LA NOTTE PIU' LUNGA di Leylah Attar (Newton Compton)

SIAMO PARTICOLARMENTE FELICI DI POTER PRESENTARE LA RECENSIONE DI QUESTO LIBRO, PERCHE' IL ROMANZO PRECEDENTE DELLA SUA AUTRICE, LEYLAH ATTAR, CI AVEVA FULMINATO. QUESTO CONFERMA LA SUA BRAVURA DI NARRATRICE E RINGRAZIAMO LA NEWTON COMPTON DI AVERLA FATTA CONOSCERE ALLE LETTRICI ITALIANE.

Autrice: Leylah Attar
Titolo originale: Mists of the Serengeti
Traduttrici: Marta Lanfranco, Chiara Beltrami
Genere: Contemporaneo
Ambientazione: Tanzania
Pubblicazione originale:  Pitch 73 Publishing, 2017, pp.360
Pubblicazione italiana: Newton Compton , 8 agosto 2018, pp.  343
Parte di una serie: No
Livello sensualità: MEDIO
Disponibile in ebook a € 0,99
TRAMA: Una volta, in Africa, ho baciato un re…
«E così, in un vecchio fienile rosso ai piedi del monte Kilimanjaro, ho scoperto la magia inafferrabile che avevo intravisto solo tra le pagine di grandi storie d'amore. Fluttuava intorno a me come una farfalla appena nata e si stabilì in un angolo del mio cuore. Ho trattenuto il fiato, ho avuto paura di respirare per paura che scivolasse fuori e la perdessi per sempre.»
Quando una bomba esplode in un centro commerciale dell’Africa orientale, le tragiche conseguenze delle scosse di assestamento provocano l’incontro di due estranei in un percorso per il quale nessuno dei due sa di essere destinato. Jack Warden, un coltivatore di caffè divorziato in Tanzania, perde la sua unica figlia. A un oceano di distanza, nella campagna inglese, Rodel Emerson riceve una telefonata che le comunica la morte di sua sorella. Sconvolta, prende un aereo nella speranza di un po’ di pace. Due persone comuni, legate da un evento tragico, sono in cammino per ritrovare sé stesse. Li aspetta un’avventura nelle immense pianure di Serengeti, durante la quale il destino di tre bambini si lega indissolubilmente al loro. Ma nonostante le avversità, un’altra sfida si profila all’orizzonte: possono sopravvivere a un’altra perdita, questa volta quella di un amore che è destinato a scivolare tra le loro dita, come le nebbie che svaniscono alla luce del sole?

“La  mia più grande perdita mi aveva portato al mio amore più grande. Dei cuori erano stati spezzati, ma poi erano guariti. Delle vite erano andate perse, ma altre erano state salvate.”
Questo è ciò che pensa Jack Warden al termine di questo bel romanzo di Leylah Attar che si svolge,
nella sua quasi totalità, in Tanzania e che ha per protagonista, oltre lui, la giovane Rodel Emerson .
Jack ha una grossa proprietà ai piedi del Kilimangiaro dove coltiva caffè che non riesce più a bere, dopo che un attentato gli ha preso la persona più importante della sua vita: la figlia Lily. Lui si colpevolizza perché non era al suo fianco quando è successa la tragedia e sopravvive senza più uno scopo nonostante l’anziana nonna, Goma, cerchi di scuoterlo in tutti i modi.
Quando incontra Rodel inizia a riaprire il cuore ad altro che non sia solo dolore.
Rodel o meglio Ro, come tutti la chiamano, ha sempre vissuto in giro per il mondo con la sua famiglia e mentre la sorella Mo  era felice di visitare nuovi posti, lei sentiva la necessità di fermarsi e di trovare il suo nido. Così  si è appena comperata una piccola casa sulle rive di un fiume a Bourton –on- the- Water nelle Cotswolds, ed è entusiasta di raccontarlo alla sorella che la chiama mentre sta prendendo gli ultimi accordi con il venditore. Così devia la chiamata sulla segreteria e, troppo tardi, si rende conto che forse non avrà più l’occasione di parlarle perché il luogo da cui arriva la chiamata è stato preso d’assalto da uomini armati.
Con questo rammarico nel cuore decide di portare a termine ciò che Mo aveva intrapreso e quindi vola ad Amosha e scopre quella che era la sua attività di volontariato.
..”Mo lavorava con dei bambini a rischio nel tempo libero. Ogni mese , andava a prendere un bambino in uno di quei posti e lo portava in un luogo sicuro. Puntava a raccogliere sei bambini isei mesi. Ha fatto i primi tre.
Erano rimasti ancora tre bambini
-Andrò a prenderli per te Mo. Cancellerò ogni nome prima di fare ritorno a casa”
Riesce a convincere Bahati,  un Masai che intrattiene i turisti, ad accompagnarla  a Rutema  per cercare Gabriel l’amico che l’aiutava a salvare i bambini . In questo piccolo villaggio, invece di Gabriel, conosce la sorella Anna e la di lui figlia, Scholastica e ha una sorpresa.
…”-Quando la ragazza entrò alla luce, trasalii. Poteva essere stata l’imprevedibilità della cosa, lo shock di vedere uno spettro pallido emergere dalle ombre della luce del giorno. La sua pelle era di una strana sfumatura di bianco, con chiazze rosacee dove l’aveva toccata il sole. Avevo già visto persone affette da albinismo, ma quella ragazza aveva croste ovunque, sulle labbra e sul viso, come piccole mosche nere che le banchettavano addosso.
-Lei è la figlia di Gabriel
E’ sensibile al sole, ma non posso tenerla dentro tutto il giorno. Queste croste sono i postumi delle scottature. Voglio che la porti con te.
I bambini albini danno nell’ occhio in Africa. Sono speciali, diversi.  Ci sono persone che non esiterebbero a prenderli di mira o fargli del male.
-Conosco qualcuno che potrebbe essere in grado di aiutarti-  Disse Bahati.
-Come si chiama?
-Jack-  rispose  Bahati  - Jack Warden.…Era alto e ossuto contro la distesa ondulata della fattoria, con il volto e le spalle squadrate. Indossava una felpa scura col cappuccio e pantaloni da lavoro impolverati. Aveva il tipo di barba che immaginavo sarebbe cresciuta su un uomo rimasto ibernato per tutto l’inverno. Era più corta da un lato e più piena sul mento. I suoi capelli erano folti e fulvi, più scuri alle radici, con le punte schiarite e imbiondite dal sole. Gli arrivavano alle spalle, selvaggi e scarmigliati, come una giungle meravigliosamente caotica.
-Jack?
-Lei chi è-  domandò
-Sono…mi chiamo Rodel Emerson
-Cosa vuole? -Tenne gli occhi puntati su di me.
Occhi di gatto, ricordai un commento di Mo, giunto da un ricordo spontaneo.”
Dopo questo incontro e  qualche giorno di convivenza alla fattoria, Jack e Ro si mettono alla ricerca dei bambini albini che erano sulla lista della sorella. In giro per la savana incontreranno i Masai, tanti  animali, saranno preda di delinquenti, di avversità naturali, ma sarà proprio questa coesistenza ad aiutarli a superare il dolore delle loro perdite. Ma sembra che l’amore che è nato tra di loro non possa avere un futuro perché la vita di Jack è in Africa e quello di Rodel è in Inghilterra.

Se qualcuna si chiede se ci sarà un lieto fine, dico subito di sì e sarà dolcissimo.
Non dico altro della storia perché è talmente particolare che occorre leggere il libro, ma vi assicuro che è come vivere per qualche ora in un mondo “diverso”. Tutto è grande, libero, colorato, profumato, pieno di meraviglie naturali con il Kilimangiaro che fa da sentinella.
Mi sono piaciuti i vari personaggi descritti con dovizia di particolari dall’autrice.
La bimba Lily, figlia di Jack, che abbiamo modo di incontrare solo all’inizio, adora  suo padre, ama la fotografia e vestirsi di tanti colori. Mangia barrette di cioccolato, sporcandosi sempre le dita, perché il cioccolato toglie tutti i problemi come le dice sempre la nonna Goma. Ha una tartaruga che ha chiamato Aristotele, a cui vuole legare palloncini gialli per evitare di perderla nella grande tenuta del padre magari tra l’erba alta e incolta. Mi ha commossa il suo entusiasmo per la vita.
Bahati, l’autista, il mancato attore, un giovane uomo cacciato dalla sua tribù perché creduto non degno di essere un guerriero, si dimostra chiacchierone ma anche di buon cuore e coraggioso quando le circostanza lo  mettono  alla prova.
La nonna di Jack, anziana e stanca perché ha perso quasi tutti suoi cari, è il sostegno di quell’uomo forte e lo sprona a tornare a vivere. E’ adorabile, cocciuta e gran lavoratrice e con un cuore che ancora sa dare affetto.
I due protagonisti sono simili: hanno perso parte di se stessi e cercano con tutta le loro forze un appiglio per tornare a provare emozioni. Sono disperati e per un certo tempo non sanno guardarsi dentro perché pensano di volere vite differenti. Per fortuna l’amore rimane nei loro cuori e li riunirà non importa dove!
Non conoscevo le particolari credenze sull’albinismo e ne sono rimasta colpita. Ho apprezzato che il reale e l’inventato siano stati così ben amalgamati, come la ferocia degli uomini sia stata contrastata dalla volontà di fare del bene.  La lettura  di questo libro oltre che interessante è stata piacevole, forse un po’ troppo descrittiva la parte centrale, che ha tolto pathos a ciò che era lo scopo del viaggio…ma comunque il romanzo  mi ha conquistato.
Una storia che non dimenticherò facilmente!








COME INIZIA IL ROMANZO...
Prologo
Jack
Se aveste domandato a Jack Warden quali erano le cose che preferiva prima di quel pomeriggio, avrebbe declamato un elenco senza esitazione: caffè nero, cieli blu, guidare fino in città coi finestrini abbassati, il monte Kilimangiaro avvolto da un vortice di nubi nello specchietto retrovisore, e la ragazza che possedeva il suo cuore e inventava le
parole della canzone alla radio. Perché Jack era categorico e preciso, limpido quanto la savana africana dopo la pioggia. Era segnato dalla sua dose di avversità – aveva perso i genitori da bambino, la fidanzata del college con un divorzio –, ma sapeva come far fronte agli ostacoli. L’aveva imparato presto nella vita, durante i safari polverosi nel Serengeti, dove cacciatore e preda giocavano a nascondino tra l’erba elefante, alta e ondeggiante.

Jack era un sopravvissuto. L’avevano messo al tappeto, ma si era sempre rialzato in piedi. E le volte in cui sua figlia visitava la piantagione di caffè durante le vacanze estive erano giornate speciali – sguazzava nel fango, sgranocchiava popcorn e andava a caccia di rane. Jack era il tipo di persona che faceva girare molte teste quando entrava in una stanza, ma in quei giorni era come se fosse percorso dallo schiocco sfrigolante di un fulmine – splendeva di luce propria.
«Lily, rimettilo a posto», disse mentre lei apriva il vano portaoggetti ed estraeva una barretta di cioccolato che pareva appena tirata fuori da una sauna.
«Ma ha un sapore così buono quando è completamente sciolto. Goma lo lascia lì per me».
«Goma ha novant’anni. Il suo cervello è molliccio quasi quanto quel cioccolato». Risero, perché entrambi sapevano che la nonna di Jack era sveglia e scaltra quanto un mamba nero. Era piena di stranezze e faceva le cose a modo suo. È quello che le aveva fatto guadagnare il nome di Goma, dalla parola swahili per indicare i tamburi: ngoma.
«Lily, no. Ti sporcherai tutto l’abito. Li…», sospirò Jack mentre le sue dita paffute da bimba di otto anni strappavano la stagnola. Avrebbe potuto giurare di aver sentito Goma ridere dai piedi della montagna, seduta sul porticato. Sorrise e riportò gli occhi sulla strada, scattando un’istantanea mentale dell’aspetto della figlia – occhi grandi e capelli ricci, un tutù arcobaleno, un cappello con un girasole e sbaffi di cioccolato tutt’intorno alla bocca. Questi erano i momenti che gli consentivano di superare i lunghi mesi in cui lei tornava a Città del Capo con sua madre.
Mentre entravano nella rotatoria che conduceva in città, Jack appoggiò il gomito sul telaio del finestrino. La sua pelle era abbronzata, proprio come quella dei turisti che arrivavano dalle spiagge di Zanzibar, ma il suo era un colorito perenne, guadagnato con anni di lavoro all’aperto sotto il sole della Tanzania.
«Hai intenzione di registrare lo spettacolo di danza?», chiese Lily.
Avevano un tacito accordo. Lily aveva trascorso pomeriggi interi a far vedere e rivedere le sue esibizioni a lui e Goma. Aveva dato loro delle schede segnapunti, e le valutazioni registravano lentamente dei progressi, perché lei non li avrebbe lasciati andare finché non avrebbe ottenuto esattamente ciò che voleva.
«Guardalo di nuovo», gli aveva detto, perché ovviamente si erano persi l’attimo giusto qui, o il passo doppio là.
«Puoi iscrivermi ad altre lezioni?», domandò.
«Già fatto», replicò Jack. Significava un’ora di macchina, andata e ritorno da Amosha, su strade dissestate e piene di buche, ma vedere sua figlia ballare gli allargava il cuore dieci volte tanto. «La mamma ha intenzione di iscriverti a un corso di danza quando tornerai a casa?»
«Non credo». Era un dato di fatto espresso con la stessa rassegnazione con la quale si era adeguata dopo aver appreso che i suoi genitori avevano intenzione di vivere separati a centinaia di chilometri di distanza, tanto che Jack avvertì una fitta acuta di tristezza.
Aveva incontrato Sarah all’università di Nairobi. Erano entrambi lontani da casa – giovani, liberi e ambiziosi. Riusciva ancora a ricordare la prima volta che l’aveva vista: la pelle nera e sofisticata, le trecce lucenti lunghe fino alle spalle che le ricadevano attorno al viso mentre prendeva posto accanto a lui nell’aula magna. Lei era una ragazza di città, lui un ragazzo di campagna. A lei piaceva annotare le cose: obiettivi, progetti, liste, date. A lui piaceva vivere giorno per giorno, ora per ora. Lei era meticolosa e cauta. Lui era esuberante e impulsivo. Erano stati condannati fin dall’inizio, ma quando mai ciò ha impedito a qualcuno di innamorarsi? Lui si era innamorato perdutamente – e lei pure – e che avventura era stata. Alla fine, l’isolamento e l’imprevedibilità della vita alla piantagione di caffè erano state troppo per Sarah. Ma la tenuta di Kaburi era il mezzo di sostentamento di Jack, il luogo in cui era nato, e la sua eredità. Il suo ritmo puro e impetuoso gli pulsava nelle vene come un caffè espresso ricco e scuro. Sapeva che anche Lily lo possedeva, quel vortice caldo e schiumoso di magia e pazzia. Era quella la ragione per cui adorava ballare, e non aveva alcuna intenzione di starsene con le mani in mano a vedere andare sprecata tutta quell’essenza pura e vibrante solo perché lei trascorreva la maggior parte del tempo lontana dall’azienda agricola.
«Magari se ottengo dei voti migliori quest’anno», proseguì Lily.
Sempre la stessa storia. Schemi, convenzioni, doveri, disciplina. Non che fosse una cosa negativa per una ragazzina, ma tutto ciò che oltrepassava quei parametri veniva reciso e scartato. Jack aveva visto come aveva influito sul suo matrimonio felice, finché non era diventato come un colino pieno di verdure scongelate, secche all’esterno, incolori e insapori. Sarah aveva lasciato poco spazio alla gioia, per i semplici momenti in cui essere se stessi, e adesso stava facendo la stessa cosa con Lily. Aveva dei progetti per la loro figlia, e non comprendevano l’assecondare le passioni personali.
«Be’, piccolina, tua madre ha ragione». Jack si voltò per guardarla in faccia. «Entrambi vogliamo che tu vada bene a scuola. Lavora sodo su quei voti quando tornerai. Ma oggi, tu ballerai! E quando tu…». Sbatté le palpebre, momentaneamente accecato da un’esplosione di luce. «Lily, finirai tutta la pellicola», disse.
«E allora?». Lily estrasse la Polaroid lattiginosa che stava iniziando a svilupparsi, puntando la macchina fotografica verso se stessa e scattando una foto.
«Dammi quella macchina fotografica».
«No!». Strillò e lo respinse con le dita appiccicose.
«Bleah». Jack si ripulì il cioccolato dal viso mentre superavano dei negozi sbilenchi con le insegne di Coca-Cola e Fanta, alberi antichi con chiome verde intenso e macchie di terra rossa, vulcanica. «Sei riuscita a farlo finire anche sulla macchina fotografica».
«La posso pulire». Si tolse il cappello che Goma aveva cucito per lei e ripulì la macchina fotografica. «A posto!».
Jack sorrise e scosse il capo mentre svoltavano nel centro commerciale dove si stava esibendo il suo gruppo di danza. Era una produzione breve, informale, per famiglie, amici e compratori del fine settimana.
«Forza, la signorina Temu mi starà aspettando!». Lily saltò fuori dalla macchina non appena trovarono parcheggio. Il sabato era il giorno di maggiore afflusso al centro commerciale Kilimani, ed era in corso anche una sorta di convention.
«Aspetta», disse Jack. Aveva quasi finito di tirare su i finestrini quando suonò il telefono. Era un membro dello staff della sua azienda, che gli domandava se poteva fare provviste mentre era in città.
Lily fece il giro verso il suo lato della macchina. Il finestrino era fumé, così premette il palmo contro il vetro e sbirciò all’interno. Fece delle facce buffe a Jack finché riagganciò.
«Andiamo, piccola», disse prendendole la mano.
L’esibizione si teneva al livello più basso, in una piccola sala lontana dall’area ristorazione. Mentre si facevano largo per raggiungerla, Lily si fermò davanti a un venditore di palloncini.
«Posso averne uno giallo per Aristotele?». Strattonò uno dei palloncini a elio.
Aristotele era la tartaruga domestica di Lily, che era rimasta senza nome finché Goma non aveva iniziato a chiamarlo così per via di tutte le domande filosofiche che Lily gli poneva.
«Cosa se ne fa Aristotele di un palloncino?», chiese Jack.
«Sai come mai si perde sempre?»
«Perché lo lasci vagabondare in giro per la casa».
«Perché non mi piace rinchiuderlo in gabbia. Quindi se gli lego un palloncino al guscio, sapremo sempre dove si trova».
«Sai, è così assurdo, che ha una sua logica». Jack rise ed estrasse il portafoglio. «Prenderemo quello giallo».
«Mi dispiace, ce ne sono sei in un mazzo», rispose l’uomo. «Ne ho altri singoli, ma ho finito quelli gialli». Rivolse loro un’occhiata curiosa, ma Jack ci era abituato. Era cominciato quando lui e Sarah avevano iniziato a uscire insieme, ed era proseguito dopo che avevano avuto Lily. Una coppia mista con una figlia di due razze. Il contrasto sembrava affascinare la gente.
Jack lanciò un’occhiata a Lily. I suoi occhi erano fissi su quelli luminosi, dai colori accesi. «Va bene. Li prenderò tutti e sei».
Mentre si chinava per darle i palloncini, lei lo cinse con le braccia e lo strinse forte. «Ti voglio bene! Sei il papà migliore del mondo!».
Un nugolo di sconosciuti gironzolava attorno a loro, ma Jack fu colpito dalla dolce quiete di quel momento, un’ondata di calore e forza nel bel mezzo di una giornata qualsiasi.
«Non legarli tutti insieme o Aristotele volerà via», disse.
Lily ridacchiò, si staccò da lui e prese la scala mobile che scendeva, con i palloncini che le ondeggiavano attorno come raggi di sole dorati.
«Lily!», chiamò la sua istruttrice di danza quando giunsero alla sala dell’esibizione. «Sei favolosa!».
«È un arcobaleno». Lily piroettò mostrando il tutù che aveva realizzato Goma. «Quello che preferisco».
***** 
ANCHE DA LEGGERE DI LEYLAH ATTAR
IN ITALIANO

SENZA NESSUN SEGRETO (Newton Compton, 2017)
Un normale giorno di shopping sta per trasformarsi in un incubo per Skye Sedgewick. A un passo dalla sua macchina nel parcheggio viene rapita e narcotizzata. Poco dopo sembra arrivata la sua fine: lo sconosciuto la costringe a inginocchiarsi e le tiene puntata una pistola alla tempia. Skye aspetta che parta il colpo mentre recita la preghiera che l’aiutava a dormire da bambina, ma riceve solo un fortissimo colpo alla testa che la tramortisce. Al suo risveglio, l’incubo è ancora al suo fianco, ha i lineamenti scolpiti e uno sguardo impenetrabile. Chi è quest’uomo e perché le è così familiare? Questo è solo l’inizio di una storia sconvolgente, una tempesta di emozioni violente e di sentimenti che travolgono il lettore sin dalle prime pagine. Un romanzo d’amore epico, oscuro e indimenticabile. Leggi QUI la ns. recensione del romanzo
Ti interessa qusto libro? Lo puoi trovare QUI.

****
L'AUTRICE

Leylah Attar scrive storie d'amore fuori dagli schemi Quando non scrive, la si può trovare impegnata a seguire le sue altre passioni: la fotografia, la cucina, la famiglia e i viaggi. A volte scompare nel grande buco di internet, ma la si può facilmente far venir fuori offrendole cioccolata.


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3 commenti:

  1. Condivido il giudizio di questa recensione, anzi per me è un libro bellissimo, da voto massimo che consiglio a tutte! Robby

    RispondiElimina
  2. Libro molto bello e diverso dai soliti contemporanei

    RispondiElimina
  3. Chiara Beltrami29/08/18, 09:36

    Recensione molto bella. Vi chiedo cortesemente di aggiornare i nomi delle traduttrici. Eravamo due. Chiara Beltrami per la prima parte (la citazione fatta sopra è opera mia!), Marta Lanfranco, per la seconda. Buone letture a tutte!

    RispondiElimina

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