di grasso. La tentazione di toccarlo le fece pizzicare le dita.
Rosalynd si sedette sul letto con la testa tra le mani cercando di ricacciare indietro la nausea.
Fuori dal camper si sentivano delle voci.
“Deve essere qui, ho riconosciuto la musica. Provo ancora una volta.”
Due secondi e i Jethro Tull tornarono a suonare.
Riafferrò il telefono e guardò il display: ancora David. Una sensazione di malessere le salì lungo la schiena.
“Pronto?”
Silenzio.
Dietro di lei Herman si mosse e sfregò la barba contro la maglietta mentre si alzava su un gomito.
“Pronto, David?” ripeté.
“Rosalynd?” Il tono interrogativo era quasi tremante.
Ci doveva essere molto campo lì, la voce si sentiva forte e chiara.
“Certo che sono io.” Doveva proprio fare domande cretine mentre lei cercava di evitare di rimettere? “Hai chiamato il mio numero.”
 “Chi è?” chiese Herman.
Lei lo ignorò. “Ciao David, tutto bene?” chiese, visto che dall’altra parte c’era di nuovo silenzio.
“Non so.”
D’istinto sollevò la testa e si trovò a fissare un David Malton impietrito dal vetro della porta d’ingresso del camper.
Il cuore di Rosalynd si fermò qualche secondo e poi ripartì come una scheggia impazzita e il suo mal di testa schizzò in un picco furibondo, costringendola a chiudere gli occhi e a fare dei bei respiri per rimettere lo stomaco al suo posto.
“Co…cosa ci fai qui?” sussurrò.
“Chi è l’uomo lì con te?”
Mio Dio, e adesso?
Rosalynd cercò freneticamente qualcosa da dire quando un braccio le cinse la vita schiacciandola contro un torace massiccio e le labbra di Herman si appoggiarono all’attaccatura del collo con la spalla.
“’Giorno, tesoro,” disse con il tono rauco ancora carico di sonno ma abbastanza forte da essere sentito dal ricevitore.
Rosalynd sperò che qualcuno lassù la ascoltasse e la facesse scomparire. Cercò di divincolarsi ma ottenne solo di farsi stringere più forte e un altro bacio sul collo accompagnato dallo sfregamento di naso e barba.
Per quanto possibile David spalancò ancora di più gli occhi.
Nella visuale del finestrino comparve la faccia di Mary Ann.
“Ah, l’hai trovata,” e sollevò la mano per farle un saluto. “Insomma caro, te l’aveva detto che aveva da fare. Una volta che la tua segretaria fa un colpo di vita tu le devi venire a rompere le scatole.”
Il corpo dietro di lei tremò, Herman stava ridendo. Allora lo faceva apposta. Rosalynd fece una lista dei modi con cui avrebbe potuto ucciderlo, dopo.
“David, non è come sembra…” disse con la voce bassa mentre cercava di sottrarsi all’abbraccio.
Ma com’era in realtà?
Herman infilò la mano sotto la maglietta e le accarezzò  lo stomaco, dandole un piccolo morso all’attaccatura della mandibola.
David strinse gli occhi in uno sguardo omicida.
“Non fai entrare i tuoi amici?” le chiese Herman in un orecchio, mordendole il lobo.
Era un incubo. Adesso si sarebbe svegliata e ritrovata da sola nella sua camera d’albergo.
“Dolcezza, fai entrare i tuoi amici.” le sussurrò ancora facendola rabbrividire.
Herman tolse il braccio e le diede una piccola spinta.
Rosalynd si alzò e si diresse verso la porta come un automa, appoggiando il telefono su un ripiano, sbloccò la serratura e rivolse ai due visitatori inattesi un sorriso tremulo.
“Che sorpresa.” E poteva ben dirlo. “Cosa ci fate qui?”
David la stava fissando in un silenzio risentito.
“Eravamo di passaggio a Lefkada e siamo scesi per venirti a salutare,” cinguettò Mary Ann, scavalcando il marito e abbracciandola con due baci sulle guance. “Notevole il tipo,” le sussurrò all’orecchio. “All’albergo non c’eri e David è voluto venire nella spiaggia dove c’erano i kite surf per vedere se ti trovavamo. Ha riconosciuto la suoneria.”
David nel frattempo si era ricomposto, aveva messo il telefonino in tasca e si era avvicinato per salutarla. Herman scelse proprio quel momento per arrivarle dietro e metterle un braccio sulla spalla, un gigante biondo nudo a parte un paio di boxer elasticizzati che non lasciavano un gran spazio all’immaginazione. Il gesto di David si bloccò sul nascere e Mary Ann gli diede una lunga occhiata di apprezzamento facendole l’occhiolino.
Rosalynd cercò di non svenire. Tra qualche minuto la sua testa sarebbe esplosa schizzando tutti con il suo cervello in poltiglia.
“Rosy,” disse Herman, avvicinandole la bocca all’orecchio, “non mi presenti ai tuoi amici?”
Rosy?
Questo era più di un incubo. Dov’era Freddy Kruger quando ce n’era bisogno?
“Loro sono David Malton, il mio principale, e Mary Ann sua moglie,” disse tra i denti. “Lui è Herman.”
“Piacere,” rispose il vichingo al suo fianco con una nota strascicata nella voce. “Rosy mi ha parlato tanto di voi.” E allungò la mano che non le stava solleticando il collo.
Rosalynd si trattenne a stento nel dargli una gomitata nello stomaco. Non poteva certo fare scenate davanti alla coppia e poi, contro quel muro di addominali sarebbe sembrata una carezza.
“Ormai che siamo qui potremmo andare a pranzo,” trillò allegramente Mary Ann con gli occhi che le brillavano.
“Pranzo?”
Che cavolo di ora era?
La moglie di David fece una risatina maliziosa. “E’ mezzogiorno e mezza, cara,” e le strizzò di nuovo un occhio.
A David sembrava avessero mozzato la lingua. Continuava a guardarla con gli occhi stretti, aprendo e chiudendo la bocca come per iniziare a parlare, ma desistendo tutte le volte.
Rosalynd era talmente imbarazzata che sperò si aprisse una buca sotto i suoi piedi per inghiottirla.
Non ci pensava neanche ad andare a pranzo con loro. Stava per aprire bocca per rispondere quando la voce di Herman arrivò  prima.
“Bellissima idea. Avevamo proprio una gran fame, vero dolcezza?” e le diede una stretta con il braccio.
Questo mi vuole vedere morta.
Rosalynd digrignò i denti per la frustrazione. Che figura ci faceva adesso a contraddirlo? Per un attimo contemplò l’idea di farsi venire un bell’attacco isterico ma avrebbe ottenuto solo di farsi schizzare il mal di testa alle stelle. Si arrese e annuì con una smorfia che voleva far finta di essere un sorriso.
“Perfetto,” disse felice Mary Ann.
Poi si girò verso il marito. “David, cosa fai lì impalato. Voglio vedere la spiaggia mentre loro si sistemano un po’. Potremmo andare in quel ristorantino che abbiamo adocchiato prima.”
La moglie tirò David per un braccio e lui sembrò  scuotersi. Con un ultimo sguardo risentito si allontanò con lei.
Rosalynd rimase con un finto sorriso stampato sulle labbra finché i Malton non furono abbastanza lontani e poi si girò per affrontare Herman.
“Sei impazzito!” gli sibilò contro, “cosa ti dà il diritto di comportarti così?”
Lui la guardò con un gran sorriso sulle labbra. “Tu, mia cara. Sei praticamente nuda e l’unica cosa che indossi oltre alle tue mutandine è una mia T-shirt. Qualcosa vorrà dire.”
Rosalynd deglutì sbarrando gli occhi.
“Cioè…vuoi dire… tu… io.”
Herman non si curò neanche di risponderle.
“Vai a vestirti. Non possiamo far aspettare il tuo… principale.” Quest’ultima parola la pronunciò come se fosse un insulto. “Nel bagno c’è l’ibuprofene, prendine due così ti raddrizzi,” aggiunse mentre si voltava per rientrare.
Poi lo sentì borbottare, “persino sposato, lo stronzo.”
Dopo non le lasciò più il tempo di parlare.
Il ristorante era nella strada principale che attraversava la cittadina di Lefkada, una tipica taverna greca dove il pesce veniva servito fresco e in quantità tali da sfamare un reggimento. Insalata di pesce e gamberi alla griglia conditi con una Retzina gelata.
Rosalynd riuscì ad assaggiarne solo un po’ anche se il mal di testa si era attenuato in un leggero battito nelle tempie perché lo stomaco era ancora sotto sopra.
Durante il pranzo lei e David rimasero praticamente in silenzio mentre Mary Ann e Herman monopolizzarono la conversazione chiacchierando come se si conoscessero da anni.
Ogni tanto David la guardava di traverso e lei cercava di fargli capire con lo sguardo che non era come sembrava, ma i fatti la contraddicevano continuamente.
Herman non smetteva un attimo di toccarla, abbracciarla e accarezzarla. Quando non stavano mangiando teneva un braccio attorno alla sedia, la mano sulla spalla e giocherellava con le ciocche dei suoi capelli. Si preoccupava di servirla per prima e ogni tanto strofinava il naso contro una guancia o le dava un bacio su una tempia. L’aveva persino imboccata una volta o due: “Assaggia questo,” aveva detto, portandole alle labbra qualcosa che aveva trovato particolarmente buono.
Rosalynd si sentiva piuttosto confusa. Era seduta allo stesso tavolo con l’uomo che non più di un giorno prima pensava di amare ma non era per nulla infastidita dalle attenzioni di quell’impudente norvegese seduto al suo fianco, anzi, la facevano sentire lusingata, ammirata.
Tanto più che non capiva il perché della sortita di David. Non era in giro per il mediterraneo in una specie di seconda luna di miele? E allora perché era venuto a cercarla. Non gli era bastato tutto l’affare “festa dell’anniversario”? Voleva girare ancora il coltello nella piaga?
Anche perché non le sembrava proprio che fra David e sua moglie fosse tutto finito. O per lo meno Mary Ann pareva completamente all’oscuro.
E poi c’era anche la questione della sera prima. Cos’era successo davvero? Fino a dove si erano spinti?
Se almeno fosse riuscita a ricordare qualcosa.
“Allora arrivederci,” disse Mary Ann abbracciandola davanti alla barca a vela del loro viaggio celebrativo. “Mi raccomando, non ti stancare,” e fece una risatina.
Herman rise con lei. “Fate buon viaggio e ancora auguri per il vostro… anniversario.”
Era una sua impressione o quella parola era risuonata minacciosa?
Anche David dovette pensarla così perché  gli vide allargare gli occhi e perdere un po’ di colore della sua abbronzatura. I due uomini si scambiarono una guardinga stretta di mano e finalmente a David fu permesso di salutarla.
“Perché…?” le sussurrò all’orecchio mentre le baciava una guancia.
“Ti devo spiegare,” riuscì a malapena a rispondergli prima che un braccio attorno alla vita la forzasse a staccarsi e la spiaccicasse contro il torace di Herman.
“Scusami David,” gli disse il vichingo con un tono che voleva sembrare leggero ma risuonò ancora più intimidatorio di prima. “Non riesco a resistere quando un altro uomo la tocca.”
No! Non poteva aver detto una cosa del genere.
David si irrigidì come se avesse ingoiato una barra d’acciaio e stirò la bocca in una smorfia di sorriso, “Capisco.”
I due sposi salirono sulla barca che aveva già i motori accesi e salutarono un’ultima volta con la mano.
Quando furono ormai vicini al ponte mobile Rosalynd si girò e piantò l’indice contro il petto di Herman. “Noi dobbiamo parlare,” disse accompagnando ogni parola con dei colpetti.
Herman le prese il polso e se la trascinò dietro verso lo scooter con cui avevano raggiunto la città. “Dopo,” grugnì, “adesso voglio andare a controllare Modi e sul surf."
“Io resto qui.” Rosalynd diede uno strattone al braccio senza ottenere nessun effetto.
“Non credo proprio.”
“Chi ti credi di essere?” gridò Rosalynd.
“Hai lasciato la borsa nel mio camper. Se vuoi precipitarti a telefonare a quel bastardo e dargli una spiegazione, non so bene come, bisogna che vieni a riprenderla.”
Cavoli, era vero. Nella confusione l’aveva scordata sul tavolino.
In risposta fece uno sbuffo a denti stretti e si lasciò portare dove voleva. Poteva sempre tornare subito dopo con il pullman.
Rosalynd salì dietro a Herman che partì  di volata, costringendola a stringersi contro di lui per non cadere.
In poco tempo arrivarono alla spiaggia. Lei scese tutta impettita e si diresse dritta a passo di marcia verso il camper per riprendersi la borsa.
Mentre apriva la porta e Herman raccoglieva l’attrezzatura per andare in mare le disse:
“A proposito. Oggi è domenica e i pullman di linea non passano.”
“Come non passano.” disse lei inorridita.
“Siamo in Grecia, tesoro.”
“E io come faccio? Mi riaccompagni?”
“Non ci pensare neanche. Quando ti sarai sbollita e anch’io, parleremo di ieri sera.”
Herman prese la tavola e il kite e si avviò  a lunghi passi rabbiosi verso la spiaggia.
Rosalynd rimase impietrita a guardarlo allontanarsi.
Forse anche lui aveva qualche ragione per essere irritato.

Rosalynd era sdraiata sulla sabbia umida del bagnasciuga, le onde che le lambivano dolcemente le gambe e gli occhi persi dietro gli ultimi bagliori del sole che scendeva oltre l’orizzonte. Dietro di lei sentiva Herman armeggiare con l’aquilone e Modi faceva la spola tra lei e il padrone per prendersi la maggior quantità di coccole possibili.
David non l’aveva più chiamata. Lei gli aveva mandato diversi messaggi per fargli capire che dovevano parlare senza insospettire nessuno ma non aveva mai ricevuto risposta.
Doveva essere davvero arrabbiato.
Ma lo strano era che a lei non sembrava importare così tanto.
Dopo quella mezza giornata da incubo lei e Herman avevano avuto una discussione furibonda. Lei aveva scoperto che oltre ai baci che ricordava e qualche palpeggiamento non c’era stato nient’altro e si era arrabbiata ancora di più perché l’aveva fatta sentire in colpa.
Herman allora le aveva detto che David era uno stronzo con la S  maiuscola e lei non aveva neanche l’intelligenza per capirlo e lei gli aveva risposto che non erano fatti suoi su come lei gestiva la sua vita affettiva.
Herman aveva urlato che non capiva perché se la prendesse tanto e Rosalynd gli aveva risposto che neanche lei lo capiva e all’improvviso si era ritrovata stritolata dentro due braccia d’acciaio con la bocca di Herman incollata alla sua.
E lui sapeva davvero come baciare.
Aveva cercato di resistere per qualche frazione di secondo, ma una strana sensazione di calore le era risalita lungo la nuca fino a riempirle il cervello di vapore e a scioglierla contro quella bocca esperta.
Quando si era staccato aveva lasciato la fronte contro la sua e le aveva sussurrato.
“Un motivo o due lo trovo perché me la prendo tanto.”
Poi avevano parlato con più calma. Lei gli aveva raccontato tutta la storia e lui aveva grugnito e bofonchiato tutto il tempo.
“Adesso è finita,” aveva sentenziato lui alla fine “Se è un uomo di sicuro lascerà perdere.” Poi le aveva lanciato un’occhiata in obliquo. “Noi potremmo goderci il tempo che resta. Dopo tutto ti piaccio almeno un po’.”
Rosalynd lo aveva guardato con le sopracciglia aggrottate ma non aveva risposto di no.
Davide era sicuramente arrabbiato e lei non sapeva come fare a spiegarsi se lui non la chiamava. Aveva ancora qualche giorno di ferie e Herman aveva ragione, le piaceva davvero. Non ci sarebbe stato niente di male a passare il tempo assieme, se solo fosse riuscita a tenerlo a distanza di un braccio, cosa di cui non era tanto sicura.
Così avevano fatto. Lui si era comportato bene, rubandole baci ogni tanto ma non cercando mai di forzarle la mano. E a stare in sua compagnia di sicuro non ci si annoiava, le aveva persino fatto provare ad andare sul surf.
“Cosa pensi?” le chiese Herman arrivando da dietro e lasciandosi cadere sul bagnasciuga accanto a lei. “Ancora a quello sfigato?”
“Non è uno sfigato e probabilmente c’è rimasto molto male.”
“Poverino,” disse Herman con una smorfia.
“Insomma, non è colpa sua.”
“Invece sì,” rispose con un tono rabbioso, “quanti anni ha più di te, dieci, quindici? Non gli sarà sembrato vero di ritrovarsi un bocconcino come te proprio dentro il suo ufficio. E non raccontarmi ancora la storia della moglie e del ‘tra noi è tutto finito’ che non ci crede nessuno.”
Rosalynd chiuse di scatto la bocca prima di replicare. Odiava che avesse ragione ma vederlo lì a Lefkada con Mary Ann le aveva messo una pulce nell’orecchio che non smetteva di ronzare. Se teneva conto di tutte le volte che Herman le aveva ripetuto le stesse cose la pulce era diventata ormai un calabrone.
Herman le prese una mano e se la portò alle labbra.
“Basta parlare di lui,” disse piano, appoggiando il suo palmo contro la bocca. “Non ci resta tanto tempo.”
“Domani è l’ultimo giorno,” constatò lei.
“Appunto. Anch’io riparto, mi sono fermato più del previsto.”
Lei si girò a guardarlo “Come mai?”
“Volevo riuscire a far sorridere una certa inglesina,” le rispose guardando fisso verso l’orizzonte.
Herman poteva anche aver l’aspetto di un guerriero vichingo ma con lei era sempre stato dolce e sensibile, a parte quando parlavano di David.
“Ci sei riuscito.”
Rosalynd si avvicinò e appoggiò il mento sulla sua spalla.
“Non ne sono sicuro,” rispose lui e si girò a baciarle la fronte.
Lei sollevò il viso per andargli incontro e lui le accarezzò le labbra con le sue.
“Mi sembra di baciare il vento,” gli disse con un sorriso.
“Io invece sento ancora il sapore del lime e della menta fresca.”
Herman passò la lingua sul suo labbro inferiore e lei socchiuse la bocca per accoglierla.
Dapprima fu un bacio dolce e lento dove la lingua di Herman sembrava voler esplorare ogni recesso per memorizzarlo. Rosalynd mugolò piano per il brivido di calore che le si diffuse lungo il collo e il petto dilagando fino alla pancia.
Herman si girò di più verso di lei e se la mise in braccio senza staccare le labbra. Il bacio si fece più profondo, esigente e il cuore di Rosalynd incominciò a battere in modo irregolare.
Forse avrebbe dovuto fermarlo, forse non era giusto ma all’improvviso era diventato urgente assaporare ancora un po’ di mare e di vento su quella bocca.
Herman le posò la mano aperta sulla gola e scese con una lenta carezza fino all’ombelico, risalendo ad accarezzare la curva del seno con le nocche.
Rosalynd si strinse più forte a lui.
Il pollice le sfiorò il capezzolo che puntava contro il nailon del costume rubandole un sospiro di piacere che si perse nel respiro del vichingo. Era un invito a osare di più e Herman non se lo fece ripetere continuando ad accarezzarlo con lenti circoli fino a mandarle il sangue in ebollizione.
Quando si staccarono erano entrambi senza respiro.
Lui la fissò attento, con una domanda scritta nelle iridi acqua marina e Rosalynd fece un piccolo cenno con la testa. Questa volta non poteva fermarlo, non voleva fermarlo.
Herman si alzò insieme a lei e con un rapido movimento la prese tra le braccia come se fosse una piuma. Rosalynd rise, buttando indietro la testa. “Che fai?”
Herman le diede un piccolo morso sul collo, “Così facciamo prima. Non voglio darti il tempo di ripensarci.”
Il cane si unì a loro pensando fosse un gioco e si mise a saltellare intorno ai piedi di Herman mentre raggiungevano il camper ridendo.
“Modi, adesso no.” gli disse con una carezza dopo aver depositato Rosalynd oltre la soglia. Poi la seguì.
“Bagneremo tutto.” sussurrò lei, girandosi a guardarlo.
“Nessun problema.” Herman raccolse l’asciugamano con l’indiano dal filo e lo stese sul letto
Poi tornò da lei catturando di nuovo la sua bocca e iniziando una lenta esplorazione. Le mani scivolarono lungo le spalle, le braccia, i fianchi per fermarsi sulle natiche e stringerle contro il proprio desiderio.
Rosalynd si sciolse in quella passione. Chi aveva detto che gli uomini del Nord erano freddi?
Herman staccò le labbra e appoggiò la fronte sulla sua testa.
“Adesso non puoi dirmi che non ti piaccio almeno un po’,” mormorò.
Rosalynd ridacchiò ma le si bloccò in gola quando Herman slacciò il cordino che teneva il costume legato al collo e avvolse i seni con le mani. Le dita trovarono i capezzoli per prime e incominciarono a giocare, poi furono sostituite dalla bocca che avvolse i boccioli rosa nelle sue profondità succhiando e carezzandoli con la lingua.
Un lungo gemito proruppe dalle sue labbra e il calore dilagò in tutto il corpo spedendo il desiderio di Rosalynd alle stelle.
“Sei bellissima,” le sussurrò. “Da quando ti ho vista inseguire i kite con quello sguardo triste non ho pensato ad altro. Volevo cancellarlo e mettere al suo posto questo.”
Lei gli strinse la tesa contro di sé e lui succhiò  più forte facendole inarcare la schiena, il piacere scorreva come lava liquida nelle vene.
Con uno scatto improvviso Herman la prese di nuovo in braccio e la depose sull’asciugamano per continuare la sua perlustrazione.
Le mani tracciarono una mappa di ogni punto magico del suo corpo e le labbra, la lingua e i denti seguirono le linee già  tracciate fino a ridurla un unico fascio di eccitazione.
Era sul punto di chiedere pietà quando decise che era arrivato il suo turno. “Adesso tocca un po’ a me, vichingo.”
Rosalynd divenne l’esploratore di quel corpo scultoreo che aveva il sapore della salsedine e del sole di Lefkada. E quando arrivò troppo vicina a farlo impazzire si ritrovò sulla schiena per un bacio torrido come un mezzogiorno nel deserto e il suo vichingo le sussurrò in un orecchio:
“Ho bisogno di te.”
Si liberarono di quello che era rimasto dei loro costumi e Herman la amò con reverenza, accompagnando ogni movimento con i baci, le carezze e i denti che le infuocavano la pelle e quando i gemiti di Rosalynd si fecero più acuti e insistenti, aiutò il piacere a deflagrare raggiungendo con una mano la rosetta turgida di desiderio tra i loro corpi uniti e accarezzandola.
Con un ultimo grido il corpo di Rosalynd esplose in un lungo e potente orgasmo che trascinò con sé anche quello di Herman.
“Magnifica,” le sussurrò ancora dentro di lei. “Chi l’avrebbe detto che quell’inglesina aveva il fuoco dentro.”
“Mmm.” Riuscì solo a rispondere, ancora persa ad assaporare l’appagamento di quell’unione.
Erano gli unici abitanti del mondo in quel momento e l’unica altra cosa che voleva ricordare era il proprio nome.
Un lento sorriso le si allargò sul viso.

“Pronto?”
“Ciao.”
Rosalynd chiuse gli occhi. Il momento era arrivato ma non per questo si sentiva pronta.
“Ciao David”
“Come stai?” La voce era esitante
“Bene. Sei ancora in crociera?”
“Sì, siamo a Zante. Torniamo a Venezia lunedì.”
Silenzio.
“Mary Ann sta bene?”
“Sì, tutto bene.”
Ancora silenzio.
Forza Rosalynd, qualcosa dovrai dire.
“Mi spiace.” Fu l’unica cosa a cui riuscì a pensare.
“Mi spiace? E’ un po’ poco. Forse potresti darmi delle spiegazioni. Per esempio chi era quell’energumeno che era con te l’altro giorno.” La voce si era alzata di tono.
Poi prima che lei potesse replicare, proseguì.  “No, no, preferisco non sapere. Ho deciso di perdonarti. Oggi rientri a Manchester e il surfista sarà solo un ricordo. Ricominceremo da capo.”
“Ricominceremo cosa, David? Hai deciso di lasciare tua moglie?”
Aveva deciso di perdonarla, lui.
“Lo sai che non posso farlo ora.” Un altro dei suoi “ora”. “Ma ci lavorerò sopra, te lo prometto.” Un’altra delle parole che gli piacevano tanto.
“David.” Rosalynd fece un lungo respiro, “io non torno.”
“Cosa?”
“Non torno. Ti ho spedito una mail con le mie dimissioni. Ho ancora sette settimane fra ferie e ore di straordinario. Puoi mettere la mia roba in uno scatolone se ti serve la mia scrivania. Verrò a prenderla quando rientro.”
“Perché, Rosalynd?” Il tono era basso e colmo di tristezza. “Noi ci amiamo.”
“Ti amavo David. Cinque anni di false promesse, di attese deluse e di lacrime ingoiate possono distruggere quasi tutto.”
“E’ colpa di quel surfista, vero? Non penserai che faccia sul serio?”
“Non penso niente David. Quello che ci può essere tra me e Herman c’entra solo in parte con la mia decisione.”
“ Ma io ti amo,” le sussurrò.
Rosalynd non poté fare a meno di sbuffare.
“No. Tu ami soprattutto David.”
“Non è vero e te lo dimostrerò. Quando torno dalla crociera lascerò Mary Ann.”
“Lascia perdere. Quello che c’era non c’è più, finito. Questa vacanza mi ha aperto gli occhi su tante cose.”
“E il tuo lavoro?”
“Ho un buon curriculum, troverò qualcos’altro.” Rosalynd fece una pausa. “Forse anche all’estero,” aggiunse piano.
Poi scosse la testa con un mezzo sorriso. “Addio David.”
“Mi dispiace molto.” La voce del suo ormai ex principale sembrava sincera.
“Anche a me. Questi cinque anni non sono stati facili.”
“Ma mi sembravi felice”
“A volte, ma molte altre volte no.” Rosalynd sospirò. “Adesso ti saluto. Ciao,” e chiuse la comunicazione.
Un attimo dopo si sentì sollevare di peso e si ritrovò in braccio a un gigante biondo che odorava di mare e di vento. Due labbra appassionate si incollarono sulle sue in un bacio che le fece dimenticare in un attimo la tristezza di quella telefonata.
“Allora ho qualche speranza,” le disse Herman, quando si staccò, mordendole l’angolo della mandibola.
“Cioè?”
“Di rapirti e portarti nella mia hytte.”
Rosalynd buttò la testa all’indietro in una risata. “Non ti sembra di correre un po’ troppo?”
“Lo hai detto tu che potevi venire a lavorare anche all’estero.”
“E’ una delle possibilità,” rispose Rosalynd sul vago.
“Bene. Lavorerò duro per farla diventare una realtà.” Le lanciò uno dei suoi sorrisi che le facevano sempre scaldare la pelle.
Rosalynd non poté che ricambiarlo ma poi tornò  seria.
“Non so se sono pronta. Godiamoci questa vacanza e vediamo come va a finire.”
Herman le strofinò il naso contro il collo. “Se vieni con me in giro per la Grecia ho già vinto.”
Rosalynd gli diede una spinta con la mano. “Presuntuoso.”
“Discendo da un popolo di conquistatori, non puoi resistermi.”
Herman le prese il labbro inferiore fra i denti e lo succhiò prima di darle un altro bacio così intenso da farle arricciare le dita dei piedi.
Poi la risistemò sul sedile del passeggero. “Partiamo allora,” le disse mettendo in moto il camper. “Alla conquista di Rosalynd.”
Lei rise e un nodo di calore nello stomaco si sciolse e si propagò fino al cuore.
Non era sicura di niente in quel momento, ma qualcosa dentro di lei le diceva che sarebbe stata dura resistere all’assedio di quel vichingo.

FINE

CHI E' L'AUTRICE
MARIA CRISTINA ROBB è nata a Bologna e vive a Castel Maggiore, una cittadina alla sua periferia, con la sua famiglia: un marito e una figlia. Fa l’infermiera da circa 25 anni nel dipartimento di chirurgia di un grosso ospedale universitario.Si definisce una lettrice compulsiva e per questa ragione ha sempre desiderato poter scrivere qualcosa che desse agli altri le stesse emozioni che prova lei quando tiene un libro tra le mani. Adora la fantascienza, il fantasy, i thriller e diversi altri generi. Ha frequentato qualche corso di Scrittura Creativa che le ha fornito validi elementi per affinare il suo stile e l' ha portata a decidere di provare a scrivere un romanzo che desse corpo alla sua  fantasia e alle sue emozioni.   Recentemente con il suo racconto Mr.Talbot ha vinto come 'Preferito dalle lettrici ' la rassegna Erotic Romance ROSSO FUOCO su questo blog e con  Non con un poliziotto, è arrivata fra le finaliste della rassegna Romantic Suspense  SENZA FIATO. In febbraio è uscito un ebook raccolta , C'è amore nell'aria, in cui è incluso anche il suo racconto Un amore sui pattini.

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21 commenti:

  1. Questa storia è bellissima! Sebbene pensassi che Rosalynd si comportasse da stupida,poichè cercava di amare un uomo sposato che non le dava il giusto rispetto e la giusta felicità,però poi leggendo mi sono appassionata ed ho adorato Herman,che fino alla fine vuole conquistarla per darle l'amore che merita veramente.
    Una storia davvero avvincente! Complimenti!
    Stefania

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  2. Bene! si comincia! Come sempre, bellissima iniziativa. Ora me lo stampo e me lo leggo con calma durante la pausa pranzo: cosa c'è di meglio che una storia romantica mentre mangiamo un gelato sedute su di una panchina in un giardino pubblico in mezzo ad una città?
    Sabrina

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  3. Posso dire che Herman somiglia Chris Hemsworth? Me lo sono immaginato tutto il tempo come lui, ad avanzare come un panzer e conquistare il terreno che la confusa Rosalynd lasciava dietro di sé. ODIO profondo x David, ma non x Mary Ann. Che dire di Maria Cristina? Eccelsa... come sempre. BRAVISSIMA!!!!

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  4. Bello! Proprio bello! Dolce appassionato! L'ambientazione è favolosa, descritta magistralmente, mi è sembrato anche a me di stare in riva al mare! Complimenti per la scelta della colonna sonora! Ottimi gusti musicali davvero rari di questi tempi!
    Grazie per questa fuga in Grecia che ci hai regalato!

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  5. Bravissima Maria Cristina bel racconto e bei personaggi anche se a casa mi sono immaginata in spiaggia!!!!!

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  6. Davvero una piacevole lettura, brava Maria Cristina!

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  7. ..gradevole e fresco come un gelato!
    Complimenti...

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  8. Che bello si inizia con il botto.
    bel racconto viene voglia di fare un salto in Grecia solo per poter incontrare un fustacchione come herman.
    complimenti, non vedo l'ora di leggere anche gli altri
    Simona

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  9. Lo leggo stasera prima di andare a dormire, dite che farò sogni ... bollenti? ;)

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  10. Veramente bello!
    Sembrava di essere in Grecia insieme a Rosalynd e mi ha fatto passare una pausa pranzo più rilassante del solito.
    Complimenti all'autrice, di cui avevo apprezzato molto anche il racconto fatto per "senza fiato".
    Fio

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  11. Lo stile di Maria Cristina mi conquista sempre. È davvero un racconto bellissimo, complimenti!

    RispondiElimina
  12. Maria Cristina16/07/13, 14:02

    Grazie a tutte per i bellissimi commenti. Sono molto contenta vi sia piaciuto il mio racconto estivo. Lefkada è una bellissima isola e la spiaggia dei kite surf ha davvero un aspetto magico con tutti quelle vele in cielo e quei matti che saltano e filano a una velocità impressionante sul mare. Incontrarci poi un vichingo sembra proprio il coronamento di un sogno :))))

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  13. Veramente bellissimo e ben scritto! Mi ha fatto sognare e sperare di incontrare un vichingo biondo come Herman

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  14. Bellissimo! Mi sono innamorata del tuo racconto; poi quando ho letto della Grecia sono crollata: amo la Grecia e tuttò ciò che la rigurda! Bellissima oltre la storia anche la narrazione!
    Complimentiii ;)

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  15. Complice una mattinata tranquilla e la voglia di evadere sono riuscita a leggerlo! Complimenti Maria Cristina, hai un gran talento, non smetterò mai di dirtelo!

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  16. Brava Cris, davvero un bel racconto e la tua scrittura mi piace, mi piace davvero! E adesso, dopo che ti ho fatto i complimenti, sgancia subito il numero di telefono di Herman... che parto per la Greciaaaaa!!!

    RispondiElimina
  17. Pur non avendo amato particolarmente il racconto " Mr. Talbot" ho metabolizzato fortemente " Non con un poliziotto" che mi ha coinvolto sin dall'inizio e che è rimasto il mio preferito della rassegna. A questo mi sono affezionata più gradualmente, poiché detesto lo stereotipo - purtroppo non infrequente - delle tresche tra segretaria e capo sposato. Certo se David si conferma essere un porco, Rosalynd emerge come stupidotta ed il vincente su tutta la linea è Herman. La nota stonata è che la redenzione di Rosalynd è dovuta non ad un rigurgito di orgoglio e rispetto per se stessa, ma SOLO ed esclusivamente alla vittoria della massima " chiodo scaccia chiodo" ....e che chiodo!!!! Saluti. Filomena

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    Risposte
    1. Eh sì, che gran bel chiodo è Herman, Filomena! Però mi spiace dire che lo stereotipo 'capo/segretaria' non solo è spesso visitato nei romanzi, ma anche MOLTO SPESSO( ahimè)nella realtà!

      PS: Filomena mi mandi la tua email? Vorrei chiederti una cosa. LA mia: irosadifrancy@gmail.com

      Elimina
    2. rosalynd non mi è piaciuta per nulla... cinque anni sprecati in una relazione con un uomo sposato che tradisce la moglie e che, in fondo, tradisce anche lei... se non avesse trovato quel bellone di herman, avrebbe continuato a fare lo stuoino? sigh sob

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  18. Racconto veramente appassionante e scritto molto bene. Complimenti all'autrice

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  19. Il racconto mi è piaciuto molto, e poi mi sono immaginata questo bellissimo Herman così saggiamente descritto.
    Peccato per il fatto che noi donne dobbiamo essere sempre quelle che passano per le sfigate amanti, traditrici e tradite a loro volta!
    Mi piace il modo di scrivere dell'autrice, complimenti!

    RispondiElimina

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