Christmas in Love 2013: COSI' LONTANI COSI' VICINI di Jessica Maccario




«Siamo davvero tornate qui? Dimmi che non è uno scherzo: questo è il paradiso! Yuppiii!»
«Leti, aspettami!»
Mary arranca sul sentiero ghiaioso che conduce al promontorio di Capo Sounion e si guarda attorno soddisfatta: la sua amica ha perfettamente ragione, quel posto è un paradiso in miniatura. Si sofferma ad ammirare il tempio di Poseidone, o almeno quello che rimane delle colonne doriche costruite sotto Pericle, e vorrebbe condividere le poche informazioni che ha su quel tempio con la sua amica, ma Letizia sta già correndo lungo un sentiero che conduce al litorale sabbioso a pochi passi dal mare. La sente urlare di gioia mentre sfiora l’acqua con i piedi e si gode la bellezza del mare, ma prima di raggiungerla decide di scattare qualche fotografia al tempio e al panorama mozzafiato che si vede da quel promontorio.
«Quante foto hai già scattato in dieci minuti?» la prende in giro l’amica quando finalmente Mary si decide a scendere.
«Uhm, soltanto venti. Non posso farci niente, è un ricordo troppo
bello da portarsi a casa!» si giustifica riponendo la macchina digitale nella borsa e togliendosi con soddisfazione la maglietta. Sotto aveva indossato un costume rosa, ma non era sicura che a dicembre facesse ancora abbastanza caldo da permettersi di restare in costume. Rabbrividisce leggermente.
«Fa un po’ freschetto, non trovi? La volta scorsa c’erano più di 25°!» si lamenta Letizia riferendosi alla gita che avevano fatto dodici anni prima a novembre, in gita scolastica. Si erano ripromesse di tornarvi e così hanno fatto, anche se adesso hanno entrambe superato i trent’anni.
Letizia le porge un asciugamano e lei se lo arrotola attorno alla vita, lasciando soltanto le spalle scoperte. «In effetti ho messo il costume perché ricordavo che a fine novembre faceva caldissimo, ma adesso che mancano pochi giorni a Natale la temperatura si è abbassata. Certo, non quanto a casa nostra... ci pensi? Ieri stavamo partendo da Aosta e c’era la neve!»
Letizia fa un sospiro amareggiato. «Non ricordarmelo, io adoro la neve! Che razza di Natale sarà senza neve?»
«Vuoi dire che rinunceresti a tutto questo ben di dio e saresti disposta a tornare a casa anche se là la temperatura è sotto lo zero?» chiede Mary con un sorrisetto furbo.
L’amica si stringe l’asciugamano al petto con più forza. «Okay, mi hai convinto: godiamoci questo bellissimo clima, avremo tutto il tempo per sguazzare nella neve! Però... dimmi la verità, un piccolo regalino me l’hai portato, vero? Ti concedo un Natale senza neve, ma i regali sono d’obbligo!»
Mary ridacchia, pensando al bellissimo vestito che ha comprato per l’amica appena qualche giorno prima. L’ha riposto con cura nella valigia per nasconderlo alla sua vista, ma è sicurissima che Letizia lo adorerà.
«Ehi, ehi, chi vedo laggiù? Ed io che pensavo fossimo gli unici turisti! Ed invece un bel ragazzo ha appena deciso di sfidare i tornanti e di allontanarsi dalla vita di città per recarsi nel nostro posto segreto... Ti avviso: l’ho visto prima io!»
Mary alza gli occhi al cielo vedendo il viso dell’amica illuminarsi. Per un attimo le sembra di essere tornata adolescente, quando appena vedeva un ragazzo carino faceva a gara con l’amica per decidere a chi sarebbe toccato il primo passo... peccato che poi il ragazzo in questione fosse sempre troppo grande. Si volta incuriosita e vede un bell’uomo dirigersi con passo deciso verso la spiaggia. Altro che bel ragazzo! Avrà almeno dieci anni più di loro. Però, la sua camminata e il modo in cui saluta tutti lo rendono un uomo molto sicuro di sé. Anche piuttosto affascinante. Peccato che il suo cuore continui a battere normalmente, senza nessun tentennamento. Soltanto i ricordi riescono ancora a riaccenderlo...

«Mark, sai meglio di me che una settimana sugli sci ti farà bene. Ho già caricato quasi tutto»
Come risposta al fratello, Mark grugnisce. Non che non abbia voglia di sciare, è solo che spaccare la legna lo aiuta a scaricare la tensione e a non pensare troppo, mentre sciare... sa già che gli riporterà alla mente troppi ricordi. Posiziona un altro ceppo e continua imperterrito a tagliare, finché il fratello non si decide a togliergli l’ascia dalle mani.
«Forza, hai bisogno di questa vacanza»
Lo guarda dritto negli occhi, come se parlasse ad un bambino capriccioso. Mark getta il ceppo mezzo tagliato per terra, anche se così affonda subito nella neve. Non gliene frega niente, lo recupererà quando tornerà. Sbatte con forza la porta per aprirla e si dirige verso la camera che usava da bambino per dormire. Gli sembra un po’ stupido esserci tornato, ma non gli andava l’idea di stare da solo in un appartamento vuoto e pieno di ricordi.
«Mark...» comincia il fratello, osservandolo a braccia conserte dall’uscio.
Lui si gira di scatto, con un lampo pericoloso negli occhi. «Verrò con te a sciare, Jere, ma non ho bisogno di una badante che si assicuri 24 ore su 24 che io stia bene. Vai al diavolo!»
Jérémie alza gli occhi al cielo e lo lascia solo, ma Mark sa di non avere molto tempo perché lo sente accendere il motore dell’auto per riscaldarla. Sa che suo fratello si preoccupa per lui e sa anche di essere stato piuttosto insopportabile in quegli ultimi tempi. Decisamente intrattabile, scorbutico e... sì, qualche volta anche polemico. Non è da lui essere così, ha sempre avuto un carattere aperto e socievole, ma quegli ultimi due anni... Rabbrividisce a pensarci. No, non può farsi ancora del male. Deve smettere di pensarci, relegare quei ricordi nel punto più lontano possibile della sua mente e del suo cuore.
Indossa un maglione pesante pulito e una giacca blu scuro, poi esce dalla casa del fratello con gli scarponi adatti alla neve. Lancia un’ultima occhiata alla vecchia casa di famiglia e quasi non la riconosce più: era così diversa quando c’erano ancora i suoi genitori ad accudirla! Forse per quel motivo non riesce più a considerarla casa sua. Casa sua è diventato l’appartamento che divideva con sua moglie fino a qualche mese prima, che avevano riempito insieme e che ancora adesso possiede tutte le cose che usavano. Non se l’è sentita di portare via niente, a parte un paio di jeans e dei maglioni. Si è persino comprato dentifricio e spazzolino nuovi pur di non ritornarci!
Jérémie gli fa segno di salire e lo accoglie con un ampio sorriso. «Ho prenotato una settimana all’Albergo dei Camosci, a due passi da Courmayeur. Vedrai, ti piacerà. Ho visto le foto delle stanze e, accidenti, sono stupende!»
Mark annuisce, ma la verità è che non gli interessa dove andranno né cosa faranno. È da tempo che ha perso quella voglia di vivere che spinge la gente ad organizzare le giornate, a pianificare tutto... potrebbe anche ritrovarsi in cima all’Himalaya e non se accorgerebbe comunque. Fa un sospiro cercando di concentrarsi sulla strada, ma persino il buonumore di suo fratello lo irrita. Dannazione. Più Jérémie si preoccupa per lui più Mark si sente sconfitto. È lui il fratello maggiore, sì o no? Da un po’ di tempo, ormai, gli sembra di essere soltanto l’ombra di se stesso. E non può farci nulla, se non imporsi di non ricordare...

«Accidenti, il sole scaldava soltanto perché era l’ora di pranzo! Sono appena le quattro e già sto congelando!». Letizia si tuffa sull’asciugamano cercando di coprirsi più che può e Mary la segue a ruota, maledicendosi per aver portato soltanto un minuscolo asciugamano per asciugarsi.
«Beh, però devi ammettere che qui l’acqua è meravigliosa. Guarda com’è trasparente!» la rincuora Mary, anche se sta battendo i denti dal freddo. Forse non è stata una buona idea aspettare le tre del pomeriggio per fare il bagno in mare, almeno al mattino il vento non si era ancora alzato e il sole faceva ancora capolino da dietro le montagne. Quasi rimpiange di non essere tornata lì a novembre, quando il clima era più favorevole e l’acqua meno ghiacciata... però, la verità è che aveva bisogno di quella vacanza. È trascorso soltanto un giorno dal loro arrivo e già si sente rinfrancata, come rinata. Da quanto tempo non si sentiva così tranquilla? Non che con suo marito non fosse stata felice, in passato, solo che avevano dovuto affrontare così tanti problemi che il pensiero di svegliarsi alla mattina e di ricominciare una giornata era diventato sempre più opprimente.
«Alexis abita vicino Atene, ha promesso di portarci a Tolo domani»
Letizia parla con noncuranza, ma sembra molto impegnata a sfuggire il suo sguardo rotolandosi una ciocca di capelli ricci sul dito. Mary quasi si strozza con l’aranciata che ha cominciato a sorseggiare e cerca il suo sguardo, la fissa negli occhi scuri che l’amica ha ereditato dai genitori.
«Gli hai detto dove vogliamo andare? Leti, ci hai parlato soltanto una volta stamattina e già gli hai chiesto di farci da guida?»
«No!», protesta subito l’amica arrossendo, «è che non possiamo permetterci di noleggiare una macchina e lui ha detto che è disposto ad accompagnarci con la sua. Dai, con il pullman ci metteremmo almeno due ore! Ci vuoi ritornare o no?»
«Okay, okay, come preferisci» si arrende Mary volgendo lo sguardo verso il mare. Le piace tantissimo quel posto, ma ha voglia di rivedere anche la splendida città balneare che avevano visitato in gita. Tanto rilassante l’una quanto animata l’altra, entrambe avevano lasciato un’impronta indelebile nel suo cuore. Tante volte aveva pensato di ritornarci con lui, con il suo grande amore... scaccia a forza quel pensiero dalla testa e si alza.
«Vuoi già ritornare in albergo? Il pullman dovrebbe passare tra un’ora» le ricorda Letizia.
«No, volevo soltanto andarmi a godere questa brezza marina dal molo... vieni?»
Letizia annuisce e la segue lungo il piccolo molo che si snoda sul mare. Mary lo percorre fino in fondo, dove gradualmente comincia a calare e a inabissarsi nell’acqua, ma è costretta a sedersi a gambe incrociate perché non può lasciarle a penzoloni senza bagnarsele. Poi, immerge le dita nell’acqua fredda e si sente liberare da un piccolo peso. Una piccola parte, ma è meglio di niente.
«Stai ancora pensando a Mark?»
Trasale alle parole dell’amica, ma sa bene che non può nasconderle nulla: è l’unica che conosce la loro storia, che sa quante sofferenze hanno passato. Eppure, sentire quel nome le dà una pugnalata allo stomaco. È venuta lì per dimenticarlo definitivamente, non per pensarci. Allora perché ha così tanta voglia di parlare di lui?
«Come faccio a non pensarci? Siamo stati insieme per quasi quindici anni! Ricordi quando l’ho conosciuto? C’eri anche tu, lui era accanto agli autoscontri e sorseggiava una granita, mi ha squadrato con quegli occhi verdi così sexy ed io mi sono sentita sciogliere... Oddio, parlo come una ragazzina!»
Letizia scoppia a ridere, poi però fa un sospiro nostalgico. «Il tuo Mark me lo ricordo poco quella sera perché ero totalmente persa a contemplare suo fratello... Ti pare che io inciampo in mezzo alla pista proprio mentre lui sta arrivando come un pazzo con la sua vettura?! Fortuna che ha deviato all’ultimo per evitarmi, ma quel suo ghigno stampato in mezzo alla faccia mi perseguita ancora adesso»
Mary ridacchia, si sente riportare indietro nel tempo a quando entrambe avevano quindici anni. Inutile dire che si erano innamorate follemente dei due ragazzi, ma soltanto lei aveva trovato il coraggio di rivelare i propri sentimenti a Mark; la sua amica, invece, allora era molto timida e soltanto al pensiero di incontrare il fratello cominciava a tremare vistosamente.
«Ho sempre pensato che sarebbe stato splendido se tu e Jérémie...»
«Io e Jérémie cosa?», la interrompe subito Letizia. «No, non avrebbe mai funzionato! Lui era fidanzato e a malapena mi notò quella sera, poi, quando tu e Mark cinque anni dopo vi sposaste, cominciò a trattarmi come un’amica: gli piaceva prendersi gioco di me, farmi ridere, nulla di più. Per fortuna poi ho incontrato Simon, anche se è tornato in Inghilterra...»
«Non ti sei mai rassegnata del tutto con Jérémie, vero? Voglio dire... ti emozioni ancora quando ne parli» constata Mary con affetto, prendendo la sua amica per mano. Letizia si volta a guardarla stupita: è la prima volta che l’amica si arrischia a cercare un contatto fisico con lei, sa quanto in passato questo gesto la infastidiva. Ora, però, le sembra stranamente tranquillizzante.
«Che dire? Non riesco a togliermi dalla mente il fisico mozzafiato di quel ragazzo che ebbe la faccia tosta di ridere quando stavo per ammazzarmi per colpa sua. È che lui... sai com’è, ha sempre la battuta pronta, è autoironico, si capisce cosa pensa anche soltanto guardandolo in faccia. Non ho mai visto nessuno così espressivo quanto lui!»
«Non è che sei ancora innamorata di lui, Leti?» la stuzzica Mary, ma l’amica scuote la testa con vigore e si rotola sul molo finché si ritrova a fissare il cielo con sguardo nostalgico. Mary si fa improvvisamente seria. Non pensava che l’amica fosse ancora interessata a lui! E lei, allora? Perché continua a farsi del male ripensando al passato? Forse perché una piccola parte di lei è convinta che qualcosa si possa ancora recuperare... in fondo, non è possibile dimenticare tutti quegli anni di matrimonio in un istante. È questo che sperava di ottenere? Pensava che bastasse prendersi una vacanza per lasciarsi il passato alle spalle?
Letizia si accorge del suo turbamento e le sorride con affetto. «Mary, goditi questa vacanza, cerca di non ricordare i brutti momenti. Non puoi continuare a rimproverarti e a sentirti in colpa per il passato...»
«Lo so» sussurra Mary contemplando l’acqua calma del mare. Ma il dolore, a volte, sceglie di non lasciare spazio ad altri sentimenti, si annida nel cuore e continua a riportare a galla episodi che sembravano rimossi. Come quella volta che Mark le aveva detto, con profondo amore, di volere un figlio. Un figlio da lei, un bambino che testimoniasse il loro amore, una piccola creatura da crescere insieme. Se solo lei non fosse stata tanto stupida! Se solo avesse saputo che non avrebbero avuto altri momenti così perfetti, che quello era davvero il periodo giusto per fare un figlio. Eppure a ventitré anni le sembrava di essere ancora troppo giovane, di non essere pronta per avere un figlio... Quanto continua a desiderarne uno adesso, magari una bella bambina con i capelli color cenere del padre! Quando ormai è troppo tardi...

«Dio, che stanza favolosa! Ho fatto bene a prenderne due matrimoniali, eh? Con tutte quelle belle giovincelle che ci sono qui sotto, se avessi preso una stanza in comune con te non me lo sarei mai perdonato!».
Mark lancia un’occhiata veloce al fratello: è di buonumore, come al solito. Quando mai l’ha visto corrucciato in vita sua? A onor del vero, dopo la morte dei genitori Jérémie ha impiegato diversi mesi per riprendersi. Suo fratello non è capace di nascondere i suoi sentimenti, è trasparente come l’aria, al contrario di lui che ha avuto molte occasioni nella vita per provare le sue maschere facciali. In quel momento, per esempio, la maschera che indossa ha indurito l’espressione del suo viso, l’ha reso una persona fredda e determinata, quando invece basterebbe scavare appena in profondità per far emergere il senso di insicurezza e depressione che lo avvolge ormai da mesi. Suo fratello, però, è una di quelle persone che non riesce mai a fregare, lui che lo osserva attentamente e capisce all’istante ogni suo cambiamento di umore.
«Muoviti a disfare la valigia! La neve e le belle ragazze ci attendono!» urla Jérémie dalla stanza a fianco, come se sapesse che lui è lì in piedi, perso nei suoi pensieri. Non si è nemmeno accorto che il fratello aveva lasciato la sua stanza. Scuote la testa perplesso, chiedendosi che bisogno ci sia di disfare una valigia quando può benissimo tirare fuori i vestiti all’occorrenza, e dà un’occhiata al bagno adiacente alla stanza. Non che abbia bisogno di un bagno lussuoso, ma non gli è mai piaciuto stare in un posto sporco. Dalla sua breve analisi deduce che è tutto pulito. Prende la giacca pesante e gli scarponi da sci e lascia la stanza senza toccare nulla.
«Bella questa atmosfera un po’ casalinga, non trovi? Anche se è piccolo è molto confortevole»
«Sì, hai fatto una buona scelta» annuisce Mark e il fratello quasi si stupisce che non gli trovi dei difetti. “Chissà perché poi”, riflette Mark. La camera è molto calda e intima, il salotto ha delle poltroncine bianche che sembrano molto comode e le travi in legno danno quel tocco di tradizione che gli è sempre piaciuto... ma forse l’occhiata stupita del fratello si riferisce al suo comportamento degli ultimi anni. Ora che ci pensa, è da tanto tempo che non trascorrono qualche giorno insieme e, soprattutto, che trova qualcosa di positivo: ultimamente l’unica soddisfazione che riusciva ancora a provare riguardava il suo lavoro di Guardia Forestale, passione che ha sviluppato fin da piccolo.
«Per nostra fortuna ha un bel ristorante interno, che stasera sarà popolato da queste belle donne... hai proprio bisogno di divertirti, quella storia della bambina ti ha distrutto.»
Mark si irrigidisce, anche se continua a camminare al fianco del fratello come se niente fosse. Dio, come può rimuovere dai pensieri quella dolce creatura? Nella sua immaginazione era stupenda, con degli occhi verdissimi e un visino imbronciato che avrebbe amato fin dal primo istante; una bambina che non aveva mai visto veramente, che era rimasta su quello schermo, così piccola e fragile. Aveva solo quei ricordi di lei: delle immagini sfocate e delle foto che gli ricordavano che esisteva veramente, che se solo fosse venuta alla luce avrebbe potuto amarla tanto quanto amava Mary.
«Io direi di cominciare dalla pista media, anche se voglio tentare il tutto per tutto!» esclama suo fratello porgendogli gli sci e l’abbonamento che ha comprato chissà quando. Non se ne stupisce, Jérémie non è tipo da farsi una lunga coda quando può cominciare subito a sciare.
Mark fa un sospiro godendosi quell’aria frizzante sul viso. Fa freddo, anche se è quasi mezzogiorno, ma il sole gli riscalda appena la pelle, dandogli una sensazione di calore che non sentiva più da tempo. Impiegano una decina di minuti per arrivare in città, animata perlopiù da bambini intenti a giocare con le palline di neve. Da lì parte la funivia per Plan Chécrouit, circondata da almeno una ventina di persone.
«Ed io che credevo che la gente sarebbe arrivata alle otto del mattino!» commenta Jérémie, ma in realtà il sorriso sul suo volto è orgoglioso, quasi le piste appartenessero a lui.
«È domenica, chissà quanta gente ci sarà già lassù» gli ricorda Mark ed alza il viso verso la vetta del Monte Bianco, dove la neve è scossa dal vento e rischiarata dal sole, alla meritevole altezza di oltre 4800 metri.
Non impiegano molto a salire e poco dopo si dirigono verso la seggiovia a sei posti per Pra Neyron, godendosi quello spettacolo invernale. È da quando erano entrambi molto piccoli che vanno lì a sciare, ma è la prima volta che trascorrono un’intera settimana in un albergo della zona. Durante la loro adolescenza erano soliti andare durante il finesettimana e qualche volta erano ospiti di un amico i cui genitori affittavano uno chalet per l’inverno, ma per almeno sei anni Mark ci era andato con Mary la domenica pomeriggio.
Conoscono bene quelle piste e dopo appena due ore Jérémie è pronto a raggiungere i fuoripista, seguito da un Mark sempre più riluttante. Per quanto adori sciare, ogni angolo di quelle piste gli ricorda Mary. Quante volte l’aveva aiutata a scendere dalla seggiovia, ridendo della sua goffaggine e dicendole di aggrapparsi a lui? Quante volte l’aveva accompagnata fino al Col Checrouit e da lì si erano goduti il paesaggio, stretti in un abbraccio caloroso per contrastare il vento fresco? Quante volte l’aveva costretto a fermarsi per sdraiarsi al sole, dicendo che era troppo stanca per sciare ancora? Sente una stretta al petto a quei ricordi. Sono almeno due anni che non sciano più insieme, che non condividono quei momenti di serenità. E ora, ancora gli viene la tentazione di girarsi, per cercarla tra la gente dietro di sé, prendendola in giro per essere così lenta... e ancora gli sembra di vederla passare al suo fianco, superarlo in un attimo di distrazione, per poi ritrovarsi ad inseguirla per dimostrarle che quella gara può vincerla soltanto lui.
Però è anche vero che i fuoripista con lei non li ha mai fatti... e quando Jérémie gli urla di muoversi, si dà una spinta e si lascia scivolare sulla neve ancora fresca, impegnando la mente nel controllo dei movimenti, arrivando quasi a toccarla con il gomito quando piega a destra per fare una curva. Per un momento, la sua testa si libera dai pensieri angoscianti dell’ultimo periodo e si riempie di sensazioni stupende, dovute al vento gelido che gli sferza il viso, alla velocità che aumenta l’adrenalina nel suo corpo e ai rischi che quella pista comporta. Per un attimo soltanto riesce a rivivere, anche se lei non c’è più.

«Da quanto tempo non dividiamo una stanza?» scherza Mary, sistemandosi i capelli dietro l’orecchio e lisciandosi la gonna piuttosto corta che ha abbinato con un grazioso top bianco.
«Direi dall’ultima gita e, guarda caso, l’ultima volta siamo stati proprio in questa città!» ride Letizia, gli occhi luminosi al pensiero di esserci veramente tornate.
«Ci pensi? Mi sembra una vita fa... e abbiamo una stanza superba! La volta scorsa ci eravamo rinchiuse in un bar e alla fine non avevamo visto quasi nulla... io direi di goderci un po’ questa città»
Letizia annuisce e, dopo un’occhiata critica all’immagine riflessa allo specchio, la segue fuori dalla camera. Nonostante la sera sia piuttosto fresca, ha indossato un vestito blu estremamente scollato, che copre a malincuore con una giacchetta.
Si lasciano alle spalle il Central Athens Hotel, una follia che si sono permesse forse per l’unica volta nella vita, e raggiungono in cinque minuti piazza Syntagma.
«Santo cielo, questa piazza è una favola!» esclama Mary incredula. Abbellita per Natale, è un’esplosione di luci e colori.
«C’è persino una pista di pattinaggio, anche se senza la neve attorno è piuttosto strana!».
Guardano incuriosite le sentinelle poste dinanzi al monumento del Milite Ignoto e la facciata del parlamento illuminata appositamente per poter essere vista anche di sera. La piazza è piuttosto animata e un grande albero cosparso di luci è già stato preparato per l’occasione.
«So che fanno il mercatino a Monastiraki e la Foresta delle favole nei giardini pubblici, nei prossimi giorni potremmo andarci. Oh, sono così emozionata! Perché non abbiamo pensato prima di trascorrere il Natale ad Atene?» dice Mary, mentre camminano ammirando ogni angolo stupendo di quella piazza.
Letizia fa spallucce. «Sono anni che non organizziamo più niente insieme, anche prima della mia partenza. Insomma, tu e Mark... ecco, vi siete isolati abbastanza.»
«Dici?». Mary è piuttosto spiazzata, non pensava di aver trascurato la sua amica. Effettivamente con il suo lavoro Mark era spesso impegnato ad orari strani e di solito approfittavano delle ore a disposizione per stare insieme, ma... Come un flash, le tornano alla mente scene neanche troppo lontane nel tempo: Mark che trova delle scuse per restare fuori più tempo del necessario, lei che si preoccupa e resta in attesa del suo ritorno, domandandosi perché la sua vita sia così complicata; Mark che le dice che non ce la fa più ad andare avanti così, che ha bisogno di restare solo, lei che al pensiero di perderlo finisce per impazzire...
Sta tremando e, quando si siede al tavolo di uno dei tanti ristorantini pieni di gente, non ha nemmeno più fame. Ha solo più voglia di parlare...
«Leti, io... ti chiedo scusa, avrei dovuto trovare più tempo per te. È che... penso di aver sbagliato tutto. Quando Mark mi ha chiesto di sposarlo, era emozionatissima, ricordi? I primi due anni sono stati bellissimi, mi sentivo così speciale al suo fianco! Poi, il suo lavoro gli ha richiesto di uscire spesso di casa ed io ho cominciato a sentirmi sola: è per questo che mi sono impegnata così tanto nella cartoleria. Non era quella la mia ambizione quando ero giovane, ma avevo bisogno di uscire di casa, di stare in mezzo alla gente e così ho messo tutta l’anima in quell’impresa»
«Non devi giustificarti con me, Mary» le ricorda Letizia.
«Il fatto è che ti ho trascurata: tu hai fatto di tutto per esserci, anche quando abitavi lontano, ed io ero sempre impegnata. La cartoleria ha riempito le mie giornate, mi ha dato l’occasione per guadagnare qualche soldo e sentirmi indipendente. Ero così felice all’epoca! Quando ti sei trasferita mi sono sentita a pezzi, sai? E quando Mark mi ha detto che gli sarebbe piaciuto avere un figlio, essere una vera famiglia, ecco, in quel momento io ho perso ogni certezza: come avrei potuto andare in cartoleria con un figlio? A chi lo affidavo? I miei genitori abitavano lontani, non volevo spendere tutto per una baby-sitter. In più, il pensiero di restare a casa con un figlio, di piombare di nuovo nella malinconia mi metteva i brividi. Io volevo un figlio, ma non in quel momento, non a ventitré anni»
«Di solito è l’uomo che non si sente pronto per fare il padre» osserva Letizia, poi scorre veloce il menu e ordina al cameriere impaziente un dolmades, un involtino con carne e riso, mentre Mary opta per una píta gýros, una specie di piadina arrotolata con carne e patate come condimento. «Io comunque ti capisco benissimo, non mi sento pronta nemmeno adesso!»
Mary sorride, anche se sente che gli occhi le stanno diventando lucidi. Spera di non concludere la serata piangendo come una fontana. «Mark si era rassegnato, ma si vedeva che desiderava un figlio più di qualsiasi altra cosa al mondo. E quando due anni e mezzo fa sono rimasta incinta, senza che l’avessimo deciso prima, era l’uomo più felice del mondo. Mi riempiva di attenzioni, veniva con me dal ginecologo, non mi lasciava sola un solo istante. Ero ancora un po’ preoccupata per come sarebbe cambiata la mia vita, ma la verità è che quando ho perso la bambina mi sono sentita disperata. Soltanto in quel momento ho capito che non avrei mai potuto stringere tra le braccia quella creatura così fragile e che la desideravo più di qualsiasi altra cosa al mondo»
Letizia le accarezza il braccio con affetto. «Sapevo che alla fine avresti cambiato idea... sei sempre stata una mamma dentro l’animo. Io ero ancora in Inghilterra, pensavo che alla fine mi sarei affezionata a Londra e non sarei più tornata ad Aosta... ma avevo capito quanto quella perdita ti avesse ferito. Io... avrei voluto esserti accanto in quel momento»
Mary annuisce, ringraziandola con lo sguardo: non ha mai messo in dubbio la sua amicizia ed ora è felice di essersi finalmente aperta con lei. Quante volte in quei due anni avrebbe voluto confidarsi con qualcuno! L’assenza di Letizia aveva pesato come un macigno e deve ammettere che se l’amica non avesse deciso di tornare alla sua vecchia e amata Aosta sarebbe impazzita del tutto. Parlare della bambina, di quella creatura innocente che aveva potuto sentire dentro la sua pancia e con cui aveva condiviso le sue giornate per mesi, l’aveva fatta sentire meno sola. Se solo fosse riuscita a parlarne anche con Mark! Invece, l’argomento era diventato tabù e non aveva fatto altro che allontanarli.
«Uhm, non male questa píta» commenta qualche minuto dopo, addentandola con gusto. Vede davanti a sé una salsina e decide di provarla, ma appena questa tocca la lingua fa una smorfia e tracanna l’acqua per toglierne il sapore.
Letizia ride vedendo la sua espressione. «Credo che quella fosse la salsa tzatziki, fatta con yogurt, cetriolo, olio e aglio. I miei involtini invece sono parecchio strani, in cosa sono avvolti?»
«Uh, fantastico, adoro l’aglio» bofonchia Mary allontanandola da sé il più possibile. «Direi che li hanno avvolti in foglie di vite» dice e ride di fronte allo sguardo perplesso dell’amica. Per fortuna, il dolce che si arrischiano ad assaggiare nonostante lo strano nome è buonissimo: un galaktoboureko, fatto con croccante pasta fillo e crema dolcissima. Quando esce da quel locale, Mary è sazia e soddisfatta. Si lascia coinvolgere dal clima natalizio e pensa che quella sarà la prima volta che trascorrerà il Natale lontano da casa. Non vede l’ora di scoprire cos’altro ha da offrirle Atene.

Mark lancia un’occhiata in direzione del salotto, dove Jérémie è seduto su un divano con due belle bionde conosciute la sera prima. Sono trascorsi tre giorni dal loro arrivo, scanditi da un programma abituale: mattina e pomeriggio sci, breve pranzetto al sacco, cena in compagnia della gente dell’hotel e passeggiata serale per la città. Gli fa uno strano effetto pensare alla serata precedente: camminare per la via centrale di Courmayeur, dove Mary lo trascinava per ammirare le vetrine dei negozi, con altre due ragazze sconosciute, l’aveva fatto sentire quasi come se la stesse tradendo. Eppure, non aveva mai pensato di sfiorare qualcun’altra. Il solo pensiero di stringere un’altra donna che non fosse lei lo faceva sentire vuoto, farci l’amore poi era impensabile! Quasi avesse intuito i suoi pensieri, Jérémie compare alle sue spalle.
«Fidati di me, hai bisogno di una bella nottata di sesso»
Gli lancia un’occhiata in tralice. «Come te? Ho sentito i rumori stanotte... Dio, Jere, l’hai conosciuta ieri mattina e la notte te la scopi già!»
«Tipico da parte tua farmi la ramanzina come se fossi mio padre» sbuffa il fratello sorseggiando il caffè appoggiato al bancone del bar «e, per tua informazione, me le sono portate a letto entrambe.»
«Cosa?» Mark non riesce a trattenere lo shock, anche se la risata sotto i baffi del fratello gli fa venire qualche dubbio che quella sia proprio la verità. Conoscendolo, il suo sembra soltanto un tentativo per mettersi in mostra.
«Dai, devi ammettere però che Christine è proprio una bella bambola... anche se sua cugina è più simpatica. Eh, i soliti problemi della vita! Meglio una ragazza sexy e un po’ noiosa o una carina e più umoristica? Mi sa che per stavolta scelgo il divertimento e ti lascio la bomba sexy!» scherza, salutando le due bionde con la mano e trascinandolo fuori.
Mark non commenta, non ricorda nemmeno di cosa hanno parlato le due ragazze la sera prima. Era distratto e al tempo stesso molto deciso ad impegnare la mente con ricordi felici: era stufo di pensare soltanto ai momenti brutti. In fondo, proprio in quella città dieci anni prima aveva chiesto a Mary di sposarlo. E sempre lì andavano per rilassarsi i pochi momenti liberi che avevano a disposizione. Mentre infila gli sci ai piedi, pensa al suo lavoro. Ha sbagliato a dedicarsene con troppa passione? Forse, se non avesse accettato sempre di fare quegli orari assurdi e se non si fosse mostrato così disponibile a fare gli straordinari... ecco, forse Mary non si sarebbe allontanata così tanto da lui. Certo, la questione del bambino aveva inciso molto nel rapporto, non riusciva a capire come lei non ne desiderasse uno quanto lui e la perdita della bambina era stato troppo. Ma soltanto adesso capisce che la cartoleria era stata soltanto una scusa e un tentativo per comunicargli la sua solitudine.
«Secondo me Christine è interessata a te. Non hai visto come ti guardava ieri sera?» la voce di Jérémie si intrufola nei suoi pensieri, lo costringe a distogliere l’attenzione da Mary per riporla sulla bella francese venuta in vacanza con la cugina. Certo, è slanciata, ha dei meravigliosi capelli biondi, almeno una quarta di seno, delle curve che il giorno prima continuava a mostrare, ma... è così diversa da sua moglie. “Siamo separati ormai da mesi”, si ricorda in un impeto di rabbia. Era questo che aveva voluto Mary dopo la morte della bambina: aveva raccolto le sue cose ed era tornata dai genitori, telefonandogli solo sporadicamente. E lui era rimasto in quell’appartamento vuoto e pieno di ricordi rischiando di impazzire. Basta, non poteva più farsi del male. Eppure, a volte, ancora gli veniva la tentazione di prendere quel dannato telefono e chiamarla.
Si riscuote da quei pensieri quando vede Christine che gli si avvicina. Ha indossato una tuta da sci e sembra sexy persino con quella addosso. Gli sorride e due fossette si formano sulle sue guance arrossate. «Ton frère ha tanto insistito, ma cousine e io non sappiamo tanto bene faire du ski, ma tu mi aiuti, c’est vrai?» domanda con un forte accento francese e lui non riesce a trattenere una risata sentendo come mescola le parole. Le fa cenno di prepararsi, poi le indica il modo migliore per scendere, ricordandole come tenere le gambe. Si aspetta che lei cada alla prima curva, invece si mostra subito una sciatrice provetta e, anche se gli sembra che lei abbia voluto apposta prendersi gioco di lui, si diverte un sacco.
Sono ormai le cinque del pomeriggio quando ritrova Jérémie e la cugina avvinghiati in un angolo della pista. Fa per raggiungerli, ma poi decide di avviarsi in hotel per conto suo. Sta per togliersi gli sci, quando Christine lo affianca e gli dà un bacio sensuale all’angolo della bocca. «Mon ami, ti aspetto stanotte dans ma chambre, non farmi aspettare. À plus tard!». Si sofferma un secondo di più ad abbracciarlo e lui si sente stranamente eccitato: sono mesi che lui e Mary non fanno più l’amore e quella francese è maledettamente sensuale. Come accorgendosi della sua titubanza, Jérémie compare alle sue spalle e gli fa l’occhiolino. «Mi hai preso in parola prima?»
Mark si irrigidisce. «No. Non voglio portarmela a letto»
Di fronte al suo sguardo serio, il sorriso divertito del fratello si spegne. «Mark, te lo dico sinceramente: devi smetterla di farti del male. Lei non è più tua da diversi mesi ormai. Ha fatto le valigie e se n’è andata. Pensaci, come avreste potuto continuare in quel modo?»
«Cosa vuoi dire?». Mark afferra il fratello per un braccio, costringendolo a fermarsi. Perché ha come l’impressione che sappia qualcosa che lui non ha ancora capito?
Jérémie si morde il labbro indeciso, poi rivela: «Mary è stata da uno psicologo dopo la morte della bambina, non riusciva ad accettare che non ci fosse più. E non te l’ha detto perché tu hai reagito nel modo opposto: ti sei chiuso in te stesso, non ne hai fatto parola con nessuno, hai finto che non fosse mai successo. Lei aveva bisogno di te in quel momento, ma tu eri distante chilometri.»
«Io ho sofferto tantissimo per la sua morte,» ribatte Mark gelido.
Suo fratello sospira. «Lo so che hai sofferto, ma parlarne ti avrebbe fatto bene, avrebbe aiutato entrambi. Se n’è andata perché le sembrava di stare di fronte ad un muro impenetrabile e non aveva le forze per abbatterlo da sola. Ma adesso questo è acqua passata, devi provare a voltare pagina: solo così potrai ricominciare a vivere di nuovo». Gli lancia un’ultima occhiata preoccupata e se ne va, lasciandolo solo con i suoi pensieri.

«Alexis, sei un uomo straordinario, lo sai vero?» scherza Letizia attirandolo verso di sé per dargli un leggero bacio. Lui ride abbracciandola con slancio, poi si volta indietro per incitare Mary a seguirli. Lei gli sorride, lasciandosi avvolgere da quell’atmosfera così allegra. Sono ad una festa di amici di Alexis, non sa nemmeno in quale parte di Atene, e non conoscono nessuno a parte lui. Ma, a quanto sembra, conoscere lui è una garanzia per entrare in qualsiasi locale.
Mentre sorseggia una strana bevanda ghiacciata, Mary ripensa ai giorni appena trascorsi. Aveva ragione Letizia a dire che avere un uomo disposto a far loro da guida sarebbe tornato utile: Alexis le aveva scorrazzate avanti e indietro per tre giorni di fila, mostrando loro le bellezze di Tolo, la fortezza Bourtzi di Nafplio, lo stretto di Corinto e la zona archeologica di Elefsina. Alcuni posti li avevano visti durante la gita scolastica, molti hanno avuto la possibilità di conoscerli soltanto grazie al suo tour appassionato. Il pomeriggio, infine, sono andate nella spiaggia di Varkiza, vicino ad Atene: l’acqua lì, nonostante la vicinanza, è molto più pulita rispetto al porto. Prima di cena, si sono sedute su una di quelle strane panchine metà in pietra metà in legno che costeggiano il lungomare e Letizia le ha confidato che a Londra non si è mai sentita felice: era come se una parte di lei fosse rimasta in Italia, come se sapesse che lì non si sarebbe mai sentita a casa. Oltre al fatto che Simon aveva il suo lavoro e il suo gruppo di amici, con cui lei non si trovava del tutto, non riusciva a trovare un vero motivo per restare. Quando aveva deciso di ritornare, Simon l’aveva seguita, promettendole che avrebbero trovato il modo di restare insieme... ed era ormai sei mesi che non si faceva sentire.
«Bellezza, che ne dici se ti faccio assaggiare qualcosa di delizioso?». Ascolta la voce frizzante di Alexis – che parla italiano con un accento molto straniero – e la risata contagiosa di Letizia, ma è come se fossero a chilometri da lei. Sente la testa girare e posa il bicchiere, poi si lascia trascinare sulla pista dalla sua amica e per un momento riesce a lasciarsi andare e a seguire il ritmo della musica. Sta finalmente ballando spensierata sulle note di una band di cui non saprebbe neanche pronunciare il nome, quando sente la vibrazione del cellulare. Lo lascia suonare per qualche minuto, scocciata dall’interruzione, ma quando sul display illuminato vede il nome Mark il suo cuore fa una giravolta. Impiega un altro minuto a trovare un punto dove la musica arrivi attenuata, spintonata da gente che a malapena si accorge della sua presenza. Risponde con un groppo alla gola e la voce le esce rauca. «Mark?» sussurra agitata.
«Mary». La sua voce è leggera come un soffio di vento e basta una parola per scombussolarla tutta. Sembra anche piuttosto seria e malinconica.
«Cos’è successo, stai bene?» si preoccupa, ma in quel momento la band cambia canzone e il suono soave di prima viene sostituito con un rock decisamente più forte.
«Mary, cos’è questa confusione? Dove sei? Io... ti devo parlare.»
«Scusami, sono a una festa e c’è un sacco di gente e la musica è alta... ti spiace se parliamo domani?»
C’è un profondo silenzio dall’altra parte prima che Mark parli. «Ho bisogno di te adesso.»
Un brivido le percorre il corpo e il suo cuore accelera di colpo i battiti. Cerca di pensare ad una frase furba da dire, ma le sembra tutto sbagliato. Perché è così difficile ammettere che anche lei ha bisogno di lui? Che ne ha dannatamente bisogno?
«Bella mia, vieni a ballare, la notte è tutta nostra!» urla Alexis alle sue spalle e lei sobbalza spaventata, troppo nervosa anche per rispondere a lui. Letizia, appoggiata ad una sedia per riprendere fiato, alza gli occhi al cielo.
«Mark...»
La voce dall’altra parte della cornetta diventa di colpo glaciale. «Ho capito, ho sbagliato a chiamare. Non ti disturberò più»
«Come? No, aspetta! Lui non...» si blocca quando sente che la chiamata è terminata. Sta ancora tremando, ma adesso è scossa per il modo in cui suo marito ha frainteso la situazione. Cerca di richiamarlo, invano. Allora si appoggia al muro e, finalmente, le lacrime si decidono ad uscire. È da quando Vanessa è morta che non si sentiva così male: le aveva persino scelto il nome, mancavano appena due mesi alla sua nascita. E ora, come allora, si sente sconfitta.

Mark non riesce a chiudere occhio: continua a ripensare a quell’assurda telefonata. Perché l’ha chiamata? Perché ha voluto farsi del male? Stupido! Cosa si aspettava, di trovarla da sola, in attesa del suo squillo? Sicuramente non credeva che sarebbe stata ad una festa e per di più in compagnia di un altro uomo, che parlava italiano con un forte accento straniero. Questo gli ricorda Christine e la sua proposta per la notte. Perché no? Se sua moglie lo tradisce senza farsi alcuno scrupolo perché deve continuare a farsene lui? Eppure, il pensiero di Mary con un altro lo distrugge. La gelosia lo attanaglia, gli fa venire la tentazione di raggiungerla ovunque lei sia per spaccare il muso a quell’idiota. Sospira, passandosi una mano sul volto per cercare di scacciare quei pensieri. Basta. Non può continuare a tormentarsi in quel modo. Deve scacciarla dalla sua mente, imparare a convivere con la sua assenza. E, soprattutto, deve incominciare a lasciarla libera. Libera di fare i suoi errori, di stare con altri, di scegliere cosa fare della propria vita. Libera di scegliere di stare senza di lui.

Quel giorno sarebbero dovuti andare a Ilioupoli, dove Alexis vive, per poi dirigersi verso la spiaggia di Alimos, ma Mary non si sente bene. Lascia che Letizia si goda quella giornata con il loro nuovo amico e rimane distesa nel letto, con un forte mal di testa. Forse quella bevanda ghiacciata non le ha fatto così bene. O forse è qualcos’altro a confonderla. Ripensa alla chiamata di Mark e a quanto l’ha turbata risentire la sua voce profonda. Dio, l’ha sempre adorata. Quella punta di malinconia, però, le ha scosso il cuore... possibile che la volesse davvero? Ho bisogno di te adesso. Non riesce a smettere di pensare a quella frase, è come una scritta indelebile che si è fissata nel suo cuore. Quando gliel’ha detta l’ultima volta? È davvero tutta colpa della perdita della bambina o anche due anni prima erano infelici? Ripensa ai suoi tentativi di combattere la solitudine, al lavoro di Mark. Perché non gliene aveva semplicemente parlato? Forse perché aveva dato per scontato che lui non volesse ascoltarla. E allora, lui, perché non le aveva mai comunicato le sue sofferenze né quando erano morti i suoi genitori né quando era morta la bambina? Forse perché non pensava che lei sarebbe stata in grado di comprenderlo? O forse aveva semplicemente paura di essere giudicato da lei.
Sente una profonda malinconia quando ripensa alla sua decisione di andare da uno psicologo. Quelle sedute l’avevano aiutata ad accettare lo sconforto, a comprendere che si può ricominciare a vivere anche quando sembra di aver perso tutto. Ma Mark era riuscito a superare quella perdita? Più ci pensa e più capisce che avrebbe dovuto provare a sfondare quella barriera che suo marito si era creato attorno.
Sobbalza quando sente il cellulare squillare e l’euforia la assale al pensiero che Mark abbia cambiato idea. Invece, è Letizia a chiamarla. «Senti un po’, Alexis ha chiesto se vogliamo passare il Natale con lui. Mancano soltanto due giorni e vorrebbe saperlo così può aggiungere due posti...»
Il Natale. Oddio, aveva quasi rimosso quella giornata. «No, Leti, non possiamo andare,» la interrompe sicura e se ne stupisce lei per prima.
«Come? Ah, hai in mente un altro posto dove vorresti festeggiare?» chiede Letizia stupita.
«No, io... scusa, resta pure con Alexis se vuoi. Solo che io... io devo tornare a casa.»
Letizia resta in silenzio e a Mary sembra quasi di leggere il dispiacere sul suo viso. Sa quanto l’amica teneva a quella vacanza, ma l’idea di passare il Natale lontano da casa adesso la terrorizza. Sente di doversi almeno giustificare. «Io... continuo a ripensare alla chiamata di ieri e sento che Mark ha davvero bisogno di me. Non posso pensare di trascorrere il Natale lontano da lui, l’abbiamo sempre passato insieme e alla vigilia c’è una cosa che è diventata una sorta di rituale e che ogni anno facciamo, è una cosa stupida ma serve per farci capire che l’altro ci sarà sempre se...»
«Mary, aspetta un attimo» la interrompe Letizia confusa «puoi almeno aspettare che io ritorni prima di partire? Sarò lì tra un’ora al massimo, lasciami il tempo di salutare Alexis.»
Mary vorrebbe protestare, ma l’amica ha già messo giù la chiamata. Fantastico, è riuscita a rovinare la vacanza inseguendo la follia del momento. Con le mani che le tremano si fa dare l’indirizzo dell’aeroporto dalla receptionist dell’albergo e poco dopo sta litigando con una signora che, a differenza di lei, parla l’inglese in un modo molto spigliato. Mentre spiega che deve assolutamente riuscire a prendere un aereo prima di Natale e che sa bene che è esattamente tra due giorni ma è fondamentale che riesca a partire, si sente assalire dall’ansia. Perché all’improvviso sente questo bisogno urgente di tornare? Sentire la voce di Mark ha reso ancora più reale la loro distanza, ma doveva proprio allontanarsi così tanto per capire che c’è ancora una possibilità per salvare il loro rapporto? La signora, intanto, le sta spiegando che non ci sono posti disponibili in giornata e che sta verificando se magari per il giorno successivo è rimasto qualcosa... le viene la tentazione di sbattere a terra il telefono e di correre in aeroporto per salire direttamente sul primo volo che parte per Milano, ma sa bene che è una pazzia.
 «There are still two available seats on tomorrow flight. It’s at twenty past eight a.m. and...» mentre la donna spiega come fare per fare il biglietto online, Mary si sente all’improvviso speranzosa. Sì, può farcela, sarà ad Aosta la vigilia di Natale, lo raggiungerà in tempo e, come ogni anno, festeggerà il Natale al suo fianco. Si sente molto più sollevata, anche se l’idea che per qualsiasi motivo l’aereo possa non partire la innervosisce. Deve assolutamente riuscire a tornare in tempo da lui.

Sono le due passate quando Mary e Letizia arrivano stremate di fronte all’Hotel dei Camosci. Davanti all’hotel trovano ad attenderle Jérémie, che Mary è riuscita a rintracciare alle dieci del mattino per avvisarlo che sarebbero tornate: e per fortuna che l’aveva chiamato perché aveva scoperto solo in quel momento che i due fratelli non erano ad Aosta!
«Ciao ragazze, benvenute nella nostra isola felice!» scherza Jérémie, sorridendo radioso nella loro direzione.
Mary gli fa un tremulo sorriso, troppo stanca per il lungo viaggio e per la notte insonne, mentre Letizia arrossisce, anche se approfitta subito della proposta di Jérémie di caricarsi le spalle come un mulo con i loro bagagli per prenderlo in giro. Mary li osserva a pochi passi di distanza e si domanda come abbia fatto a non accorgersi del modo in cui i due si cercano in continuazione, di come Jérémie dia delle spintarelle a Letizia soltanto per poterla sfiorare e di come lei reagisca al suo tocco. Sorride di fronte ai loro sguardi sereni e spera che la sua amica l’abbia già perdonata per averla costretta a salire su un aereo prima del previsto.
«Siete fortunate, ragazze mie, che l’albergo abbia ancora una stanza vuota. Anche se sarei stato persino disponibile a dormire per terra pur di far stare comode due donzelle graziose come voi!». Jérémie fa l’occhiolino ad entrambe e spinge le valigie verso la hall, poi lancia un saluto in direzione di una bionda molto carina.
Mary si sofferma ad osservare il salotto e deve riconoscere che è un posto davvero grazioso. Aveva però creduto che Mark sarebbe sceso ad attenderle... Come per cancellare quel pensiero, Jérémie la prende un attimo in disparte e le sussurra: «Mio fratello non sa che siete qui, è meglio se gli parli direttamente. So che le cose tra di voi si possono aggiustare, ma non mettergli fretta: si aprirà quando ne sentirà davvero il bisogno». Poi, dopo averle spiegato come raggiungere la stanza, prende Letizia sottobraccio e la conduce verso la stanza assegnatole.
Mary fa un respiro profondo prima di salire le scale. Non impiega molto tempo a trovare la stanza, ma le sembra di essere tornata nuovamente una ragazzina inesperta. Come se non avesse trascorso tutti quegli anni al suo fianco, come se dovesse ancora imparare a conoscerlo davvero.
Bussa piano, poi riprova più forte, più volte, finché lui spalanca la porta con un borbottio scocciato. Lui la fissa a bocca aperta, totalmente spaesato nel trovarsela davanti, con il petto nudo, un asciugamano legato intorno alla vita e i capelli scarmigliati.
«Mark...» non riesce a dire altro, vorrebbe soltanto lanciarsi tra le sue braccia e annullare la distanza fisica, ma sente che la barriera è ancora attiva tra di loro. E, come uscendo da un sogno, si accorge d’un tratto che l’acqua sta scorrendo, che c’è qualcuno in bagno. Si irrigidisce, con un brutto presentimento.
Mark si passa le mani tra i capelli umidi, sorridendole imbarazzato. «Cosa fai qui?»
«Stavi ancora dormendo?» ribatte lei a bruciapelo.
«Mi sono alzato da poco, ho ordinato la colazione in camera e...»
«Hai ordinato la colazione in camera?» lo interrompe sorpresa. A lei non aveva mai portato a colazione a letto. Chi era quella donna che stava facendo la doccia nel suo bagno e a cui lui aveva ordinato la colazione? Si sente svenire al pensiero di suo marito con un’altra donna ed è costretta ad appoggiarsi allo stipite della porta per non cadere.
Mark scatta subito in avanti, sorreggendola con le braccia. «Che succede, stai bene? Devi scusarmi, sono rimasto sveglio per buona parte della notte e... non so cosa dire.»
In quel momento, Mary vede una chiazza rossa sul letto e spalanca gli occhi incredula: un reggiseno rosso! Non era soltanto una sua paranoia allora. C’è davvero una donna in quella stanza.
Si libera dalla stretta, poi indietreggia leggermente. «Sono io che devo scusarmi, non volevo interrompere qualcosa... dio, che stupida sono stata a pensare che mi volessi ancora!»
«Cosa?» Mark inarca le sopracciglia perplesso. «Aspetta un attimo, non ci sto capendo niente. Sono a pezzi e... ecco, non credevo di vederti...»
«No, certo, è ovvio che non pensavi a me... sono stata una stupida a credere che... mi dispiace, devo andare» balbetta, rossa in viso, e scappa via mentre le lacrime ricominciano a scorrere sul suo volto.
«Che diamine... Mary, aspetta!» sente le urla esterrefatte di Mark, ma non si ferma. Scende le scale velocemente e nella fretta urta una ragazza bionda, simile a quella che Jérémie aveva salutato nella hall. Si scusa a disagio e scappa via, consapevole soltanto del fatto che ha fatto quel viaggio per niente: Mark sta con un’altra donna.

Mark impiega qualche minuto a riprendersi dallo shock. Sono trascorsi quasi cinque mesi dall’ultima volta che l’ha vista e ora, ritrovarsela lì davanti a lui, bella come sempre, l’ha spiazzato.
È ancora in piedi, con la porta spalancata, quando vede Christine spuntare sul suo piano. Indietreggia di colpo, a disagio, ma lei gli sfila davanti lanciandogli un’occhiata gelida e senza degnarsi di salutarlo. Mark chiude la porta sollevato. È dalla sera precedente che la ragazza non gli parla più, precisamente da quando lui le ha spiegato di essere ancora innamorato di sua moglie. Ridacchia ripensando allo sguardo interdetto della francese, che dopo il suo rifiuto si era congedata insultandolo in ogni modo. Si era persino chiesto se l’aveva incoraggiata in qualche modo, ma non gli sembrava di aver mai assecondato le sue mosse allusive.
Soltanto in quel momento si accorge di aver dimenticato l’acqua della doccia aperta.
«Che idiota!» borbotta, fiondandosi in bagno per chiuderla. Fantastico, almeno un litro di acqua sprecata per nulla. Quando esce, tuttavia, si ferma perplesso ad osservare il suo letto. Cos’è quella roba che è finita sul... S’immobilizza, senza fiato. Il reggiseno rosso. Lo afferra con slancio e lo butta dritto nel cestino dell’immondizia, poi indossa i pantaloni rischiando di inciampare nella coperta, cerca un maglione e digita il numero di Mary. Il cellulare suona a vuoto e lei non risponde.
«Merda!»
Esce dalla stanza imprecando e sulle scale trova Jérémie in compagnia di Letizia. Li fissa increduli, quasi si aspettasse che Mary fosse venuta lì da sola.
«Mark! Hai già visto Mary?» Letizia lo accoglie con un bacio sulla guancia, mentre suo fratello gli lancia un’occhiata ammonitrice, come a dirgli di fare attenzione, di non buttarsi a capofitto in quella storia se non è sicuro. Ma lui ha avuto tutto il tempo per pensarci e non è mai stato così sicuro in vita sua.
«Ho fatto una cazzata, devo andare!» urla in risposta e non si ferma neanche un istante per riprendere fiato. Continua a chiamarla più volte, intanto che si guarda attorno cercandola tra le macchine parcheggiate di fronte all’hotel, finché Mary si arrende e gli risponde.
«Cosa vuoi? Lasciami stare!» mormora e lui capisce all’istante che ha pianto.
«Aspetta, non chiudere, dimmi soltanto una cosa. Dove sei? Voglio spiegarti.»
«Mark, non...»
«Per favore» la implora e in quel momento capisce che è disposto a fare qualsiasi cosa per aver la possibilità di rivederla ancora una volta. Non riesce a togliersi dalla mente l’immagine della sua Mary, avvolta in un cappotto rosso e con quei grossi occhi scuri così sinceri.
«Sono... sono quasi alla cabinovia di Dolonne»
«Tu cosa? Come hai fatto ad arrivare lì così in fretta?»
«Ero arrabbiata e ho pensato di sfogarmi un po’ sugli sci... Fortuna che stamattina tuo fratello mi ha avvisata! Credevo che foste ad Aosta. Avevo la tuta da sci in macchina, l’ho indossata al posto del giubbotto. Non c’era nessuno e così sono arrivata qui in cinque minuti. Mark, è meglio se mi lasci stare.»
«No! Aspettami lì, non salire, sto arrivando» dice lui nervoso e sale sulla macchina ringraziando il cielo di aver afferrato al volo le chiavi prima di uscire dalla stanza. Poi si ferma, dandosi dello stupido: non può salire sugli sci senza tuta! Corre in stanza a recuperarla, poi aggancia gli sci alla macchina e parte.
La frazione si trova ad appena cinque minuti da lì, ma gli sembrano eterni. Quando arriva alla cabinovia, tuttavia, non riesce a trovarla. Alza lo sguardo e la vede: sta salendo su una cabina.
La richiama spazientito. «Ti avevo chiesto di aspettarmi!»
«Io... penso che non abbiamo più nulla da dirci» mormora Mary, eppure appare titubante adesso, lascia che la cabina scorra vuota e silenziosa. Si volta a guardarlo con occhi malinconici, mentre lui scarica gli sci dalla macchina e corre verso di lei. Appena prima di arrivare, lei sale su una cabina e si volta dall’altra per non guardarlo. Mark sale sulla cabina successiva.
«Qui ti sbagli. Io ho un sacco di cose da dirti. E se non vuoi guardarmi negli occhi mentre te le dico posso parlare anche alla tua schiena. Mary, io ti voglio nella mia vita e non ti permetterò più di scappare via. In questi mesi sono stato malissimo, non ho fatto altro che pensare all’anno scorso. So che stavi cercando un modo per parlarmi e per parlare della bambina, ma io volevo soltanto dimenticare quei momenti brutti e mi sono rifugiato nel silenzio. Ho impiegato del tempo per capire che in quel modo stavo perdendo la voglia di vivere, che ti stavo allontanando senza volerlo. Io... mi dispiace per questo. Ma quando hai fatto le valigie e sei andata via... lì mi sono sentito morire» prende fiato e ogni dubbio svanisce dalla sua mente: farà di tutto per riconquistarla, per costringerla a guardarlo in faccia ancora una volta. Vede che le sue spalle stanno tremando e intuisce che sta piangendo. Dio, quanto vorrebbe sfondare quella cabina per raggiungere quella davanti! Stringe la mano a pugno per impedirsi di innervosirsi.
Mary sospira piano. «Sono dovuta andare via, non riuscivo più a trovare un contatto con te e sentivo che mi attribuivi la colpa per la morte di nostra figlia. Io...»
«Stai scherzando spero!» la interrompe subito Mark con veemenza «come hai potuto pensare una cosa simile?»
«Io... prima di Vanessa non ho mai desiderato un figlio tutto nostro...»
«Ma Vanessa la amavi, come la amavo io. Non era ancora nata, ma era già nostra figlia. Maledizione, Mary, non accetterò mai la sua morte!» stavolta non riesce a trattenersi e scaglia un pugno sulla cabina, anche se si pente all’istante del gesto quando la sente oscillare.
«Mark! Tutto a posto?». Si accorge che lei lo sta guardando, che sta vivendo con lui quella sofferenza, anche se soltanto la sua voce confortante è vicino a lui.
«Sì, io... non l’avevo mai ammesso ad alta voce. Ti prego, dimmi che c’è ancora una speranza per noi» la fissa negli occhi, si perde in quegli occhi velati di lacrime.
«Ma l’altra donna...»
«Non c’è nessuna altra donna. Non potrei amare nessun’altra. Il reggiseno era di Christine, una ragazza che ha conosciuto Jérémie tre giorni fa, che mi ha proposto di raggiungerla nella sua stanza. Io ho detto di no, le ho detto di no fin da subito, anche quando ero incazzato per aver sentito quell’uomo al telefono. Ieri sera è passata da me, ha detto che sentiva che io avevo bisogno di rilassarmi e si è intrufolata nella stanza. Si è slacciata il reggiseno da sotto la maglietta e me l’ha lanciato provocatoria. A quel punto l’ho sbattuta fuori dicendo che ero innamorato di mia moglie e mi sono dimenticato del reggiseno. Non sapevo che era rimasto sul letto. Fine della storia»
Non vorrebbe essere brusco, ma sente che deve essere sincero fino in fondo e che quella è l’unica possibilità che ha per esserlo. «Mi credi, vero?»
La cabina di Mary arriva alla fine e lei si affretta a scendere, come a voler fuggire via da lui. Poco prima di scendere, però, sente il suo sussurro. «Sì, ti credo. E tu mi credi se ti dico che quell’uomo era un greco che ha conosciuto Letizia il secondo giorno e che se la sono spassata per tutto il tempo?»
Lo aspetta a pochi metri di distanza, con gli sci in mano. Lui la raggiunge con una piccola corsetta e la prende tra le braccia, poi non riesce a trattenere una risata. «Mio fratello e la tua amica si meritano una bella lezione, non pensi?»
Gli occhi di Mary s’illuminano divertiti. «Io penso che abbiano soltanto bisogno di stare un po’ da soli. Potremmo rinchiuderli nella stanza e tenerci la chiave»
«Ottima idea! Jérémie ha bisogno di una ragazza in grado di mettergli la testa a posto e Letizia mi sembra perfetta. Ma, prima, c’è ancora una questione da risolvere...» avvolge la braccia attorno alla sua vita e la bacia lentamente, con dolcezza, sulle labbra.
«Cioè? Mi sembra tutto perfetto: domani passeremo il Natale insieme e adesso ha persino cominciato a nevicare!» ride, mentre i fiocchi di neve cadono leggiadri sui loro volti sollevati. Quel luogo magico, che più volte avevano visitato insieme, era il posto perfetto dove ritrovarsi: in quei due anni si erano persi, ma l’amore li aveva ricondotti ancora una volta lì, tra quelle montagne innevate.
«Oggi è la vigilia di Natale, mia cara. Prometti solennemente che nell’anno nuovo sarai mia e che non ci saranno più segreti tra di noi?» allunga una mano e Mary, a sua volta, allunga il palmo inguantato, unendo le loro mani in una tacita promessa. Poi, avvicina il viso al suo e le loro dita si intrecciano. Sorride raggiante. «Lo prometto. Quando torniamo nella nostra confortevole casetta?»
«Anche adesso se vuoi!». Mark ride e si sente finalmente felice.


FINE
CHI E' L'AUTRICE
Jessica Maccario è nata a Cuneo il 9 agosto 1990. Appassionata alla lettura fin dalle scuole elementari e alla scrittura fin dalle scuole medie, ha scritto diversi romanzi che sono rimasti nel fatidico cassetto dei sogni finché ha deciso di pubblicare il fantasy “Insieme verso la libertà”, che apre le porte alla nuova serie de Gli Elementali. Laureata in Beni Culturali Archivistici e Librari a Torino, è da un anno ormai che valuta i manoscritti per le case editrici. Da qualche mese ha cominciato a partecipare a vari concorsi per racconti, due dei quali in collaborazione con il blog Le passioni di Brully (racconto di Halloween scaricabile gratuitamente all’indirizzo:  http://www.amazon.it/Halloweens-Novels-Aa-Vv-ebook/dp/B00HCS4XZ6) e Il Rumore dei Libri (racconto di Natale che uscirà a breve). Al momento sta scrivendo un racconto breve per un concorso di San Valentino e prosegue la scrittura della serie fantasy: altri tre libri sono in progetto per concludere la serie de Gli Elementali.La si può trovare anche su Facebook e su Anobii, tra una miriade di gruppi e blog di lettori.

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3 commenti:

  1. Piaciuto! La malinconia del racconto si sposa con questa piovosa giornata d'inverno, ma il romantico e fiducioso finale risolleva il mio umore un po' cupo (sono meteopatica^^). Beati i protagonisti che possono godersi un po' di neve ^_^

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    Risposte
    1. Contenta che ti sia piaciuto! :) hihi infatti, a me non piace molto sciare ma mi sembrava una scena piuttosto romantica... grazie per averlo letto! :)

      Elimina
  2. davvero bello! concordo con il commento di Emy, tutti sentimenti sono collocati al posto giusto!

    RispondiElimina

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