ALLA FINE DEL SALTO di Virginia Parisi


Questo  è l'epilogo di Ancora un momento, racconto pubblicato per S.Valentino 2014 che potete leggere QUI. 



You are my waking dream, you're all that's real to me
You are the magic in the world I see
You are the prayer I sing, you brought me to my knees
You are the faith that made me believe

Dreams on fire, higher and higher
Passions burning right on the pyre

Once for, forever yours in me all your heart
Dreams on fire, higher and higher

You are my ocean waves, you are my thought each day
You are the laughter from childhood games
You are the spark of dawn, you are where I belong
You are the ache I feel in every song
A.R. Rahman - Dreams On Fire

            Metto a fuoco il bianco dei boccioli sistemati dentro un basso vaso trasparente, i corti gambi avvolti da un fiocco di raso avorio. Accarezzati da un raggio di sole che si tuffa brioso dalla finestra aperta, sembrano persino felici di essere stati raccolti e appuntati insieme a piccole perle che occhieggiano qua e là nel delizioso bouquet.
Allungo le dita per sfiorarne la consistenza. E basta questo lieve movimento, per sentire il profumo delle gardenie e lasciare che metà del mio profilo compaia riflesso nello specchio dinanzi al quale me ne sto seduta.
Ciocche color miele sollevate sulla nuca, un pettine di madreperla a trattenerle. Nessun altro gioiello. Solo un piccolo diamante all’anulare destro a testimoniare una promessa. Come l’abito che indosso. Spalle scoperte e abbronzate, e sotto seta e organza, giù fino ai piedi, che ammiccano nudi e divertiti quando li sollevo per dargli una sbirciatina.
“Non posso farcela” sospiro e mi tiro indietro di scatto, evitando il verde allarmato dei miei occhi che non possono mentirmi. Non sono preparata. Non a questo tipo di salto. Senza paracadute, senza rete di sicurezza, senza pompieri pronti ad intervenire, senza dettagli studiati al microscopio, ore e minuti annotati con scrupolo sulla mia fedele agenda, sopralluoghi e chiacchierate esaustive con gli addetti ai lavori. Senza che la sposa e lo sposo abbiano quanto meno fatto una mezza prova davanti al prete o al giudice di pace, al capitano della nave, a un sosia di Elvis. Senza aver preventivato cadeau per gli ospiti, menù del buffet, mille immagini di wedding cakes preparate ad arte e servite solo a fine intrattenimento. Senza nemmeno sapere quale sarà la colonna sonora che accompagnerà i novelli sposi nel loro primo ballo.
La wedding planner che è in me è nel panico più totale. Dopo anni di onorata carriera, giocare all’improvvisazione la sta devastando.
Chiudo gli occhi e sollevo il viso in direzione del ventilatore a pale sul soffitto. L’aria fresca se non altro evita di farmi andare in ebollizione il cervello. Un unico pensiero fisso sta scombinando il mio sistema nervoso: questo non è il matrimonio di qualcun altro. Quindi sono spacciata. 
Qualcuno bussa alla porta.
“Matilda, è ora”.
“Non azzardarti a mettere piede qui dentro!” minaccio tirandomi in piedi di scatto e fiondandomi a chiudere a chiave.
Lo sento ridere, al di là del legno più o meno robusto della porta su cui premo con forza i palmi delle mani.
La sua risata. Bassa. Densa. Divertita.
“Superstiziosa o pronta a fuggire?”
“Sei venuto a controllare di persona?”
“Sono qui per te, Ollie”.
Come lo ha detto? Accarezzandomi. E mi sembra di vederlo, dall’altra parte, appoggiato contro lo stipite, le braccia conserte. Il sorriso storto, la fossetta evidente, gli occhi limpidissimi come il cielo che illumina quest’isola incantevole su cui siamo approdati da poco più di due giorni.
Mi chiama con quel nomignolo buffo, quello del salto con lo snowboard. Il salto pazzesco che ho fatto il giorno dopo averlo incontrato, sfidandolo ad una gara lungo una pista battuta di montagna, senza essere mai stata su una tavola da neve. Avrei dovuto organizzare il suo matrimonio. Ma ci siamo incontrati. E ci ha messo molto impegno a dimostrarmi la concreta bellezza di vivere un unico singolo momento, contro un’intera esistenza programmata dentro un Ipad.
Troppo impegno.
Soffia una brezza leggerissima che porta dentro l’odore del tramonto, del mare calmo, della spuma corposa che trasporta residui di conchiglie sul bagnasciuga. Ne ho trovate di bellissime stamattina presto, mentre passeggiavo da sola in spiaggia, troppo agitata per riuscire a dormire. Non solo per ciò che lui mi ha chiesto con il diamante che porto al dito. Ma per la mia risposta. Quel sì che non sono riuscita a trattenere. ...

“Se ci parliamo non porta sfortuna, vero?” domando con la fronte appoggiata contro il legno fresco della porta.
“Sei tu l’esperta nel campo”.
“Non mi è mai successo”.
“Di parlare attraverso una porta con il tuo futuro sposo, dieci minuti prima di raggiungerlo all’altare?” ridacchia “Lo spero bene”.
“Potrebbe anche essere” tento di smorzare il suo entusiasmo tutto maschile e di assimilare le parole sposo e altare. Ma non mi riesce benissimo. Un paio di brividi mi scivolano lungo le braccia nude e forse è il ventilatore sulla mia testa o l’aria del crepuscolo.
O la voce di Liam.
Una certezza dentro un migliaio di incognite.
“Chi potrebbe essere così pazzo?”
“Da volermi sposare?” Sono indignata.
“Da lasciarti andare”.
Sorrido e scuoto il capo “Non vado da nessuna parte”.
Silenzio.
Sento il suo respiro.
“Ti ricordi quando mi hai sfidato in montagna?”
“Sì”.
“Quando hai praticamente volato su quel dosso?”
“Ricordo tutto di quei due giorni” gli faccio notare “Soprattutto la seconda notte”. La prima mi ero addormentata con un principio di congelamento e una caviglia gonfia. Ma la seconda è rimasta impressa a fuoco nel mio cuore.
“Nuda e perfetta tra le mie braccia” commenta Liam e la voce mi sembra si sia abbassata di un’ottava. “Sono tentato di lasciare aspettare il sacerdote di sotto e i due testimoni almeno per un’altra ora”.
“Chi sono i testimoni?” mi viene da chiedere.
“Non ne ho la più pallida idea”.
Dovrei preoccuparmi, ma mi manca la forza.
“Non mi vedrai con questo abito addosso prima della cerimonia, signor White”.
“Per una che ha accettato di sposarmi dopo due mesi di assidua frequentazione e un fidanzamento di quarantotto ore striminzite, sei parecchio legata alle tradizioni”.
“Non sono sicura che questa cosa del parlarsi prima sia una buona idea”.
Giro appena il viso e guardo oltre le tende bianche della mia camera da letto. Il nostro pontile privato è delimitato da due file di candele accese e petali di fiori. C’è un pezzo di cielo umettato di rosa, una striscia sottile di spiaggia privata abbracciata da una fila di palme. E il mare delle Fiji. Di un colore a metà tra l’indaco e il viola acceso.
“Matilda?”
“Sì?”
“Non importa quando sia alto, distante, pericoloso, fuori portata e pieno di rischi. Ti aspetterò sempre alla fine del salto”.
Mi porto una mano sulla bocca.
“Afferra questo momento. Strattonalo con forza, aggrappati a lui, non lasciarlo andare. E vediamo insieme dove deciderà di portarci”.
Non è proprio come dirlo. Su quel dosso ho saltato senza nemmeno ragionarci su. Sono stata istinto e adrenalina. Coraggio e nessuna esitazione. Ma questo è un impegno per la vita. Questo cambierà per sempre le nostre esistenze. E magari anche le cose fra noi.
“Vuole sposarsi signora Landi?” mi sorprende Liam, ancora dall’altra parte. Forse sente il mio tentennare. La mia insicurezza. Forse non è ciò che si aspettava. Non da una che lo ha sfidato molte volte da quando ci siamo conosciuti.
“Fai questa domanda a tutte le tue future spose, William White?”
“Sei la prima a cui mi interessa chiederlo” mi rimbecca, memore di una nostra intensa chiacchierata, quando lui era solo un mio cliente recalcitrante e io la wedding planner cocciuta e rompi palle.
La tensione si allenta dentro il mio corpino di seta. Raddrizzo le spalle e mi volto, appoggiandomi contro la porta. Studio la stanza intorno a me, ampia e luminosa, il letto enorme, con le zanzariere attorno al baldacchino, nel quale non sono riuscita a chiudere occhio, forse perché Liam non era con me. Avremmo bruciato la nostra notte di nozze. O forse avremmo perfino saltato la cerimonia. Adesso che ci penso, non lo vedo e non lo sento da ieri sera. Forse è per questo che sono così agitata. 
“Non è una data, non è il luogo, Matilda. Non è un biglietto di invito o una torta a forma di paracadute. Non è nemmeno indossare un vestito disegnato da uno dei migliori stilisti italiani. Non è una limousine che ti porti davanti ad una cattedrale, né una marea di invitati che si apra non appena ti vedrà arrivare. Non è sorridere come un idiota a tutti quelli che vorranno congratularsi con me. Non è quel diamante o l’anello che fra poco, se deciderai di uscire da quella stanza, ti metterò al dito”.
Fa una pausa e la sua voce mi sembra più vicina, come se anche lui avesse appoggiato la fronte contro la porta.
Mi volto appena, l’orecchio contro il legno, il cuore che di colpo mi balza in gola, come se aspettasse solo di sentirlo parlare ancora.
“Non è nemmeno ciò che ti dirò. E che tu dirai a me”.
La mia mano si solleva vicino al viso, lì dove la guancia preme contro la barriera che ci divide.
“Non è nessuna delle cose che ci siamo detti o che non abbiamo ancora avuto il coraggio di dire”.
Mi sembra di vederlo mentre le sue braccia mi attirano contro di sé, quando vuole che non mi perda una sillaba di ciò che sta cercando di dirmi, quando non desidera che mi allontani da lui, quando ha bisogno di sentirmi vicina, stretta, serrata, appiccicata ad ogni centimetro della sua pelle.
“È ciò che ci unisce. Che ci ha uniti da quando ci siamo incontrati. È il tempo che si è fermato su quella montagna, su quel sentiero, nella nostra baita. È quel momento”.
Prende fiato e io non mi ero accorta di averlo trattenuto fino a questo istante. Ascoltando la sua voce così cara, le parole che mi sta dicendo, la maniera in cui me le sta dicendo, attraverso il legno di una porta che tiene chiusa, solo perché sono io a volerlo. Ma so che è venuto a prendermi. Che ha sentito ciò che mi si agita dentro. Che mi ha lasciato insonne e forse anche spaventata. Lui mi ha sentita. Ed è qui per me.
“Adesso è quel momento. Voglio te, Matilda Landi. Voglio tutto di te. Ogni tuo respiro. Ogni tuo pensiero. Voglio le tue mani nelle mie. Voglio i tuoi sorrisi. I tuoi occhi che mi accarezzano e mi fanno sentire sempre come se stessi per lanciarmi senza paracadute. Voglio che tu divida i tuoi giorni con me. E voglio molte innumerevoli indimenticabili notti. Voglio il tuo corpo, ogni centimetro del tuo corpo su di me e tutti i baci che sei disposta a darmi. E anche quelli che ti ruberò” sorride e sono tentata di aprire la porta “Voglio il tuo cuore. E lo voglio per sempre”.
“Hai detto per sempre”. La mia voce ha gracchiato appena, perché non credo di averglielo mai sentito dire da quando stiamo insieme.
“Questo momento è per sempre”.
Adesso non riesco più a parlare. Non potrei aggiungere nulla che lui non abbia già detto. Non a me e a questa porta.
Sento i suoi passi che si allontanano. E sono di nuovo su quel sentiero di montagna, con un solo obiettivo, una sola possibilità, un’unica decisione da prendere. Forse già presa. Perché il cuore non ha bisogno di ragioni. Ha già deciso.
Conto fino a venti, più o meno, e mi stacco dalla porta. Giro la chiave. Mi ricordo in un secondo del bouquet. Mi volto, lo acciuffo, mi tiro su il vestito quel tanto che basta a non inciamparci sopra e mi impongo di non correre attorno alla veranda del piccolo alloggio di legno che ci ospita. Supero la piscina privata e sono sul pontile. Cerco di darmi un contegno. Mi fermo, prendo fiato.
Lascio andare il vestito e l’orlo mi solletica il collo dei piedi. Sento la frescura dei petali di rose sotto le dita e l’usura del legno. Scivolo lentamente attraverso le due file di fiammelle accese. E sto iperventilando.
C’è un arco di fiori sulla spiaggia, alla fine del pontile di legno. E lì accanto c’è un uomo alto, vestito di bianco, camicia aperta sul collo e maniche arrotolate sui gomiti, i piedi nudi, le mani giunte in avanti, i capelli lunghi e biondi che si muovono sul suo bel volto abbronzato e appena ingombro di barba.
Posso vedere le fossette da qui. Il suo sorriso accennato. E la luce che gli accende lo sguardo, quando sono a meno di dieci passi da lui. Dalla sua mano tesa. Pronta a ricevere la mia. Che trema quando la stringe nel suo calore, posandovi sopra un bacio lieve. La ruvidezza della barba mi solletica la pelle.
“Sei bella da togliere il fiato” mi sussurra incurvando le labbra, la fossetta evidente “Saltiamo la formula e lasciati baciare”.
“Saltiamo insieme e dopo ti bacerò”.
“Se è ciò che vuoi davvero” mi sfida.
“Lo voglio” e gli stringo la mano mentre il prete aspetta paziente che ci voltiamo verso di lui. Ma Liam non ne ha la minima intenzione. Ascolto il rito in un inglese quasi impeccabile e i miei occhi rimangono incatenati ai suoi per tutto il tempo, come se mi avesse gettato una sorta di incantesimo. E sono fra le sue braccia, stretta contro il suo petto e non aspetto altro che il suo bacio.
           
            “I testimoni erano i camerieri di ieri sera” ridacchio bevendo un sorso di vino. Le bollicine mi pizzicano il naso. E sono felice. E anche un po’ brilla. Il mio bouquet è finito tra le onde del mare, poco meno di un’ora fa.
“Si sono proposti loro”.
“Quanto gli hai dato?”
“Non avrei mai offerto denaro a qualcuno per assistere al nostro matrimonio”. Liam sembra davvero offeso “Non vedranno mai niente di simile in tutta la loro vita”.
“Vuoi dire lo sposo che tocca il sedere alla sposa mentre il prete sta ancora finendo di parlare?”
“Morivo dalla voglia di baciarti” mi fa l’occhiolino “Mi hai fatto dimenticare che non eravamo soli”.
“Così ti faccio questo effetto?” Sono piuttosto compiaciuta. E bevo un altro sorso di vino.
“Vacci piano” mi suggerisce mio marito osservandomi divertito dal bordo del suo bicchiere. Stiamo cenando a bordo piscina, con centinaia di candele intorno e il rumore del mare come colonna sonora. Lui è bellissimo con il chiarore delle fiammelle che gli illuminano il viso, il bianco della camicia aperta sul petto abbronzato, e il sorriso che mi incanta ogni volta che le fossette mi fanno l’occhiolino.
Mio marito.
Spalanco gli occhi osservando la vera bianca all’anulare sinistro. Finisco il vino in un sorso.
Liam ridacchia e ad un tratto si è alzato. Le sue mani sulle mie spalle, il suo respiro sul mio collo scoperto. Brividi caldi, terminazioni nervose che si sciolgono e si allertano all’unisono. E un calore che si diffonde dentro di me, come se di colpo avesse acceso mille interruttori sotto la mia pelle.
“Signora White, il nostro primo ballo”.
La musica. Non so nemmeno da dove arriva. Ma è attorno a noi, sopra di noi, sotto i nostri piedi nudi, che si sfiorano, non appena la mia mano trova il sostegno della sua e mi alzo, allacciandogli un braccio intorno al collo. Dreams on fire, la colonna sonora del primo film che abbiamo visto insieme.
Ogni strofa della canzone mi scava dentro il cuore un solco profondo e perfetto. E rimane lì a ricordarmi tutto ciò che siamo stati fino ad oggi.
“Ti sei addormentata prima della fine” mi ricorda Liam, come se leggesse i miei pensieri. Incredibile a dirsi, ci riesce benissimo. Il suo mento sulla mia fronte, le braccia salde mi cingono contro il suo petto.
“Stasera non mi addormenterò” prometto solenne.
Lo sento ridere e mi sfiora i capelli con un bacio “Lo spero bene”.
Solo stargli così vicina mi sta accendendo dentro tutta una serie di incredibili fuochi, bivacchi incandescenti, falò di considerevoli dimensioni e molti moltissimi sogni di noi due senza niente addosso.
“Vuoi scommettere?”
Tiro indietro la testa e lui riconosce la luce che mi brilla nello sguardo, il sorriso che gli rivolgo può avere un solo significato.
Scuote il capo, circondandomi il volto con le mani. “Voglio te” mi soffia sulle labbra un secondo prima di stordirmi con uno dei suoi indimenticabili baci.
E io voglio Liam.
Mi solleva tra le braccia, così come vuole la tradizione. Le bocche ancora incollate, affamate, mai sazie, mentre mi conduce dentro, nel nostro alloggio e nella sua camera da letto.
La stoffa della sua camicia sparisce e anche l’organza del mio vestito da sposa mentre cadiamo avvinghiati sul letto.
Sussurra il mio nome un paio di volte, liberando i miei capelli dal pettine di madreperla e i suoi occhi mi scrutano con qualcosa che gli incupisce lo sguardo, rendendolo molto simile al colore del mare di notte. Mi sta accarezzando con adorazione come a volersi imprimere nella memoria ogni parte di me e forse anche questa notte perfetta.
Gli catturo la bocca, il suo sapore, il suo respiro, le mie dita cercano ogni centimetro della sua pelle bollente e seguono meravigliate muscoli che si contraggono al mio tocco. La concreta durezza del suo desiderio si fa ancora più evidente. E io sono pronta per lui, per noi, per tutto questo.
Qualsiasi cosa voglia dire.
La sua lingua accarezza i miei seni, mandando scariche di pura delizia dentro il mio ventre e non so più se è piacere o tortura. E quanto potrò ancora resistere prima di sciogliermi tra le sue braccia. Le sue dita cercano il centro del mio essere e lo accarezzano con delicata persuasione, bruciando ogni residuo di pudore mi sia ancora rimasto.
Liam allora mi trascina a sedere su di sé, le mie gambe attorno alla sua vita e finalmente è dentro di me. È un brivido infinito, uniti così come siamo, senza respirare, legati da qualcosa che non oso nemmeno definire, così intenso che mi sfugge un singhiozzo soffocato contro la sua bocca.
Mi prende il volto tra le mani e mi scosta un secondo da sé, quel tanto che basta a cercare i miei occhi, a tenerli dentro ai suoi.
Mi rendo conto che gli costa fatica rimanere immobile dentro di me, così avvolto dalla mia femminilità calda e umida, completamente invasa da lui.
La mia mano raggiunge il dorso della sua. Ho capito. Ho capito cosa sta cercando di dimostrarmi. Di dirmi senza proferire una sola parola. Questo è il momento di cui mi ha parlato. È il nostro momento.
Gli bacio il palmo della mano e mi muovo per prima.
Lui sorride e mi raggiunge.
Danziamo, stringendoci l’uno all’altra, in un ritmo dolce che condividiamo con lo stesso identico trasporto, presi ognuno dal piacere dell’altro. Quando raggiungiamo la vetta, libero un singhiozzo di pura commozione.
Planiamo leggeri verso terra. O forse no. Il rombo dei nostri cuori è troppo forte per poter distinguere qualsiasi altra cosa reale.
Ed è quasi l’alba. Sento ancora le strofe della nostra canzone. Ma sono solo un’eco lontana. Un mormorio sommesso. Dicono tutto di noi. Di cose che già sono. O che devono ancora avvenire. 

 FINE

CHI E' L'AUTRICE
Virginia Parisi nasce nella suggestiva Piazza Armerina e vive da oltre un trentennio tra le belle colline del Monferrato. Sposata, madre di una bimba di due anni, si divide tra la famiglia, il lavoro di fotografa e la sua passione per la scrittura.  
Come scrittrice ha esordito nel 2003 con il romance storico "Animi Fortitudo”, cui hanno fatto seguito nel 2004 il romanzo storico "La Fiamma della Speranza" e nel 2007 il giallo storico "L'Ottava Pergamena", nel 2009 la commedia sentimentale “Al centro del dipinto”. Nel 2011 ha pubblicato con la Spinnaker il romanzo fantasy "La leggenda di Ghelbes Tal" ( vedi qui). Sul blog La Mia Biblioteca Romantica è stato anche pubblicato il suo racconto breve "Un incontro perfetto"(leggilo qui) e il suo 'Stelle gemelle" ( qui)  è arrivato terzo nelle preferenze delle lettrici del blog fra i racconti di Christmas in Love 2014. Virginia sta attualmente dando gli ultimi ritocchi al suo nuovo romanzo che uscirà fra breve.


ECCO LA 'LORO CANZONE'....



VI E' PIACIUTO SEI SETTIMANE DOPO? COSA NE PENSATE? LASCIATE UN VOSTRO COMMENTO. 

3 commenti:

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