Una Romantica Estate: PASSIONE D'ESTATE di Adele Vieri Castellano



Le mani strette sul volante, Manuela de Riso fissò il cancello di ferro battuto spalancato sul viale di pini, formulando a bassa voce la scusa dell’ultimo minuto:
«Ciao Carla, sono Manuela. Volevo venire al tuo fa-vo-lo-so matrimonio in Toscana ma, mentre ero in autostrada, ho fuso il motore.»
Poi pronunciò a fior di labbra quella che sarebbe stata la risposta di Carla:
«Tesoro, non ti muovere. Mando una delle dodici limousine di Husaam a prenderti. Quale preferisci?»
La sua migliore amica sposava uno sceicco in carne e ossa. Nell’ultimo anno di liceo era stato uno dei loro sogni ricorrenti, su cui facevano gustose risate. Ora si stava avverando.
Osservò il tramonto al di là del finestrino aperto: un tocco di rosso, una pennellata di arancio e il borgo medioevale in lontananza, sfuocato come un dipinto nel sole morente di giugno. Husaam, per il lungo fine settimana del suo matrimonio, aveva affittato l’intero paese, trasformato da una multinazionale in albergo di lusso.
Manuela sospirò e il profumo della campagna toscana le stuzzicò le narici: resina calda, gelsomino, acacia. E il ronzio degli insetti, il frinire delle cicale. Si riscosse, convinta che servisse qualcosa di più definitivo:
«Carla, sono in ospedale. Femore rotto mentre facevo sci nautico, non potrò approfittare della suite che hai riservato a mio nome.»
L’irremovibile donna Toro che univa all’amore e all’amicizia il culto per il possesso, avrebbe replicato:
«Manu, tu non sai fare sci nautico e in ogni caso, Husaam ha un team di ortopedici al suo servizio, ti mando a prendere con un elicottero. Dimmi solo se c’è l’eliporto all’ospedale dove ti hanno ricoverata.»
Forse era meglio far perdere le proprie tracce per una decina di giorni.
Manuela sbuffò stringendo la leva delle marce e, risoluta, fece per ingranare la retro con energia quando un colpo di clacson la fece sussultare con violenza. Il suo sguardo saettò sullo specchietto retrovisore.
Il muso di un’altra macchina era appiccicato al cofano posteriore e, per sottolineare l’impazienza, gli abbaglianti della Porsche nera brillarono più volte come diamanti, nel rosa sfumato del tramonto.
Con un misto di rabbia e rassegnazione pigiò l’acceleratore, la mano sudata ingranò la prima e, schizzando ghiaia tutto intorno, superò il cancello.

Una giovane donna le aprì la portiera con un sorriso, quintessenza della perfetta wedding planner: tailleur pastello, coda di cavallo, un minuscolo microfono davanti alla bocca ciliegia. Manuela si sentì uno straccio stropicciato.
Sopra al parcheggio, a metà della scala ombreggiata da un olmo secolare, notò tra gli alberi discrete guardie del corpo. Del resto lo sposo era o non era Husaam Udeen bin Khalifa Al Thani, un parente stretto dell’emiro del Qatar?
Alle calcagna di Miss Perfezione attraversò un ponte di legno; sotto, il ruscello scrosciante alimentava tre piscine incastonate su un prato smeraldo. Ombrelloni rettangolari di tela bianca ondeggiavano alla brezza e lei, abituata all’umidità milanese, trasse un confortante sospiro. Per la prima volta da giorni non stava sudando.
«Signorina de Riso, lei è alloggiata nella Villa del Poggio.»
La porta a doppio battente si aprì e l’atrio della dependance l’accolse in un abbraccio. Un bouquet di rose gialle accompagnate da una nube di fiorellini bianchi, uno scrittoio, poltrone di pelle, un tappeto persiano.
«Il mio numero è il 17, mi chiamo Sonia» disse la giovane porgendole un cellulare «non esiti a chiamarmi per qualunque esigenza. La piantina della struttura è sopra lo scrittoio e la signorina Carla Maffei mi ha detto di avvisarla, quando fosse arrivata. Provvederò subito, intanto le faccio portare il cocktail di benvenuto.»
Manuela si ritrovò sola.
Il suo trolley essenziale sfigurava parecchio in quel contesto lussuoso. Si aggirò incuriosita tra un letto king-size, asciugamani spessi due dita, prodotti per il bagno di Chanel. Mentre annusava la crema per il corpo, un flacone di ben cento millilitri alla faccia delle bustine striminzite degli hotel di gran lusso, sentì le porte aprirsi e tornò nell’atrio.
Davanti a lei c’era un viso illuminato dall’amore, braccia spalancate, il petto sovrabbondante che tremolava d’emozione.
«Sei mesi che non ci vediamo, Manu! Ti rendi conto che dovrei tenerti il muso?» disse Carla, la futura sposa, avvolta in un abito di seta aragosta.
«Sei schifosamente bella, non lamentarti. Persino Cenerentola si rosicchierebbe le unghie, guardandoti» rispose andando verso l’amica a braccia aperte.
Fu investita dal profumo familiare, dal suo entusiasmo e due lacrimucce di commozione. La stritolò, la sbaciucchiò, le stropicciò a dovere il vestito stordita dal fiotto di ricordi. Pomeriggi di studio, primi amori e prime delusioni.
«Dio santo, quanto mi sei mancata. Ora che sposo un riccone ti metterò alle costole un investigatore privato che mi terrà informata su tutti i tuoi movimenti, poi un tizio schifosamente bello che ti corteggerà, un giorno sì e l’altro pure, per tenerti allenata.»
Sciolsero l’abbraccio ma le mani restarono allacciate.
«Ti costerà un occhio.»
«Così non diventerai una vecchia zitella. Un giorno mi ringrazierai.»
«Non ho tempo, il lavoro mi occupa tutta la giornata.»
«… disse madama Formica.»
Furono interrotte dal cocktail colorato, ghiacciato, da frutta a cubetti, ombrellini di carta. Quando il cameriere uscì, Manuela sollevò il bicchiere:
«Alla tua salute, madama Cicala.»
«E’ un bene che parliamo di favole, significa che non ce le siamo scordate,» disse Carla e le loro risate si mescolarono al tintinnio del cristallo.

Dante Ferrari stava sbottonando la camicia nella sua dependance, immersa in un uliveto poco distante dalle piscine. Le sue dita toccavano i bottoni ma la sua mente era altrove.
Era senz’altro lei, l’avrebbe riconosciuta ovunque. Capelli castano scuro, vestita sportiva come al solito e quel suo modo di muoversi, da gatta elegante e silenziosa. Questa volta non avrebbe sbagliato nulla. Non se lo poteva permettere.

«Allora? E’ arrivata?»
Carla avvolse l’uomo che avrebbe sposato in un tenero abbraccio. Seguì il profilo dei baffi neri ben spuntati e gli accarezzò la linea della mandibola.
«Sì, ed è nervosa come una di quelle giumente che allevi nel tuo paese.»
I denti bianchi e perfetti di Husaam Udeen, che contrastavano audacemente con la pelle color tabacco, brillarono in un sorriso sornione.
«Non mi stupisce. Non frequenta uomini da due anni.»
«Infatti le ho dato della zitella.»
«Non provocarla, non deve sospettare nulla fino a quando non se lo troverà davanti.»
Carla gli mordicchiò il pizzetto e appoggiò la fronte al suo petto.
«La tua idea è stata geniale» mormorò.
«Non ho fatto niente, mia adorata, solo ciò che dice il Profeta: “dona a colui che ti ha servito il suo stesso servizio e la felicità pagherà ogni debito”. Dante mi ha presentato la donna che sposo, è giusto che io ricambi il favore.»
«Tu dici che sono innamorati?»
«Io dico che ho ragione, come sempre.» Rispose Husaam, ficcandole il naso dietro un orecchio.

Lanterne bianche ondeggiavano tra i rami degli alberi e si riflettevano nelle piscine oscure, sui vetri delle finestre.
Il cortile interno, racchiuso tra mura di pietra, debordava di rampicanti, di fiori, di argentati ulivi, di tavole imbandite con tovaglie bianche e tendoni mollemente adagiati qua e là, per nascondere ingressi e uscite. I camerieri erano fantasmi silenziosi, votati al benessere degli invitati tutti eleganti, tutti spensierati: era giovedì sera e il matrimonio avrebbe sancito l’unione solo il sabato pomeriggio.
Manuela appoggiò il bicchiere gelato alla guancia ascoltando la musica, che avvolgeva tutto in un’atmosfera incantata, incredibilmente romantica. Con un bel sospiro si rilassò. In fondo tre giorni di riposo non potevano che farle bene.
Negli ultimi mesi il lavoro le aveva spremuto ogni energia e una stanchezza profonda sembrò invaderla, fino a toccarle l’anima. Ma lo stato di grazia non durò molto: mescolata al vocio indistinto percepì una voce che mise a nudo ricordi lontani, dolorosi.
Non è possibile pensò, mentre un’ondata di panico la investiva. Si immobilizzò, i sensi all’erta. Il timbro grave, il lieve accento romano. Il suo corpo lo riconobbe e reagì, trionfo degli ormoni sulla volontà.
Due anni erano passati. Due anni in cui si era chiesta molte volte come fosse possibile che un solo sguardo, un solo tocco e tre serate insieme fossero rimaste così indelebili in lei, come la rabbia e la disillusione.
Dante Ferrari.
L’unico e solo Dante della sua vita. Perché ci sono decine di Marco, Massimo, Paolo. Ma un solo Dante.
Dopo una serie di baci deliranti e carezze grondanti promesse, Dante Ferrari era scomparso senza una parola, né una spiegazione. Si era ripromessa di insultarlo per bene con una telefonata, ma prima aveva voluto far evaporare la rabbia.
Erano passati due anni e non lo aveva mai richiamato.
Il suo cuore passò da ottanta a centoventi battiti quando ricevette il messaggio dai timpani che la voce si andava avvicinando. Per fortuna riuscì a mascherare l’agitazione prima di voltarsi e il significato di quelle tre parole, io-lo-voglio, formulate la prima volta che aveva posato gli occhi su di lui, ridivenne fin troppo chiaro. Tornò bambina, una bambina alla quale restituivano finalmente il giocattolo prediletto.
La prima cosa che notò furono le sue dita forti che reggevano il bicchiere di Martini. Poi il dorso delle mani velato di peli scuri e i polsini candidi, che uscivano dalla giacca, e i bottoni e la camicia, che lasciavano una discreta porzione del collo scoperto. La linea della mandibola, scurita di barba. Gli occhi castani, concentrati su di lei.
«Manuela, la migliore amica di mia moglie e anche la mia. Grazie di essere venuta.»
Davanti a lei si materializzò la figura di Husaam che, grazie a dio, le permise di riprendere fiato. Per fortuna il cielo era nero e le luci soffuse perché sentiva le guance bruciare. Dove sono i maledetti pompieri, quando servono?

Husaam le prese entrambe le mani, pronunciò qualche parola, qualche risata e poi, a bruciapelo:
«Ti ricordi del mio amico, Dante Ferrari?»
Stava per rispondere un sincero “eccome!” ma si trattenne appena in tempo.
Dante faceva sembrare Husaam quasi basso e si mosse alla periferia del suo sguardo. Fu attraversata da un interminabile fremito, come una scossa elettrica e sperò di apparire indifferente, compito quasi impossibile mentre la sagoma mormorava:
«Manuela, come stai?»
Il sorriso che le rivolse non aveva nulla di insolente o vittorioso. Era un sorriso serio, rassicurante. E mentre soccombeva al fascino irresistibile di quella voce, Manuela realizzò, nell’ultimo istante di lucidità, che un semplice flirt con Dante Ferrari avrebbe potuto condurla direttamente verso la rovina più assoluta. E lei sognava da tempo di rovinarsi, tra le sue braccia.
Non riuscì più a guardarlo e si trovò a balbettare come una perfetta idiota:
«Dante Ferrari… Dante… Ferrari… ah sì, quello di Wall Street col tocco magico. Certo che mi ricordo, me ne hai parlato per ore, Husaam.»
La voce incerta non era dovuta alla mancanza di memoria ma era eco dell’ansia che aveva di allontanarsi, per mettersi in salvo. Nessuno di quei due uomini doveva intuirlo e cercò di sembrare disinvolta. Un sorriso vago, di cui fu molto fiera, le salì alle labbra quando realizzò che, per fortuna, non aveva ancora disfatto la valigia. Viaggiare di notte non l’aveva mai spaventata.
Dante non sorrise, Husaam lo fece per entrambi:
«Immagino di potervi lasciare da soli, ho molti ospiti da intrattenere. A dopo.» E strizzò l’occhio all’amico.
La riconoscenza che le aveva ispirato pochi minuti prima sparì, mentre la pantera nera accanto a lei faceva tintinnare il ghiaccio nel bicchiere.
A quel punto, i suoi occhi ripresero l’iniziativa.
L’immagine di Dante Ferrari dilagò in lei come cioccolata rovesciata su un tavolino di vetro: il liquido si allargò caldo, denso, fino a occupare tutta la superficie disponibile.
Impossibile staccare lo sguardo dal quel volto perché Dante Ferrari non era bello, non nel senso comune del termine, non come un attore o un fotomodello.
La sua bellezza era bruta, tutta forza e solidità: il profilo tagliato con l’accetta, le sopracciglia diritte e folte, i capelli neri e le pupille insondabili. Animale tanto sensuale che il suo corpo, traditore, non lo aveva mai dimenticato.
Dante.
Sulla porta dell’Inferno il Poeta ha scritto “Lasciate ogni speranza o voi che entrate” e lei per poco non emise un gemito nel dargli ragione, stringendo il bicchiere tanto da rischiare di frantumarlo.
«Per fortuna gli sguardi non possono uccidere» disse lui e Manuela annaspò, per ritrovare un po’ di umidità nella bocca e qualche neurone nel cervello.
«Non ne sarei così sicuro, fossi in te» rispose fredda.
I pozzi neri brillarono e non fu un’illusione.
«Sarà meglio che troviamo un posto tranquillo per parlare, la vista del mio sangue non rallegrerebbe nessuno.» Dante fece per prenderle il gomito.
Manuela indietreggiò di un passo. Dio, era ridotta a un fascio di nervi solo perché avevano scambiato tre parole. Improvvisamente si spiegò la sua titubanza a partecipare al matrimonio e gli diede un nome: presentimento. Maledisse in cuor suo la macchina che l’aveva sorpresa davanti al cancello e subito un’idea folgorante la colpì:
«Che macchina hai?» Gli chiese a bruciapelo, dimenticando la risposta aspra che avrebbe voluto lanciargli in faccia poco prima.
«Una Porsche nera.» Rispose lui tranquillo, abbandonando il bicchiere su un muretto lì accanto.
Manuela sollevò gli occhi al cielo.
«Non vengo da nessuna parte con te. Qualsiasi cosa tu abbia da dirmi, è troppo tardi.» E lo piantò in asso.
Non fu facile camminare a passo svelto sul sentiero sconnesso con i tacchi, né evitare gli invitati, i tavoli, i camerieri, gli amici che la riconoscevano ma infine arrivò alla scala, che scendeva verso il centro del piccolo borgo medioevale.
Aveva un buon senso dell’orientamento e fu facile imboccare il viottolo che l’avrebbe condotta fino alla sua dependance.
Sbucò in una piazzetta con un pozzo, il paese sembrava deserto ma lei sapeva che le guardie del corpo si aggiravano come ombre, sempre vigili.
Udì dei passi, accelerò, ma quando si rese conto che qualcuno la seguiva nell’illusorio silenzio soffuso di musica e voci in lontananza lo attese ben dritta, le braccia conserte. Era venuto il momento di mettere fine a due anni di rancore.
«Smettila di seguirmi.» Disse e Dante entrò nel raggio di luce sotto il quale si era fermata. Intorno a loro c’era buio e lui si avvicinò, le mani affondate nelle tasche.
«Sto cercando di annusare il tuo profumo. E’ diverso da allora.»
Lei si guardò intorno, quasi per cercare aiuto. Cosa si risponde a un uomo come quello, che ti dice quella cosa?
Non c’erano molte opzioni: o si trova un mattone da sbattergli in testa oppure gli si cade in ginocchio davanti e… raddrizzò le spalle di scatto, atterrita da ciò che stava pensando e si impedì all’ultimo istante di guardargli l’inguine, peraltro celato dal risvolto della giacca scura.
Lui non perse tempo: le circondò il polso con le dita calde, tirandola verso di sé e Manuela percepì il suo, di profumo, che non era cambiato e le fece il medesimo effetto: un languore diffuso, che le intorpidì i movimenti. Ci mancò poco che non si lasciasse andare contro il petto solido, avvolta dall’odore aspro, aromatico, rassicurante.
«Ti ricordi di me, lo so. Ti ho quasi tolto tutti i vestiti una volta, se non sbaglio.» Sussurrò Dante.
«Nei tuoi sogni.» Rispose lei pronta ma rabbrividì al ricordo.
Era successo durante la seconda, torrida, serata e non aveva ceduto solo grazie a una regola dalla quale non sgarrava: mai andare a letto con un uomo prima della terza uscita. Anche se doveva ammettere che, se non fosse arrivata una telefonata sul cellulare di lui, la regola l’avrebbe trasgredita, eccome.
Vedendo il numero sul display, Dante aveva fatto una smorfia e si era allontanato dal divano per rifugiarsi in un angolo, abbastanza lontano da rendere intellegibili le parole con cui aveva congedato il misterioso interlocutore.
Era tornato trasformato, affari aveva spiegato con poche parole e se n’era andato, scuro in volto.
Lei aveva fantasticato tutta la notte e tutto il giorno successivo sul terzo appuntamento, che però aveva preso tutt’altra piega. Avevano cenato in un silenzio opprimente, con lui che guardava senza ritegno l’orologio e fuori dal ristorante l’aveva salutata con un bacio frettoloso sulla guancia, nessun accenno a un altro appuntamento e, in effetti, non l’aveva più richiamata.
Sentì tirare il polso e finì su quella camicia, avvolta da braccia decise. Usò la mano libera per puntellarsi sul torace, caldo e compatto.
«Eri nuda, confessalo.»
Lei cercò di torcere il polso, invano. La teneva stretta, senza però farle male.
«Nuda vuol dire non portare nessun vestito. Non ero io quella che ricordi e le tue vanterie sono infondate.»
Lui avvicinò il viso alla sua tempia e il soffio del suo alito la sfiorò.
«Adesso ho le prove che non mi hai dimenticato.» Disse lui e i denti brillarono nel riflesso della lanterna sopra di loro.
«Mi è capitato con altri, sai? E avevo anche meno stoffa addosso.»
L’altro braccio fece presa sulla sua vita e Manuela si ritrovò stretta in una morsa. Come avrebbe voluto strofinarglisi contro per sentire se era eccitato o meno, ma rinfocolò la rabbia per oscurare il desiderio che la tormentava.
«Vuoi insinuare che farti spogliare dagli uomini è diventata una tua abitudine?» Il tono possessivo, che non aveva alcuna ragione di essere, la fece rinsavire del tutto.
«E’ per te che spogliare donne non riveste alcuna importanza, o sbaglio?» Così dicendo puntò il palmo su di lui, tirando nel contempo il polso.
Fu costretto a lasciarla per non farle male. Le sue labbra si piegarono e respirò forte, abbassando gli occhi per un istante.
«Ti devo una spiegazione, Manuela. Ti chiedo solo qualche minuto.»
«Non darti fastidio, è andato tutto in prescrizione.» Gli rispose mettendo tra loro la giusta distanza. Bastò qualche passo all’indietro, alla cieca.
«Forse per te,» disse lui, lasciando cadere la braccia sui fianchi.
«Se provi ancora a parlarmi, me ne vado. Ma mi dispiacerebbe rovinare la cerimonia di Carla.»
Non aspettò di vedere la sua espressione, né  di sentire l’eventuale risposta, gli diede le spalle e si allontanò decisa. Quando svoltò l’angolo provò una leggera fitta di delusione nel non sentire i passi di lui.
«Idiota,» digrignò rivolta a se stessa, a mezza voce «giuro che mi prendo a calci da sola, una volta in camera.»

In ogni istante sapeva esattamente dove fosse. Con chi parlava. Chi la faceva ridere. Chi le aveva offerto da bere. Erano passate solo due ore dal loro confronto.
Invece di seguirla si era fiondato al parcheggio dove aveva aspettato per un’ora, tenendo d’occhio la sua macchina. Solo quando era stato sicuro che non sarebbe ripartita era tornato alla festa, per accorgersi che stavano servendo la cena.
Si era munito di un piatto, ci aveva ficcato due pizzette e aveva salutato conoscenti e amici, evitando di parlare per più di tre o quattro minuti con la stessa persona. L’orchestra attaccò la canzone più romantica sulla faccia della terra, cantata da Shirley Bassey. Le note di “Where do I begin” spinsero qualche coraggioso a riempire la pista da ballo mentre lui, con l’umore sempre più nero, salì sulla terrazza dove Husaam piluccava dolcetti.
«Chi è quel cretino alla sua destra?» disse tra i denti.
Husaam alzò lo sguardo e scandagliò gli ospiti dal punto in cui si era affacciato.
«Mio cugino Salek.»
Si sentì una specie di grugnito e Husaam sospirò:
«Non me ne faccio niente delle tue scuse, non voglio spargimenti di sangue al mio matrimonio, punto. Anche se Salek non è uno dei miei cugini preferiti e mi rubava sempre le ragazze.»
«Non ha perso il vizio» borbottò Dante.
La forchettina di Husaam incontrò la delicata porcellana del piatto.
«Lei non è la tua ragazza.» Puntualizzò sapendo bene di chi stessero parlando.
«Non c’entra niente. Deve stargli lontano.»
«Tu le sei stato lontano per parecchio tempo.»
Dante si scolò il quarto “qualcosa” di alcolico, mentre in testa gli rimbombava la voce amplificata dalle casse: “…she came into my life and made the living fine…”
«Per la miseria, ma non c’è niente di più forte da bere al tuo matrimonio? E non potresti far suonare qualcosa di meno sdolcinato?» e alzò la voce, per coprire quella della cantante.
Un sorriso sornione apparve sotto i baffi dell’amico.
«Sono musulmano, amico mio. Niente alcool e poi, lo sai bene, mi piace la buona musica. Ma sarà meglio che tu e Manuela troviate un modo per andare d’accordo. Non posso pensare a come sarai ridotto fra tre giorni, se continui così, e non pensare neppure a farla scappare. La mia futura moglie sarebbe capace di rimandare il matrimonio. Avete parlato?»
Sotto di loro il cretino la invitò a ballare e lei, con una risata cristallina, si concesse. L’orchestra sfumò in un’altra canzone romantica.
Dante si mosse sporgendo il corpo teso sulla balaustra di ferro battuto. Le mani appoggiate sulla sostanza scabra e fredda, fissò la coppia sulla pista da ballo trattenendo il fiato.
«Ti proibisco di saltare da qui. Ci sono ottime scale dietro di noi,» fece Husaam smettendo per un attimo di masticare.
«Non mi ha dato possibilità di spiegarmi. Ha detto che è andato tutto in prescrizione» le sue mani strinsero con forza il metallo e gli occhi divennero fessure «non pensavo mi facesse questo effetto.»
Il sorriso di Husaam si fece più evidente e osservò compiaciuto un pasticcino alla panna, prima di ficcarselo in bocca.
«Che effetto?»
Il silenzio si prolungò per tre estatici dolcetti alla crema di fragole.
«Non so, come se avessi mangiato qualcosa e mi fosse rimasto sullo stomaco.»
«Dovrei licenziare quegli incapaci del catering?»
Dante si girò a guardarlo.
«Hai capito benissimo quello che intendo e non ti dirò altro, ficcanaso. E togliti dai baffi quella crema, sei patetico.»
«Perché non le hai detto che stavi divorziando, due anni fa?»
«Lo sai bene il perché. Era stato un anno d’inferno a parte tre serate, in cui sono riuscito a dimenticare quell’arpia di Katherine. Tre e basta. Se fossero state quattro, mi sarebbe entrata nella pelle e sarebbe stato il disastro totale, per tutti e due. Avevo bisogno di tempo.»
«Hai avuto altre donne, dopo.»
Dante allungò una mano per prendere un altro bicchiere da un vassoio di passaggio, ma l’amico fece un cenno e lui richiuse le dita nel vuoto.
«Sei un tiranno, tu mangi e io non posso bere. Non sono un monaco e la migliore amica della tua futura moglie agita in me la parte peggiore» mormorò seccato.
«O la migliore.»
Dante lo fissò.
«Sono qui per scoprirlo, una volta per tutte.»
«Sei pazzo di lei.»
«Non lo so, non so più niente. Era davanti a me dopo tutto quel tempo e non riuscivo a decidermi se chiuderle la bocca per sentire se il suo sapore è lo stesso che ricordo o scrollarla, per obbligarla ad ascoltarmi.» Passò una mano tra i capelli arruffati e mormorò, speranzoso: «forse è solo attrazione fisica.»
Husaam negò con un gesto del capo.
«Allora perché in questo preciso momento stai sorridendo come un idiota?»
«Io non rido mai.»
«Quindi non ti darà fastidio se dico a mio cugino che può corteggiarla?»
Dante fissò la coppia sulla pista da ballo.
«Se si avvicina ancora a lei dopo questa sera, lo riduco a pezzettini.»
«E al diavolo l’attrazione fisica. Dai retta a me,» disse Husaam battendogli fraternamente una mano sulla spalla «qui ci vuole qualcosa di drastico, qualcosa che la spiazzi e non le dia possibilità di fuga.»
Dante serrò i denti, un guizzo sulla guancia.
«Hai ragione. Qualcosa di molto drastico.»

Manuela spalancò la porta della dependance. Per prima cosa si liberò dei tacchi e chiuse gli occhi compiaciuta. Adorava l’estate solo per il fatto che poteva camminare scalza, senza congelarsi i piedi.
Guardò il pendolo che segnava l’una di notte. Era riuscita a togliersi di dosso l’appiccicoso con le mani mollicce, per finire tra le braccia di un patito della danza, ma si era divertita. Con Carla avevano ballato una decina di brani anni Ottanta, dimenticando il motivo per cui voleva andarsene. O comunque relegandolo ben in fondo alla mente.
Sbuffò. C’erano troppi single a quel matrimonio, sembrava quasi che avesse un cartellino appeso al collo con su scritto “libera”. Si fermò davanti allo specchio sopra lo scrittoio, la lampada che aveva trovato accesa le illuminò il viso. Provò due o tre espressioni che avrebbe usato il giorno dopo, per tenere lontani quelli troppo invadenti.
Sganciò il bottoncino dietro al collo e, con qualche contorsione, riuscì ad abbassare la cerniera. In reggiseno nero e mutandine si avviò verso il bagno senza accendere le luci, quella dell’atrio era sufficiente.
Si sentiva stanca tra il viaggio e le danze e fu felice, per la prima volta dopo parecchio tempo, di non dover puntare nessuna sveglia.
Dopo essersi struccata e asciugata il viso, tolse il reggiseno e si diresse verso la camera. Sulla soglia alzò lo sguardo.
E restò gelata lì, immobile come una lepre spaventata. A tentoni cercò l’asciugamano che aveva buttato su una poltroncina, lo afferrò, ricoprì il seno nudo e prese una bella boccata d’aria.
«Perché non cerchi una donna che ti vuole?»  balbettò, rivolta alla sagoma sdraiata sul letto.
Sul suo letto.
Peccato non riuscire a veder bene la sua espressione mentre vedeva bene il torso nudo, visto che il lenzuolo gli copriva a malapena l’inguine.
«Ce l’ho davanti.»
La voce, roca e sensuale, la fece trasalire. Dante Ferrari era là, dove avrebbe voluto trovarlo con il desiderio ma non con la ragione.
«Come hai fatto a entrare?» mormorò stringendosi l’asciugamano addosso, la salvezza. Poi alzò il palmo in segno di resa: «no, non voglio saperlo, vattene via, subito!»
«Prima facciamo l’amore e poi parliamo.»
Le uscì un suono soffocato, un lamento o un gemito. Si guardò intorno alla ricerca del telefono che non sapeva dove fosse, non aveva avuto il tempo di scoprirlo.
«Tu non fai proprio niente, se non alzare quel tuo… insomma, vat-te-ne o mi metto a urlare. Anzi no, chiamerò uno di quei gorilla di Husaam che ti sbatterà fuori a calci, nudo come un verme.»
La sagoma sotto il lenzuolo incrociò le braccia sul petto. Fu così che Manuela notò il telefono sul maledetto comodino accanto al torace di lui, splendidamente coperto di peluria scura per quel che le era dato di vedere.
Dante seguì la direzione del suo sguardo e un sorriso lento, compiaciuto gli disegnò le labbra. Si mosse e la luce che entrava dalla porta gli illuminò la curva delle spalle, la linea dei bicipiti quando sistemò le braccia dietro alla testa.
«Non hai molte chance. Devi venire qui per telefonare oppure uscire nuda e metterti a urlare in cortile. Considera che poi dovrò battermi all’ultimo sangue per strapparti dalle grinfie di quei bruti, visto che sono geloso di te peggio di Otello.»
Lei rimase senza fiato.
«Arrogante figlio di puttana» sbottò, nonostante considerasse il linguaggio spinto l’ultima spiaggia in uno scambio civile. Tra loro non c’era più niente di civile così girò su se stessa, scattando verso la porta d’ingresso. Meglio nuda e ululante alla luna che nel letto di Dante Ferrari.
Forse la sua mente ne era convinta ma il suo corpo non abbastanza: arrivò all’altezza del tappeto e l’asciugamano le si tese violentemente contro il seno.
Catapultata all’indietro finì contro il petto nudo che aveva guardato di soppiatto, contro il quale due anni prima avrebbe voluto stiracchiarsi affondando il viso sui peli ricciuti, che promettevano di essere soffici e ruvidi allo stesso tempo.
Lo sentì contro la propria schiena, i suoi glutei aderirono all’inguine di lui, sentì le cosce muscolose contrarsi contro le sue. Sentì anche altro contro di lei, duro e caldo.
«Stavo divorziando, quella sera era la mia ex al telefono» mormorò lui andando dritto al punto mai chiarito «mi chiamò perché stava distruggendo il nostro appartamento.»
La bloccava contro di sé con forza imperiosa, ma delicata.
Manuela rimase senza fiato, un po’ per il contatto estremo e sensuale dei loro corpi, un po’ per la rivelazione. Sposato? Tentò un disperato tentativo di liberarsi.
Lui invece di lasciarla la rigirò e, nel movimento, l’asciugamano cadde a terra, scoprendole i seni. Dante emise un mugolio basso e se la tirò addosso, non lasciò tra loro nemmeno un millimetro vitale, la strinse quasi ne andasse della sua vita.
Il semplice contatto della sua pelle le fece perdere ogni buon senso. I due anni passati dopo quella serata in cui lui si era mostrato assente, freddo e poi aveva fatto perdere le sue tracce, non avevano cambiato nulla. Il suo corpo ricordò labbra, carezze, baci e una febbre la assalì, dilagando dalle vene al ventre, fino alla sua volontà, annientandola.
Due anni. Perché non lo aveva cercato, perché non aveva fatto quella maledetta telefonata e chiesto spiegazioni? C’erano mille ragioni per liberarsi ma, in quel momento, Manuela dimenticò tutto.
«Mi ha urlato che aveva abortito qualche mese prima, che non sapeva nemmeno se era figlio mio,» continuò Dante con quella voce tetra che le provocò un lungo brivido così si lasciò andare su di lui priva di forze, di volontà.
«Sono uscito con te perché credevo di essere finalmente libero, il mio avvocato mi aveva telefonato due giorni prima che Katherine aveva acconsentito a firmare la carte per il divorzio.»
«Perché non me lo hai detto?»
«Che stavo divorziando? Andiamo, non saresti mai uscita con me. Erano mesi che chiedevo a Husaam di conoscerti, ti avevo vista prima di Natale mentre rientravi dallo shopping con Carla, e poi di nuovo sul suo yacht a Portofino, a Pasqua. Io andavo via, tu arrivavi.»
Lei scrollò il capo, i capelli lunghi sfiorarono i seni e il petto di lui, che le prese una ciocca e gliela sistemò dietro l’orecchio, continuando a parlare:
«Mi spaventavi. Con te sapevo che sarebbe stato tutto o niente e non me la sono sentita, né di coinvolgerti, né di cercarti. Perché dopo che ti ho vista la prima volta, non sono riuscito a dimenticarti.»
La voce era bassa, roca, emozionata. O era il più grande attore del mondo oppure un uomo davvero coinvolto. Ma in cosa?
«Mi capirai se sono scettica. Sono passati due anni.»
«Dopo la telefonata è stato un inferno, ti assicuro. Sapevo che eri a Londra per lavoro, non ti ho persa di vista un solo giorno.»
«Perché non mi hai cercata prima?»
Quelle pupille, quel suo sguardo intenso e un sospiro che la sfiorò. Dante si impossessò di una ciocca e l’avvolse intorno a un dito:
«Ti prometto che mi farò perdonare di aver lasciato passare così tanto tempo.»
Manuela chiuse gli occhi e finalmente osò posare le mani sulle sue spalle. Erano calde e lisce, il suo odore era ovunque intorno a lei e, per la prima volta nella sua vita, si lasciò andare senza pensare né al prima, né al dopo ma solo al presente.
In lontananza si sentì rombare un tuono. Quell’estate era strana, un maggio piovoso, un giugno fresco e troppo simile a settembre, che ha luci smorzate e giornate più corte. La luce livida illuminò i loro corpi allacciati.
Dante abbassò lento le mani, per darle il tempo di fermarlo ma lei gli lasciò infilare i pollici nell’elastico delle mutandine, lasciò che una delle sue dita, forse il pollice, scorresse lungo il pizzo provocandole una sorta di fremito profondo.
Il naso di lui le sfiorò il collo, le labbra e la lingua tracciarono un sentiero, fino a trovarle la bocca.
«Dopo parleremo» e fu un soffio che le accarezzò l’anima ferita, una musica che non spezzò la magia di quell’istante.
D’un tratto docile, Manuela si lasciò cullare da quelle mani capaci di imprimere sulla sua pelle puro, carnale piacere. Si strofinò su quel torace, contro quei peli, che la solleticarono così come aveva sognato molte volte e i loro piedi si sfiorarono e il suo sesso, rimasto quieto mentre parlavano segno che l’emozione era più forte della libidine, tornò a imprimersi con arroganza contro il suo bacino.
Manuela abbassò una mano fino a trovare le natiche di lui fresche, tonde, sode. Se lo spinse contro sentendosi d’improvviso bene, come non le capitava da tempo. Lasciati andare disse una voce nel più profondo del suo essere. E lei ubbidì.
La mano di Dante risalì e la obbligò a rovesciare la testa all’indietro. I loro occhi si incrociarono nel buio, restarono allacciati per un lungo momento, finché Manuela vide un guizzo nervoso sulla guancia di lui e la curva sensuale della bocca piegarsi in un’espressione di commovente tenerezza.
«Tesoro mio…» sussurrò e poi la baciò, un bacio dolce, tenero solo le labbra calde che succhiavano, sfioravano, toccavano, una danza che le chiarì quanta voglia aveva di scoprirlo, gustarlo.
Dante non usò la lingua e fu lei, a un certo punto, a leccargli il labbro inferiore perché lo voleva e lui, con un lamento roco e stringendola più forte, si lasciò esplorare trasformandosi in morbida, arrendevole cera, che lei avrebbe potuto modellare a suo piacimento. Quel grande corpo maschio e solido tutto suo, a sua disposizione.
Quanto lo aveva atteso.
Fu quasi doloroso, il seno teso, il ventre bruciante, il cuore che batteva forte e solo vagamente si accorse che erano in due a battere insieme, allo stesso ritmo forsennato.
Era bellissimo e lui aveva un sapore meraviglioso.
Dante riprese l’iniziativa e fece scivolare entrambe le mani sotto gli slip, le afferrò i glutei e la sollevò.
Non più a contatto con il pavimento Manuela perse ogni legame con la realtà. Ondulò i fianchi sentendo sotto le cosce muscolose, la pelle calda, il sesso teso che la sfiorava nel punto esatto dove lo voleva, dove avrebbe dovuto stare. Solo il pizzo tra loro, sottile, quasi inesistente barriera che lasciava filtrare il calore della sua umida intimità.
I respiri divennero simili a un rantolo, un altro tuono, un'altra luce illuminò l’atrio per un battito di ciglia. Dante la posò di nuovo a terra e le fece scivolare gli slip lungo le gambe, il triangolo di tessuto finì sulle sue caviglie.
«Toglile» mormorò e, senza più riflettere, Manuela ubbidì.
«Guardami» e ubbidì di nuovo.
La penombra non le impedì di vedere e solo allora si rese conto che erano tornati in camera, il letto, le lenzuola in disordine dietro di lei, le stesse dove si era sdraiato e dove l’aveva aspettata.
Erano ancora tiepide quando ve la adagiò, non le lasciò nemmeno il tempo respirare e si allungò su di lei pesante, scartandole le cosce mentre si sistemava meglio, gli occhi che la scrutavano, le labbra gonfie dei baci che si erano scambiati, che lei gli aveva dato.
Manuela prese una boccata d’aria immersa in un limbo, in un desiderio intenso mai provato prima, con nessun uomo prima di lui. Solo un’ora prima era convinta che non lo avrebbe mai perdonato e ora non vedeva l’ora di farlo suo.
Dante scivolò dentro di lei senza preliminari ma non ce n’era bisogno, non li voleva, voleva solo poterlo stringere, così affondò le dita nelle sue spalle.
Lui, senza distogliere le pupille dalle sue, entrò con una sola spinta a fondo e il silenzio si riempì di sospiri d’amore, l’aria sembrò esplodere di elettricità insieme al crepitio della pioggia che cadeva sul selciato, il chiarore dei lampi e il borbottio sordo dei tuoni, simile al battito dei loro cuori. Presto, dalla finestra socchiusa, arrivò l’odore del temporale, della terra bagnata, dei fiori del gelsomino arrampicato sul muro della dependance.
Dante la tenne ferma sotto di sé e si ritirò con dolce, mascolina tenerezza, mentre sussurrava parole intellegibili di cui lei percepì solo “amore mio” per sprofondare di nuovo, strappandole un grido, subito soffocato da un bacio umido, possessivo.
Una sensazione straordinaria dentro di lei, parte di lei e fuori l’acquazzone estivo si scatenò in tutta la sua selvaggia violenza, mentre si aggrappava all’uomo che stava devastandole i sensi.
«Ti prego!» supplicò senza sapere ciò che in realtà voleva se amore, appagamento, piacere ma Dante capì e cominciò a ondulare senza darle tregua, perché sapeva che lei non l’avrebbe voluta. Solo i loro corpi confusi in uno solo, intimità feroce, armonia e musica, appassionante melodia.

La freschezza della pioggia estiva arrivò fino a loro. Manuela nascose il volto nel collo dell’uomo che aveva accanto per sentire l’odore della sua pelle, e abbandonarsi al sonno. Protestò quando si ritirò da lei.
«Zitta, dormi. Adesso sei mia.»
«Dobbiamo parlare» gli sussurrò, la voce assonnata.
«Non ho nient’altro da dirti, amore mio,» rispose lui, stringendola forte.


FINE
CHI E' L'AUTRICE

ADELE VIERI CASTELLANO ha preso il suo nom de plume  dalla bisnonna, ligure doc. Lo spirito combattivo e la testardaggine probabilmente li ha ereditati da loro. E' nata a metà degli anni Sessanta, ha vissuto per cinque anni in Francia e ha girato mezzo mondo ma gli unici punti saldi della sua vita sono sempre stati lettura e scrittura.  Oggi vive a Milano, dove fa editing e traduzioni per case editrici italiane. Inoltre, collabora con grande passione al blog “La mia Biblioteca Romantica”  e nel 2011 ho vinto il concorso di LeggerEditore per la Fan Fiction sul libro di Ornella Albanese “L’anello di Ferro”. Scrivere racconti e romanzi d'amore, infatti, è da sempre la sua più grande passione.  Roma 40 d.C. Destino d’Amore è il  primo romanzo di una serie ambientata nell'antica Roma, epoca storica che insieme all'antico Egitto l'ha sempre affascinata. A questo sono seguiti, Roma 42 d.C. Cuore Nemico e questo  Roma 39 d.C. Marco Quinto Rufo ( Il Prequel). Un nuovo romanzo  uscirà nel 2014A  proposito della sua serie ambientata nell'antica Roma  Adele dice: " Gli antichi romani possono essere affascinanti tanto e forse di più degli highlanders o di qualsiasi libertino inglese, credetemi. Il film in cui Ridley Scott raccontava la storia di un coraggioso ufficiale romano, divenuto gladiatore, non ha fatto forse battere tutti i nostri cuori? Chissà se anche il protagonista del mio libro, Marco Quinto Rufo, toccherà i cuori di tutte voi, inguaribili fanciulle romantiche?" 

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DI ADELE VIERI CASTELLANO


TI E' PIACIUTO PASSIONE D'ESTATE? COSA NE PENSI? ASPETTIAMO I TUOI COMMENTI. 
FRA TUTTE LE LETTRICI CHE COMMENTERANNO  I RACCONTI DI UNA ROMANTICA ESTATE VERRANNO ESTRATTI DEI LIBRI A SORPRESA. 

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26 commenti:

  1. Mamma mia! bellissimo, passionale, sensuale..un solo difetto. troppo breve!!! :D
    Grandissima Adele come sempre...<3

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  2. Ciao Adelina,
    lo sai che di solito preferisco letture più corpose, ma ho fatto un'eccezione per il tuo racconto e non me ne sono certo pentita. Splendida atmosfera! Coinvolgente e sensuale come sempre. :-)
    Baci
    Lily

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  3. Che dire? Adele sa incantare, far immedesimare, far gioire e soffrire coi suoi "figlioli" e per noi questo è il massimo. Grazie mille, Adele

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  4. Bellissimo, non vedo l'ora di leggerlo tutto.

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  5. molto bello Adele, come sempre! Complimenti!

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  6. Bellissimo, sensuale, coinvolgente...come sempre.
    Sei grande Adele.
    PATTY

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  7. Bellissima location e sempre molto sexy i personaggi maschili creati dalla nostra Adele!

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  8. lo trovo originale, sia per l'ambientazione sia per i personaggi e ovviamente la scena d'amore è molto passionale e ben descritta. Certo, il momento in cui lo perdona è un po' frettoloso: sono trascorsi due anni, il divorzio era già finito, in quei due anni non ha trovato un'altra donna da amare e ha resistito due anni per averla? cmq, al di là di questo (difetto ovvio dei racconti brevi) è intenso e ben organizzato!

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  9. Che invidia per questa Manuela! Quale donna non desidererebbe trovare l'uomo dei sogni sdraiato nudo nel proprio letto in un albergo di lusso nella splendida Toscana? ^_^
    Bel racconto, complimenti!

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  10. Sono d'accordo con Jess Maccario, il perdono è stato troppo frettoloso e anche il finale mi è sembrato un po' brusco, ma nel complesso un bel racconto.
    Sabry

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  11. Grazie dei commenti carissime e della lettura... grazie anche a Francy, che ci offre l'opportunità di farvi sognare e un bacio a tutte ma in particolare alla cara Lily, che ultimamente trascuro. Spero a settembre di farmi perdonare con un abbraccio dal vivo!

    Un caro saluto al blog e buone vacanze a tutte!

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  12. Mamma mia, veramente fantastico, ho ancora i brividi e mio marito lontano...ahimè! Brava Manuela nel cogliere l'occasione, cancellando incomprensioni inconcludenti, nel vero spirito del "carpe diem ", si spera con prosieguo e bravo Dante nell'essere deciso e propositivo, senza se e senza ma, come dovrebbe essere un uomo e non un quaquaraquà. Saluti. Filomena
    P.S. : Leggerò con piacere i libri che vorrete mandarmi.AHAHAHAH

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    Risposte
    1. Cara Filomena, grazie per i tuoi commenti sempre arguti! I libri in regalo li estrarremo fra chi ha lasciato i commenti ai racconti a fine estate...eh, sì vi vogliamo attente fino alla fine, perchè i bei racconti continuano!!!

      Francy

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  13. Ciao Francy, leggere i racconti è già di per sé un grande piacere, ma soprattutto un graditissimo regalo; un grazie di cuore a tutte le scrittrici che mettono a disposizione - e gratuitamente - il loro lavoro condito da un prodigioso talento( sfido chiunque a " tentare" di mettere sulla carta - efficacemente - i loro pensieri e trasmettere le emozioni!! E' difficilissimo!!!!) ed un grazie a Voi del blog per l'attenta e capace selezione.Un abbraccio. Filomena

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  14. Ogni volta che metto il naso in qualcosa di tuo, cara Adele,ho sempre la certezza di scoprire personaggi maschili indimenticabili e sexy, grandi passioni e storie che sanno emozionarti. Così anche in un racconto, in poche pagine, in una sola riga.Brava.

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  15. Niente di speciale: mi ha disturbato il finale troppo veloce e la mancanza di un vero chiarimento fra i due.

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  16. A me questo racconto è piaciuto molto. Adele è brava in poche righe a farti entrare nella storia e i due protagonisti mi hanno davvero intrigata.

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  17. Adele mi ha sorpreso piacevolmente con questo racconto. Di suo avevo letto fino ad ora solo romanzi storici.
    Anche in ambienti contemporanei se la cava bene, anche se, personalmente, amo più la sua antica Roma...

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  18. Adele è sempre magnifica, le sue storie fanno brillare gli occhi e scaldare il cuore
    Grazie mille...però è vero, troppo breve

    RispondiElimina
  19. Sin ora è il racconto più bollente dell'estate e riscalda anche in quest'inizio freddino di Settembre.

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  20. Il mio preferito!
    Altri mi hanno piacevolmente intrattenuta, qualcuno non l'ho amato per nulla, questo racconto ho desiderato fosse un vero romanzo ;)
    Un messaggio per Adele: si può avere anche la storia di Carla e lo sceicco? Adoro gli sceicchi!!!

    RispondiElimina
  21. Adele Vieri Castellano19/09/13, 00:53

    Grazie di cuore a tutte per i vostri affettuosi commenti. Ritrovare questi racconti mi rende nostalgica delle lunghe giornate di sole e mare... devo dire che mi sono davvero divertita a scrivere questo racconto, anche se breve.

    @Nimue: chissà che in qualche altro racconto per il nostro Blog non rispuntino Carla e il suo amato sceicco... faremo un bel prequel, promesso!

    Un bacio grande a tutte e grazie ancora!

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  22. Molto appassionante e poi alla fine anche molto sensuale. Sarebbe potuto essere un vero romanzo d'amore!
    Complimenti all'autrice!!!

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  23. Ho scoperto da pochi giorni questo sito, ho letto molti dei racconti proposti, li ho trovati davvero piacevoli , ma il tuo e' super per passione, sensualita' e ambientazione . Complimenti

    RispondiElimina
  24. Bravissima! è sempre un piacere leggere qualcosa di tuo

    RispondiElimina

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