LA STRADA PER I SOGNI di Maria Cristina Robb


Busso alla grande porta di legno scuro dove campeggia la targa: ‘Professor Vittorio Logiudice’.
E’ strano tornare qui dopo tutto questo tempo. Gli alti soffitti a volta, i lunghi corridoi con i pavimenti un po’ sconnessi e i muri bianchi segnati dal passaggio continuo di personale e attrezzature.
Tutto come allora, eppure così diverso.
Io sono diverso.
Un tempo mi sentivo soffocare qui dentro, ero prigioniero, un topo dentro un labirinto di cui non trovavo l’uscita. Invece adesso, mi sembra un rifugio, una tana calda e accogliente dove infilarmi e sistemarmi comodo, per riprendere la mia vita dove si era interrotta.
Dove l’avevo interrotta.
“Avanti.” La voce baritonale del dottor Logiudice mi richiama a quella porta.
Abbasso la maniglia ed entro nello studio, inondato dalla luce opaca di un sole decembrino un po’ appannato.
L’imponente figura siede davanti alla scrivania che straripa di reperti professionali: riviste ancora avvolte nel cellophane, foto e dischetti di esami diagnostici, articoli sottolineati, buste e fogli sparsi, miniati in una calligrafia appuntita e decifrabile solo da pochi eletti.
“Buongiorno.” Entro deciso, la voce squillante, lo sguardo fisso su di lui. Voglio dare un’immagine giusta al mio nuovo primario.
“Buongiorno Luca. Sei riuscito a trovare posto in qualche studio?”
“Il Dottor Menchi mi ha fatto un po’ di spazio.”
“Bene.” Il professor Logiudice batte le mani sui braccioli e si alza, accompagnato da un sospiro di sollievo della poltrona.
“Allora possiamo andare in reparto e fare le presentazioni.”
Il direttore gira intorno alla scrivania e mi assesta una pacca sulla spalla.
“Sono contento che entri a far parte del mio gruppo. Un giorno mi racconterai della tua permanenza a
Pittsburgh.”
Sorrido e annuisco con la testa.
Speriamo che non venga mai quel giorno. Quel delirio vorrei lasciarmelo alle spalle.
Usciamo dallo studio e mi precede verso l’Unità Operativa con il passo marziale e lo svolazzare del camice attorno alle gambe.
Mi sono specializzato qui ma sono nervoso come se fosse la prima volta che percorro questo corridoio. Quanti ricordi. Ognuno vorrebbe dire la sua, ognuno spinge per farsi sentire, ma solo uno emerge da quel caos, vivido come una proiezione in 3D.
Ho saputo che lavora ancora qui. Sarà per questo che sono così agitato?
Entriamo nel reparto, seguiti dai deferenti saluti dei colleghi e dei parenti in visita, a cui Logiudice risponde con cenni del capo e monosillabi. Non è mai stato loquace, neanche quando era solo un aiuto. Diventare primario non lo ha certo reso più socievole.
L’ufficio della caposala è ancora la prima porta sulla destra e all’interno siede una donna alta e magra, con un taglio nero corvino alla Valentina da dove spuntano due pendenti turchesi. Indossa la divisa bianca bordata di rosso dell’ospedale e sulla targhetta, appesa al taschino, leggo ‘Coordinatore Infermieristico’.
Ero quasi certo di trovarci lei in questa stanza, chissà cosa ne era stato delle sue ambizioni. Forse si erano carbonizzate come le mie.
“Buongiorno Maristella.”
La donna alza gli occhi dal tabellone che sta compilando e sorride in modo meccanico, senza calore nello sguardo. “Buongiorno professore.” La voce roca per le troppe sigarette.
Il primo impatto non è un gran che.
“Questo è il dottor Arienti.” mi presenta.
“Piacere.” La caposala mi stringe la mano con poco entusiasmo e mi squadra come l’ennesimo scocciatore della giornata.
“Per favore.” aggiunge il direttore, “Potrebbe chiamare tutti in soggiorno? Vorrei presentarlo al gruppo.”
La donna fa un cenno con la testa ed esce dall’ufficio. Noi la seguiamo a ruota.
Il largo corridoio è nel suo abituale turbine di attività. Il personale entra ed esce dalle stanze, i carrelli spinti dagli operatori sferragliano sul linoleum marrone e un magazziniere sta scaricando alcune scatole pesanti in un angolo.
E’ tutto come allora, persino la disposizione delle stanze.
Il braccio dove si trovano la sala di medicazione e lo studio dei medici è di fianco all’ufficio della caposala, la guardiola degli infermieri in fondo e, dall’altro lato, la sala da pranzo e la cucinetta.
Qui il tempo sembra essersi fermato a dieci anni prima.
Il soggiorno, invece, è stato rinnovato. Adesso, il caldo color arancio degli arredi rallegra l’ambiente, una volta bianco e asettico.
La stanza è vuota, nemmeno qualche degente a guardare la televisione. Butto l’occhio sull’orologio a muro e ricordo. Alle dieci finiva la visita, i pazienti erano ancora nelle camere per essere sottoposti alle prescrizioni mediche.
Un brusio di voci si avvicina.
Ho le mani fredde a dispetto del solito riscaldamento tropicale.
Le persone cominciano a infilarsi dalla porta. Io li guardo in faccia, uno a uno, nella speranza di incontrare quegli occhi. Qualche collega solleva il mento in saluto, qualcuno si accosta al muro di fianco alla porta. Il personale infermieristico si dispone al centro dell’ambiente.
Eccoli! Ci sono anche loro.
Mi guardano e per un secondo riesco a leggervi dentro come una volta. Le palpebre si allargano, il petto si alza di colpo e il gelo polare scende sul verde limpido di quelle iridi, trasformandole in due stagni d’acqua ghiacciati.
Ho un brivido.
Non mi aspettavo un’accoglienza calorosa, ma speravo che il tempo avesse almeno mitigato la rabbia.
Invece no.
Ma è anche per loro che sono tornato.
“Buongiorno a tutti.” Il tono paterno del professor Logiudice mi ridona un po’ di calore. “Volevo presentarvi il dottor Luca Arienti. Qualcuno forse se lo ricorderà quando era un giovane specializzando in questo reparto. E’ appena rientrato dall’America e ha firmato un contratto di due anni per la nostra Unità Operativa.”
I due occhi si stringono e mi lanciano una freccia diritta al cuore. È solo per pura fortuna che non cado a terra in un lago di sangue.
Sollevo un angolo colpevole delle labbra solo per loro e poi indosso per tutti il mio sorriso da uomo affabile e cordiale, una maschera per nascondere il mio vero stato d’animo.
“Salve a tutti. E’ un grande onore per me poter lavorare qui, dove ho trascorso i miei anni da studente e poi da specializzando. Spero di poter essere un valido apporto per il gruppo e soprattutto per i pazienti.”
Tutti sorridono, più o meno, e qualcuno mi rivolge un gentile benvenuto. Colgo anche un accenno di calore nello sguardo di qualche ragazza carina.
Non è certo una festa ma, in fondo, per molti di loro sono uno sconosciuto.
Ma quegli occhi rimangono gelidi e tempestosi, un ribollire di pensieri e interrogativi.
“Il dottor Arienti comincerà domani.” riprende il direttore. “Mi aspetto collaborazione per aiutarlo a integrarsi nelle attività di reparto. Grazie.”
Il personale se ne va con mormorii di saluto e io seguo l’ondeggiare della coda bionda mentre si allontana.
Potevo aspettarmi qualcosa di diverso?
No. Non dopo come mi sono comportato. Eppure… ci avevo sperato. Se dopo dieci anni mi faceva ancora lo stesso effetto, forse anche per lei era uguale.
Che illuso!
Adesso ci fronteggiamo sui lati opposti della barricata.
La mia ex moglie l’aveva sempre sospettato. Povera Sophie.
Anche lì mi ero illuso: la figlia del luminare che sposa il giovane interno. Una brillante carriera e una donna al mio fianco che conosceva i sacrifici necessari per raggiungere la vetta.
Ma la realtà si era rivelata ben diversa. Nonostante il mio sbandierato cinismo, la voglia di emergere e di lasciare il mio nome negli annali di chirurgia, avevo lo stomaco troppo “delicato” per cavalcare quell’onda.
Se almeno avessi potuto metterci il cuore… ma come avrei fatto? Non aveva preso l’aereo per Pittsburgh con me. Era rimasto qui, tra le mani di quella donna che adesso mi guarda come se fossi un rifiuto abbandonato per strada.
“Lascia perdere amico.” Menchi, il mio compagno di stanza, mi dà una pacca sulla spalla. “Quella ha dato picche anche a Leardi.”
Chi è Leardi?
Sollevo le spalle e simulo un sorriso. Chi se ne frega di Leardi. Cosa ne sa di lei, di noi?
Devo trovare un modo per parlarle. È da troppo tempo che sono l’unico a darmi dell’idiota.

“Ciao, Cinzia.”
Alzo il braccio con un sorriso in risposta al saluto del barelliere. “Tutto bene?”
Lui mi fa un OK con le dita e prosegue la sua strada con il paziente nella carrozzina.
Mi piace fare il turno di mattina. Nonostante il passare del tempo, alzarmi presto non mi pesa, anzi. Ho un sacco di ore davanti a me e riesco a fare mille cose che mi piacciono.
Peccato che la “bella” sorpresa dell’altro giorno abbia un po’ rovinato questo piacere.
Il reparto è tutto in fermento. Abbiamo una nuova star, il bel dottor Arienti, atterrato proprio qui dagli States per illuminarci con la sua luce.
Io, invece, vorrei aver chiesto il trasferimento ieri. Sono furiosa. Possibile che abbia ancora una tale presa su di me, accidenti a lui?
Quando mi sono vista davanti quella faccia da schiaffi, gli occhi nocciola puntati su di me come un segugio, il mio cuore ha deciso di ribellarsi alla sua prigione e intraprendere una personale rivoluzione nel petto.
Strappo fuori la carpetta del successivo paziente dal carrello e la stringo contro il petto.
Il giovane dottor Arienti, promessa della chirurgia generale, adesso non è più tanto giovane.
I segni del tempo gli hanno marcato il viso, striato di bianco le tempie e offuscato la luce nello sguardo. Lo scintillio dei sogni si è spento, coperto da un velo che solo l’esperienza e il dolore possono aver lasciato.
Mi toccherà averlo intorno più di quanto vorrei, che sarebbe mai. Non ci posso fare niente. Per fortuna ci sono altre cose oltre il lavoro nella mia vita.
Entro nella stanza numero cinque con un sospiro e scosto la tenda che mantiene quel minimo di privacy fra un letto e l’altro.
“Buongiorno signor Stagni.” Gli tocco la mano stretta intorno alla sponda.
Un sorriso stanco tenta di farsi strada sul viso dell’anziano, operato due giorni fa.
“Buongiorno Cinzia.” mormora rauco.
“Com’e andata la notte?” Un’occhiata generale ai drenaggi e al sondino poi inizio a segnare i residui sulla sua cartella.
“Mi sono svegliato con un gran male stanotte.” mi dice.
I solchi neri sotto gli occhi arrossati e lo sguardo sfuocato raccontano di una notte insonne.
“Ha chiesto l’antidolorifico?” Per fortuna i parametri si erano mantenuti nella norma.
“Sì, ma c’è voluto un bel po’ prima che passasse.”
Continuo a scrivere sulla sua cartella mentre mi racconta del vicino di letto che ha fatto il diavolo a quattro tutta notte.
Fare la caposala? Neanche se mi pagassero il doppio, non m’interessa dirigere colleghi. Il mio lavoro è questo: osservare, analizzare, pianificare e poi rispondere ai bisogni dei miei pazienti e non diventare matta per coprire il turno dell’ennesimo infermiere malato.
“Buongiorno.”
Una voce nota alle mie spalle mi fa stringere i denti.
A proposito di stargli alla larga. A che ora si butta giù dal letto? Neanche fosse stato di guardia.
“Dottor Arienti.” Lo sguardo del paziente s’illumina e un sorriso sincero gli modifica l’espressione tirata. “Buongiorno a lei.”
Io faccio finta di nulla e continuo a controllare sulla mia cartella le annotazioni dei colleghi della notte.
Lui mi viene vicino. Lo fa apposta, lo so.
“Buongiorno Cinzia.”
“Giorno.” mastico via, scoraggiante.
“Come va il signor Stagni?”
Ok, ce la posso fare. Penso al paziente e torno a essere una professionista.
“Questa notte ha riposato poco. Hanno dovuto fare un’altra dose di antidolorifico alle due. I parametri sono normali, anche se stamattina è un po’ febbrile. Abbiamo fatto la batteria degli esami post-operatori.”
Lui si avvicina ancora per osservare i sacchetti appesi al letto e mi costringe a riempirmi le narici del suo dopobarba, sempre quello: secco, ma con una lieve nota pepata. Mi scosto e stringo le redini dei ricordi che minacciano il mio controllo.
“Dobbiamo tenere monitorata la temperatura. Programma la medicazione della ferita.”
Luca prende il polso del signor Stagni con le dita “Uhm, un po’ tachicardico.”
Alza lo sguardo di colpo e mi becca proprio mentre lo sto osservando.
“Ho bisogno di un rapporto sui tuoi pazienti, Cinzia.” dice con tono chiaro e forte. “Ti dispiace raggiungermi nello studio dei medici?”
L’hanno sentito tutti. Vuole fregarmi il bastardo.
Stringo i denti per non rispondergli male. Lo so, non posso rifiutare, qualcuno potrebbe farsi delle domande. Accidenti a lui! Non voglio parlargli. Mi fa male solo stargli vicino.
Il rancore non avrebbe dovuto cauterizzare tutto?
Guardati, invece.
È bastato rivederlo perché la ferita si rimettesse a sanguinare come una fontana.

“Aspetta, Cinzia.”
Luca mi aveva raggiunto sulla porta del reparto “Stai andando a mangiare?”
“Sì, vado in mensa.”
“Anch’io devo pranzare, ma non ho voglia di quella sbobba. Mi faresti compagnia? Al bar all’angolo fanno dei panini grandiosi.”
Luca era uno dei giovani specializzandi, uno dei miei preferiti a dirla tutta, uno di quelli con cui parlavo e scherzavo più volentieri.
Era allegro, sempre una battuta e una parola spiritosa per tutti. I pazienti lo adoravano, sapeva ascoltare e ogni volta aveva una risposta competente alle loro domande.
Anche con noi era gentile, pronto a dare una mano quando c’era bisogno senza badare ai ruoli.
In più era proprio carino. La figura alta e robusta dentro la divisa verde da chirurgo, gli occhi caldi e accoglienti e un sorriso capace di sciogliere anche la nostra ex caposala di ferro. I capelli castani li portava un po’ lunghi e terminavano con dei riccioli che gli ricadevano sul collo. Erano il termometro del suo stato d’animo, quando cominciava a lisciarseli all’indietro, sapevi che era preoccupato.
Un invito però non me lo sarei mai aspettato.
“Va bene. Anche a me scoccia mangiare da sola.”
Così era iniziata una consuetudine fatta di panini farciti e chiacchiere a pranzo.
Fino a quel pomeriggio di giugno.
Luca era arrivato con lo sguardo scuro e sfuggente, la bocca serrata in un silenzio interrotto solo da qualche mugugno o monosillabo.
Io avevo cercato di riempire i vuoti, ma lui sembrava un muro contro cui rimbalzavano le mie parole.
“Che hai oggi?” gli avevo chiesto un po’ infastidita.
Lui aveva alzato la testa di scatto e mi aveva fissata con una perforante intensità.
“C’è qualcosa tra te e Giacomo?”
Io ero saltata sulla sedia.
Il dottor Marinelli lo conoscevo da anni e scherzavamo spesso. Lui fingeva di farmi una corte serrata e mi diceva che ero la donna dei suoi sogni. E io gli rispondevo con frecciatine sullo stesso tono.
Ma era un gioco, nulla più.
“Assolutamente no!” avevo risposto un po’ offesa. “E poi, non credo siano fatti tuoi.”
Aveva abbassato le spalle di colpo, come se avesse trattenuto il fiato, e la luce nel suo sguardo era cambiata, inondando il color nocciola di riflessi dorati.
“E invece sì.”
Aveva allungato la mano e sfiorato la mia.
“E’ un po’ di tempo che sto annegando dentro il verde dei tuoi occhi.” aveva detto piano. “Quando ti ho visto scherzare con Marinelli, ho creduto che mi scoppiasse qualcosa nel cervello.”
“Ma io e Marinelli scherziamo sempre.”
Lui aveva alzato le spalle. “Me ne sono accorto solo oggi.”
Aveva preso la mia mano e se l’era premuta contro la guancia.
“Ti prego aiutami.” aveva sussurrato. “Buttami un salvagente. Dimmi che ho qualche speranza.”
Io lo avevo guardato a bocca aperta mentre lo stomaco si riempiva di uno stormo di uccelli migratori.
“Di cosa parli?”
Con l’indice mi aveva sfiorato la guancia.
“Di te e di me.”
Non che non ci avessi pensato, ma non mi ero fatta illusioni. I giovani medici sono una razza pericolosa per le infermiere.
Eppure i suoi occhi non sapevano mentire e io mi ero lasciata avvolgere nella loro dolcezza come nel miele di castagno.

Alla fine c’ero annegata in quel miele.
Ma non mi lascerò incantare. Se cerco dentro di me, se mi accanisco a ricordare ogni secondo di quell’ultima telefonata, tornerà la rabbia e questa volta mi sfogherò contro di lui.

Marcio avanti e indietro nella sala medici, la stessa dove io e Cinzia rubavamo qualche attimo, un bacio furtivo, una promessa a fior di labbra, ai tempi in cui i nostri pensieri erano pieni uno dell’altra.
Sono un bastardo, me lo dico da solo, ma non mi ha lasciato scelta. Se non la mettevo alle strette avrebbe continuato a sfuggirmi come un miraggio.
Mi fermo a guardare dalla finestra le cime dei grandi pini e faccio un respiro profondo. Un ragazzino sarebbe meno nervoso.
La sento entrare nella stanza e mi giro verso di lei.
I segni del tempo sono stati molto più clementi con Cinzia.
I capelli raccolti nella coda le lasciano libero il viso e mettono in risalto la fronte alta, i grandi occhi verde salvia e la bocca morbida e ben disegnata. La divisa un po’ informe non le rende giustizia, ma possiede ancora quella grazia speciale che m’ipnotizzava quando si muoveva per i corridoi.
Non mi guarda neanche in faccia e la linea rigida della mascella mi fa capire quanto sia pronta per attaccare, ma non m’importa. Finalmente è qui davanti a me.
Solleva la testa, altera, glaciale e ci guardiamo per qualche secondo.
Rabbrividisco. Quello sguardo è riuscito a congelarmi le parole in gola.
“Allora?” Stringe le labbra in una linea sottile.
“Ciao Cinzia.” Riesco a emettere solo un rauco sussurro. “Come stai?”
S’irrigidisce, ma lo sguardo si annebbia. “Benissimo.” risponde con i denti serrati. “Dimmi cosa vuoi.”
“E’ così terribile stare nella stessa stanza con me?”
Cinzia solleva di scatto le spalle e sbuffa in un gesto insofferente.
“Volevo parlarti.” Basta, bisogna che prenda coraggio. “Provare a spiegare.”
“Lascia perdere.” mi ferma. “Non c’è niente da spiegare.”
“Ti sei sposata?” le chiedo a bruciapelo.
Lei stringe gli occhi. “Non credo siano affari tuoi.” scandisce.
No, non si è sposata. Me lo avrebbe gettato in faccia come uno schiaffo. Ho ancora qualche speranza.
“Che tu ci creda o no, ho passato tutti questi anni a pentirmi.”
“Immagino.” L’ironia mi colpisce come una pietra. Fa male.
“La vita in America non è stata come mi aspettavo.” Faccio fatica a deglutire l’amarezza che mi ha serrato la gola. “Quando arrivi sulla cresta: o sei capace di rinunciare a chi sei o affondi.”
Lei mi guarda fredda in silenzio, le braccia conserte.
“Mi sei mancata da morire.”
Guardo altrove per non tagliarmi contro quelle lame verdi. Mi è toccato davvero tanto ammetterlo davanti a lei, non posso sopportare anche il suo disprezzo.
“Ah, ah, ah.” Ogni sillaba è un pugno. “Ti sono mancata tanto, eh? Tanto da piantarmi qui senza una spiegazione. Solo quella telefonata: ‘parto, vado in America’ e sei sparito.” La voce di Cinzia si fa rauca. “Parlavi di andare via insieme: Médecins sans Frontières!” Una smorfia disgustata. “Sei finito a fare il chirurgo di successo negli Stati Uniti.”
Questo è proprio un colpo basso, una ginocchiata in mezzo alle gambe.
“Sono stato uno stronzo e un idiota.” Non faccio fatica a confessarlo. Ho passato gli ultimi anni a ripetermelo, almeno tre volte al giorno. “Quando ho ricevuto la proposta non ho capito più niente. Ho pensato che sarei diventato famoso, nominato nei congressi internazionali, un capitolo nella storia della medicina. Non avevo idea del prezzo affettivo e morale che avrei dovuto pagare. E ti assicuro che è stato salato, molto più di quanto potevo permettermi.” Non me ne frega niente di sembrare patetico.
Adesso la guardo in faccia e la sconfitta mi annebbia la vista.
Lei inala con forza e spalanca gli occhi.
“Mi dispiace.” Il sussurro sembra sincero. “Non è stato facile neanche per me.”
Le deve essere costato molto dirmelo, ma Cinzia non è mai stata una vigliacca.
“Vorrei…” Faccio un passo verso di lei, ma la vedo indietreggiare.
“Non ci pensare neanche.” sibila, la mano in avanti per bloccarmi. “Stammi alla larga. Siamo costretti a lavorare insieme ed è già anche troppo.”
Si gira di scatto e lascia la sala con il suo incedere da regina ma sono sicuro di averle visto lucidarsi lo sguardo.
E’ stata dura, ma non mi ha colpito a morte. Per fortuna. Forse ho ancora un posto nel suo cuore. Non sarebbe così furiosa.
Questa volta non mollo, lo giuro. Non smetterò di provare. Mi arrenderò solo davanti all’indifferenza dentro i suoi occhi verdi.
Cerco di fare un lungo respiro, ma mi si ferma a metà con un singulto.
Sono riuscito a far del male all’unica donna importante della mia vita. E anche a me stesso.
Esisterà un premio per il più grosso coglione del mondo?

“Qual è il paziente che ha vomito?”
Luca si affaccia sulla porta della guardiola con i capelli arruffati.
La sua voce ha un filo diretto con il mio cuore, basta sentirla e quel traditore parte in una corsa forsennata, come se fosse in ritardo a un appuntamento.
Ma sono brava a fingermi indifferente. Sollevo la testa con aria distratta e lo sfioro a malapena con lo sguardo.
“E’ il signor Mordini, letto diciotto. C’è Carlo con lui.”
Luca solleva le spalle in un sospiro e se ne va.
Devo mantenere le distanze. L’equilibrio che ho così faticosamente riacquistato è in pericolo e non voglio che lui scopra il potere che ha ancora su di me.
Mi giro verso il carrello e comincio a estrarre dallo scaffale i farmaci che mi serviranno per la terapia delle sei.
E’ incredibile come abbia fatto presto a insinuarsi di nuovo sotto le mie barriere. Mi gira intorno come un addestratore che cerca di ammansire un animale selvatico. Cerca ogni occasione per starmi vicino, in silenzio, per farmi riabituare alla sua presenza e prova a guadagnarsi la mia fiducia con la calma e la gentilezza.
Ha anche ricominciato a farmi trovare fiori sotto il tergicristallo. A volte giacinti o anche calendule, con un piccolo bigliettino legato al gambo: ‘Perdonami’.
Non sono rose rosse come allora.

Una mattina, alla fine del turno di notte, uno splendido bocciolo color carminio era appoggiato sul parabrezza, il gambo fermato dal tergicristallo. L’avevo sfilato un po’ tremante e l’avevo annusato a occhi chiusi.
“Ciao, bionda. Dove stai andando?”
La voce calda di Luca aveva scacciato il freddo della stanchezza e dell’aria invernale. Mano nella mano eravamo andati a fare colazione al nostro solito bar e poi da lui a fare l’amore, mentre il sole che sorgeva avvolgeva la stanza e i nostri corpi uniti nella sua luce rosata.

Ci sono dei momenti che mi sembra di essere tornata indietro nel tempo: lo stesso affiatamento, la stessa capacità di leggerci dentro.
Poi lo guardo e vedo i solchi profondi ai lati della bocca e la sottile ragnatela di rughe intorno agli occhi. Il suo sguardo non brilla più delle fiamme dell’entusiasmo, soffocate da un velo costante di malinconia. Anch’io non sono più quella giovane sognatrice, ma lui. Lui era un’idealista, un visionario. Quanto era stata dura per piegarlo così?
E’ persino stato sposato, almeno per un po’.
Io non sono riuscita a fare neanche quello.
“Gli ho rimesso il sondino.”
La voce di Luca disperde il flusso dei miei pensieri.
Entra nella stanza con il camice aperto sulla divisa verde e si avvicina.
Io gli lascio spazio.
“Ho rallentato l’infusione di morfina e ti prescrivo un Plasil.”
Prende il quaderno della terapia davanti a me e scrive il farmaco sulla scheda del paziente.
Io faccio finta di essere occupata ma i miei occhi sono attirati verso di lui come magneti.
Ha gli occhi cerchiati per il poco sonno e i capelli sono tutti scompigliati come se avessero appena finito di litigare con le dita. C’è qualche filo grigio vicino all’orecchio e mi devo bloccare perché la mano si è già alzata per sfiorarli.
“Ti ricordi della serata alla Lanterna?” Luca sussurra senza alzare il viso.
Io non rispondo perché il passato mi si è chiuso attorno alla gola come una morsa.
Ricordarmela? Ogni maledetto, meraviglioso secondo, purtroppo.

Luca era seduto di fianco a me a una cena tra colleghi. Eravamo ancora all’inizio. Dopo la sua confessione avevamo cominciato a frequentarci e io ero già persa dietro quell’entusiasta sognatore. Ma anche frenata dalla paura: e se non avesse fatto sul serio?
Ma quella sera tra noi c’era una corrente speciale, un flusso di elettricità che faceva pizzicare le dita.
Ci eravamo agghindati entrambi per l’occasione e Luca non aveva fatto mistero di quanto gli piacesse come mi ero vestita. Anch’io lo avevo guardato ammirata, facendogli drizzare le spalle e puntare il petto in fuori.
Per tutta la serata c’eravamo sfiorati le mani, le gambe, guardati negli occhi con un desiderio che avevamo guardato crescere uno nell’altra. Il braccio sulla spalliera della mia sedia, la mano che mi sfiorava il fianco e il suo tocco arroventato che mi bruciava la pelle.
Alla fine della serata facevamo entrambi fatica a respirare.
Fuori dal ristorante eravamo rimasti indietro e lui mi aveva preso la mano.
Con il riflesso delle luci della città negli occhi aveva detto rauco: “Vieni a casa con me.”
Io avevo annuito, incapace di superare con le parole le pulsazioni del cuore che mi stringevano la gola.
Era stata la nostra prima volta.
Avevamo passato la notte a conoscerci, con le dita, con le mani, con le labbra e quando i nostri corpi si erano fusi, era stato così “giusto”, come se avessi vissuto fino ad allora solo per quel momento.

Luca alza la testa e si gira verso di me.
“Tornerai mai a guardarmi così?”
I suoi occhi sono lucidi e io ho una montagna sul petto che non mi lascia tirare il fiato. Non posso rispondergli perché nessun suono ha il coraggio di uscirmi dalla bocca.
Lui alza la mano e mi sfiora la guancia con un dito. Resto rigida, ma non mi ritraggo, anche se dovrei.
Anch’io sento le stesse cose, ma ho troppa paura di farmi ancora del male.

Le cene di Natale della Chirurgia Generale erano sempre state un evento. S’incominciava mesi prima a fare scommesse sul luogo scelto o sulle facce che sarebbero ricomparse solo per l’occasione. Poi, dal mattino successivo, era un continuo ricordo degli episodi piccanti, abbigliamenti stravaganti e sbornie colossali. Alcuni aneddoti rimanevano scritti per sempre nelle leggende del reparto e tornavano fuori a ogni nuova occasione di ritrovarsi insieme.
Il professor Logiudice non voleva certo essere da meno dei suoi predecessori.
Scendo i gradini ed entro nei sotterranei della villa del settecento, nelle campagne intorno alla città, scelta per la serata.
Un luogo molto suggestivo, un posto d’onore nell’album delle annate migliori e adatto anche ai suoi colleghi primari.
Il bar sulla sinistra è già affollato di persone con in mano calici pieni di bollicine. Di fronte, un lungo tavolo apparecchiato in rosso, trabocca di vassoi colmi di salumi e formaggi, cesti di crescentine fritte e grissini, taglieri tappezzati da tartine di tutte le qualità. Su un piccolo palco sul fondo sono già stati allestiti gli strumenti che accompagneranno il dopo cena.
“Ciao, Luca. Ce l’hai fatta.”
La dottoressa Malservisi, una delle prime donne chirurgo della storia del policlinico, mi saluta con il bicchiere alzato e l’altra mano diretta alla bocca con un pezzo di crescente farcita.
“Ciao Marilena.” La bacio sulle guance. “Fra la nebbia e il mio vago ricordo della strada sono dovuto tornare indietro due o tre volte.”
“Dieci anni in America cancellano molte cose.”
“Eh, già…” trattengo a stento una smorfia.
I miei colleghi ancora non capiscono. Cercano sempre di strapparmi qualche commento e rimangono meravigliati dei miei continui dribblaggi. Non afferrano che aver vissuto in una vasca di squali non è un’esperienza di cui parli volentieri. È vero, ho anche imparato molto, ma a che prezzo?
Uno dei più alti mi guarda ancora con occhi glaciali.
Prendo un calice di prosecco dal tavolo e saluto altri colleghi che devono essersi già messi avanti con i lavori a giudicare dal colorito delle loro guance.
Vago con lo sguardo sulla folla radunata nella sala in cerca del mio premio per aver affrontato quella notte da licantropi per essere lì.
Non ci metto molto a beccarla e per un attimo dimentico il tempo passato da quella sera, la prima terminata a casa mia.
Ha indossato un tubino nero dalla scollatura squadrata, aderente a ogni curva del corpo statuario, e un paio di stivali neri che aggiungono al quadretto la grazia delle caviglie sottili. I capelli sono sciolti ad addolcire gli zigomi pronunciati e la curva netta del mento.
Dove li ha messi quei dieci anni? Lo so, eravamo giovani ma, accidenti! È ancora quella splendida femmina che mi faceva vorticare gli ormoni allora.
L’unico segno del passare del tempo si nasconde nello sguardo. La fiducia, il rispetto, la passione con cui mi guardava sono scomparsi, sostituiti da un’ombra di diffidenza che non smette di farmi male.
Eppure, ho rivisto anche qualche sprazzo di quella luce che illuminava solo me. C’è ancora un’intesa, non può negarlo. Non può nascondere il leggero tremito delle mani o fingere di non avere il cuore in gola, come me, quando siamo vicini.
E i fiori? Non ne ha mai buttato neanche uno. Vorrà dire qualcosa?
Cinzia solleva lo sguardo e, come la forza di gravità, non può evitarmi. Ci fissiamo per qualche secondo con l’intensità del ricordo che brucia ancora dentro di noi. Lei è più brava di me a fingere, il dolore le ha costruito una corazza intorno ed è tutta colpa mia.
Sposta lo sguardo come se quello scambio non fosse mai esistito e riporta l’attenzione sui colleghi vicino a lei.
“Possiamo avvicinarci ai tavoli.” I camerieri ci invitano nella sala da pranzo.
Il pavimento in cotto rosso è cosparso di tavoli e la fiamma di una miriade di candele crea riflessi sulla selva di bicchieri sopra le tovaglie. Lunghi festoni argentati pendono dalle volte del soffitto intonacate e un grande albero di Natale, decorato con fiocchi rossi e palline argentate, lampeggia da una nicchia sul fondo.
I gruppi si dirigono verso le seggiole.
Ecco una cosa che rimpiango di Pittsburgh: fuori dall’ospedale tutti ritornavamo persone. Qui, invece, la veste professionale non si toglie neanche a letto. Per una legge non scritta, ma rispettata con assoluto rigore, i simili si aggregano con i simili, così mi tocca sedermi con i parrucconi del reparto.
Almeno una cosa la posso fare. Un paio di misure al volo e il mio posto è proprio in direzione del tavolo delle infermiere.
Cinzia sta ridendo e si porta alle labbra un bicchiere pieno di liquido paglierino. Chissà se adesso regge meglio l’alcol.
Dieci anni fa era uno spettacolo. Due bicchieri e perdeva la naturale riservatezza trasformandosi in una loquace e sensuale creatura che alla fine mi regalava notti piene di passione.
“Allora, Arienti.” Il professor Zampieri mi distoglie dal mio viale delle rimembranze. “Come hai risolto con quel tumore a due centimetri dall’ano.”
Tempismo e scelta del luogo perfetti per parlare di lavoro. Applaudirei, se non sapessi quanto sia permaloso il Professore. Sono costretto a rassegnarmi e torno a indossare il mio “camice verde” per rispondergli.
Alla fine, se Dio vuole, arriva il dolce e con lui la fine di quella cena asfissiante.
“Cari amici.” La voce del primario si eleva sopra il chiacchiericcio. “Volevo brindare a tutti voi per quest’anno pieno di soddisfazioni e novità.” Logiudice indirizza il suo bicchiere verso di me. “Dopo cena potete fermarvi a ballare. Nell’altra sala è già pronto un gruppo favoloso.” Il direttore alza il bicchiere in alto. “Salute a tutti e auguri.”
Il coro di risposte rimbomba contro le volte bianche della sala.
Un brivido di anticipazione mi fa ingurgitare in un solo sorso il contenuto residuo del mio bicchiere.
La musica, le luci basse, i corpi affollati che si muovono: la mia occasione.
Spero solo che le bollicine del prosecco si alleino con me.

Alzarmi dal tavolo non è così facile. Il vino bianco era troppo buono, ha irretito il mio giudizio e alla fine ne ho bevuto più di quanto avrei dovuto.
Ne avevo bisogno, però. Luca ed io nella stessa stanza, il suo sguardo affamato su di me. C’è da far uscire pazzo un eremita.
“Resti ancora un po’, vero?” Anna Rosa, la mia amica, sta aspettando solo questo momento. Posso fare la guastafeste?
“Certo.” Sorrido, anche se l’istinto sarebbe di darmela a gambe. Ma la ragione mi dice che anche la coppia alcol e nebbia depone a favore di Anna Rosa.
 Il complesso musicale attacca le prime note e a piccoli gruppi raggiungiamo la sala attigua. Sono tre, chitarra, batteria e tastiera, ma hanno una grande energia e il sound giusto: anni settanta/ottanta e la gente non riesce a stare ferma.
Le mie colleghe partono all’attacco della pista e io sono costretta a seguirle, trascinata dalle più giovani che mi afferrano le mani e mi tirano finché non siamo al centro.
La palla di specchietti incomincia a vorticare riflessi suoi volti arrossati ed ebbri dei convitati. Domani torneranno a indossare i loro camici bianchi e la prosopopea dei cattedratici. Bisognerebbe fare una foto per ricordare loro di appartenere ancora alla razza umana.
La musica mi prende e, come sempre, mi abbandono al suo ritmo.
Un braccio mi cinge la vita. Non ho bisogno di girarmi. Il mio corpo potrebbe riconoscere quel tocco tra mille.
Il profumo secco arriva subito dopo come una sferzata. Ma le inibizioni sono state inglobate dalle bollicine e per la prima volta dal suo ritorno ho voglia di giocare, di tormentarlo.
“Dottor Arienti. Balla anche lei?” Vorrei essere spensierata, ma viene fuori più come un sospiro.
“Certo. È tanto che non mi scateno un po’.”
“Gloria! Manchi tu nell’aria.”
Luca incomincia a ballare vicino a me con le stesse mosse di un tempo, un po’ sgraziate ma piene di passione. Sarà merito dell’alcol ma riesco a guardarlo senza sentirmi strappare il cuore.
Ci scateniamo su alcuni brani veloci, sfiorandoci come due ragazzini al primo flirt, fino a quando la band non parte con un classico di Battisti da mattonella.
È il momento di fuggire. Non devo rischiare di ritrovarmi tra le sue braccia, chi saprebbe resistergli?
Con un gesto a vu delle dita, mi allontano dal gruppo e raggiungo a passo un po’ incerto il bagno. Mi serve un po’ di acqua fresca per riprendere le briglie in mano.
Quando esco dalla porta, vicina all’ingresso, le luci sono ancora basse e questa volta sono i Pooh a far dondolare le coppie abbracciate. Lo sguardo va alla scalinata d’uscita e alla nebbia che lampeggia delle decorazioni natalizie. Come una falena salgo i gradini della Taverna verso la luce.
Hanno rivestito tutta la balaustra del portico, la fontana centrale e l’arredamento in pietra del giardino con file di led che brillano a intermittenza. Il grande pino al cancello è rivestito da grandi palle oro, argento e rosse e sulla cima, una gigantesca cometa spande il suo alone luminoso nella nebbia. Il parco è diventato un luogo magico e resto incantata a fissare l’atmosfera creata dalle luminarie.
Due braccia mi cingono e un corpo maschile mi avvolge nel suo calore, un calore che non ho mai dimenticato.
Per un momento rimaniamo a guardare il giardino, la testa appoggiata alla sua spalla, la guancia contro la mia tempia.
“Hai sempre adorato le luci di Natale.” mi sussurra all’orecchio prima di baciarmelo.

“Ciao Luca.”
“Ciao.” Telegrafico.
Non ci sentivamo da qualche giorno. Strano, se non ero io a cercarlo, di solito Luca mi raggiungeva sempre in qualche modo.
“Tutto bene?”
“Mm... sì.” Qualcosa suonava sbagliato.
Avevo deciso di non darci peso.
“Hai visto che sono già fuori gli addobbi di Natale?”
“No.”
Avevo insistito. “Volevo andare a fare un giro venerdì quando smonto dal mattino. Vieni con me?”
Un deciso silenzio.
“Parto.” La voce di Luca era arrivata chiara come uno sparo.
“Prego?”
“Vado via. Vado in America.”
“Di cosa stai parlando?”
“Ho ricevuto una risposta da Pittsburgh. Hanno accettato il mio internato.”
Non ne sapevo niente, me lo sarei ricordato. Era all’ultimo anno di specialità, aveva sempre detto di voler partire, ampliare i suoi orizzonti. Avevamo parlato di andare via assieme. Avevamo parlato dell’Africa.
“E noi?”
Il silenzio era stato eterno, poi Luca aveva sussurrato. “Non lo so… Starò via un bel pezzo… mi dimenticherai.”
Il mio cuore era esploso, una boccia di cristallo colpita da un proiettile che lanciava milioni di dolorosi missili di vetro. Avevo creduto di svenire per un momento ma tutto quello che avevo avuto il coraggio di fare era cliccare sul pulsante di chiusura della chiamata.
Luca non aveva più telefonato.

Con un grido di agonia mi stacco da lui.
“No!” Riesco a liberarmi dal suo abbraccio con uno strattone. “Non mi farai di nuovo del male. Ho rimesso insieme i pezzi dopo anni, non ti lascerò distruggermi.”
“Cinzia, ti giuro.” Allunga una mano ma io faccio un passo indietro. “Ho rimpianto quel momento fino a consumarmi. Sono serio, non voglio ferirti. Dammi una chance.”
“Bugiardo, falso, ipocrita.” Mi ritrovo a gridare. “Avresti potuto fare qualsiasi cosa: telefonare, scrivere, mandarmi un piccione viaggiatore!” L’effetto dell’alcol è completamente svanito. “Ti sei sposato invece!”
“Un altro gigantesco errore. Perché credi abbiamo divorziato?” Riconosco il dolore nei suoi occhi, occhi che avevo sempre creduto di saper leggere così bene.
“Mi ci sono voluti mesi per tornare a funzionare, anni per non sentire dolore ogni mattina quando mi alzavo.”
“Io non ho mai smesso di provarlo, neanche un momento.” sussurra lui.
Lo guardo. Vorrei credergli ma come si fa a credere a qualcuno che ti ha quasi uccisa?
“Sei un coglione, Luca.” Lui abbassa la testa in un gesto di resa e io mi stacco per andare in cerca del mio cappotto.
Se non vado via mi metterò a piangere, farò una scenata, lascerò che i pezzi malamente incollati del mio cuore tornino a sbriciolarsi come prima.
Luca non mi ferma. Resta immobile a guardare l’alone di nebbia lampeggiante dove si nasconde la stella in cima al pino.
Quando guardo dallo specchietto retrovisore, lui è ancora lì. Guarda verso la mia macchina, come se potesse vedere i miei occhi, e drizza le spalle.
Non sembra essersi arreso, ha l’aspetto di chi, invece, si rialza per combattere.
Potrò mai tornare a fidarmi di lui?

Sono stanco morto.
Bevo un sorso di caffè freddo, seduto nella cucinetta della sala operatoria.
Dormo poco la notte, i pensieri mi tengono sveglio.
Rivedo tutte le persone che ho deluso: i pazienti che non ho potuto operare, incastrato in quel sistema sanitario aberrante; Sophie; il professor Morrigan e soprattutto lei, Cinzia, gli stessi occhi gelidi del primo giorno di rientro.
Non sto arrivando da nessuna parte con lei. Ci sono momenti in cui mi sembra si stia ammorbidendo e, quando lavoriamo insieme, a volte mi osserva e la luce nel suo sguardo sembra più simile a quella della mia Cinzia di allora.
Ma dopo la scena nel giardino della villa abbiamo fatto dei passi indietro. Mi chiama ancora “dottor Arienti”, mi parla a fatica e se siamo soli in una stanza ogni scusa è buona per scappare via. Incomincio ad avere dei seri dubbi. Riuscirò mai a riconquistare la sua fiducia…e il suo cuore?
E poi l’intervento di oggi è stato faticosissimo.
Ho dovuto sudare per isolare il punto in quell’intestino tutto incollato dalle aderenze e poi quell’arteriola che non voleva mettere di sanguinare. Dulcis in fundo, il mio aiuto era quel deficiente di Leardi. L’unica cosa che sa fare, oltre a ostacolarmi sul campo operatorio, è flirtare con le ferriste e fare battute idiote per le quali non ride nessuno.
“C’è ancora un po’ di caffè?”
Si parla del diavolo…
Il bel Matteo fa il suo ingresso nella cucinetta in cerca di qualcuno per cui fare il suo spettacolino.
“Sul fornello.” gli rispondo, sperando non voglia fare conversazione.
Mi salva l’ingresso di un collega in cerca di qualcosa da mangiare.
“Allora, Leardi.” lo apostrofa mentre sgranocchia un grissino trovato in qualche stipetto. “Come va la tua manovra di accerchiamento? Ti manca solo lei nella lista.”
“Devo andare con calma. Cinzia fa la santarellina e la frigida ma le piace il cazzo come a tutte le altre.”
A sentire il nome di Cinzia mi si drizzano le orecchie. Ho sentito delle chiacchiere, ma dopo che li ho visti insieme, artic woman nel suo aspetto migliore, mi sono messo il cuore in pace. E lui, come al solito, si comporta da imbecille.
“Fa la statua di ghiaccio, ma so che se l’è scopata mezzo ospedale.”
Che cazzo sa quell’idiota?
Sarà la stanchezza, sarà la tensione ma la rabbia mi esplode nel petto e mi sale alla testa in un’unica fiammata.
La sedia cade con un botto secco quando mi alzo. Mi giro verso di lui. “Rimangiati quello che hai detto, bastardo.” I denti stretti quasi scricchiolano.
Lui mi fissa con gli occhi sbarrati e poi fa un sorrisino. “Ha fregato anche te, quella troietta.”
Il rosso mi annebbia la vista e la mano chiusa parte da sola per scontrarsi con la faccia da attorucolo di terza categoria del dottor Leardi.
La sua testa scatta all’indietro e lui cade a terra in un vorticare di braccia e gambe. L’altro collega osserva con lo sguardo sbarrato e il grissino fermo tra le labbra aperte.
“Sei una merda Leardi. Non sei neanche degno di baciarle gli zoccoli.”
Spalanco la porta della cucinetta e me ne vado senza voltarmi indietro. Mi strappo la cuffia, afferro il camice dall’attaccapanni ed esco a grandi passi dalla porta scorrevole del blocco operatorio con le nocche indolenzite e la rabbia ancora un grumo di lava nello stomaco.
Gran bella mossa, Luca.
Verrò cacciato e forse Leardi mi porterà anche in tribunale.
Chi se ne frega!
Ho cambiato vita altre volte, sempre per la ragione sbagliata. Almeno questa volta mi sono tolto una soddisfazione.

Apro piano la porta e resto sull’uscio appoggiata allo stipite. Luca sta togliendo i suoi effetti personali dall’armadietto e non si accorge subito di me.
Le mie colleghe mi guardavano in modo strano e si appartavano negli angoli del reparto a bisbigliare, ma Anna Rosa non ha aspettato lo venissi a sapere dal gazzettino dell’ospedale.
“Ma tu e Arienti vi conoscevate già?”
Sarebbe stato inutile negare. Qualcuno dei più anziani forse si ricorda persino di noi, anche se avevamo cercato di essere molto discreti.
“Ciao.” gli dico e lo faccio sobbalzare.
Lui si gira verso di me e non sorride, ma lo sguardo gli si ammorbidisce in una carezza.
“Non sono rimasto molto neanche questa volta.”
Ovviamente è stato licenziato in tronco, anche se il primario è riuscito a convincere Leardi a non sporgere denuncia e ha rinunciato a scrivere la nota sul suo curriculum.
In fondo dottor Splendore se l’era cercata e il collega presente ha riferito onestamente quello che era successo. Così adesso tutto l’ospedale parla di noi due.
“Dove andrai?”
“Dopo le feste cercherò in qualche struttura privata. Il mio curriculum può aprirmi diverse porte.”
Luca prende gli zoccoli verdi da sala operatoria, li mette in un sacchetto e poi nel borsone che sta riempiendo.
“E i tuoi sogni?”
Lui mi guarda e gli occhi si velano di una tristezza che mi si stringe attorno al cuore.
“Sono un maestro nel distruggerli.”
“Ma Médecins sans Frontières esiste ancora.” Ne avevamo parlato tanto quando eravamo giovani e folli.
“Troppo lontano.” gli esce d’istinto. Da cosa, da chi, glielo leggo negli occhi. È ancora deciso a non arrendersi.
Poi riprende a occuparsi dei suoi camici ripiegati.
“Potresti non essere da solo.”
Lui si blocca e alza lo sguardo verso di me. Si drizza di colpo, spalanca la bocca e respira. Una volta. Deglutisce e respira di nuovo. Poi allunga una mano e io ci appoggio la mia.
Mi tira verso di lui e mi soffoca in un abbraccio quasi doloroso.
“Dimmi che è vero. Dimmi che non sto sognando.” sussurra a qualche millimetro dal mio orecchio.
Torna a cercare i miei occhi.
“Sì, Luca. Non sono un miraggio.”
Abbassa la testa e incolla le labbra sulle mie in un bacio profondo e disperato, capace di risucchiarmi anche la forza per stare in piedi.
Quando ci stacchiamo, sembriamo due corridori al traguardo della maratona di New York.
“Non puoi recuperare dieci anni con un solo bacio.” L’ossigeno di cui ho bisogno ha il profumo secco e pepato del suo dopobarba.
“No, ma posso aprirmi la strada per i prossimi cinquanta.”
Poi torna a baciarmi, questa volta con calma, struggente, colmo di una nostalgia che mi fa salire le lacrime agli occhi.
“Sei il mio sogno più importante. L’ho capito solo quando ero lontano.” mi sussurra ancora appoggiato sulle labbra. “Senza di te niente aveva più senso.”
“Questa volta possiamo partire, se vuoi. Sessanta giorni lavorativi e sono libera dall’ospedale.”
“Stasera vieni a casa mia.” Le labbra sul collo mi fanno rabbrividire. “Dopo cerchiamo informazioni online.” Mi stringe ancora più forte. “Dovremmo sposarci.”
Sussulto ma nella prigione del suo abbraccio, riesco a muovere solo la testa per scrutarlo. “Sei matto? Sposarci?”
“Non vuoi?” La pena sembra sincera.
“Ma… così… dopo dieci anni…” Sappiamo ancora chi siamo? “Non eri tu quello del: senza legami istituzionali?”
“Ero un coglione.” risponde categorico. Poi allarga gli occhi innocenti. “Non vuoi fare di me un ragazzo onesto prima di partire?” ma subito dopo torna serio. “Non posso rischiare di perderti di nuovo.”
Gli sbatto la mano aperta sul petto. “Non è colpa mia.”
Lui nasconde la faccia nel mio collo. “Mi perdonerai mai?”
Penso a tutto il tempo passato a cercare di rimettermi in piedi e sarei tentata di rispondergli di no.
“Ti dovrai comportare molto bene.”
Neanche io sono disposta a rischiare di perderlo di nuovo. Ma, sposarci?... Vedremo.
“Te lo giuro.” Un altro bacio suggella la promessa.
Lo sappiamo, la felicità eterna è una chimera, lo abbiamo sperimentato sulla nostra pelle. Questa seconda possibilità per realizzare i nostri sogni, però, è sulla buona strada.

FINE

CHI E' L'AUTRICE...

 MARIA CRISTINA ROBB è nata a Bologna e vive a Castel Maggiore, con la sua famiglia: un marito e una figlia. Fa l’infermiera da circa 27 nel dipartimento di chirurgia di un grosso ospedale universitario in cui si occupa anche di ricerca.  Si definisce una lettrice compulsiva e ha sempre desiderato poter scrivere qualcosa che desse agli altri le stesse emozioni che prova lei quando tiene un libro tra le mani. Per questo ha frequentato alcuni corsi di Scrittura Creativa e Collettiva che le hanno fornito validi elementi per affinare il suo stile.  Il suo debutto è stato il concorso sul blog “La Mia Biblioteca Romantica”, dove il suo racconto “Mr. Talbot” è risultato vincitore di una rassegna di Romance Erotico.  Da allora ha continuato a scrivere, pubblicare su blog e partecipare a contest dove è risultata tra i finalisti in diverse occasioni. Di recente, con uno pseudonimo ha iniziato a pubblicare racconti appassionanti ed erotici per una nota casa editrice.

****
TI E' PIACIUTO LA STRADA PER I SOGNI? PARTECIPA A CHRISTMAS IN LOVE 2015 LASCIANDO I TUOI COMMENTI FIRMATI AI RACCONTI CHE VERRANNO PUBBLICATI SUL BLOG NEI PROSSIMI GIORNI . A FINE RASSEGNA, ELEGGEREMO IL  RACCONTO NATALIZIO PREFERITO DALLE LETTRICI ED ESTRARREMO PREMI A SORPRESA FRA CHI AVRA' COMMENTATO.




31 commenti:

  1. Maria Cristina colpisce e affonda. Struggente, molto bello. Il vero amore conosce sempre la strada.

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  2. Com'era che diceva quella canzone? "Certi amori non finiscono... fanno dei giri immensi e poi ritornano..."
    Racconto molto bello ed emozionante. Tanti complimenti a Maria Cristina, come sempre bravissima.

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  3. un nome, una certezza! Bellisssimo, che altro dire? non si è smentita nemmeno con questo racconto romanticissimo, diverso dalla commedia romantica di quest'estate ma ugualmente d'effetto.... direi che lo metto già tra i miei preferiti.....

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  4. Mi piace sempre molto tutto ciò che scrive Maria Cristina Robb. Anche questo racconto non smentisce la sua bravura. E' un brano dolce e delicato. Pieno di speranza e di amore. Ideale per il clima natalizio. Brava anche questa volta.

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  5. Bellissimo! Mi ha tenuta incollata al PC fin che non l'ho finito. Lui si è cosparso di cenere ed è giusto visto come ha trattato Cinzia. Brava ROBB!

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  6. Cara consorella Maria Cristina, volevo salvarlo e leggerlo con calma e invece ho iniziato senza fermarmi più. È strutturato in maniera troppo intrigante per interrompersi, con quei ricordi che ricostruiscono il puzzle a poco a poco. Che la Dea ti benedica

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    Risposte
    1. maria cristina14/12/15, 16:54

      Mi sento davvero benedetta. :)

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  7. mi è piaciuto molto complimenti

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  8. Cristina complimenti per il tuo racconto di una storia d'amore che offre una seconda occasione ! Molto bello e coinvolgente!!

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  9. Maria Cristina14/12/15, 16:55

    Grazie mille a tutte :D

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  10. Bene!!!!la lista dei racconti natalizi devo dire che si è aperta proprio bene.Complimenti a Maria Cristina un racconto tra "le corsie",fattibile,i sentimenti di chi è stata lasciata e di chi si è pentito descritti con cura.Letto senza pause.Grazie Maria Cristina

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  11. Bravissima come sempre Maria Cristina!

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  12. Ho iniziato a leggere questo racconto con un po' di reticenza, visto che il tema delle seconde occasioni non rientra tra i miei preferiti, ma una volta iniziato non sono più riuscita a smettere; sono stata catturata dallo stile fluido di Maria Cristina Robb e dall'intensità dei sentimenti dei protagonisti. Comunque Mr Talbot resta il mio preferito dell'autrice, almeno finchè non riesco a scoprire sotto quale pseudonimo pubblica i suoi racconti (se qualcuno vuole darmi la soffiata sono tutta orecchi) ^_^

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    Risposte
    1. Maria Cristina15/12/15, 22:40

      Emy, è il segreto di pulcinella. Hai mai visto il mio profilo FB? La mia immagine ti dovrebbe dare un suggerimento, eheheh

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    2. Grazie, Maria Cristina, sono andata a dare una sbirciatina e mi si è svelato l'arcano ^_^ Probabilmente ero l'unica a non saperlo ma, visto che non uso i social network, non ci sarei mai arrivata da sola.
      E' da tempo che mi riprometto di leggere una delle storie del tuo alter ego. Finora ho rimandato perchè non sono munita di ereader (lo so, sono antica: niente FB, niente ereader...) e leggere a lungo sul pc non è il massimo, comunque mi adatterò, almeno finchè non usciranno titoli in cartaceo, o non mi modernizzerò :)

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    3. Maria Cristina16/12/15, 20:47

      Fra poco è Natale... se proprio non vuoi un kindle puoi sempre farti regalare kobo... E' un peccato sai? ;) Purtroppo il cartaceo potrebbe non venire mai. sigh!

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    4. Magari faccio in tempo a mandare un'altra letterina a Babbo Natale ;)
      Per il cartaceo non disperare, prima o poi si presenterà l'occasione. Magari con un romanzo su Mr Talbot ^__^

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  13. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

    RispondiElimina
  14. Care bibliotecarie romantiche ecco come aprire con il botto la raccolta dei racconti di CHRISTMAS IN LOVE, avevo apprezzato molto il racconto di Maria Cristina durante la Summer Loving e devo dire che anche stavolta ha superato se stessa, quando ho visto chi scriveva questo racconto ho detto non lo devo perdere mi salvo la pagina e me lo leggo con calma ritornata oggi per leggerlo mi sono resa conto che ho fatto bene perchè se avessi incominciato l'altra sera non sarei riuscita a staccarmene tanto mi ha coinvolto, una storia d'amore dalle mille sfaccettature una storia d'amore in cui la lontananza e il tempo sono solo lo spazio che separa le parole ti e amo, ma che quando si avvicinano ecco che si ritrovano e il ti amo diventa per sempre perchè comunque quando due sono fatti per essere uno la metà dell'altro tutto si supera e tutto si attende e quando i cocci sono riaggiustati al cuore si può dare una seconda opportunità anche a chi ha sbagliato.
    Grazie Cristina per avermi fatto sognare un bacio

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Maria Cristina16/12/15, 20:49

      Il bacio lo do a te. Ancora una volta, grazie Stefania!

      Elimina
  15. Care bibliotecarie romantiche ecco come aprire con il botto la raccolta dei racconti di CHRISTMAS IN LOVE, avevo apprezzato molto il racconto di Maria Cristina durante la Summer Loving e devo dire che anche stavolta ha superato se stessa, quando ho visto chi scriveva questo racconto ho detto non lo devo perdere mi salvo la pagina e me lo leggo con calma ritornata oggi per leggerlo mi sono resa conto che ho fatto bene perchè se avessi incominciato l'altra sera non sarei riuscita a staccarmene tanto mi ha coinvolto, una storia d'amore dalle mille sfaccettature una storia d'amore in cui la lontananza e il tempo sono solo lo spazio che separa le parole ti e amo, ma che quando si avvicinano ecco che si ritrovano e il ti amo diventa per sempre perchè comunque quando due sono fatti per essere uno la metà dell'altro tutto si supera e tutto si attende e quando i cocci sono riaggiustati al cuore si può dare una seconda opportunità anche a chi ha sbagliato.
    Grazie Cristina per avermi fatto sognare un bacio

    RispondiElimina
  16. Bellissimo racconto Cristina! Sicuramente diverso da quello del cow-boy anche se si percepisce la stessa ironia. Mi è piaciuto molto il gioco tra passato e presente e naturalmente la scena risolutiva con Leardi, davvero potente! Un abbraccio.
    Ornella Albanese

    RispondiElimina
  17. Racconto molto intenso e anche abbastanza sofferto. Il pentimento di Luca e la rabbia della bella infermiera andavano dritti al lettore. Mi è piaciuta molto anche la tecnica del flashback, che stemperava per un attimo la tensione.
    Ammetto di aver amato di più quello estivo, ma l'autrice ha ri-dimostrato la propria bravura.
    Sveva

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  18. Molto bello!! che dire? lascia senza fiato ... Mi piace molto come scrive la mia omonima .. punta dritto al cuore e lascia il segno :)
    Cry Trilly

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  19. Come sempre Maria Cristina scrive con uno stile fluido e intrigante... Quando poi descrive il "suo" mondo e attinge dal suo vissuto e' ancora più convincente... Le buone idee non le mancano e mi piacerebbe che potesse svilupparle in un romanzo... Chissà ?!? Brava!
    Elisabetta

    RispondiElimina
  20. E' bravissima a modellare le parole. Mi piace molto lo stile pulito ma non banale. E mi è piaciuto molto pure il punto di vista maschile, non il solito macho, ma finalmente un po' di debolezze, condite da una necessità di redenzione. Molto bello.

    RispondiElimina
  21. Complimenti all'autrice per questa bella storia...

    RispondiElimina
  22. Bellissimo Maria Cristina, l'ho letto solo ora e anch'io, come le altre, non sono più riuscita a fermarmi: è stata una lettura romantica, appassionata, piena di pathos, di tenerezza dei sentimenti, di scavo psicologico e super perfetta nelle descrizioni di ciò che concerne il mondo ospedaliero. Complimenti!
    Judith Sparkle

    RispondiElimina

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