Summer in Love 2017: " UN RITAGLIO DI MONDO" di Monica Brizzi


Un triangolo lunare, così vedo il cielo, come se fosse un ritaglio di mondo da schiacciare tra le dita. Pollice e indice, sempre più stretti, poi: click. Track. Rotto. Romperei il cielo, e tutto quello che c’è al di qua, compresa l’umanità che sta al sicuro sotto questa cappa stellata. Perché? La risposta complessa è che ho un bagaglio pesante sulle spalle che non ho imparato a gestire. La più facile, è che mi sono preso una cotta colossale – colossale – per una ragazza che non ci sta.
Mi correggo. Mi sono preso una cotta colossale per una ragazza che ci starebbe, se non fossi così stronzo da essermi fatto mezza città prima di lei. Non che lo sappia esplicitamente. Lo sa, ma non esplicitamente. Lo sa senza che gliel’abbia detto io. Perché è chiaro, chiarissimo, che non gliel’ho detto io. L’unica cosa che vorrei fare, io, è baciarla. Abbracciarla. E farmi travolgere da questa fissa che mi sono preso a inizio estate e che da un mese e mezzo mi tormenta.
Sono le due di notte e fa un caldo micidiale. Infilo le mani in tasca e mi guardo intorno: le case sembrano disegnate, un quadretto per turisti da tinteggiare con un nero opaco. Le luci sono spente e mi sorprendo quando ne trovo una accesa. Una finestra aperta, una tenda che si muove al vento, una figura seduta sulla ringhiera della terrazza.
«Bianca?»
No, non è un caso. Sì, fingo che lo sia. La verità, la triste, tristissima verità, è che passo da qui ogni sera con la speranza di vederla. Quando si accorge di me, quando mi riconosce, i suoi occhi diventano più grandi del normale. «Gioele?» domanda. Il mio nome, tra le sue labbra, ha un fascino esplosivo.
«Che fai qui, seduta lì?» chiedo indicandola.
«E tu che fai qui, camminando così?» chiede sorridendo.
«Ho staccato dal lavoro adesso. Tu?»
«Non riuscivo a dormire. Non ci riesco mai», risponde seria.
«Perché?»
Scrolla la testa fingendo che non sia importante, poi guarda il cielo. Io la imito, anche se faccio una gran fatica a staccare gli occhi dal suo viso. Diciamocelo: del cielo, non me ne frega niente. Quella strana commistione di luci e ombre che si mangiano il sole, non mi tange affatto.  
«Piuttosto difficile vederlo così, no?» chiede. «Limpido, senza nuvole. La luna è enorme», continua.
Annuisco, gli occhi su di lei. «Sei mai stata in cima alla collina?»
«Una volta», risponde.
«Davvero, solo una?»
Annuisce.
«Seguimi», dico. Appena lo faccio il mio stomaco si attiva, tipo un tamburo.
Si mordicchia un labbro. «Non credo sia una buona idea.»
Dai, dai, dai. Bianca. Ti prego, placami. Placa questo bisogno insaziabile, placa me.
«Devi vedere quel posto», la incito.  
Prende un respiro profondo, posso vedere gli ingranaggi del suo cervello che si mettono in moto per trovare una scusa e non farlo, o un motivo per non cedere, però qualcosa la convince che la scelta giusta è dirmi di sì. Scende sul terrazzo, chiude la porta finestra e si allunga sul tavolo per prendere una penna, un pacco di post-it e il cellulare. Si arrampica di nuovo sulla ringhiera e fa un salto per scendere. Non faccio in tempo a offrirmi di aiutarla, il che, probabilmente, dipende dal fatto che sto cercando di mascherare che sono bloccato. Fisso. A guardarla.
«Andiamo?» chiede. Si passa il dorso della mano sotto il naso e mi incanta.
Annuisco, pensando a come provarci. Perché è ovvio che ci proverò. Sto pensando solo a questo. E al fatto che quel quadretto per turisti potrei quasi lasciarlo così com’è, se c’è lei con me. Mentre cammino, mentre prendo la salita, mentre guardo il modo in cui si muove, penso a quel dannato quadretto, a quanto sarebbe più funzionale se dentro ci fossimo io e lei, per mano. Lei che mi osserva, io che la venero, lei che mi bacia, io che la respiro.
«Davvero sei stata su una volta sola?» chiedo.
Si gira, gli occhi enormi che guardano me, solo me, come non era mai successo prima. Il mio intero sistema va in malora.
«Sì, davvero. Ho fatto un giro qualche tempo fa, per caso», risponde. «Tu sei un esperto, vero? Quante ne hai portate lassù?»
«Cosa? No, no! Perché?» Sto impastando. Ho la lingua che fatica a muoversi, si arrotola sul palato. Credo che lo faccia cercando un modo per togliere il disappunto dal suo viso. Rimango a guardarla e penso che vorrei baciarla. Che avrei voglia di portarla fuori a cena, che l’oscurità mi appare quasi indifferente.
«Scusa», reagisce lei, insicura. «Non ho il diritto di dire certe cose.» Stringe gli occhi e si abbraccia.
«No, è che… merda», replico. Sto per iniziare a dire tante parolacce, troppe. Sempre che riesca a metterle in fila e a costruire una proposizione logica.
Muove la mano davanti al viso e scrolla la testa. «Fa’ finta che non abbia detto niente, ok? Non so perché te l’ho buttata lì, così. Non è una cosa normale. Insomma, no.»
Rimango in silenzio e la fisso. Lei sorride, poi indica la salita e riprende a camminare. Sto pensando a un modo per rompere questa assordante assenza di rumori ma non ne trovo, e quelli che scopro mi sembrano stupidi. La verità, l’ingombrante verità, è che mi piace stare con lei anche così, mentre camminiamo. Mi piace starle vicino senza parlare. Mi piace il modo in cui si avvicina, la dolcezza con cui la sua mano sfiora la mia. Solo che questo, questo dolce contatto, manda in cortocircuito il mio apparato perché il desiderio di provarci torna e fa scomparire il resto, specialmente la cupola terrestre sotto la quale viviamo.
Bianca mi dà una gomitata con la stessa tenerezza con cui fa tutto, poi mi guarda. «Per favore, di’ qualcosa», mi sollecita socchiudendo gli occhi. «Dovevo stare zitta», mormora.
«No», rispondo turbato.  
«Allora parla», mi incita. «O fai qualunque cosa avresti fatto se non avessi tirato fuori il coniglio dal cappello.»
Mi fa ridere, e lo fa con il semplice movimento delle sue meravigliose labbra.
«Vuoi davvero che faccia quello che avrei fatto senza il coniglio?»
«Sì», risponde decisa.
«Sicura?»
«Sì», conferma, muovendo anche la testa.
«Sicura sicura?»
Si mette a ridere e mi dà la stessa risposta.
Ho voglia di baciarla da sempre. Non solo dal primo incontro alla gelateria, ma da tutto quello che è venuto dopo.
«Hai visto lì?»
«Cosa?» chiede.  
«Lì», ripeto, indicandole una parete dove ci sono delle buffe piante rampicanti e alcuni cocci appesi a dei chiodi. Si volta in quella direzione e si avvicina. Guarda il muro, poi si gira e ci si appoggia di schiena. Le sue spalle si rilassano contro le foglie. «È morbida.»
In un secondo sono da lei, davanti a lei, e metto le mani ai lati della sua testa, sperando che rimanga lì.  
«Che vuoi fare?»
Sorrido. «Secondo te?»
«Non dovresti», dice, ma la gioia campeggia su quel viso delizioso. Sta cedendo.
«Perché no?» chiedo mentre mi faccio più vicino. Ha un odore incredibile. Non so se è una crema, un liquore, la sua pelle, ma è difficile non annusarle il collo. Così parto da lì, dal collo, e quel bisogno terrificante che mi assale quando la vedo torna prepotente, da me e anche da lei, visto che chiude gli occhi e si ritrae.
«Ehi», la chiamo.
«Ehi», risponde debolmente.  
Ho gli occhi puntati sui suoi. Di solito sono io a muovere la danza che precede un bacio, sono io a incastrare con lo sguardo la ragazza di turno. Questa volta, però, sono in difficoltà. Serie. Quei cavolo di occhi. Mai visti così grandi. Mai visti così belli. Hanno inglobato la via lattea al completo.
Mi bagno le labbra e mi faccio avanti. È un bacio, Gioele, dai. Quanti ne hai dati? Mi domando, la bocca vicina alla sua.
«Gioele? Addirittura su un muro?»
Appena sento la voce di Mirco, mi ritraggo e mi volto. Scuoto la testa e mi acciglio, ben sapendo che Bianca non ne sarà contenta. Nessuna ragazza lo sarebbe.
Muovo la mano per salutare lui e Saverio, che sorridono e sembrano intenzionati a metter su un tavolino e a giocare a briscola. Non mi interessa sapere perché sono in giro a quest’ora.
«Guarda che sta scappando», dice Mirco qualche istante dopo. 
Mi giro e Bianca non c’è. La vedo scomparire dietro un muro e l’istinto mi urla di seguirla, una strana rottura da qualche parte nel torace, la notte che mi si avvolge intorno come se fosse una coperta.
«Grazie eh, stronzo!» lo insulto mentre le vado dietro.
«Tanto ne trovi un’altra!» urla di rimando.  
Giro l’angolo del palazzo dove l’ho vista scomparire; non c’è. «Bianca», la chiamo con delicatezza.  Non voglio svegliare tutti, anche se, per come mi sento, andrebbe bene. Che vada tutto in malora. Il pianeta. Il cielo. Le stelle.
Percorro la stradina e mi fermo solo quando arrivo a un bivio. Da una parte si sale, dall’altra si scende. Mi perdo un attimo per decidere quale via seguire e vedo un gruppo di post-it attaccati alla parete con una freccia disegnata sopra e la sua firma sotto. Poco dopo, ce ne sono altri due con su scritto rallenta. Non se ne parla proprio, muoio dalla voglia di trovarla. Sorrido, mi rimetto a correre ma sono costretto a fermarmi poco dopo. C’è un nuovo bigliettino, questa volta non ci sono disegni, solo un punto interrogativo. Vado avanti e ne trovo un altro.
Collezioni ragazze?
Due passi e ce n’è uno nuovo. Ma non me. Io sono diversa, giusto?
Percorro altri due metri e ne vedo tre. È questo che dirai, no?
Una nuova freccia mi fa capire che devo salire. Perché con me è diverso.
Dite sempre così.
Non so cosa sto provando. La verità è che vorrei tutto, da lei. Quando ho pensato a Bianca la prima volta, ho formulato gli stessi pensieri che formulo sempre con una ragazza, cioè: voglio dormire con lei. Quella è la verità. Solo che sotto, in un mondo parallelo in cui tutto è uguale ma meno limpido, più melmoso, c’è un’altra verità, quella che potremmo chiamare la sotto verità. E quella, quella la pensa in modo diverso. La sotto verità è che non voglio solo portarla a letto. La sotto verità è che voglio costruirci un intero mondo.
Faccio fatica a concentrarmi, il dite sempre così mi ha irritato. Quanti ci hanno provato? Soffio aria da un lato della bocca e procedo.
Sappiamo entrambi che è una scusa per portarmi a letto. Ecco. E io ho avuto solo due ragazzi, continua il successivo. È senza dubbio il mio preferito. Solo due ragazzi significa che tutti gli stronzi che ci hanno provato sono rimasti a bocca asciutta, perché sono sicuro che ci abbiano provato in tanti, e considerato il numero che mi dà, devo dedurne che non c’è stata. È decisamente il mio preferito.
Attaccati a un cartello di divieto, ce ne sono due che mi fanno scappare una sonora risata. (Credo sia necessario toglierli tutti, quando torniamo indietro). Ha messo pure le parentesi.

Ops. Ho detto torniamo. Esatto, penso.
Non significa che farai centro. O magari sì.
Altra freccia, continuo a muovermi mentre sorrido e spero di trovarne un altro. Questo giochino mi sta facendo impazzire.
Non lo farai. Ahia, ha cambiato tono.
Per favore, non lo fare. Questo, questo mi annienta.
Vado avanti e mi guardo intorno. Sento il cielo che mi preme sulla testa, quasi volesse farmela pagare per aver pensato di poterlo condensare in un triangolo e demolirlo tra i polpastrelli. Non ci sono post-it, attaccati in giro, ma c’è il blocchetto a terra e la penna appoggiata sopra. Per un istante che dura all’infinito, mi sento perso. Raccolgo il blocco e mi rimetto in moto, notando qualcosa in fondo alla strada. Lì, in quello scorcio di mondo, in quel quadrato di notte, nell’apertura di due palazzi, nello sbocco di una piazza, c’è lei. I capelli mossi dal vento, il viso inclinato sul panorama. Arrivo in fondo alla strada e corro. Sento la presenza dell’universo e, vicino a me, il rumore del mare, le luci, lo spettacolo del creato. Ma: non me ne frega niente. L’unica cosa che voglio è dirle che impazzirò, senza di lei.
Non so perché non mi guarda, forse non si fida, forse la vista dello spazio le appare più interessante di me. Mi piacerebbe sputare sopra a questa possibilità ma non voglio che mi veda, così mando giù il groppo, prendo una penna, scrivo e mi attacco il post-it sulla fronte.
«Non te lo dirò», dico, facendo riferimento alle parole che ha scritto poco fa, poi indico il mio viso. Lei si gira, mi guarda, sembra triste, stringe gli occhi. Io stringo tutto il resto, compreso il petto. In un modo difficile da capire, in un modo strano da spiegare, stringo tutto l’universo che ci avvolge. Le case, le persone, i rumori, il mare, i lampioni. Stringo tutto e lo centrifugo, lo elimino dallo spazio che mi sta intorno e lo sfanculo. Sì, lo sfanculo. Perché adesso ho bisogno, davvero bisogno, che creda a ciò che c’è scritto sulla mia fronte.  
«Ma è così?» domanda, ripetendo le parole che ho vergato sulla carta.
«Non vuoi che te lo dica, che sei diversa, e ormai ti sei fatta questa idea di me perché il paese non parla d’altro, con te. Solo che non ti ha detto che non succede da un sacco di tempo, e che quando lo facevo, lo facevo perché non sapevo che… si potesse fare altro.» Mi stringo nelle spalle. «Usavo il sesso, Bianca, per venire fuori dai miei casini. Ne avevo una valanga, di casini, e ne ho una valanga anche adesso. Solo che adesso gestisco i problemi in altro modo.»
I suoi occhi grandi diventano tristi, preoccupati.
«Niente di che, solo, famiglia, soldi, droga, sai, quella roba lì.»
Chiude la bocca e deglutisce.  
«Oh, no, no, non io e la droga, non sono io a drogarmi», dico velocemente, le mani che si muovono rapide davanti al viso. «Che casino, non so parlare quando sono con te, non so nemmeno pensare.»  Mi infilo le dita tra i capelli e le spingo sulla cute.
Bianca si mette a ridere in modo dolce, quella dolcezza che la rende lei, che me la fa desiderare senza pace, quella dolcezza che mi riduce in questo stato.
«È così?» chiede.
Capisco subito a cosa si riferisce. «È così», rispondo. «È così da quando sei venuta in gelateria le prime volte. E se tu volessi darmi una possibilità…»
Non finisco di parlare. Si avvicina e le mie vene compiono un moto ondulatorio all’interno del corpo. Prende il blocco di post-it e la penna, scrive qualcosa e si attacca il foglio sulla fronte.
.
«Sì?»
Ci pensa, si gira, chiude gli occhi. Soffia aria, si tocca la pancia, cerca di convincersi di qualcosa. Poi la luce squarcia l’ombra, buca l’oscurità e la riempie di un bagliore cosmico. «Voglio darti una possibilità», dice, il labbro inferiore mangiato dall’imbarazzo.
Il cuore diventa un tutt’uno con il dannato spazio circostante. Mi faccio coraggio e mi avvicino a lei per la seconda volta, deciso a farle capire cosa sento. Vorrei mangiare le stelle, farle scrocchiare sotto i denti mentre le rendo polvere cristallina che scivola su di noi in una danza sopraffina, ma baciare lei vale di più. È più impellente. È l’impellenza dell’intero sistema che mi governa.
Il naso sul suo, la bocca sulla sua. Premo le labbra su di lei e il buio sconfinato del tutto si illumina di noi, del chiarore che sprigioniamo, dell’amore che carichiamo e diffondiamo. Pura luce, pura vita. Un pianeta nuovo che nasce e cresce sul vecchio. Noi, che cambiamo l’intero universo con un semplice bacio, con la promessa di diventare un’unica cosa, un’unica materia, un unico essere.
Click. Track. Rotto. E poi ricostruito. Io e lei.

Fine

CHI E' L'AUTRICE

Monica Brizzi scrive da quando è poco più che una ragazzina. Ama leggere un po’ di tutto, dai grandi classici alla fantascienza. Quando scrive, però, finisce sempre per raccontare storie d’amore. È autrice di Ogni singola cosa, Innamorarsi ai tempi della crisi e Il mio supereroe, edito da Delos Digital. Gestisce un blog in cui parla di tutto e niente, anche se i temi conduttori sono i libri e la scrittura. 

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13 commenti:

  1. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  2. Mi spiace, perché è davvero ben scritto, ma no. Troppo sdolcinato per i miei gusti, troppo facile e scontato. Non sono riuscita a scorgere l'anima dei protagonisti, anche se comprendo sia difficile da comunicare on un racconto breve.

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  3. Vorrei azzardare un aggettivo anomalo per definire questo racconto: sferico. Sferico come l’insieme di emozioni che ho provato, la protezione di un sentimento buono, puro.
    Sferico, come il piccolo mondo dei protagonisti, nato a poco a poco, proseguendo con una lettura coinvolgente. Più di un mondo, un universo, un Big Bang di sentimenti, la creazione di una storia d'amore con un finale dolce e sperato.
    I miei complimenti a Monica Brizzi.

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  4. L'autrice come sempre non delude mai, in poche righe ci ha trasfuso in mare di emozioni e sentimenti che solo lei può condensare così. Lascia solo una nota amara... Vorremmo continuare a leggere ancora, peccato che sia solo un racconto e finisca..

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  5. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  6. Una storia deliziosa, che fa sognare e che trasporta il lettore tra le note dell'amore con delicatezza e leggerezza. Lo stile dell'autrice riesce sempre a rendere i sententi semplicemente reali!

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  7. Leggero e piacevole: fa sognare per i sentimenti che l'autrice , seppure in un racconto, riesce a far emergere!

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  8. Non ho proprio capito...
    Scritto discretamente, ma senza senso

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  9. Bello! Monica non delude mai.

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  10. Dolcissimo, un vero ritaglio di mondo di cui si sente la mancanza a fine racconto.

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  11. Una fiaba. Un racconto dolce e sincero, semplice e breve ma che arriva a toccare le corde giuste per significare la profondità del sentimento. Brava all'autrice.

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  12. Bellissimo, e molto romantico e soprattutto mi sembra che abbia rispettato"il tempo giusto". Questi racconti sono giustamente brevi e a volta la storia sembra che corri troppo velocemente. Questo racconto invece mi è sembrato con il tempo perfetto. Silvia.

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  13. Mi è piaciuto molto questo racconto. Non è facile rendere originale un momento tra i più descritti della letteratura d'amore, ma secondo me l'autrice ci riesce, e lo fa con uno stile molto personale.

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