Una Romantica Estate: RITORNO A CAPE LOVE di Viviana Giorgi



Ho ambientato questo racconto a Cape Love, il villaggio (fittizio) del Maine dove si svolge il mio ultimo romanzo, “Alta Marea a Cape Love”, appena uscito per Emma Books. È un luogo che sembra fatto su misura per le storie d’amore, romantico e bellissimo, dove tutto, o quasi, può succedere. Anche di incontrare un tipo come Steve, undici anni dopo...

2 giugno 2013
Tornare a casa può essere difficile. Tornare a casa con una ragazzina di 10 anni e senza un marito, o un ex marito, lo può essere ancora di più.
Ma Fiona Lawn non era il tipo da abbassare la testa per una leggerezza commessa undici anni prima, così, tirato un bel respiro, aveva fatto il suo ingresso a Cape Love orgogliosa di quella sua leggerezza, che si chiamava Rachel. La sua splendida bambina, testarda e irrefrenabile come lei stessa era stata un tempo.
Poco più che trentenne, ritenendosi ormai forgiata dalla vita, Fiona si era scordata di quanto fosse stato impegnativo per sua madre cercare di contenere le sue imprese, prima di bambina irrequieta, poi di teen ager ribelle. Ma non se ne erano dimenticati gli anziani del villaggio ai quali doveva l’appellativo di Uragano. Oppure Terremoto. O ancora, Catastrofe.
Così la chiamavano, e non a caso.
Poi un giorno avevano smesso di chiamarla perché, grazie al Cielo, era arrivato anche per lei l’anno del college e se ne era andata via. E non era mai più tornata. Se non quella volta.
Tenendo per mano la piccola Rachel, Fiona percorreva la Main Street con il cuore stretto dalla morsa dei ricordi. Tutto sembrava immutato nel villaggio, persino le persone che la guardavano curiose. Lei sorrideva e salutava tutti, rispondendo alle domande di sua figlia che sembrava più che altro impaziente di correre alla spiaggia.
“Tra poco, tesoro; prima andiamo a fare un po’ di spesa all’emporio o preferisci saltare pasto e cena?”
Prospettiva più temibile dell’inferno stesso per una creatura perennemente affamata come Rachel – tanto affamata che sua madre le aveva dato l’affettuoso diminutivo di Alien. E poi, come la piccola aveva potuto constatare dopo un’approfondita esplorazione, il frigorifero dei nonni era così vuoto da sentirci rimbombare l’eco.
Madre e figlia fecero il loro ingresso nell’emporio. La fragranza del pane fresco colpì con un’altra mitragliata di ricordi Fiona. Doveva smettere di pensare al passato. Altrimenti, non ce l’avrebbe fatta.
“Voglio la pizza, mamma, e un hot dog,” disse Rachel tirandola per un braccio.
“Hai appena divorato due muffin! Se vai avanti a mangiare così, non solo diventerai grassissima, ma dovrò pubblicare almeno due romanzi all’anno per sfamarti!”

“Ma io sono magra!” protestò la bambina.
Fiona le sorrise con tenerezza. Sì, sua figlia era uno scricciolo, ancora, tutta angoli e ossa. Dove andasse a finire tutto il cibo che ingurgitava…
“Guarda guarda, ma sei proprio tu, Fiona Lawn? Uragano?”
Impossibile, anche dodici anni dopo, non riconoscere quella voce.
La vecchia signora Smith era sempre uguale. Aveva ancora i capelli violetti e un’età indecifrabile, ormai prossima alle tre cifre. E, a giudicare dalle bottiglie che si contavano nel suo cestino, pure la solita propensione per i vodka-martini.
“Signora Smith, che piacere rivederla,” viva, proseguì Fiona nella sua mente.
“E questa bella bambina, direi proprio che è tua figlia, ti assomiglia come una goccia d’acqua,” rispose con un sorriso la donna più anziana. “Gli occhi tendono più all’azzurro che al grigio, è vero, ma sono proprio i tuoi, mentre i capelli sono quasi biondi, non scuri come li hai tu. E il naso? No, non è proprio il tuo, con quella leggera gobbetta. Ma la bocca è uguale alla tua.”
Fiona deglutì amaro. Possibile che la vecchia Smith fosse ancora tanto vispa e soprattutto ci vedesse così bene? Che i martini, come amava dire, fossero davveromeglio del gerovital? In ogni caso, meglio interrompere subito quella pericolosa ispezione prima che la vecchia arrivasse a conclusioni pericolose.
“Sì signora, questa è mia figlia Rachel,” rispose con un sorriso.

Già stanca delle inutili smancerie che sua madre stava scambiando con quell’orribile, anziana donna che la fissava con tanta intensità, Rachel si esibì nel suo tipico sorriso meglio dileguarsi in fretta, quindi scappò via prima di dover subire la solita tiritera fatta di stupidi complimenti e domande idiote. E poi, quel manifesto che aveva intravisto in un angolo dell’emporio meritava un’indagine ulteriore.
Subito.

Scivolando tra gli scaffali del piccolo emporio ci finì proprio davanti e con un piccolo wow si mise a studiarlo per bene prima di concedersi un enorme sorriso. Di gioia, questa volta.
Torneo di calcio, recitava la scritta. E lei adorava giocare a calcio. Niente le dava più gioia di correre dietro a una palla e - diavolo! - era proprio brava a farlo.
Tornò da sua madre e, senza aspettare come le era stato insegnato che i grandi finissero di parlare, le tirò il braccio: “Voglio partecipare al torneo di calcio, mamma,” disse eccitata, già certa su chi avrebbe avuto la meglio, mentre la signora Smith scuoteva rassegnata la testa dicendo: “Sarà anche bionda, ma non c’è dubbio che sia figlia tua Fiona! Ha il fuoco nelle vene.”
Già, ma chi era il padre?
Fiona sapeva che quella sarebbe stata la domanda che nei prossimi giorni tutti si sarebbero fatti a Cape Love.
Non che la cosa le importasse.
Nessuno conosceva la verità e lei era ben intenzionata a tenerla per sè. Anche perché… che differenza avrebbe fatto rivelare che il padre di sua figlia era…

3 giugno 2013.
La mattina era di quelle da togliere il fiato, da tanto era bello e limpido il cielo. Certo l’aria era ancora frizzante, ma in fondo era il Maine, quello, non il New Mexico.
Era tornata a Cape Love per l’estate e per dare a Rachel un luogo pulito e sicuro da chiamare casa. Far crescere una ragazzina in un bilocale di Manhattan, per quanto dalla finestra si vedesse spuntare il Chrysler, non era ciò che voleva per sua figlia.
Bugiarda.
Non era per quello che era fuggita da Manhattan.

 “Allora sei pronta ad andare a scuola, Alien?”
“Non capisco perché devo andarci, mamma. Tanto, tra qualche giorno l’anno scolastico finirà,” le rispose la ragazzina con aria imbronciata.
“Così puoi farti degli amici. E poi, te l’ho già detto: niente scuola, niente torneo di calcio!”
Ecco un argomento più che convincente per la piccola.
Senza protestare, Rachel prese il suo zainetto e seguì la mamma in auto.

La casa dei Lawn si trovava appena fuori il villaggio, un paio di miglia prima del faro abitato da quella stravagante pittrice italiana, Arianna qualcosa, che Fiona aveva incontrato il giorno prima nella libreria di Joanna. La donna e Joanna a quanto pareva erano diventate socie in affari e con notevole entusiasmo le avevano proposto di presentare al locale club del libro il suo ultimo romanzo nel corso di un incontro speciale. Non che lei avesse capito in cosa sarebbe stato speciale; e a dire il vero neppure ci teneva a farsi pubblicità; ma un incontro le avrebbe dato la possibilità di ripresentarsi ufficialmente agli abitanti del villaggio, e per di più da vincitrice. Da madre orgogliosa e da autrice di successo.
La figliola prodiga torna a casa, con il frutto del peccato. E con tre quasi best-sellers all’attivo.
E poi, avrebbe fatto di tutto, affrontato ogni sguardo malevolo o pettegolezzo cattivo, per offrire a sua figlia una parvenza di normalità e a se stessa l’opportunità di essere accettata di nuovo tra gli abitanti del villaggio. Perché, anche se lo aveva negato a se stessa per più di dieci anni, Cape Love era il luogo a cui lei apparteneva, nel bene e nel male. Il luogo che non a caso faceva da sfondo ai suoi romanzi, con l’oceano che poteva ruggire minaccioso sulle rocce frastagliate e rosse o essere gentile sulle orme che i villeggianti lasciavano sulle spiagge; con i pini bianchi che profumavano l’aria e quel vento che certi giorni ti portava via. E che dire di quelle perfette case di inizio ‘900 che parevano una cartolina, e delle bizzarrie dei suoi abitanti? Forse Ms Smith non lo sapeva, ma c’era anche lei nei suoi romanzi, dove il villaggio non si chiamava CapeLove, ma – tanto per rimanere in tema - Heartbeat, battito di cuore.
Come diavolo le era poi venuto in mente di chiamarlo così? Forse perché ogni volta che in quei dieci anni vi era ritornata col pensiero aveva sentito il suo cuore perdere un colpo? Un colpo? Facciamo anche tre o quattro…
Perché, ogni volta, dannazione, aveva pensato a lui. A quel bastardo, fottutissimo figlio di buona donna che sembrava essersi accampato dentro di lei. Nella sua testa, nel suo cuore, e anche più in basso.

Alle tre del pomeriggio Fiona aspettava Rachel fuori dalla scuola.
Non appena la bambina la vide, le corse incontro, eccitata e saltellante come sempre.
“Dobbiamo andare dal coach, mamma. Ha detto che oggi mi deve fare un provino, altrimenti non può accettarmi in squadra,” le disse prendendola per mano e cominciando senza alcuna misericordia a trascinarla verso il campo sportivo adiacente alla scuola.
“Ma tesoro, adesso?”
“Sì, adesso. Mamma, è di vitale importanza. Ti prego.”
Da quando sua figlia usava termini come vitale importanza?
Fiona sospirò. “Sono altre le cose di vitale importanza, Rachel!”
Doveva aver pazienza con sua figlia, per quanto con tutti quei sì rischiasse di viziarla troppo.
Arrivate al campo di calcio, Rachel si mise a correre verso un gruppo di ragazzini che sembrava pendere dalle labbra di un uomo adulto e piuttosto ben messo, almeno da quel che poteva vedere Fiona dalla panchina su cui si era seduta ai bordi del campo.
Mentre osservava sua figlia che cercava di attirare l’attenzione dell’uomo, e non aveva dubbi che presto ci sarebbe riuscita, indossò gli occhiali da sole e si concesse il capriccio di indugiare sul corpo del presunto allenatore, che ancora le dava le spalle. Era da tanto di quel tempo che non stava con un uomo che quasi si era dimenticata di com’ erano fatti. Sentì un brivido scorrerle lungo la schiena mentre incominciava la sua esplorazione. Be’, questo esemplare di maschio umano era fatto davvero bene. A occhio e croce era alto almeno un metro e ottantacinque e aveva gambe lunghe e muscolose, messe in evidenza da un paio di jeans alquanto vissuti. Fiona chinò la testa di lato, per studiargli il fondo schiena – oddio, lo stava davvero facendo? – che era da dieci e lode. Ridacchiò pensando a come avrebbe reagito se gli avesse rifilato un pizzicotto proprio lì. Dopo essersi soffermata sui fianchi stretti, ma solidi, lasciò risalire lo sguardo. La Tshirt blu, anche quella ormai sbiadita dal tempo, nascondeva un torace non certo comune, vita stretta e spalle larghe, mentre dalle maniche corte uscivano braccia muscolose e abbronzate che sarebbero state perfette intorno alla sua vita.
Sospirò ancora, scuotendo la testa e ridacchiando per il tenore dei suoi pensieri. Be’, in fondo che male c’era ad apprezzare un bel corpo? Quell’uomo era un coach, no?, quindi era normale che avesse un fisico coi fiocchi.
Con un sospiro Fiona continuò la perlustrazione. Lo sconosciuto aveva anche de bei capelli castano chiari che si arricciavano appena sul collo, abbronzato e forte.
Per un attimo, come in un déjas vu, ebbe la sensazione di aver accarezzato quei capelli, mentre quelle braccia forti la stringevano e quei fianchi stretti  si muovevano contro di lei. Dentro di lei.

Naaa.
Solo un uomo, a CapeLove, l’aveva avuta, e quell’uomo – il fottutissimo bastardo di cui sopra - ora si trovava a Manhattan.
Vide l’allenatore chinarsi verso Rachel ed ascoltarla con attenzione. Poi, con un senso di ansia crescente, lo seguì mentre si girava con lentezza impossibile e seguiva il punto che Rachel gli indicava con la mano.
Quel punto era lei.
Di colpo si sentì proiettata in avanti, senza cintura di sicurezza, come se il mondo all’improvviso si fosse fermato.
Perché quello sconosciuto stava fissandola con due occhi blu che appartenevano ad un altro uomo e perché aveva sul volto quell’ espressione sorpresa, immobile, come se il respiro non gli andasse né su né giù, esattamente come stava succedendo a lei?
Forse, dopotutto, sfuggire al destino era un’arte impossibile perché quando Steve Rowlan - sì, il fottuto bastardo - cominciò ad andarle incontro con quel suo passo sciolto, da predatore, Fiona non riuscì a darsela a gambe, come avrebbe tanto voluto. Riuscì solo ad aggrapparsi alla panca con entrambe le mani e a stringere sinché le nocche le diventarono completamente bianche. Poi, senza successo, cercò di calmare il battito del cuore che sembrava occupato a ballare un sirtaki e, con ancor meno successo, fece finta di non riconoscere l’uomo che le stava davanti, come se ciò fosse solo lontanamente pensabile. Perché, senza esagerare, lo avrebbe riconosciuto in uno stadio affollato e completamente buio.
“Fiona Lawn, sei proprio tu?”
La voce di Steve, dannatamente sexy e calda, l’ accarezzò come una promessa non mantenuta.
Fiona si raddrizzò, sbatté gli occhi, poi li strizzò come per cercare di vedere meglio. Lo fissò per qualche istante, fingendo ancora di non sapere chi diavolo fosse, più sorpresa che se si fosse ritrovata davanti il Bianconiglio.
“Steve Rowlan, chi l’avrebbe detto, dopo tutti questi anni!”
Tutti. Questi. Anni.
Undici, per la precisione.

Poco prima, quando Rachel gli si era materializzata davanti mentre parlava al telefono col suo editor e aveva cominciato a tartassarlo di domande, Steve Rowlan era stato sul punto di perdere la pazienza. Dio! Già non ci sapeva fare con quella masnada di ragazzini, figuriamoci con una bambina. Per chi l’avevano preso, per Mary Poppins? Poi, i suoi occhi si erano specchiati in quelli della piccola e qualcosa era successo.
Un fulmine a ciel sereno.
Facciamo due fulmini.
Perché, per quanto assurda la cosa gli fosse sembrata, era stato colto dall’assurda sensazione di avere conosciuto da sempre quella piccoletta e se ne era rimasto lì a fissarla, immobile e senza parole, col cuore in extra sistole, cercando di capire nel frattempo cosa volessero da lui il suo editor: “Steve ci sei? Ehi!
E quello scricciolo:

“Coach sono brava in attacco, non sarà mica così sessista a non voler una femmina in squadra, vero?”
Per un attimo il mondo aveva cominciato a girare all’incontrario.
Sessista, l’aveva definito. Una ragazzina di dieci anni. E lui era scoppiato a ridere e con il riso l’ inquietante sensazione che quella bambina avesse qualcosa di speciale si era dissolta, almeno in parte.
“Non sono sessista,” le aveva risposto guardandola incuriosito.
“Non ne sarei così convinto, Steve. Ma perché me lo vieni a dire proprio adesso, che non sei sessista?” era intervenuto l’editor dall’altra parte del telefono.
“Non parlavo con te, Mark! Ti richiamo,” gli aveva risposto, chiudendo la comunicazione.
Poi si era girato verso Rachel che ancora gli puntava quegli occhi azzurro/grigio addosso, con la stessa aria determinata di un cane che non vuole mollare l’osso.
“La squadra è già al completo piccola…”
“Mi chiamo Rachel…”

“… Rachel. In ogni caso, dal momento che non vorrei essere accusato di…sessismo, presentati agli allenamenti dopo la scuola e vedremo se ci sai fare.”
“Ci sarò coach,” gli aveva risposto la bambina, e se ne era andata.
Steve aveva continuato a fissare quello scricciolo come se qualcosa nonostante tutto gli sfuggisse poi, scuotendo la testa come per risvegliarsi da un sogno fastidioso, aveva richiamato l’editor.
“Eccomi, scusa. Non ti racconto quel che mi è successo, non ci crederesti.”
“Una donna incazzata?”
“No, una bambina che vuol giocare a calcio.”
“Ohhh, te l’avevo detto di lasciar perdere.”
“E io ti avevo già detto che mi fermerò a CapeLove almeno un mese perché l’ho promesso al figlio di mia sorella. Non posso certo deluderlo  dopo che quel bastardo di mio cognato, del mio ex cognato, li ha mollati tutti e due.”
“Ok, ci rinuncio. La cosa ti fa onore, ma che ne capisci tu di calcio?”
“Niente davvero. Ma per un ex campione di football, che vuoi che sia insegnare a undici ragazzini a tirare quattro calci a un pallone, per di più rotondo?”
Già, ma ora, davanti a Fiona Lawn, la sua fottutissima baldanza lo aveva abbandonato.
“Fiona Lawn, sei proprio tu?” fu la sola cosa che riuscì a dire.
Come un perfetto imbecille.
Il tutto sotto lo sguardo disgustato di Rachel che, nel frattempo, cercava una risposta al suo quesito. Che essenzialmente era: perché questi due se ne stanno qui a perdere tutto questo tempo in stupide domande, invece di farmi giocare a calcio?
Così, forse per interrompere quella imbarazzante scena di adulta insensatezza, la piccola si attaccò al braccio dell’uomo, tutta lamentosa.
“Coach, il mio provino!”
Steve si girò verso di lei per risponderle, poi, come colto da una rivelazione ultraterrena, strabuzzò quasi gli occhi. Non pago di ciò, fissò con la stessa intensità la madre, mentre un enorme punto di domanda gli si disegnava sul volto.
“Coooach!” ripeté impaziente la piccola pensando che gli adulti fossero davvero strani.

Nel frattempo, anche i dodici ragazzini della squadra di calcio si erano avvicinati e incuriositi fissavano quello strano terzetto.
“Non vorrà mica giocare con noi, quella?” disse uno di loro con sincero disgusto, indicando con un dito accusatore Rachel.
“Una femmina con noi?”
“Vai a giocare con le bambole,” aggiunse un altro, dando il via di fatto alla zuffa: Rachel partì a testa bassa e si avventò sul malcapitato buttandolo a terra.
“Rachel!” urlò Fiona.
“Tommy!” fece eco Steve, mentre entrambi si gettavano  nella mischia a dividerli.
Mezz’ora dopo, non solo la calma era tornata, ma per dare una lezione ai suoi giocatori, certo inclini a un maschilismo per nulla politically correct, Steve aveva ammesso in squadra Rachel senza neppure farle il provino. E, con suo grande stupore, si era accorto di aver fatto molto bene. Quella ragazzina correva come unquarterback e i suoi piedi toccavano la palla con la sensibilità di un campione di football americano. Altro che soccer! Se solo fosse stata un maschio…Ma anche così era perfetta, vagheggiò, sorridendo come un imbecille.
Quando raggiunse Fiona che aspettava sua figlia a bordo campo al termine dell’allenamento, Steve scorse Rachel sorridere felice in mezzo agli altri ragazzini.
“Visto?” disse indicando la bambina. “Nonostante sia una femmina è già l’anima della squadra.”
“Ringrazio il Cielo che sia andato tutto bene nonostante l’inizio disastroso. Mi spiace davvero che si sia comportata così con quel ragazzino. Fiona è così impulsiva…”
“Il ragazzino si chiama Tommy, ed è mio nipote. E a dire la verità, se l’è proprio cercata, non credi?” Poi, senza attendere risposta, aggiunse: “Tua figlia ha il pallone nel sangue. Sai, anch’io ero un po’ come lei, da piccolo. Grinta e tanta voglia di andare in meta.”
Il sorriso si spense sulle labbra di Fiona.
“Già,” mormorò. Poi rimase un istante in silenzio, imbarazzata come una ragazzina delle medie davanti al più figo del liceo.
“Be’, allora presumo che ci vedremo, se tu sei l’allenatore…,” riuscì alla fine a balbettare.

“Sostituto allenatore. Quello vero si è rotto una gamba in un incidente d’auto e Tommy mi ha implorato di prenderne il posto. Non ho saputo dirgli di no.”
“Sei stato generoso ad accettare. Ma ora, devo proprio andare. Ci vediamo, Steve.”
Col cuore in subbuglio Fiona si incamminò per andare a recuperare sua figlia, cercando di trovare una spiegazione sensata a quanto stava accadendo. Una spiegazione a dir poco impossibile.
“Ehi, Fiona, aspetta!”
La voce di Steve.
Ecco ora ci mancava che lui la fermasse, mentre lei voleva dileguarsi al più presto prima che le rivolgesse domande cui non avrebbe potuto rispondere.
Lei fece no con la testa e con la mano destra lo salutò, continuando a camminare verso Rachel.
“Ehi!” urlò di nuovo Steve, questa volta mettendosi a correre per raggiungerla.  Quando le dita dell’uomo le si posarono sul braccio, una scossa imprevista l’attraversò, facendola sobbalzare.
“Dio come se sei nervosa!” disse lui.
“Scusa, è che…”
Lo sguardo di Steve l’accarezzò, fermandosi un istante di troppo sulle sue labbra.
“Non intendevo spaventarti, volevo solo chiederti se questa sera ti andrebbe di andare a mangiare una pizza tutti insieme. Mia sorella ha un impegno e io le ho promesso di tenere Tommy. Potrebbe essere carino, no?”
Carino? Disastroso!
Fiona lo guardò senza nascondere la sua sorpresa. Non si aspettava certo un invito.
“Una pizza, dici?”
“Già, un’uscita a quattro: Rachel eTommy e… Fiona e Steve, proprio come una volta,” le rispose lui, gli occhi più blu del cielo, stretti in un sorriso.
“Ma…io non so…Dovrei lavorare…”
“Avanti, non voglio sentire scuse. Veniamo a prendervi alle sette. Vi siete sistemate a casa dei tuoi, vero?”
“Sì, sempre lì.”
“Perfetto, allora. A dopo.”
Lui le sorrise  in quel suo modo sleale, le belle labbra appena curvate verso l’alto, gli occhi socchiusi e lo sguardo di chi sa già che non riceverà un no. Quel sorriso le fece piegare le ginocchia e accelerare il polso, le lacerò l’anima e trasformò le sue viscere in un groviglio pulsante. Esattamente come quella notte di undici anni prima.


Quando quella sera Steve Rowlan tornò a casa dopo aver riaccompagnato a casa le femmine, come per tutto il tempo si era ostinato a chiamarle Tommy, si assicurò che il nipote si lavasse i denti e si ficcasse a letto, poi si versò un dito di whisky, cosa che non faceva mai, e si sistemò sul divano del portico con la vecchia scatola di latta delle foto di famiglia e con il cuore che batteva forte.
Dunque, era vero.
Quello che a New York era stato solo un sospetto, era la verità. Nuda, cruda, spaventosa.
Magnifica?
Un paio di mesi prima, poco dopo essersi stabilito a New York, un pomeriggio era entrato da Barnes & Noble sulla Quinta Avenue. Aveva preso un libro in mano, uno di quelli che mai avrebbero destato la sua curiosità essendo un romance, ed era rimasto folgorato. Immobile come una statua di sale. Perché gli occhi che lo fissavano dal retro della copertina erano quelli di Fiona Lawn.
Dio, era ancora più bella e desiderabile di undici anni prima, di quando aveva soffocato la sua coscienza pur di averla sotto di lui. Anche sopra di lui e di fianco a lui, se è solo per quello. E in ogni altra possibile posizione che i loro corpi assetati di desiderio avevano escogitato.
Già. Ma quando si era trattato di decidere del futuro della sua vita, era stato così egoista e bastardo da preferire Hollywood a lei. In fondo, si era ripetuto come se fosse stata una ragione valida, Fiona doveva ancora frequentare l’università e lui non era certo il tipo d’uomo da chiederle di rinunciarvi.
Che bell’esempio di altruismo!
Così, dopo due settimane indimenticabili di tenerezza, sesso e grandi risate, aveva tentato di buttarsi tutto alle spalle e, senza pensare alle lacrime di Fiona, era partito per Los Angeles per lavorare alla sceneggiatura del suo primo romanzo.
E non era più tornato.

Figlio di puttana.
Non che si fosse mai dimenticato di Fiona e dei giorni e delle notti trascorsi con lei. Ma aveva preferito cacciarli in fondo ai ricordi, nella sezione rimpianti, sotto sezione vergognati di te stesso.
Vero è che per qualche anno aveva chiesto a casa notizie di lei. Fiona sta bene, è a Princeton. Fiona adesso vive a Boston. Fiona è andata a stare a New York. No, non è sposata. Erano state tutte su questo tono le risposte che aveva ricevuto, sterili come un disinfettante dell’anima.
In tutti quegli anni non aveva mai immaginato cosa facesse Fiona per vivere, né tantomeno che avesse una figlia. Di dieci anni.
L’aveva scoperto solo quel giorno da Barnes&Noble, leggendo le sue note biografiche sulla quarta di copertina. Dopo aver fatto due conti, aveva dovuto sostenersi al banco con entrambe le mani per non finire lungo disteso per terra.
E quando, dopo lunghe ricerche, era riuscito a scoprire il suo indirizzo, era stato troppo tardi. Fiona e sua figlia se ne erano andate via da New York.
Una sensazione di vuoto siderale si era allora impossessata di lui, una condizione dolorosa in cui il rimpianto si stemperava nell’autocommiserazione e finiva per diventare rabbia. Forse, anche per sfuggire a una tale penosa condizione, aveva acconsentito alla richiesta di Tommy di tornare a Cape Love e di allenare la squadra di calcio di un gruppo di ragazzini. E lì…Il destino gli aveva fatto un regalo stupendo e imprevedibile, offrendogli Fiona su un piatto d’argento.
Sospirò e guardò la scatola di latta dai colori ormai sbiaditi, così familiare, rassicurante, dolorosa, con tutti quei ricordi chiusi dentro.
Sua madre aveva raccolto con amore e costanza le immagini dei suoi due figli dal momento della loro nascita sino al giorno in cui se ne era andata per sempre, e in quella scatola, pensò Steve rabbrividendo, c’erano anni interi della sua vita.
Aprì il coperchio con dita che tremavano visibilmente e incominciò a cercare le foto di quando era piccolo, del periodo delle elementari. Non che fosse in vena di ricordare i bei tempi andati, al contrario. La sua concentrazione, semmai, era tesa verso il futuro come una freccia in un arco. Ne scelse alcune del 1985, anno in cui aveva dieci anni. Come Rachel. Due foto lo ritraevano in primo piano e una terza mentre giocava a football. Le depose in bell’ordine sul tavolino di fronte al divano e riprese a rovistare nella scatola sino a quando trovò le foto dell’estate del 2002, quando era tornato a casa dopo che la sua carriera di quarterback era terminata e quella di scrittore era iniziata con un terzo posto nella classifica dei best seller del New York Times. Un debutto che aveva scosso il box office e la sua vita.
Chiuse gli occhi e si lasciò andare contro la spalliera, in preda ai ricordi.
Quell’estate, suo padre aveva avuto un attacco di cuore e lui era tornato a Cape Love per stargli vicino, sebbene per tutta la vita non avesse fatto che litigarci. Erano state due settimane di rancori e sensi di colpa, cui ne erano seguite altre due molto diverse, con Fiona. La piccola Fiona Lawn, che – sorpresa sorpresona! - era diventata una donna, bella come il peccato, per di più. E, almeno all’apparenza, facile terreno di conquista. Non che fosse una smorfiosa o una civetta, semmai era pura come il vento del mattino sulla scogliera. Così giovane e pronta a lasciarsi travolgere dall’amore e dalla passione da essere diventata per lui un mix esplosivo di innocenza e sensualità, di ingenuità e intelligenza. Una fornace di desideri repressi pronta a esplodere. Per lui. Con lui.
Cazzo, che idiota era stato a rovinare tutto.
Rovistò tra le foto, e trovò una polaroid scolorita dal tempo che qualcuno aveva scattato la sera del 18 agosto 2002 sulla spiaggia, quando i vecchi amici avevano festeggiato il suo ventisettesimo compleanno con molte casse di birra, un falò e della pizza rancida. Una serata disastrosa, a ripensarci, se non per il fatto che quella sera, su quella spiaggia, aveva baciato Fiona per la prima volta. Una bacio lungo e sensuale, ma solo un bacio, come fossero stati due liceali alla prima uscita. Be’, a dire il vero lei era poco più che una liceale a quei tempi, lui non lo era più da un pezzo.
Solo il pensiero di quel bacio gli provocò una reazione improvvisa e adolescenziale, non diversa da quella che lo aveva investito come un cazzotto quando Fiona, poche ore prima, si era alzata per accompagnare la figlia alla toilette della pizzeria. Senza più sentire una parola di quello che Tommy gli stava dicendo, era rimasto con gli occhi incollati al corpo di Fiona, quel corpo che quell’estate di undici anni fa non gli aveva mai detto di no. Con passione, devozione, generosità e completa, scriteriata fiducia.
Steve si passò una mano sul volto, come per liberarsi dal desiderio che ancora, disperatamente provava per lei e dal senso di scellerata colpa che gli opprimeva il petto.
Dio santissimo! Come poteva essere stato tanto incosciente? No, non era stato un incosciente, ma un fottuto bastardo.
Come aveva potuto approfittarsi così di lei e scordarsi del piccolo particolare che allora lui era già un uomo e Fiona una ragazzina neppure maggiorenne?
E poco importava che Fiona, alla sua domanda …e quanti anni hai adesso? gli avesse risposto di averne ventidue. Perché, pur sapendo che quella era una bugia grossa come una casa, aveva fatto finta di crederle, per imprigionare i suoi sensi di colpa e scatenare il suo desiderio. La verità era che non vedeva l’ora di portarsi a letto quella ragazzina che lo fissava come fosse un dio sceso in terra, quella ragazzina che voleva fare la scrittrice e lo aveva pregato di darle qualche suggerimento. Come nei romanzi più squallidi, i suggerimenti glieli aveva dati nel letto di un motel. Giorno dopo giorno, notte dopo notte.
E nove mesi dopo, il 15 maggio – conosceva la data precisa perché era andato a controllarla a scuola, in segreteria– era nata Rachel.
Un uragano di ricordi lo assalì di nuovo mentre fissava col cuore in gola la foto. Alla luce del falò sulla spiaggia, lei gli sorrideva con quel suo sorriso pulito, in completa adorazione. Lui le teneva un braccio intorno alle spalle, con arroganza, come fosse già sua, dando il via probabilmente alla serie di eventi che avevano portato alla nascita di quella ragazzina che voleva giocare a calcio. Certo, c’era sempre la possibilità che stesse lavorando di fantasia, che Rachel non fosse sua figlia. In fondo era uno scrittore e di fantasia ne aveva da vendere.
Così come c’era anche la possibilità che Babbo Natale esistesse veramente.
Stupido imbecille.
Lui, non Babbo Natale.
Prese in mano una delle foto che lo ritraevano da bambino, chiuse gli occhi e finalmente si decise a riaprirli.
E fu certo che Babbo Natale non fosse mai esistito.

4 giugno 2013
Lui sapeva.
Se ne era accorta da come la sera prima, in pizzeria, aveva fissato la bambina, facendo finta di niente, ma con un’intensità che le aveva scosso l’anima.
Era tutto così dannatamente assurdo! Molto, ma molto più assurdo dei romanzi che lei stessa scriveva, arrovellandosi il cervello, per di più. Tanto, che se avesse proposto alla sua editor una storia come quella che stava vivendo, lei le avrebbe rivolto quel suo tipico sguardo, quello che diceva: quanti margarita ti sei scolata ieri sera, cara?
Neanche uno, maledizione!

E pensare che aveva lasciato New York per evitare che il destino le giocasse un brutto tiro e la facesse finire faccia a faccia con Steve. Così, all’improvviso, come un incubo che diventa realtà.
Dopo aver vissuto per tutti quegli anni a Los Angeles, il famoso scrittore di thriller - figlio di buona donna - Steve Rowlan aveva avuto la geniale idea di tornarsene sulla costa est, e più precisamente a New York, dove abitavano lei e Rachel. E per questo motivo, lei era stata costretta a fare i bagagli e fuggire a Cape Love, solo per evitare un ipotetico incontro ravvicinato del terzo tipo col padre di sua figlia.
Già. Una pensata davvero geniale.
E ora, non sapeva davvero cosa fare.
L’unica cosa in cui poteva sperare era che Steve, all’improvviso in lizza per l’oscar per il miglior zio dell’anno, maledizione a lui!, fosse poco dotato in matematica e non avesse ancora fatto due più due.
Fiona si versò un altro caffè e andò sul portico dove l’attendeva il portatile già aperto. Ma prima di sedersi e di incominciare a lavorare, prese il cellulare e chiamò la sua editor. Voleva proprio sentire cosa ne pensava lei di questa storia.

Alle tre meno un quarto del pomeriggio di quello stesso giorno era davanti alla scuola di Rachel, col cuore che batteva forte e gli occhi che ruotavano a destra e a sinistra in cerca di Steve, come lo scanner di Terminator.
In realtà, quel pomeriggio non era previsto alcun allenamento di calcio, quindi era possibile che Steve non venisse a prendere suo nipote. Forse era rimasto a casa a scrivere l’ennesimo bestseller, o stava rotolandosi in un letto con una nuova conquista.
Poteva anche fottersi, per quel che le importava.
Mentre si toccava il naso, per assicurarsi che la storia di Pinocchio non fosse vera, il suo cellulare squillò.
Numero sconosciuto, c’era scritto sul display.
“Pronto?” rispose, sperando che non fosse l’ennesima offerta commerciale.
“Ciao Fiona, sono io.”
Lui.
“Come diavolo fai a conoscere il numero del mio cellulare?”
“Speravo almeno in un ciao.”
“Scusa, ciao. Allora?”
“Ti sei dimenticata che alleno una squadra di calcio di ragazzini e che quindi ho i numeri di telefono dei loro genitori?”
Non faceva una grinza. Si morse il labbro inferiore, trattenendo un’imprecazione.
“No, non me ne sono dimenticata. Dimmi cosa vuoi, che i bambini stanno per uscire.”
Lo sentì sospirare.
“Ecco…La mia auto è in panne sulla strada vicino al vecchio faro. Potresti prendere Tommy e raggiungermi? Un passaggio mi farebbe veramente comodo.”
Il vecchio faro. L’auto in panne. Un passaggio.
Una figlia insieme.
Come se fosse tutto normale. Come se non ci fosse stato nella loro vita un buco di undici anni.
Chiuse gli occhi e cercò di non pensare. Poi, sforzandosi di tenere ferma la voce rispose: “Va bene, i bambini stanno uscendo ora. Li recupero e arrivo.”
 “Grazie, te ne sono davvero riconoscente. Ma prima passami un attimo Tommy, per favore, Fiona.”
Cosa credeva, che fosse ai suoi ordini?
Con la coda dell’occhio Fiona vide Rachel correre verso di lei inseguita da Tommy.
“Mamma mamma!”
“Rachel tesoro,” disse chinandosi a baciarla sulla fronte, e poi, alla volta di Tommy, aggiunse: “Tommy, c’è tuo zio che ti vuole parlare al telefono.”
Un’espressione delusa si disegnò sul volto del bambino.
“Addio balene,” disse prendendo il cellulare che Fiona gli porgeva.
“Balene?” fece eco Rachel, subito curiosa.
“Bale-cosa?” chiese Fiona, gli occhi rivolti al ragazzino ancora al telefono.
Che diavolo stava succedendo?

 “Sììì!” urlò finalmente il piccolo, prima di passare di nuovo il cellulare a Fiona e di aggiungere: “Zio Steve ci porta a vedere le balene!”
Ci?” chiese Fiona alzando un sopracciglio.
“Sì, anche voi due femmine!”
“Non credo proprio, e non dire femmine con quel tono!” lo rimproverò Fiona lanciandogli un’occhiataccia.
“Con quale tono?” chiese lui sorpreso e per nulla intimidito.

Quel tono.”
“Mamma, mamma, per favore, voglio vedere le balene anch’io…”
Ecco.
“Non se ne parla proprio, Rachel. Ora accompagnamo Tommy da suo zio e poi ce ne torniamo a casa.”
“Ma mamma!”
Fiona sollevò un dito minaccioso scatenando il muso di Rachel, mentre Tommy, dispettoso, continuava a saltellarle intorno canticchiando: “Io vedrò le balene, e tu noooo.”
“Tommy smettila per favore,” lo pregò Fiona ormai al limite della sopportazione, ma la piccola peste sembrava divertirsi un sacco a infierire su Rachel , tanto che alla fine riuscì a farla a piangere.
Proprio quel che ci voleva per finire in gloria la giornata. Fiona chiuse gli occhi e respirò profondamente.

“Ora basta, tutti e due! In macchina, con le cinture allacciate e in silenzio,” urlò, pensando che non appena avesse incontrato Steve lo avrebbe strozzato. Lui e le balene.
Facile a dire, ma non a fare. Perché, quando lo vide  appoggiato alla portiera della macchina, le braccia consorte e quel sorriso da farla andare in confusione, pensò a tutto fuorché a strozzarlo.
Perché non gli era venuta la pancia come a tanti suoi coetanei? Perché non aveva una bella pelata sopra la testa? Almeno avrebbe compensato quegli occhi blu da paura e soprattutto l’arma micidiale del suo sorriso.

Un sorriso da letto, carico di testosterone. Un sorriso che le faceva piegare le ginocchia e le riempiva lo stomaco di farfalle.
Si preparò ad affrontare lui, il suo sorriso e le farfalle.

Appena Fiona fermò l’auto, lui si avvicinò, come un uomo con uno scopo preciso in mente –quale? Poi si appoggiò al tettuccio  e, fissandola con un’intimità che avrebbe dovuto essere vietata dalla legge, disse:
“Grazie Fiona, mi hai salvato la vita.”
Che nella mente di Fiona risuonò più o meno così: Grazie Fiona. Ora cosa ne diresti di liberarci dei due pestiferi mocciosi, di chiuderci in una stanza e di darci da fare per recuperare gli anni perduti?
“Come scusa?” rispose lei guardolo come la svampita del villaggio.
Lui le rivolse uno sguardo sorpreso poi, infilando la testa nel finestrino aperto, si rivolse ai due ragazzini che sedevano sul sedile posteriore.
Il suo volto era così vicino che Fiona poteva sentire il suo respiro accarezzarle le labbra. In modo istintivo, per mettere una sana distanza fra loro, si inclinò tutta verso destra, assumendo una posizione a dir poco comica.

“Allora, ciurma, avete voglia di vedere le balene?” disse lui lanciandole un’altra occhiata interrogativa.
“Ho il torcicollo!” biascicò lei, passandosi una mano sul collo e riprendendo una posizione meno ridicola.
“Davvero?” sussurrò lui sarcastico mentre un sìììììì deciso proveniva dal sedile posteriore e un no altrettanto fermo da quello anteriore.
“Tu, Fiona, non vuoi venire?” mormorò Steve, il viso ancora più vicino al suo.
“Ti prego ti prego ti prego, mamma…”
“Io no, sì, non so…”
“Non te ne pentirai, te lo prometto, Fiona,” le mormorò lui, come se stesse promettendole il paradiso, gli occhi blu fissi sulla sua bocca, la sua voce un velluto caldo e sensuale.
Fiona chiuse gli occhi e scosse la testa, quasi per concentrarsi sulla risposta che stava per dargli. Poi sentì il cuore mancare un battito, uno strano calore avvolgerla e il respiro tradirla mentre dalle labbra le usciva uno sventurato .

Oh, le balene le avevano viste, ed era stato meraviglioso. Tre esemplari adulti di megattera e un adorabile cucciolo. Per non parlare delle decine di delfini che avevano giocato e saltato a lungo vicino allo scafo della barca a vela e delle tre foche che se ne erano rimaste sdraiate su uno scoglio rosato a godersi l’ultimo sole, indifferenti ai loro richiami.
Era stata un’avventura meravigliosa, per tutti. Meravigliosa grazie a Steve che aveva pensato a tutto: merenda per i bambini, pesce per i delfini e vino bianco ghiacciato per loro due. Come se lei avesse avuto bisogno del vino bianco per perdere del tutto la testa!
Un’avventura bellissima? No, un’imboscata. Con la scusa delle balene, Steve l’aveva messa con le spalle al muro, quasi in senso letterale. Perché, per baciarla, l’aveva spinta contro la parete della cabina, approfittando del fatto che i bambini fossero impegnati ad ammirare i delfini che si esibivano solo per loro e a imbottirli di pesce. Era stato un bacio breve, ma intenso, che l’aveva lasciata col cuore in tumulto e il respiro bloccato in gola. Priva di forze e di volontà. In balia del mare e di quella sua bocca che le faceva perdere la ragione.
Se per quello, era rimasta in balia anche delle sue mani che sembravano volare sul suo corpo e fermarsi nei punti peggiori, o forse migliori, insomma quelli che avrebbero dovuto essere off limits per lui.
Dannazione! Aveva bruciato undici anni di latitanza sentimentale nel tempo di un bacio. Tutti gli sforzi per dimenticarsi di lui, volati via tra un sospiro e un respiro mancato.
In punta di piedi salì nella cameretta dove Rachel già dormiva. Dopo l’intensa giornata in mare era crollata col sorriso sulle labbra. Fiona si chinò e le baciò la fronte, fresca e profumata.
“Buona notte amore mio,” bisbigliò, prima di sentire il suo cellulare vibrare nella tasca degli shorts.
Numero sconosciuto diceva il display, ma solo perché non era ancora stato registrato nella rubrica sotto la voce Steve. Dopo un istante di indecisione, Fiona si armò di coraggio e pigiò il tasto verde.

“Ciao,” bisbigliò, uscendo dalla camera della bambina.
“Ciao,” rispose lui, la voce un sussurro carico di attese.
Silenzio.
Fiona:“Sei ancora lì?”
Steve: “Sì. Non credi che dovremmo parlare?”
Fiona: “Sì.”
Steve: “Posso venire?”
Fiona: “Quando?”
Steve: “Adesso.”
Fiona: “Va bene.”
Steve: “Aprimi la porta, allora.”
Fiona: “Sei già qui?”
Steve: “Non ti pare che abbiamo già perso troppo tempo?”
Fiona: “Sì, ma…”

Steve: “Apri questa dannata porta, che ho voglia di baciarti. Poi, parleremo.”
Fiona rimase un istante a fissare il cellulare, poi interruppe la comunicazione e si incamminò verso l’ingresso col cuore che le batteva nel petto più forte dei pugni di Steve sulla porta.
Non appena girò la chiave nella serratura, il battente si spalancò e Steve entrò accompagnato dal vento fresco della sera. Fiona tremò, scossa da un lungo brivido, senza sapere a chi attribuire la colpa, se al vento o a Steve o alle dannate farfalle che le svolazzavano nello stomaco. Poi decise che l’unico colpevole fosse lui.
Lui entrò e per un attimo lunghissimo rimasero a fissarsi cercando di leggere nei propri cuori; poi lui le cinse la vita e l’attirò a sé, mentre il loro respiro si fondeva in un solo alito, rotto dall’emozione e dalla speranza.
Fiona chiuse gli occhi, rovesciò appena il capo e, in un gesto spontaneo, gli cinse il collo offrendosi a lui, un invito esplicito cui Steve non seppe resistere. Le sue labbra si posarono sulla gola di Fiona e incominciarono a succhiare e a leccare, a risalire lente verso le labbra, coprendo la pelle di una scia umida di baci.

“Non dovevamo parlare?” mormorò lei, reprimendo un gemito.
“Del fatto che dovrei essere furioso con te?” rispose lui, la bocca ormai su quella di Fiona, la punta della lingua sulle labbra di lei.
Tu furioso con me?” chiese lei schiudendo un po’ di più le labbra alle sue.
“Non dovrei esserlo forse?” fece lui, infilando gentilmente una mano sotto la Tshirt di lei. “Per undici anni mi hai tenuto nascosto qualcosa che avevo il diritto di sapere, certo che sono infuriato!”
Era sleale toccarla così mentre parlavano di argomenti tanto importanti. La sua mano era come fuoco sulla pelle e Fiona inspirò profondamente cercando di reprimere l’ennesimo mugolio di piacere.
“Mi avevi lasciato. Te ne eri andato a Hollywood per cominciare una nuova vita... ”
Anche l’altra mano di Steve si infilò sotto la Tshirt, mentre le sue labbra rimanevano su quelle di Fiona, come se non riuscissero più a staccarsene.
“Avresti dovuto dirmelo. Per quanto io possa essermi comportato come un bastardo, avevo il diritto di sapere.”

“Qualcuno mi aveva detto che ti stavi per sposare...” si difese lei.
“Non ho mai avuto intenzione di sposarmi, Fiona. Almeno sino ad oggi.”
Lei gli lanciò uno sguardo preoccupato, che lo divertì.  “E se vuoi proprio saperlo,” aggiunse, “non ho mai smesso di pensarti, nonostante fossi certo che tu avessi una vita tua, ormai, e qualcuno al tuo fianco. Ho lasciato che il tempo volasse via rimanendo a guardare come un idiota.”
Fiona scosse la testa e si lasciò andare a un risolino mentre la lingua di Steve cominciava a giocare con la sua. Lo respinse, giusto il tempo per dire: “E cosa avresti fatto, se ti avessi detto di Rachel allora?”
Il volto di Steve si illuminò in un sorriso irresistibile mentre il desiderio continuava a crescere, in ogni senso.
“Avrei fatto quello che farò ora, con undici anni di ritardo,” disse accarezzandole i seni.

Fiona emise un suono rauco, basso, e sollevò le braccia sopra la testa. Lui non ci mise che una frazione di secondo ad accettare l’invito e a sfilarle la Tshirt.
 “Di preciso, cosa?”
“Questo…”
La baciò, poi la sollevò tra le braccia e da vero quarterback pensò solo ad andare in meta: tenendola stretta a sé la fece volare su per le scale e poi sul letto che li aspettava da troppo tempo, e non si fermò mai fino al momento in cui, insieme, non superarono la linea del touch down.
FINE
CHI E' L'AUTRICE
giorgi
Viviana Giorgi (aka Georgette Grig, lo pseudonimo con cui scrive romanzi storici) vive a Milano, dove lavora come giornalista freelance da molti anni, soprattutto nel campo dello spettacolo. Da qualche anno si è imbattuta nel romance ed è stato amore a prima vista. Dalla lettura alla scrittura il passo è stato molto breve, forse troppo. Bang Bang, Tutta colpa di un gatto rosso è il suo primo romanzo contemporaneo, dove si parla molto di romance e si vive come in un romance, ma in chiave decisamente ironica. La sua seconda opera, invece, è Un cuore nella bufera, un romanticissimo racconto natalizio all’insegna dell’amore, ma anche della passione. L’ultima sua fatica è Alta marea a Cape Love.

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17 commenti:

  1. Davvero molto carino, complimenti! Lettura fluida e divertente! Ma del resto non mi aspettavo niente di diverso da Viviana, è sempre una garanzia... :-)
    Cassandra R.

    RispondiElimina
  2. Grazie di avermi accontentata con un racconto di Viviana, alias Georgette. Il racconto è bello, coinvolgente, ben scritto, serrato e morbido insieme, con un pizzico di magia pura.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Filomena, ciao!
      Ti accontenti con poco!
      Grazie mille carissima.
      Viv

      Elimina
  3. Bello!
    Dolce e frizzante come piace a me, nonostante la riappacificazione un po' precipitosa.
    Capisco che, trattandosi di un racconto, non poteva essere diverso.
    Complimenti alla scrittrice ed al blog che ha proposto per tutta l'estate delle bellissime storie. Fio

    RispondiElimina
    Risposte
    1. GRAZIE FIO! La vostra soddisfazione è anche un po' la nostra:voi vi divertite a leggere e noi a scrivere!

      Francy

      Elimina
  4. Anche qui la fine è un po' precipitosa e mancano diverse parti: la cena che non viene minimamente descritta, il momento in cui Rachel viene a conoscenza del fatto che Steve è suo padre (come reagisce??), l'evoluzione del loro rapporto dopo questo riavvicinamento... cmq è scritto molto bene!

    RispondiElimina
  5. Che magnifica sorpresa!!!
    Ancor prima di leggerlo devo ringraziare Viviana perchè adoro come scrive ed ero già in astinenza!
    Vado subito a leggere ma prima faccio i complimenti a tutte le autrici che ci hanno accompagnate quest'estate, bravissime!!!

    PiPiPi

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  6. Una storia molto carina e una lettura piacevolissima grazie allo stile scorrevole e grintoso con cui è stata scritta, ma, come jess maccario, ho sentito la mancanza di quelle parti che avrebbero reso il racconto più completo e incisivo. Magari un giorno, Viviana, ci farai assistere a quella cena (me curiosa!) ^_^

    RispondiElimina
  7. Grazie per aver lasciato un commento, e chissà che un giorno non vi racconti quella cena che, nell'ottica del racconto, non era secondo me così importante.
    Ma certo, era una cena con i fiocchi!
    Grazie ancora a tutte,
    Un abbraccio
    Viviana

    RispondiElimina
  8. Ho letto questo racconto tutto d'un fiato. Bello, scorrevole, coinvolgente. Complimenti alla scrittrice dallo stile inconfondibile!Grazie!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie a te Magnolia per aver letto e commentato!
      Viviana

      Elimina
  9. è davvero wow...complimenti è scritto molto bene :D

    RispondiElimina
  10. Un romanzo frizzante come l'aria intrisa di salsedine che si respira a Cape Love. Viviana Giorgi ha il dono di emozionare e coinvolgere i lettori con i suoi avvincenti romanzi che riescono a riconciliarti con la vita. E che protagonisti fascinosici ci rifila in punta di penna! Brava Viviana, un altro bel successo di cui essere orgogliosa.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie Mariangela.
      Per questo bel commento e per tanto altro che hai fatto per me.
      Uno smack grande
      Viviana

      Elimina
  11. Un piccolo romanzo bello, si legge velocemente.
    Non avevo letto altro prima della stessa autrice, perchè sono una nuova lettrice della biblioteca, però presto mi metterò in parità. Cmq mi è piaciuto molto.
    Complimenti!

    RispondiElimina
  12. Grazie Cris! Sono sempre felice quando scopro una nuova lettrice.
    Se per caso leggerai qualcosa di mio, se ti farà piacere fammi saper cosa ne pensi sulla mia pagina FB
    https://www.facebook.com/georgette.grig
    o lasciando un commento sulla pagina di uno store.

    Ancora grazie per il gentilissimo commento.
    Viviana

    RispondiElimina

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