Christmas in Love: UN NATALE CHE SI ACCENDE DI TE di Viviana De Cecco





"C'era un che di misterioso nel loro rapporto. Non erano bambini, ma non si sentivano nemmeno adulti. Erano sospesi in un cerchio dove passato e futuro si mescolavano in attesa che decidessero cosa fare del presente."

«È qui che s’incartano sogni?» esclamò una voce maschile, dalla soglia del negozio, mentre la porta si spalancava all’improvviso e trascinava con sé il soffio gelido dell'aria di dicembre. Il tono caldo e avvolgente di quelle parole, invece, richiamò  dentro di lei un impetuoso ricordo del passato. Nella sua mente si fece largo la visione fuggevole di un ragazzo e di una ragazza, avvolti dal cerchio soffuso di luce che proveniva dalla stessa vetrina che ora si trovava a pochi passi da loro. Restò immobile e rigida come una delle statuette del presepe con cui sua madre aveva composto un piccolo villaggio ai margini dell’ingresso, allestito pochi giorni prima in occasione delle feste in arrivo.
Ma la visione scivolò  lontana come una stella cometa che non era riuscita ad inseguire.  In un breve istante l'immagine reale del giovane sostituì quella che era appena  risorta nella sua memoria. E mentre lo sguardo di Daniele trafiggeva i suoi occhi, il suo corpo sembrava incapace di  rispondere ai comandi del cervello. Dietro di lui, le decorazioni natalizie in vendita, esposte con cura allo sguardo curioso dei passanti e dei possibili clienti, scintillavano in un trionfo di palline rosse e argentate. Ghirlande verdi e dorate si mescolavano ai vibranti colori di minuscole campanelle decorate a mano e all'accesa tonalità di cuori e renne imbastite all'uncinetto, mentre le luci, che pendevano dal soffitto, intrecciavano i loro fili metallici agli addobbi dell’albero di Natale.
A dicembre, la loro modesta attività doveva rivaleggiare con il magico incanto dei mercatini che sorgevano nei dintorni dell’Arena e con il lussuoso splendore delle catene commerciali alla moda. Ma Giulia adorava il Natale che si respirava in quel luogo ristretto, con quell’antica familiarità di legni e ceramiche, sfere di vetro, nastri di seta e carte natalizie con cui avvolgere gli oggetti scelti dalle clienti. Un regno dove scatole di porcellana spuntavano qua e là con il bianco punteggiato di gialli, blu e arancio dei cioccolatini che le riempivano e tazze in miniatura che accoglievano il dolce profumo dei biscotti custoditi nelle veline trasparenti.
E in mezzo a questi dolci aromi che si sprigionavano nell’aria, il suo respiro colse l’inconfondibile essenza del profumo di Daniele.
Lui, guardandosi intorno, dava l’impressione di volersi immergere in un’atmosfera di casa. Marta, la madre di Giulia, in piedi come al solito dietro il bancone, inarcò il suo sopracciglio ad ala di gabbiano con espressione perplessa. Rifinito con un tocco di matita, sembrava pronto a librarsi dalla sua fronte, proprio al di sopra dei suoi occhi azzurri che scrutavano il ragazzo sulla soglia, come se volessero metterlo bene a fuoco. Ma l’unica che desiderava spiccare il volo, in tutti i sensi possibili e immaginabili, era sua figlia. Aggrapparsi alla slitta di Babbo Natale che risaltava nel bel mezzo della vetrina e sparire con il suo carico di nostalgia e illusione, prima che le sue guance s’infiammassero dal piacere e dal terrore che provava nel rivederlo.
«Ciao Daniele, sei tornato fra noi, finalmente! A quanto pare, le luci di Parigi non ti hanno stregato abbastanza da passarci il Natale!» esclamò Marta, quando finalmente lo riconobbe.
Lui sorrise.
Se ne stava lì, davanti ai loro occhi, con il suo giubbotto di pelle nera, che avrebbe indossato anche se fossero stati colpiti da una glaciazione artica, i jeans scuri che fasciavano le gambe tornite dalle partite di calcetto e la sciarpa blu gettata con noncuranza intorno al collo, mentre le spalle ampie e la schiena dritta rivelavano che non aveva smesso di dedicarsi alla palestra. Giulia lo fissò ipnotizzata, come se dalla porta fosse appena entrato un fantasma.
«Preferisco senz’altro queste. Di luci, intendo!» Daniele le strizzò l’occhio come se fra loro non fosse cambiato nulla.
«Con questo complimento ti sei guadagnato un invito alla cena di Natale!» disse Marta, con una risata complice.
«Era quello che volevo,» rise lui di rimando.
«Ah, un piano davvero diabolico…» replicò ancora lei, mentre Giulia restava in silenzio ad ascoltare la loro conversazione.
Il corpo alto e snello di Daniele si stagliava  nel suo campo visivo in tutta la sua consueta bellezza. L'anno che aveva appena trascorso all'università di Parigi, per il programma di scambi culturali del suo corso di economia, non sembrava aver cancellato il suo fascino di ventenne italiano. Il suo volto era un concentrato di linee sinuose e altre squadrate, con mascelle decise che confluivano sul mento più arrotondato, le labbra carnose che si allungavano al di sotto del naso ben disegnato e le sopracciglia scure, lievemente inarcate verso il centro della fronte, donavano al suo sguardo un’espressione sensuale e penetrante. I capelli neri e lievemente ondulati erano più corti di quanto ricordasse, ma il ciuffo liscio e ribelle  continuava a ricadergli sulla fronte, minacciando ogni volta di coprire uno dei suoi intensi occhi scuri, come un’eclissi a cui lei non voleva assistere. No, lei voleva vedere le sue iridi, nere come una notte invernale, voleva guardare ancora una volta tutto ciò che aveva sognato in quegli ultimi mesi e perdersi nel suo sguardo come una luna in una coltre di nubi.
L’aveva sognato ogni notte, ogni minuto, ogni secondo. Aveva contato i battiti del suo cuore come se fossero i rintocchi di un orologio che scandivano il tempo che l’aveva separata da lui, ma aveva tenuto nascosto il suo desiderio di rivederlo nel buio della sua stanza. Nemmeno la sua migliore amica Laura si era accorta dei suoi occhi arrossati, non certo dal freddo invernale, quanto dagli ingenui e irrefrenabili  pianti che avevano preceduto ogni suo sonno. Quante volte aveva temuto che qualche bella ragazza francese, con il suo accento morbido e sensuale, l’avesse rapito con il suo fascino irresistibile, come se dovesse condurlo su un pianeta per lei irraggiungibile? L’aveva  immaginato trasformato in un alieno che non avrebbe più riconosciuto, in un estraneo dai tratti somiglianti a qualcuno con cui aveva condiviso l’infanzia e l’adolescenza. A prima vista, però, sembrava lo stesso.
E nella sua testa esplose per la seconda volta un’istantanea che li vedeva protagonisti.
Due corpi intrecciati in un abbraccio impacciato e un finto sorriso stampato sulle sue labbra che non riuscivano a confessare di essere innamorata di lui. Di amarlo da sempre. Di amarlo a dispetto di un’amicizia che sembrava  durare da secoli, come se fosse nata nel medesimo istante in cui i primi esseri umani avevano preso vita su questa terra, dove lei e Daniele non avrebbero mai potuto stare insieme. O meglio, dove avrebbero potuto stare insieme se, tra le eliche del suo DNA, fosse comparsa quella del coraggio. E ripensò a quello che un giorno le aveva detto sua madre.
“Ogni cuore è un po' come una vetrina. L'amore dovrebbe abbellirlo per restituirgli lo splendore della sua luminosità”.
A volte, sua madre  era così. Un po' filosofa, un po' ristoratrice di cuori infranti. E non la stupiva che, per le donne del quartiere, il loro piccolo negozio di articoli da regalo fosse diventato un punto di riferimento, per trovare consolazione in un dono da impacchettare, accompagnato da un consiglio sincero e disinteressato per qualunque problema d’amore che ogni cliente le avesse rivelato in un timido sussurro. Per questo, da qualche anno, era stata lei a decidere che, durante il periodo delle feste natalizie, la vetrina dovesse rimanere illuminata giorno e notte, come un grande occhio luminoso spalancato sul buio della via. Era sicura che ci fosse qualcosa di rassicurante in quel vivido bagliore che rischiarava la facciata oscura dei palazzi circostanti.
«Non vorrai dirmi che in piena notte qualcuno potrebbe aver voglia di comprare un regalo?» esclamava ogni tanto suo padre, osservando dalla finestra di cucina  quella luce abbagliante che scivolava lungo il marciapiede e invadeva un pezzo di strada. Il loro appartamento si trovava proprio sopra il locale, in uno di quei vecchi edifici del quartiere storico di Verona, stretti l’uno all’altro, con la loro imponenza medievale e la suggestiva atmosfera creata dal fascino senza tempo di Giulietta e Romeo.
«Hai idea di quanto ci costerà? Vedo che la crisi non ti spaventa…»
«A Natale tutto è possibile. E l'amore non conosce giorno o notte. Se un innamorato passasse da queste parti con la sua fidanzata e avesse voglia di farle un regalo, saprebbe dove trovarlo! Gli basterebbe suonare il campanello ed ecco che scenderei io a contribuire un po' a rendere il loro amore ancora più speciale!»
«Tu sei tutta matta, lo sai?» rideva ancora lui, scuotendo la testa e cedendo come al solito alle piccole manie che rendevano la moglie una donna un po’ fuori dalle righe.
«No, ho solo fiducia nelle feste e nell'amore!» rispondeva lei, convinta.
Ma ora che lui era entrato nuovamente da quella porta che aveva varcato migliaia di volte, fin da quando erano stati due bambini poco più alti di un metro, Giulia avrebbe voluto possedere la stessa fiducia di sua madre. Il suo cuore era una vetrina spoglia, dove la luce dell'amore si era pian piano affievolita. Sprangata e tristemente chiusa al sentimento che non riusciva a provare per nessun altro, all’infuori di lui. Aveva sempre desiderato con tutta se stessa che lui si decidesse a vestire i panni di un abile Arsenio Lupin,  un ladro che nella notte avrebbe scassinato il suo cuore per rubarne ogni malinconia.
In quel momento Daniele era fermo sulla soglia, con il manico del suo trolley ancora stretto in una mano, ad indicare che non era ancora passato da casa sua. Il pensiero che quello fosse il primo luogo dove avesse messo piede da quando era sceso dall'aereo, le faceva scorrere un brivido di emozione lungo la schiena, mentre la paura e l’imbarazzo del loro incontro imprevisto, la spingeva a rinchiudersi in un guscio di prudenza.
«Non sei cambiato,» disse entrando nel suo privatissimo Guinness dei primati per il benvenuto più stupido della storia.
«Ti aspettavi che arrivassi con una baguette sottobraccio, vero?» rispose lui, sfoderando il suo sorriso malizioso e quasi sfrontato.
«Certo che no, ma nelle foto che hai postato su Facebook mancava sempre qualcosa.»
«Ah sì? E cosa?»
«La tua faccia era praticamente inesistente!»
«Ho preferito immortalare Parigi. Non mi sembra che anche tu, Moon, abbia invaso i social networks di notizie.»
Moon. Era questo, il soprannome con cui l’aveva ribattezzata dieci anni prima. Giulia, nome da carta d'identità e documenti ufficiali, era stata sostituita da Moon in una sera d'estate in cui una caduta, in stile imbranata, aveva macchiato per sempre la pelle del suo braccio destro. Erano in ritardo. Lei e lui, vicini di casa e compagni di viaggio nel breve tragitto verso la scuola del centro, a poche strade di distanza dalle loro case. Giulia era uscita dal portone come una furia e un passante l’aveva investita in pieno. Uno scontro frontale, in cui era piombata al suolo come un sacco vuoto. Sul braccio nudo, complice il caldo estivo, era comparsa la sua ferita. Una linea sottile e profonda che, una volta cicatrizzata, aveva assunto la forma di una mezzaluna.
«Half Moon è troppo lungo,» aveva detto Daniele. «Moon, invece, è perfetto.»
«Dovresti smetterla di chiamarmi così. Non siamo un po’ cresciuti per questi vecchi nomignoli?» gli disse, cercando di mantenere il suo autocontrollo. In quel preciso istante una donna, che spingeva un carrozzino, entrò nel negozio e monopolizzò l’attenzione di sua madre. Dani approfittò di quella pausa per muovere i primi passi verso Giulia, mollando il trolley in mezzo al negozio e avvicinandosi lentamente. Quando si ritrovarono l’uno di fronte all’altra, le prese delicatamente il braccio e le sollevò la manica del grosso maglione rosso che indossava, scoprendo la pelle dell’avambraccio.
«Finchè ci sarà questa, dovrò per forza chiamarti Moon, non trovi?»
«Be’, la colpa è anche tua. Ti ricordo che sono caduta per inseguirti.»
«Ah, siamo già al punto dei rinfacciamenti… Non posso assentarmi neanche un minuto che mi tratti così?»
«Non ti sei assentato un minuto,» sottolineò lei, con la voce che vibrava di nervosismo.
“Sì, la colpa è tua,” pensò “Perché tu sei sempre stato la mia corsa. Una corsa a perdifiato per non perdere il tuo stesso autobus e l’occasione di occupare il sedile dietro il tuo. Una corsa per le scale del negozio ogni volta che, dalla finestra della mia camera, sentivo il rumore del tuo pallone che rimbalzava sulle pietre del marciapiede. Ma io correvo, correvo e correvo, con la sensazione di non poterti mai raggiungere. E ti guardavo metterti insieme alle altre, giocare a fare il playboy del liceo e comprare regali per le tue belle ragazze. Ancora adesso sei la corsa che il mio cuore compie ogni giorno per restare al tuo fianco, solo con un pensiero, un ricordo, un filo che ci possa tenere legati, nonostante tu ti sia allontanato.”
«Quindi ti sono mancato?» sussurrò lui, mentre Marta continuava a distrarsi con la cliente appena entrata.
Le sue dita non avevano lasciato andare il suo braccio e il polpastrello del suo indice faceva ancora su e giù sulla cicatrice, seguendone i contorni in una carezza che le stava quasi annebbiando la vista.
«Ho avuto di meglio da fare.»
«Certo, immagino che il tuo nuovo ragazzo ti avrà impegnato molto.»
«Ragazzo? Quale ragazzo?» lo guardò perplessa.
«In un anno succedono molte cose, Moon. Credevo che…» Daniele lasciò la frase in sospeso e la osservò con attenzione.
 Il suo viso prese fuoco come una candela di Natale. Con la faccia paonazza e il maglione rosso avrebbe potuto confondersi tra gli addobbi. 
«Comunque, che ne dici se stasera mi aiutassi a scegliere i regali? Sono ancora negato in questo campo. Ci possiamo vedere al solito posto. Potresti suggerirmi qualcosa da comprare per i miei, per gli zii, per i parenti vari e per Anna. Mia sorella ci tiene a queste cose. Come tutte le ragazze, del resto.»
«L’elenco è bello lungo. Non devi includere nessun altro?» domandò lei, trattenendo il respiro.
«Non credo. Altrimenti dovrò chiedere un mutuo!» scherzò lui, incurante del fatto che alludesse a se stessa.
Dentro di lei, bruciava ancora il ricordo di quella sera di diversi anni prima in cui era entrato nel negozio e aveva chiesto a sua madre di aiutarlo nella scelta di un regalo. «Per una ragazza speciale,» aveva detto lui. E Giulia, che ascoltava dal retro in cui stava sistemando gli ultimi arrivi, aveva provato un tuffo al cuore. Anche allora, si avvicinava il Natale e lei aveva creduto che per la prima volta avesse deciso d’infrangere il loro patto di non scambiarsi regali. Tra loro non era il caso, si erano detti. Sai che noia doversi scervellare per anni e anni su cosa acquistare. Con i gusti che cambiano, sarebbe stato ridicolo.
«Tanto siamo fra noi,» aveva detto lui.
Già, un noi che sapeva solamente di amicizia e baci mancati.
«Ci vediamo stasera,» rispose semplicemente, ritornando al presente.

Quella sera, prima di aiutarlo a scegliere i regali, si ritrovarono a passeggiare nei dintorni di Piazza Bra. Immersa nella confusa allegria dei turisti e nel gioco di luci e riflessi che, in lontananza, parevano trasformare l’Arena in un colosso dai mille archi splendenti, Giulia tentava di dominare l’istinto di tempestarlo con una raffica di domande.
Le aveva mandato un messaggio. Una frase concisa e secca, com’era nel suo stile. Ci vediamo alle otto. Aveva scritto in fretta, tra una visita e l’altra ai parenti che doveva salutare per festeggiare il suo ritorno.
Daniele era una contraddizione vivente. Sapeva essere divertente fino alle lacrime, socievole fino a rasentare lo stalking verso gli amici e le ragazze, ma spesso riusciva a diventare indifferente e taciturno. Dani, come l’aveva sempre chiamato, non si lasciava andare a facili confessioni di sentimenti e persino con lei, colei che nella sua vita non aveva ancora una definizione, trovava difficoltà ad esprimere le sue sensazioni. Lui odiava le definizioni, i discorsi complicati e le dichiarazioni del cuore. Anche lei cos’era per lui? Amica, compagna di studi, vicina di casa o futura probabile ragazza? Il loro era sempre stato un legame indefinibile, in bilico sul confine tra amicizia e amore, intimità e riservatezza. Laura l’aveva spesso rimproverata, sostenendo che non si poteva portare avanti un rapporto senza mettere in chiaro i propri sentimenti.
«Non si può vivere in una Terra di Mezzo,» esclamava con la sua voce acuta e prendendo spunto dal Signore degli Anelli di cui avevano appena visto le repliche in tv.
«A volte, le parole possono rovinare tutto. Potrei perderlo per sempre.»
«Perché, vuoi dirmi che ora è tuo?»
«No, ma…»
In effetti, a quella domanda non esisteva una risposta sensata.
Dani non forniva certezze, ma solo il piacevole calore della sua presenza. Perché lui c’era sempre stato, con le sue chiacchiere e i suoi silenzi, le sue luci e le sue ombre. Era il ragazzo che in segreto le teneva compagnia nella penombra della scala sul retro, quando lei litigava con Laura e piangeva per ore. Era quello a cui non importavano gli esperimenti che faceva sui suoi capelli, tirandoli e arrotolandoli in strane acconciature copiate dal web, finendo per lasciarli mezzi piastrati e mezzi arricciati.
Era il ragazzo della finestra di fronte, come il Raul Bova di quel film che le piaceva tanto, e che lei cercava di spiare da dietro le tende senza che lui se ne accorgesse. Era quello di cui aveva immaginato il bacio. Un bacio che, nonostante non avesse mai sperimentato, sapeva sarebbe stato perfetto, diventando così nella sua fantasia l’unico a cui paragonare quello degli altri ragazzi. Perchè lui era stato anche quello che non s’ingelosiva quand’era uscita, nel tempo, con alcuni amici di Laura, nel vano tentativo di strapparsi Daniele dalla testa.
“C’è sempre stato. A parte quest’ultimo anno”, pensò con rammarico.
«Mi piacciono le vecchie abitudini. Ci si sta proprio…comodi, direi,» disse lui, non appena si trovò in mezzo alla folla.
«Grazie, mi hai appena fatto sentire una pantofola!» lo punzecchiò Giulia, mentre lui cominciava ad intrufolarsi tra i turisti che invadevano la piazza.
«Una pantofola molto carina, però…»
«Bene, vedo che sei in vena di complimenti. Prima con mia madre, adesso con me.»
«Tua madre mi serviva per l’invito a cena.»
«Ovviamente. E io per la scelta dei regali.»
«Già.» Il braccio di Daniele, nascosto tra le pieghe del giubbotto, sfiorò per un attimo il suo. Un incontro di stoffe che la lasciò senza fiato.
“Sono proprio un caso disperato ad esaltarmi per questo piccolo scontro dei nostri corpi,” pensò.
«Per farti perdonare, puoi raccontarmi di Parigi.»
Sopra di loro, il cielo era un pozzo infinito dove si riflettevano le stelle, estinte chissà quanti anni prima, mentre tutt’intorno decine di linguaggi stranieri si sovrapponevano l’uno sull’altro, accompagnando il discorso con i loro suoni confusi.
«Che dici se arriviamo fino alla Casa di Giulietta?» propose ancora Giulia per distrarsi dalla sua pericolosa vicinanza.
«Vuoi buttarmi giù dal balcone per essere sparito senza farmi più sentire?» rise Daniele.
«Sarebbe un’idea,» rispose. «Ora che mi ci fai pensare…»
“In realtà, su quel balcone, vorrei baciarti e trasformarti in un Romeo di bronzo che affianchi per sempre Giulietta nel suo piccolo cortile. Per non farti muovere un solo muscolo e tenerti accanto a me per l’eternità.” Ma non poteva esprimere a voce alta il suo desiderio segreto.
Quando giunsero alla casa di Giulietta, era ormai orario di chiusura. La biglietteria aveva terminato il suo compito e non restava che tornare indietro.
Così, se ne andarono a spasso per quelle vie che conoscevano fin dall’infanzia, con la sensazione di essere gli unici imbranati a non stare insieme. Nella città dell’amore e per di più a Natale. Come faceva a non approfittarne? Era diventato un gentiluomo d’altri tempi in un sol colpo oppure lei non gli era mai piaciuta abbastanza, come veniva ben illustrato nel film con Ben Affleck e la sexy Scarlett? Avrebbe potuto scrivere un quiz per intervistarlo, ma sarebbe stato un sondaggio solitario. Lui non avrebbe mai risposto.
«Non posso dirti che in questi mesi non abbia vissuto una specie di parentesi da sogno. Mi sono divertito, ho conosciuto gente, ho fatto follie sugli Champs Elysées e ho scattato centinaia di foto. Le stesse che non ho mai messo su Facebook,» iniziò lui. «Ma l’ho fatto per te, Moon.»
«Per me? Che vuoi dire?»
«Qualche volta, mi è persino sembrato di vederti riflessa sulle vetrine dei negozi simili a quello di tua madre. Forse l'Erasmus mi ha fatto diventare telepatico. O forse, in quel momento mi stavi pensando anche tu. Mi chiamavi da lontano.»
«È l'unica cosa che avrei potuto fare.»
«Che cosa?»
«Chiamarti con il pensiero. Potevo usare solo la telepatia per raggiungerti, visto che non ti sei degnato di scrivermi una sola volta.»
«Lo sai che odio scrivere. E  tu sei sicura che mi avresti risposto?»
«Perché non avrei dovuto?»
«Non so. L'ultima volta che ci siamo visti, mi è sembrato che volessi schiacciarmi sulla vetrina come una mosca. Sbaglio?»
Gli lanciò un'occhiata di traverso e si finse offesa a morte.
«Ma no, cosa te lo fa pensare?»
Ricordò quell'abbraccio che si erano scambiati, a pochi passi dalla macchina del padre che l'avrebbe accompagnato all'aeroporto. Un abbraccio che sapeva di addio, di parole non dette, di un bacio che lei aspettava e che le sue labbra non videro mai arrivare. Un abbraccio accompagnato dalla sua finta allegria, per fargli credere che fosse contenta che lui avesse colto al volo quell'occasione imperdibile.
Giulia rimase di nuovo in silenzio, con la sensazione che avrebbe dovuto colmare quel vuoto che poteva allontanarli di nuovo.
«Non volevo farti vedere quanto fossi felice di vivere in quella città.»
In realtà, non aveva completamente torto. Non riusciva nemmeno ad immaginare a quale rabbia, delusione o paura l’avrebbe assorbita di fronte alle prove concrete che lui si era dimenticato di lei e della vita che aveva lasciato alle spalle per un anno intero.
«Non ti facevo così premuroso. Il ragazzo di ghiaccio si sta sciogliendo come un pupazzo di neve alla fine dell’inverno.»
«Moon, come al solito non hai capito niente. O forse, il berretto di lana che ti sei messa in testa ti copre troppo le orecchie…»  replicò lui, allungando entrambe le mani e sollevando i lembi del suo stupido berretto nero. Sentì il pizzicore della lana che scivolava sulla fronte e l’alito freddo del vento che s’insinuava fra i capelli desolatamente appiattiti.
«Non volevo che tu lo credessi. Non potevo mostrare a tutti di avere un sorriso beato stampato sulla faccia e pretendere che anche tu non ci cascassi come gli altri. Se tu avessi pensato che non sentivo nostalgia di casa, sarei impazzito. Perché a Parigi non potevo essere davvero felice.» Daniele aveva parlato tutto d’un fiato.
Il cuore di Giulia batteva all’impazzata. Camminava  al suo fianco, con le mani affondate nelle tasche del cappotto. I suoi occhi puntavano dritti verso la sagoma imponente della Stella adagiata ai piedi dell’Arena, con la lunga coda luminosa che pareva sorgere dal suo corpo di pietra. Erano giunti fin lì, incuranti del tempo che passava e del gelo che scendeva a braccetto con la sera.
«Strano. Tu adori i cambiamenti.»
«Lo so. Tra noi sei tu quella antica.»
«Che male c’è a non sentirsi in vena di cambiare? La mia vita mi piace così com’è.»
“A parte quel piccolo dettaglio che porta il tuo nome”, si disse.
«Bene, sei l’ultimo esemplare di ragazza soddisfatta. Anzi, direi che fai parte di una specie rara,» continuò lui scherzando. Quanto adorava quei battibecchi. Le loro conversazioni avevano una consistenza leggera dietro cui si celava qualcosa di più profondo. E, soprattutto, ascoltare la sua risata coinvolgente e frizzante la elettrizzava quanto un giro sulle montagne russe. Il suo sorriso, con quella fossetta che gli si scavava a sorpresa sul mento, era un continuo salire e scendere del suo stomaco.
«È solo che odio la nostalgia,» replicò con assoluta convinzione.
«Ma non si può evitare di buttarsi in nuove esperienze!» sbottò lui.
«Stai parlando di viaggiare, conoscere altre persone o di …. qualcos’altro?» domandò, con la speranza che stesse alludendo a un cambiamento che li riguardava.
«Forse, non lo so nemmeno io…» si ritirò lui, dedicando la sua attenzione ad un  Babbo Natale che svolgeva il ruolo di pr davanti ad un bar. Dani afferrò il volantino che gli porgeva e s’immerse nella lettura come se gli avesse regalato una stampa più complicata della Divina Commedia.
Era vero. I cambiamenti le facevano paura. Giulia si affezionava alle pagine di uno stesso libro e di un film, rileggendolo o guardandolo decine di volte nonostante sapesse a memoria come andava a finire. Trovava rassicurante conoscere già i personaggi, emozionarsi e soffrire con loro e, soprattutto, conoscere in anticipo il finale.
«Lo so che posso sembrarti noiosa e prevedibile. Ma se una cosa o una persona ci piace, perché dovremmo lasciarla per andare verso altre strade?» disse, lanciandogli una specie di provocazione, con la speranza che lui si sbilanciasse un pochino.
Era davvero così sbagliato voler credere che esistesse una persona che facesse provare il desiderio di restagli accanto per un tempo indefinito? Forse, era l’ultima romantica rimasta nei dintorni.
«Non lo so, Moon. Adesso che ci penso, ogni volta che sto con una ragazza…»
Stilettata al cuore.
«Ti pregherei di non scendere nei dettagli, grazie.»
«Volevo solo dire che non ho mai una gran voglia di rimanere. Succede solo con una persona.»
Cuore che rallentò, pressione che schizzò alle stelle e respiro affannato da stalker telefonico.
«E chi sarebbe la fortunata?»
«Be’, ti sembra che fino adesso abbia mai guardato l’orologio per fuggire a gambe levate?» rispose, non eccessivamente enigmatico.
Lei scosse la testa e lui la fissò con intenzione.
«Quindi sai già la risposta.»
Giulia non riusciva a capire fino in fondo che cosa le volesse dire, ma dentro di lei aveva cominciato a brillare una tenue speranza. Gli era mancata sul serio?
«Ma dimmi di te, Moon. Come sei sopravvissuta alla mia assenza?»
«Benissimo.»
«Questa è una vendetta, non vale. Parlo sul serio, cos’hai fatto di bello? Da chi ti sei fatta rompere le scatole?»
«A parte Laura, da nessuno. Solita vita, solite lezioni all'Università e solite serate tra il negozio e un aperitivo.»
“Senza contare le notti insonni, i sogni in cui tu sei l'unico protagonista e il cuscino bagnato di lacrime,” pensava, mordendosi le labbra fino a sentirle bruciare.
«Ora tocca a te. Quali segreti hai lasciato a Parigi?»
«Qualche volta ti ho pure vista,» continuò lui.
«Vista? L'Erasmus ti ha dotato di super poteri?»
Daniele sorrise e scosse la testa.
«Ogni tanto, quando guardavo le vetrine dei negozi, mi sembrava di vedere il tuo riflesso. Immagino che ora mi prenderai per matto. »
«So benissimo che non sei normale.»
«Intendevo dire che ti ho pensato molto, Moon.»
In quel momento, le sembrava che il freddo le avesse paralizzato il  viso. Le mandibole non riuscivano a muoversi e le labbra sembravano sigillate dalla colla. Erano arrivati di nuovo al punto di partenza, in fondo alla strada che li aveva visti crescere e dove i suoi occhi si spostarono come se volessero trovare ogni risposta nella luce del negozio di sua madre.
«Ma che succede?» disse, quando vide che non s’intravedeva la luce sprigionarsi nel buio.
«Forse tua madre si è dimenticata di lasciare acceso.»
«Impossibile,» rispose, mentre si avviava il più in fretta possibile verso casa. Ma quando arrivarono sembrava tutto normale.
«Sei sicura che non finiremo uccisi da un rapinatore?» disse Daniele per smorzare la tensione.
Nel frattempo, lei armeggiava con le chiavi che aveva tirato fuori dalla borsetta e spalancava la porta senza pensare. Dimenticandosi di essere un’incosciente, chiamò a gran voce sua madre. Il fascio luminoso di una torcia spuntò dal retro e li fece sussultare.
«Sei tu, Giulia?»
Quando udì la voce di sua madre, tirò un sospiro di sollievo. Accanto a lei, Daniele si rilassò e Giulia lo colpì  con il palmo della mano sul braccio, in quella che voleva essere una punizione.
«Ma che ti prende adesso?»
«Mi sono appena resa conto che mi hai fatto entrare per prima!»
«E allora?»
«Sei proprio un vero cavaliere. E il tuo coraggio dov’è finito?»
«Cara Moon, la cavalleria è morta da un pezzo, non lo sapevi?» disse lui con la sua faccia da schiaffi. Stava tornando il Daniele di sempre. Quello che aveva parlato fin troppo e ora si rinchiudeva nella sua aria indifferente.
«A dire il vero, qui dentro non sono l'unico che non ha coraggio.»
Nel suo mormorio, che giunse proprio vicino al suo orecchio quando lui si chinò su di lei, percepì il soffio caldo della sua voce. Allora, lui sapeva? Aveva capito quello che provava per lui e che non era mai riuscita a confessare?
«Che peccato, quest'anno la vetrina di Natale rimarrà al buio,» disse contemporaneamente sua madre, interrompendo la loro fievole conversazione.
«Ma cos'è successo?»
«Un corto circuito. Cose che capitano, tesoro. E sotto Natale non credo che riusciremo a trovare un elettricista disposto a lavorare.» D'istinto, si voltò verso Daniele a guardare il suo profilo che si stagliava nell'oscurità. Un senso d’impotenza e di tristezza le pervase il corpo. Lui la fissò dritto negli occhi e cercò di tirarla su di morale.
«Non preoccuparti, Moon. Non sarà certo un blackout a rovinarci il Natale.»
Lei annuì, e cercò di lasciarsi contagiare dal solito ottimismo delle persone che la circondavano.


Lei e Dani rimasero ugualmente al negozio per scegliere i regali della sua famiglia. Marta sparse qua e là delle candele dalla base robusta, incastonandole tra i ripiani degli scaffali. In quell'atmosfera densa di ombre, la debole luce delle piccole fiamme ondeggiava sui mobili e sugli oggetti esposti. Dani si muoveva per il negozio spedito e sicuro, conoscendone fin da bambino ogni angolo quasi a memoria. Le sue dita sfioravano gli oggetti, come se andassero alla ricerca del regalo perfetto per ogni membro della sua famiglia. In quella penombra che li circondava, avrebbe desiderato che quelle mani forti e allo stesso tempo gentili, si posassero sulla sua pelle, come non avevano mai fatto in tutti quegli anni. C'era un che di misterioso nel loro rapporto. Non erano bambini, ma non si sentivano nemmeno adulti. Erano sospesi in un cerchio dove passato e futuro si mescolavano in attesa che decidessero cosa fare del presente.
«Che ne pensi di questo?» chiese Dani, afferrando un portaritratti.
«Direi che tua sorella è un tipo più originale,» rispose lei, indicando dei calici di cristallo che facevano parte di un servizio natalizio, con il bordo ornato dal disegno di piccole stelle di Natale.
«Vedi, Moon. Come farei senza il tuo aiuto? »
«Sei sopravvissuto benissimo anche senza di me!» esclamò, rimanendo appoggiata al bancone, ad una distanza di sicurezza che le impedisse di vedere la sua espressione inquieta. Ma lui attraversò il negozio e si avvicinò per sovrastarla in tutta la sua altezza. Non si chinò su di lei, ma il suo indice scostò una parte della frangetta che faceva parte della sua nuova pettinatura.
«Ricordi la prima volta che ci siamo conosciuti?» soffiò nella penombra.
«Sì,»rispose lei con un filo di voce. La sua vicinanza la lasciava stordita.
«Mi ero appena trasferito nel palazzo di fronte. Avevamo dieci anni e io stavo giocando in strada.»
«Con quel tuo noioso pallone,» lo interruppe, ricordando quante volte quel rumore secco che si sprigionava dal contatto della palla con il marciapiede avesse fatto innervosire metà degli abitanti dei palazzi vicini. Il suono martellante del suo pallone le risuonò di nuovo nelle orecchie. Un rumore che aveva sempre infastidito tutti, ma che per lei era diventato la colonna sonora della sua presenza.
«Be', quel noioso pallone mi ha permesso di conoscerti. Anche se non te l'ho mai detto, la pallonata che ho dato alla vetrina di tua madre non è stata un caso. Ho rischiato che mi uccidesse se avessi rovinato il vetro, ma ne è valsa la pena.»
«Che vuoi dire?»
«Ti avevo visto attraverso la vetrina, con il tuo vestito azzurro, questi grandi occhi verdi e questi capelli biondi che non capsico ancora se siano lisci o ricci. Il mio fiuto mi aveva detto che non potevo farmi scappare l'occasione di diventare tuo amico. Di conoscerti, insomma.»
Giulia ebbe l'impressione di essere stata travolta da una valanga di neve, che faceva rotolare il suo cuore dall'alto di una ripida montagna. Si lasciò scivolare nella sensazione che lui provasse la stessa emozione che sentiva dentro di lei, ma non poteva abbandonarsi a quell’illusione senza averne un'assoluta certezza.
«Il mio fiuto, invece, mi dice che adesso siamo in ritardo e che se non ci sbrighiamo, domani la tua famiglia resterà senza regali.»
Lui la fissò con i suoi intensi occhi neri e annuì. Si allontanò, mentre lei si dava della stupida per aver sprecato un'altra occasione.
«Rimarrai anche alla festa della Vigilia?»
Sua madre aveva l'abitudine di organizzare una piccola festa dopo la cena della Vigilia, in cui gli invitati, vicini di casa e amici, avrebbero potuto scegliere un regalo a loro piacimento tra gli oggetti del negozio. Un modo carino per ringraziare tutti quelli che li conoscevano. Dani naturalmente era sempre stato il primo a saccheggiare gli scaffali.
«Non mancherei per nulla al mondo.»

La famiglia di Daniele era un vulcano di allegria. Quando arrivarono per la cena di Natale, la casa venne subito invasa dal chiasso dei nipotini di Dani e dalla voce profonda di suo padre. La cena fra le loro due famiglie era sempre stata una tradizione a cui nessuno avrebbe mai rinunciato. La sorella era una simpatica ragazza, che aveva sposato un ingegnere aeronautico con la testa fra le nuvole, un po' genio, un po' secchione noioso. Ma Dani era arrivato per ultimo. Stranamente, era in ritardo e separato dal resto della famiglia. Aveva scostato la sedia con uno stridio acuto e si era immerso nelle prelibatezze che aveva cucinato Marta.
Dopo cena, tra i gridolini dei due bambini, le chiacchiere delle loro madri e degli zii che si erano aggiunti alla comitiva, Giulia trovò il tempo di tirar fuori tutti i pacchetti che erano stati conservati nelle buste sotto l'albero. Seduta come una bambina sul pavimento, a gambe incrociate e i capelli raccolti in una coda di cavallo per evitare che le dessero fastidio ad ogni minimo movimento, non poteva fare a meno di pensare alle luci spente del negozio. Era un vero peccato che quel piccolo imprevisto avesse smorzato la consueta atmosfera festiva.
D'un tratto, Daniele andò ad accovacciarsi accanto a lei. Quella sera era più bello del solito. La camicia bianca, il maglione d'un caldo color azzurro e i pantaloni chiari sottolineavano le forme perfette del suo corpo. Gli occhi conservavano il guizzo vivace del divertimento e il suo sorriso possedeva il dolce sapore del liquore alla menta e al cioccolato che aveva assaggiato. La bocca di Giulia, invece, conservava il retrogusto di vaniglia e frutta candita di quei dolci fatti in casa che aveva divorato a testa bassa e con lo sguardo fisso sul piatto per evitare d’incrociare gli occhi di Dani.
«Sei triste?»
«No, perché dovrei esserlo?»
«Non lo so. Forse stai pensando che fra due settimane partirò di nuovo.»
In effetti, durante la cena, quando i suoi avevano parlato di Parigi, avrebbe preferito farsi andare di traverso un pezzo di panettone e scappare via dalla stanza. Come potevano ricordarle persino la sera di Natale che lui se ne sarebbe andato per la seconda volta? La luce del suo cuore, proprio come la loro vetrina, sarebbe rimasta spenta ancora a lungo.
«Può darsi.»
«A quanto pare, i cambiamenti ti perseguitano.»
«Sì e come vedi non mi piacciono. Sto pensando alla festa. Non avrà la stessa magia.»
«Non ne sarei così convinto.»
«Che vuoi dire?»
«Vieni con me,» disse lui, posandole entrambe le mani sui fianchi e sollevandola quasi di peso. Le sue dita esercitavano una pressione a cui non ci si poteva opporre e le sue mani, dalla stretta forte e convulsa, rivelavano un’urgenza che non ammetteva rifiuti. La trascinò con impeto verso il corridoio, fino alla porta che conduceva al negozio. Dani conosceva l’appartamento come il palmo delle sue mani e sapeva muoversi come uno di famiglia.
«Si può sapere che ti prende?» gli disse, mentre la spingeva verso le scale.
«Devo rivelarti un segreto. Non voglio che gli altri ci sentano.»
La discesa della scala a chiocciola fu un rapido volteggiare in un vortice di sensazioni. Sorpresa, ansia, paura.
«Si può sapere cosa ti prende?»
«C'è qualcosa che non sa ancora nessuno.»
Daniele si fermò ai piedi della scala e lei rimase sull'ultimo gradino, in modo che i loro volti fossero quasi alla stessa altezza. Nel buio vedeva i suoi occhi neri che luccicavano, come se fossero stati illuminati da una luce invisibile.
«Ho intenzione di restare. Dopo le feste, non partirò di nuovo per Parigi.»
«Cosa? Quando l’hai deciso?»
«Non lo so. Forse, ho sempre saputo che se fossi tornato per le vacanze non avrei più trovato la forza di ripartire. Resistere lontano da te è stato quasi impossibile. Mi sembrava di vivere una vita senza luce.»
«Dici sul serio?» domandò Giulia, incredula di fronte alle parole che aveva sperato di sentire da mesi.
Lui annuì, sfiorandole la guancia con una mano, in un primo passo per oltrepassare quel confine che li aveva separati per troppo tempo.
«Sì, Moon. Mi sono reso conto che non posso continuare così. Quand'ero in Francia, mi alzavo ogni mattina e guardavo fuori dalla finestra, dimenticando che non avrei più potuto guardare la luce del vostro negozio. Sarà una cosa stupida, ma eri tu la luce che cercavo ogni mattina e ogni sera. So di non averti mai fatto un regalo decente, di essere stato così stupido da cercare in altre ragazze quello che avevo già davanti agli occhi. Ma non posso più nascondermi dietro il mio silenzio. So di non essere bravo con le parole, ma tutto ciò che voglio è poterti vedere, Moon. Tutto ciò che voglio è qui.»
Lei tratteneva il respiro, mentre osservava il suo volto che si avvicinava pian piano al suo. Le sue labbra la colsero di sorpresa, sfiorando le sue in un bacio prima delicato e poi bramoso. Quando la strinse nel suo abbraccio, a Giulia sembrò che nel suo cuore si espandessero mille sfere di luci, a colmare finalmente d’amore la sua solitudine. Mentre lui continuava a baciarla, alternando l’impeto alla delicatezza, la pressione della forza alla gentilezza di un breve distacco, lei fremeva.
E l’amore trattenuto per lungo tempo s’infiammò  nell’incontro dei loro corpi. L’oscurità delle scale li accoglieva in silenzio, mentre la schiena di Giulia s’addossava alla parete come se non riuscisse a reggere il peso dell’energica stretta di lui. Fu un cercarsi e respingersi lentamente, un chiudere gli occhi e abbandonarsi alla passione che donava a quel bacio il calore di una luce inaspettata. Mentre le sue mani si adagiavano sui suoi fianchi, il suo cuore vibrava senza sosta, come se l’energia di una corrente elettrica ne stesse rendendo incandescente ogni singola fibra.
Finalmente, in quel bacio, si svelavano i sentimenti che, nonostante la lontananza e le strade che si erano separate per un anno intero, Daniele aveva trovato dentro se stesso. C’era voluto del tempo, ma alla fine, pensò Giulia, aveva  avuto ragione sua madre. C’era sempre una luce d’amore che aspettava di avvolgerti con il suo calore.
In quel momento, le luci reali del negozio e della vetrina si accesero senza preavviso. Dani si staccò per un attimo da lei e sorrise, compiaciuto nel cogliere lo stupore sul suo viso.
«Ma che succede?» disse lei, ascoltando il tramestio di passi e le voci indistinte che provenivano dall’apice delle scale e dal corridoio di casa.
«Ho aiutato tuo padre a riparare l’impianto elettrico. Non era possibile immaginare la festa della Vigilia al buio, con quattro misere candele! Volevo che tutto fosse come prima.»
«Ma non lo sarà più. Fra noi c’è stato un improvviso cambiamento, non credi?» rispose lei dolcemente.
«Ti spaventa?»
«No. Non ho mai amato i cambiamenti come ora…»
Era l’inizio di una trasformazione, un mutamento che non la spaventava più, perché si sentiva racchiusa in una felicità che aveva sempre atteso con trepidazione. Ora, lui sarebbe stato al suo fianco, in maniera diversa, ma con la promessa di restare. Era questa l’unica cosa di cui le importava. Lo sguardo di Dani era fermo e risoluto, come se la sua decisione non lasciasse spazio più ad alcun dubbio. Lei ci leggeva l’assoluta certezza che, al di là dei suoi silenzi e delle parole che non le aveva mai dedicato, esisteva un amore che era riuscito ad esprimere soltanto adesso.
Fissò i suoi meravigliosi occhi scuri e lo baciò con tenerezza e passione prima che gli altri invadessero il negozio per la tradizionale festa di sua madre.
«Con le parole sono un disastro, ma con i fatti ci so fare. Come vedi, volevo regalarti un Natale che si accendesse di felicità,» sussurrò lui, stringendola a sé.
«L’hai fatto, Dani. Mi hai regalato il più bel Natale della mia vita. Un Natale che s’accende di te,» rispose Giulia, mentre la vetrina del negozio e il suo cuore risplendevano di una luminosità che non era mai  stata così intensa.

FINE


CHI E' L'AUTRICE
Viviana De Cecco (Cagliari, 1984). Appassionata lettrice di vari generi letterari, che siano rosa, gialli o fantasy, ama fin da piccola immergersi nelle storie che trasportino in un mondo fatto di sogni. Ha studiato Lingue e Traduzione Letteraria, lavorando come traduttrice, guida turistica, receptionist d’albergo e insegnante.
Da qualche anno, coltiva la sua passione per la scrittura. Dopo la pubblicazione di alcuni racconti, poesie e un romanzo breve su antologie e riviste nazionali, nel 2014 ha pubblicato in eBook il romanzo thriller “Il Bunker” (e-Pubblica.com) e il racconto dello stesso genere “L’uomo della tempesta” (Lettere Animate Editore). Si è anche dedicata ai racconti al femminile, pubblicando i racconti “Come bottiglie vuote” (L’intimo delle donne - Liberiamo Publishing), “La mappa” (Io allo specchio – Scrittura&dintorni) e una Drabble romantica “Mele verdi alla fermata dell’autobus” (Y Giunti). Nel blog “La Mia Biblioteca Romantica” ha partecipato a “Christmas in Love” 2013 con il racconto “Oltre i cancelli del cuore” e per San Valentino con “Il bacio di vetro”. 


TI E' PIACIUTO UN NATALE CHE SI ACCENDE DI TE? COSA NE PENSI? ASPETTIAMO I TUOI COMMENTI.

APPUNTAMENTO AI PROSSIMI GIORNI PER I NUOVI RACCONTI SOTTO L'ALBERO DI 
CHRISTMAS IN LOVE 2014 !


23 commenti:

  1. Semplicemente meraviglioso questo racconto! Ho quasi pianto. Grazie, Viviana, mi hai regalato forti emozioni, rischiarando un po' la mia giornata.

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  2. Oh grazie Laura, le tue parole invece fanno quasi piangere me... non credevo che il mio racconto potesse emozionare cosi' tanto, l'ho scritto col cuore perche' in questo periodo in cui si sentono tante tristezze, la scrittura puo' diventare un mezzo per risollevarsi il morale... ancora grazie cara Laura e un abbraccio!! :-)

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  3. Cara consorella Viviana, l’espediente del negozio, un po’ ambientazione un po’ metafora, è molto ma molto suggestivo. Un racconto davvero romanticissimo con un finale da black out del battito cardiaco.
    Che la Dea ti benedica
    Anonima Strega

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    1. Ahah cara collega di brividi e ombre, son contenta che l'esperimento new adult sia riuscito..sono forse anch'io una brava streghetta? Comunque ti ringrazio per questo simpaticissimo commento :-)

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  4. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  5. Un racconto ch esprime spirito natalizio con una calda scintilla di luce: tratteggia con delicatezza quella ricerca di fiducia e speranza dentro il fondo scuro dell'inverno che per me é fondante nel senso della festa, senza dimenticare tenerezza e romanticismo. Un brava all'autrice, e un grazie per il ritorno di questa rassegna, che ormai attendo con affetto. Pat

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    1. Grazie Pat, le tue parole mi fanno davvero piacere, rivelano la delicatezza dei tuoi sentimenti nel percepire quello che volevo esprimere... anch'io aspetto sempre con gioia la rassegna di Natale..un caro saluto

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  6. Bellissimo racconto l'ho letto tutto d'un fiato e il finale wow stupendo kisss complimenti

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    1. Ti ringrazio Grace!! Il tuo entusiasmo mi emoziona!! Un bacio kiss anche a te :-)

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  7. Sono di poche parole! Mi hai fatto commuovere con lacrime vere.Bravissima e grazie :)

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    1. Grazie Paola, anche con poche parole mi hai dato un altro bellissimo incoraggiamento a proseguire nella scrittura romantica... :-)

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  8. Un racconto molto carino, anche se non sono riuscita ad identificarmi con protagnisti così giovani. Adatto al periodo.

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  9. Grazie Lady, eh si magari non tutti amano i protagonisti cosi' giovani..

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  10. Un racconto molto tenero, la crescita di un amore tra due persone che si conoscono fin dall'infanzia ha sempre in se qualcosa di commovente. complimenti Viviana

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    1. Grazie keiko, sono contenta che ti sia piaciuto...in effetti nei ricordi degli amori passati c'e' eempre qualcosa di tenero e nostalgico...

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  11. Un racconto scritto davvero bene. Con un'accuratezza che fa pensare ad altre epoche, eppure lo stesso molto attuale. Mi hai riportata indietro di parecchi anni, ai primi amori, ai primi batticuori. Di questa storia mi rimarrà soprattutto l'immagine che evoca Giulia nei suoi pensieri, delle corse che sempre fatto per stare vicino a Daniele. Brava!

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    1. Grazie Edy, un complimento fatto da una bravissima scrittrice come te, mi fa davvero piacere. Sono contenta di aver risvegliato un ricordo di batticuori passati... forse io stessa l'ho scritto pensando a quegli anni spensierati... :-)

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  12. Io, questa storia, la conosco benissimo! L'ho vissuta, la vivo da tanto, tantissimo tempo. Un amico d'infanzia che torna dopo tanto tempo a cercarmi dietro a un banco, i ninnoli di Natale donati da mia madre agli amici che vengono a fare gli auguri in negozio, lui che mi chiede: "Ti spaventa?". Bello! Mi hai commosso, lo sento mio.

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    1. Grazie Velo, senza saperlo, ho raccontato un'esperienza che forse abbiamo vissute un po' tutte. Tra vecchi amori che ritornano e ricordi del passato...

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    2. Grazie Velo, senza saperlo, ho raccontato un'esperienza che forse abbiamo vissute un po' tutte. Tra vecchi amori che ritornano e ricordi del passato...

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  13. bellissimo racconto mi è piaciuto tantissimo dolce e fresco, commovente e emozionante

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