Christmas in Love 2013: BAD BOY di Laura Gay



Boston University Academy, 20 dicembre 2013
Jane sussultò al rumore della porta della palestra che si apriva e richiudeva con un tonfo. Raddrizzò la schiena e sollevò lo sguardo. 
– Chi è là?
Da quella distanza non riusciva a distinguere i lineamenti del nuovo arrivato, ma era impossibile non notare che era alto, molto alto, e con un fisico asciutto e muscoloso.
Richiuse lo scatolone in cui stava rovistando e si alzò in piedi, colta da una lieve inquietudine. Lo sconosciuto si diresse verso di lei con passi indolenti, le mani infilate nelle tasche dei jeans.
– Mi chiamo Joe Hunt. Sei tu che ti occupi dell’organizzazione della festa per la vigilia di Natale? Mi è stato detto che avevi bisogno di aiuto.
Il cuore di Jane accelerò i battiti.
Joe Hunt!
Tutti alla Boston University Academy sapevano che quel nome era sinonimo di guai. Guai seri. Joe Hunt era lo studente più indisciplinato della scuola, interessato solo ad alcol, sesso e chissà cos’altro.
Un brivido le percorse la schiena mentre si chiedeva cosa ci facesse lì. La palestra era l’ultimo posto dove avrebbe immaginato di vederlo. Lui era più il tipo da locali notturni, o scantinati in cui si pratica la boxe illegale. Non era iscritto a nessun club studentesco, né a qualche gruppo sportivo.
Di regola, non partecipava neppure alle feste organizzate dalla scuola.
La voce le tremò un poco, quando replicò: – Chi ti ha mandato qui?
Joe si tolse le mani dalle tasche, solo per infilarsi una sigaretta in bocca. – Per caso hai da accendere? – chiese con voce strascicata, ma incredibilmente sexy.
– No, io non fumo. E comunque qui c’è il divieto di fumare.
Con un cenno del capo gli indicò un cartello posto sulla parete, proprio davanti a lui.
Joe sbuffò e si ricacciò la sigaretta in tasca. – Allora puoi dirmi cosa c’è da fare qui? Così la facciamo finita una volta per tutte. Prima potrò andarmene, meglio sarà per entrambi.
Jane non aveva dubbi in proposito. Di certo lei non vedeva l’ora che lui varcasse quella porta.
– Se sei così impaziente di andartene, perché sei qui?
Le sue labbra si incresparono in un sorrisino derisorio. – Mi sembra chiaro che non sono qui per mia scelta. Sono in punizione. E mi è stato imposto di aiutarti nell’organizzazione della festa. È tutto chiaro, ora?
Jane trattenne il fiato. Fra tutte le notizie quella era senz’altro la peggiore. Non osava pensare a come sarebbe stato lavorare a stretto contatto con il ragazzo più chiacchierato della scuola. Scosse il capo, come per schiarirsi le idee. – Per quale motivo sei in punizione?
Joe fece un altro irritante sorrisino. – Mi sono scopato la ragazza del capitano della squadra di basket. A lui non è piaciuto e ci siamo azzuffati per bene. Credo che sia finito in ospedale col naso rotto.
Jane restò a bocca aperta. Naturalmente giravano un sacco di voci sulle imprese di Joe Hunt e non c’era nulla da stupirsi, ma sentirle raccontare da lui in persona faceva tutto un altro effetto. Si sforzò di non mostrarsi intimorita dalla sua persona. – E ne è valsa la pena? – gli chiese sarcastica.
Lui inarcò un sopracciglio. – Cosa? Rompere il naso a Ronald Fox o fottermi la sua ragazza?
Jane incrociò le braccia sul petto, quasi come a creare una barriera protettiva fra lei e quel teppista. – Entrambe le cose, suppongo.
Joe rise piano, indubbiamente divertito dalla domanda. – Per la ragazza non saprei: sono tutte uguali a letto. Ma mandare Fox all’ospedale è stata una bella soddisfazione.
Disgustata dalla sua risposta, Jane tornò a chinarsi sullo scatolone. – Dobbiamo addobbare l’albero di natale. Qui dentro ci sono le palline e tutte le decorazioni. Alcune potrebbero essersi rovinate dallo scorso anno, pertanto è necessario fare una cernita. Metteremo le decorazioni buone alla nostra destra e getteremo quelle che non vanno più bene nel sacco della spazzatura, a sinistra. È tutto chiaro?
La voce di Joe le parve canzonatoria. – Sissignora!
Sarebbe stato un pomeriggio terribilmente lungo e opprimente, ne era certa.

Joe si inginocchiò sul pavimento di legno della palestra e afferrò lo scatolone, lanciando un’occhiata di sbieco alla biondina. Era una ragazza carina. Alta, slanciata, e con degli incredibili occhi verdi. Peccato che tenesse i capelli raccolti in una treccia, invece di lasciarli sciolti. Con quella pettinatura sembrava una delle sorelle Ingalls!
Allungò il collo per cercare di sbirciare nella scollatura del suo pullover, ma era troppo accollato. Di solito era abituato a ragazze che mettevano in mostra le loro forme, invece di nasconderle. E, poiché era estremamente curioso di natura, adesso era diventata una sua priorità riuscire a vederle le tette.
– Ancora non mi hai detto come ti chiami – chiese, interrompendo il silenzio che si era creato fra loro.
La biondina gli rivolse un’occhiataccia e si sistemò una ciocca di capelli, sfuggita alla treccia, dietro l’orecchio. – Sono Jane Cooper, dell’ultimo anno.
Cooper. Se non sbagliava doveva essere la figlia del sindaco. Aveva sentito parlare di lei. Era una ragazza modello: seria, studiosa, impegnata nelle opere umanitarie e soprattutto era una che non frequentava le cattive compagnie. Non avrebbero potuto essere più diversi.
– E come mai sei finita qui ad addobbare alberi di Natale, Coop?
Lei alzò gli occhi al cielo, mentre afferrava una pallina frantumata e la gettava nel sacco della spazzatura. – Prima di tutto non mi chiamo Coop. E poi sono qui per mia scelta. Mi piace organizzare feste e in particolar modo quella della vigilia di Natale.
– Non mi dire! E cos’altro ti piace fare, Coop?
– Senti, non c’è bisogno di fare conversazione. Ci sbrigheremo senz’altro di più se restiamo in silenzio, non credi?
Lui finse di riflettere sulle sue parole. – Però sarebbe estremamente noioso. Preferisco chiacchierare. Allora, cos’altro ti piace fare?
Le guance di Jane si tinsero di un rosso acceso, simile al colore delle palline dell’albero. – Mi piace studiare. Dopo il diploma vorrei iscrivermi a legge. Il mio sogno è quello di diventare un buon avvocato.
Joe non riuscì a trattenere un fischio di ammirazione. – Avvocato, eh? Miri in alto.
Jane lo guardò in tralice. – E tu cosa farai dopo il diploma?
– Mi caccerò in qualche guaio. Magari finirò al riformatorio. Hanno forse scelta quelli come me?
La vide sgranare gli occhi e scuotere la testa, facendo ondeggiare la sua treccia color miele. – Parli come se il tuo destino fosse già scritto.
– E non è così?
– No, affatto. Nella vita si ha sempre una scelta.
Adesso fu lui a scuotere la testa. Quella ragazza era incredibile. Pareva credere sul serio a quello che diceva. – Forse per le ragazze ricche e di buona famiglia come te – rispose con un’alzata di spalle.
Jane lo fulminò con lo sguardo. L’aveva offesa, ma in fondo era proprio così che stavano le cose. A lui non era mai stata data una possibilità. Fin dal giorno della sua nascita era stato etichettato come il figlio bastardo di una puttana e trattato di conseguenza. Da piccolo non veniva mai invitato alle feste di compleanno dei compagni di scuola e tutti lo guardavano dall’alto in basso, come se il fatto di essere nato fuori dal vincolo del matrimonio fosse una colpa che avrebbe dovuto espiare per tutta la vita. Aveva imparato presto che non era come gli altri, che per lui la strada sarebbe sempre stata in salita.
Alle superiori aveva fatto amicizia con altri ragazzi nella sua stessa situazione. Tutti teppisti da evitare: ladri, scavezzacollo, alcolisti. Joe sapeva che un giorno sarebbe finito su quella strada anche lui. Era realista e aveva accantonato ogni sogno da bambino. Tanto a cosa sarebbe servito sognare una vita diversa? Le illusioni portavano solo sofferenza.
Anche con le ragazze valeva la stessa regola. Doveva stare lontano da quelle per bene, quelle come Jane. Poteva fare sesso con tutte le troiette che gli si gettavano fra le braccia, attirate dal suo fisico muscoloso, ma non avrebbe mai avuto una relazione seria. Chi si sarebbe impegnata con uno come lui? Era quello che gli aveva gridato in faccia Ronald, quando aveva scoperto che la sua ragazza era stata a letto con lui. Joe Hunt andava bene per una scopata, ma Brenda non si sarebbe mai messa con uno della sua risma. Perché avrebbe dovuto, se poteva avere Fox, idolo incontrastato della squadra di basket della scuola? Joe sapeva che era vero. Ciononostante gli era andata la merda al cervello quando quel coglione l’aveva deriso. Meritava più che un naso rotto, cazzo!
A un tratto sentì la voce di Jane che lo chiamava. Sembrava provenire da molto lontano, perso com’era nei suoi cupi pensieri.
Trasalì. – Che hai detto?
– Mi vuoi aiutare a sistemare l’albero o pensi di restartene lì imbambolato per tutto il pomeriggio?
La guardò per un istante. Aveva le mani sui fianchi e un’espressione battagliera su quel bel visino acqua e sapone. Per un attimo restò abbagliato da quella visione, ma si riscosse in fretta.
– D’accordo. Dove vuoi metterlo?
– Penso che starebbe bene in quell’angolo. Che ne dici?
Joe seguì con lo sguardo la traiettoria indicata dal suo bel ditino. Aveva delle mani delicate, ben curate. Le unghie senza un filo di smalto. Non ne avevano bisogno. Erano perfette così, nella loro semplicità.
Ancora una volta si diede del cretino per la direzione che avevano preso i suoi pensieri. – Dico che è perfetto, Coop. Ogni tuo desiderio è un ordine.
Lei alzò gli occhi al cielo, strappandogli una risata. Tutto sommato quella punizione non era affatto male. Doveva ammettere che si stava divertendo.

Jane osservò Joe trasportare il grosso abete. Si era tolto il giubbotto di pelle e ora i suoi muscoli guizzanti erano ancora più evidenti, attraverso la semplice maglietta di cotone che indossava.
Arrossì. Non avrebbe dovuto avere pensieri così indecenti. Si era sempre vantata di non essere come quelle sue compagne di scuola che sapevano parlare solo di ragazzi e passavano dall’uno all’altro, come se fossero fazzolettini di carta. Eppure Joe Hunt suscitava in lei emozioni contrastanti. Doveva ammettere che era proprio carino.
– Qui va bene? – chiese lui a un tratto, voltandosi nella sua direzione.
– Sì, grazie Joe.
Il suo sorriso spontaneo quasi l’abbagliò. – È stato un piacere, Coop.
Jane si sorprese di non trovare più così irritante quel soprannome. Il modo in cui l’aveva pronunciato, con quella voce calda e sensuale, le aveva procurato un’imprevista ondata di piacere.
Si obbligò a distogliere l’attenzione da lui e afferrò lo scatolone con gli addobbi natalizi. – Bene – disse, fingendosi immune al suo fascino. – Adesso non ci resta altro da fare che decorarlo!
Rovistò nella scatola e tirò fuori una pallina rosso fuoco che andò a piazzare su un ramo, legandola con una cordicella. Procedette allo stesso modo, fissando all’albero anche una pallina d’argento e una dorata. Poi si sollevò sulla punta dei piedi per raggiungere una posizione appena più in alto e, con sua enorme sorpresa, si vide strappare la pallina di mano.
– Lascia fare a me – le sussurrò lui, all’orecchio. Un brivido le scese giù per la schiena e all’improvviso fu enormemente consapevole della sua vicinanza. Il bacino di Joe premeva contro di lei e le sue braccia muscolose la circondavano. Suo malgrado Jane cominciò a tremare.
– Hai freddo? – le chiese lui, in tono vagamente divertito.
Lo stava facendo apposta? Non doveva dimenticare che Joe Hunt era famoso per la facilità con cui conquistava i cuori femminili. Nella sua classe non c’era ragazza che non smaniasse per lui. E con la stessa facilità Joe se le portava a letto per dimenticarsi persino il loro nome, subito dopo. Di certo lei non voleva finire nella sua lista.
– Scusa, puoi spostarti? – gli disse gelida, nella speranza di scoraggiare qualsiasi pensiero libidinoso potesse avere nei suoi confronti.
Lui si ritrasse all’istante, con il suo solito sorrisino sulle labbra. – Volevo solo esserti d’aiuto – si difese, con una voce angelica che non la ingannò neppure per un attimo.
– Non ce n’è bisogno. Me la cavo piuttosto bene anche da sola.
– D’accordo. Allora se non hai bisogno d’aiuto vado fuori a fumarmi una sigaretta.
Jane era interdetta. In realtà non intendeva incoraggiarlo a lasciare a lei tutto il lavoro. Voleva solo che lui non le stesse appiccicato in quel modo, ma sarebbe morta piuttosto che confessargli il suo turbamento.
Lo guardò afferrare il suo giubbotto e andarsene, con quel suo modo indolente di camminare che lo rendeva ancora più sexy.
Ma sì. Forse era un bene se spariva dalla sua vista. Si sentiva già fin troppo confusa!

Joe aspirò una boccata di fumo, senza riuscire a distogliere il pensiero da Jane. Quando le si era avvicinato e aveva sentito il suo profumo inebriargli le narici, era come impazzito. Odorava di buono. Non come le tipe che si scopava di tanto in tanto, coi loro profumi volgari che appestavano l’ambiente. Jane sapeva di bagno schiuma alla vaniglia. Gli faceva venire in mente una torta appena sfornata e una cucina piena di facce sorridenti. La famiglia che avrebbe voluto avere e che gli era stata negata.
Gettò la sigaretta con un gesto stizzito. Forse era per quel motivo che si era sentito così attratto da lei. Per un attimo aveva desiderato stringerla fra le braccia e baciarla dappertutto. Percorrere con la lingua ogni centimetro del suo corpo.
Doveva essere uscito fuori di testa!
Quella non era il tipo di ragazza che allargava le gambe alla prima occasione. Semplicemente non era adatta a lui. Ma allora perché non riusciva a togliersela dalla mente? Perché era dovuto fuggire via con un’erezione in corso, solo per averla sfiorata? Di solito gli occorreva ben altro per eccitarsi.
Sospirò, maledicendo se stesso e la sua stupidità.
– Ehi, Joe, cosa fai lì, solo soletto? – chiese una voce femminile, in un tono volutamente infantile. Cominciava a detestare gli approcci di quelle troiette che gli ronzavano attorno.
Si voltò e scorse una brunetta dalle gambe lunghe, vestita con una minigonna inguinale e un maglioncino talmente scollato che quasi le si intravvedevano i capezzoli.
– Hai bisogno di compagnia?
Avrebbe potuto approfittarne. Farsela nei bagni della palestra sarebbe servito ad alleviare tutta quella tensione che aveva addosso. Eppure sentì se stesso rispondere, in tono infastidito: – No. Sto aspettando una persona.
La brunetta si leccò le labbra, lucide di rossetto. Chissà perché in quel momento gli sembrarono terribilmente volgari. Prima non aveva mai fatto caso a simili dettagli.
– E chi sarebbe questa persona?
– Un’amica.
In cuor suo sperò che l’accenno a un’amica la convincesse a togliere il disturbo. Ma non aveva fatto i conti con la rivalità femminile perché la brunetta, invece di alzare i tacchi, cominciò a giocherellare in modo malizioso coi propri capelli.
– Sfortunatamente la tua amica sembra essere in ritardo – cinguettò. – Posso sostituirla io, se ti va.
Il suo umore già nero finì sotto la suola delle scarpe. Era talmente stufo di accompagnarsi a ragazze del genere!
– Ho detto di no. Sei sorda, per caso?
Lei mise il broncio. – Cos’ha lei che io non ho?
Joe stava per rispondere in maniera brutale quando la porta della palestra si aprì e Jane uscì, avvolta in un pesante cappotto di lana rosso. I suoi occhi verdi erano quasi nascosti sotto una sciarpa rosa, in tinta con il berretto che le copriva la testolina bionda. Così bardata era mille volte più sensuale della tipa seminuda, e incurante del freddo, davanti a lui.
– Hai già finito tutto il lavoro? – le chiese, senza riuscire a staccarle gli occhi di dosso.
Lei gli rivolse un’occhiata obliqua, per nulla incoraggiante. – No. Continueremo domani. Mi sono ricordata che oggi devo essere a casa presto. È il compleanno di mia sorella e mamma ha preparato una cena speciale.
– Ti accompagno.
Quelle parole gli sfuggirono di bocca senza premeditazione e stupirono lui per primo. Che cazzo stava combinando? Voleva rovinarle la reputazione?
Jane doveva essere arrossita, sebbene la sua faccia fosse sepolta dalla sciarpa e non fosse facile stabilirlo con certezza. Lanciò uno sguardo fugace alla brunetta che, a sua volta, la squadrò da cima a fondo.
– No, grazie – rispose poi, con un sorriso tirato. – Per nulla al mondo vorrei guastarti la serata. Divertiti con la tua amichetta.
– Non è la mia amichetta. Non conosco neppure il suo nome.
Jane mimò un’espressione sbalordita. – Sono profondamente scioccata. Non dirmi che per te sono importanti le presentazioni! Non è quello che si racconta in giro.
Joe si mise le mani in tasca, in una posa falsamente rilassata. – E cosa si racconta in giro?
Ma la brunetta si mise in mezzo, lanciando un’occhiata incendiaria a Jane. – Senti, perché non ti togli dai piedi? Chi tardi arriva male alloggia!
Per fortuna lei la ignorò. Era troppo impegnata a fissare lui con estremo disprezzo. – Si dice che il più delle volte non conosci neppure il nome delle tipe che ti porti a letto.
– Non è esatto. Conosco i loro nomi, ma raramente li ricordo… dopo. Ho una cattiva memoria.
Gli occhi di Jane, che spuntavano dalla sciarpa rosa, si accesero come lava incandescente. – Sei veramente disgustoso.
Joe si morse la lingua. Aveva voluto provocarla, ma ora si chiese se fosse stata la mossa giusta. La vide scattare in avanti, nel tentativo di oltrepassarlo, e dovette afferrarle il polso per bloccarla. In risposta lei gli dedicò un’altra delle sue occhiate gelide. – Toglimi le mani di dosso, Hunt.
L’aveva chiamato per cognome. Doveva essere proprio arrabbiata.
– Voglio solo accompagnarti a casa. Si è fatto già buio e una ragazza non dovrebbe girare da sola, di sera.
– Sono appena le sei. Tranquillo, non mi accadrà nulla. A dire il vero, credo di essere più al sicuro da sola che con te.
Joe non riuscì a trattenere una risatina. Aveva una lingua tagliente, doveva ammetterlo. – Insisto.
A quel punto la brunetta dalle gambe lunghe sbuffò contrariata. – Ehi, Joe, perché non la lasci andare? Quella è una stupida verginella che non la molla a nessuno. Usciva con Ronald Fox, lo scorso anno, e lui l’ha lasciata proprio per questo motivo. Mesi di frequentazione e non gli ha mai fatto inzuppare il biscotto!
Jane trasalì. Joe intuì all’istante che quella tipa doveva averla ferita, sebbene si sforzasse di non lasciar trapelare alcuna emozione. Un’ondata di rabbia lo investì come un uragano.
Si volse verso la ragazza bruna con uno sguardo talmente duro che avrebbe messo in fuga chiunque. – Vattene immediatamente, prima che ti prenda a calci.
Finalmente l’intrusa si allontanò; i tacchi a spillo che affondavano nella neve, facendola incespicare. Ma Joe non perse tempo ad aiutarla. Il suo sguardo tornò immediatamente a fissarsi in quello di Jane. Aveva gli occhi lucidi, cazzo!
– È vero quello che ha detto? – chiese con voce bassa, sforzandosi di trattenere la gelida collera che lo attanagliava.
Lei fece un sorrisino sarcastico. – Che cosa? Che non gli ho lasciato inzuppare il biscotto?
Quella frase volgare ripetuta da Jane gli rimescolò il sangue nelle vene. Aveva voglia di abbracciarla, stringerla forte a sé e asciugarle le lacrime. Ma lei non glielo avrebbe permesso.
– No, che sei uscita con quel coglione di Fox.
Lei fece un sospiro. La voce le tremò appena quando rispose: – Sì, è vero. Credevo che fosse diverso e mi ero presa una cotta per lui. Ho commesso un grosso errore.
– No – fece Joe in un sibilo. – Lui ha commesso un grosso errore lasciandosi sfuggire una ragazza come te. Avrei dovuto farlo a pezzi, invece di limitarmi a rompergli il naso.
Jane sussultò, quasi le avesse toccato un nervo scoperto. – Non dire così. La violenza non risolve nulla.
– Forse nel tuo mondo. Nel mio è l’unico modo di sopravvivere.
Lei deglutì. Pareva confusa. – Sul serio pensi che sia stato lui a perderci?
– Certo.
La vide giocare nervosamente con la sciarpa, abbassando lo sguardo. – Effettivamente si è fatto tardi ed è molto buio – disse in un sussurro. – La tua offerta di accompagnarmi a casa è ancora valida?
Joe non riusciva a credere alle sue orecchie. – Certo, Coop. Vieni, la mia moto è posteggiata qui vicino.
Il cuore gli batteva all’impazzata, ma lo ignorò. Non voleva pensare al motivo per cui si sentiva così felice. Voleva semplicemente godersi quell’attimo.

Jane salì sulla moto di Joe, fissandola perplessa. – Dove posso tenermi? – Era la prima volta che andava in motocicletta e si sentiva un po’ intimorita.
Lui si voltò verso di lei, sorridendo. – Aggrappati pure a me, principessa. Ma prima mettiti il casco.
Le porse quello che doveva essere il suo casco e inserì la chiave per accendere il motore.
– E tu? – A Jane non era sfuggito il fatto che Joe non avesse un altro casco per sé.
Lui scrollò le spalle. – Io ne farò a meno. Non porto mai passeggeri, ecco perché non ne ho uno di scorta. Tu sei la prima a salire sul mio bolide.
Se questo doveva servire a incoraggiarla, l’espediente era miseramente fallito. – La prima hai detto? – Rabbrividì. – Ehm…forse non è una buona idea, allora. Non vorrei approfittarne. So quanto voi ragazzi teniate alle vostre moto e tutto il resto.
Lui scoppiò in una risata. – Dai, fifona, smettila di blaterare e infilati il casco.
– Non sono una fifona! – protestò Jane, mettendo il broncio. Ma poi obbedì e fece quel che lui le aveva ordinato.
Un attimo dopo stavano sfrecciando attraverso le strade innevate di Boston. Era uno spettacolo. Le mille luci degli addobbi natalizi donavano alla città un’atmosfera magica che si poteva respirare solo in quel periodo dell’anno.
Jane chiuse gli occhi, stringendosi contro la schiena di Joe. Sentiva il vento sulla faccia, ma non aveva freddo. Il suo corpo la riscaldava, facendola sentire come in un bozzolo. Ancora aveva seri dubbi sul fatto di aver preso la decisione giusta, lasciandosi accompagnare da Joe. Aveva agito d’impulso. Però adesso non voleva pensarci. Era stufa di essere sempre la ragazza assennata che tutti si aspettavano. E poi, quando la tipa dai capelli scuri l’aveva umiliata parlando della sua storia con Ronald, Joe l’aveva difesa. Pensava che avrebbe riso di lei, invece non era stato così.
A volte le strade della vita prendono direzioni così insolite! Quando si era messa con Ronald tutti pensavano che fossero la coppia ideale. A scuola lui godeva della stima di tutti e persino i suoi genitori erano stati felici che avesse scelto proprio lui. Eppure Ronald non solo le aveva spezzato il cuore, ma a quanto pareva aveva raccontato a tutti il motivo della loro rottura. Che vergogna!
Quasi senza che se ne rendesse conto raggiunsero la zona di Charlestown, dove si trovava la sua casa. Passarono davanti al Bunker Hill Monument e, a quel punto, Joe si voltò a guardarla.
– Che strada devo prendere, adesso?
Jane si schiarì la voce. – Procedi lungo Chelsea Street. La mia casa è quella con le colonne bianche davanti alla porta. La vedi? È la seconda alla nostra destra.
– Wow! Bella casa!
Lei arrossì. In sua presenza le accadeva piuttosto spesso. Era alquanto imbarazzante. Per fortuna Joe non parve dar peso alla cosa. Fermò la moto proprio davanti al cancello di casa e lei smontò, facendo attenzione a non scivolare sulla neve ghiacciata. Mentre gli restituiva il casco si accorse che lui la stava fissando intensamente e il cuore prese a galopparle in petto.
– Senti, Coop… – aveva un’aria imbarazzata, piuttosto insolita in uno come lui.
– Sì?
Joe si passò una mano fra i capelli. – Vai già con qualcuno alla festa della vigilia di Natale?
Lo disse con indifferenza, ma lei intuì che la sua risposta doveva premergli molto. Oddio, era così tenero!
– No. Nessuno mi ha ancora invitata.
– Ti dispiacerebbe andarci con me?
Lei sorrise. Chi avrebbe mai detto che Joe Hunt chiedesse a una ragazza di accompagnarla a una festa organizzata dalla scuola. Niente di meno che la festa della vigilia di Natale!
– Non mi dispiacerebbe affatto. Però mi servirà il tuo aiuto per l’organizzazione. Dobbiamo ancora finire di addobbare l’albero e mettere luci e festoni. E il vischio. Quello non può mancare!
Joe la fissò in silenzio. Aveva parlato troppo? Forse doveva limitarsi a un semplice . Perché mai era così goffa coi ragazzi? Non c’era da stupirsi se nessuno le chiedeva mai di uscire.
Poi il suo sorriso la tranquillizzò. – Certo che ti aiuto. Ci vediamo domani, allora.
Jane annuì e lo guardò infilarsi il casco. Lo stesso casco che aveva indossato lei poco prima.
– A domani – mormorò, arrossendo.
Dio mio. Sarebbe andata alla festa con Joe Hunt. Se l’avesse raccontato in giro nessuno le avrebbe creduto!

Boston University Academy, 24 dicembre 2013
Joe si infilò le mani in tasca e fissò per l’ennesima volta il vialetto che conduceva alla palestra della scuola. Jane gli aveva dato appuntamento lì, insistendo affinché non si disturbasse a passarla a prendere sotto casa. Probabilmente non voleva far sapere ai suoi che era lui il suo cavaliere. Ma a Joe non importava. Anche solo il fatto che avesse accettato il suo invito era un evento straordinario. Sarebbe stato sciocco pretendere di più.
Sentì un improvviso suono di passi alle sue spalle e si voltò. Per un attimo temette che il suo cuore si fermasse. Jane era davanti a lui, fasciata in un abito da sera rosa confetto che le stava d’incanto. I capelli erano sciolti sulle spalle e apparivano morbidi e lucenti. Era bellissima.
– Scusa il ritardo! Ho perso tempo con il trucco. E, come se non bastasse, camminare con questi trampoli è stata un’impresa ardua!
Lui rise e abbassò lo sguardo per ammirare le sue scarpe col tacco alto, dello stesso colore dell’abito. Wow! Sarebbe stata un’impresa tenere le mani a posto, quella sera!
Si schiarì la voce. – Non ti preoccupare per il ritardo. Ne è valsa la pena, direi. Sei stupenda.
Jane arrossì. Era una cosa che faceva piuttosto spesso e che a lui piaceva. Talvolta si ritrovava a provocarla di proposito, proprio per vedere le sue guance tingersi di rosso.
– Anche tu stai molto bene.
Joe fece una smorfia. Quella era la prima volta che indossava un completo e si sentiva ridicolo. Avrebbe dato qualsiasi cosa per un paio di Jeans e un giubbotto di pelle. Tuttavia, lo sguardo ammirato di Jane gli infuse un po’ di sicurezza. Avrebbe sopportato le canzonature dei suoi amici, anche solo per poter vedere il suo sorriso.
Le porse il braccio. – Vieni, Coop. Entriamo. Qui fuori si gela e non voglio che tu prenda freddo.
Lei si lasciò condurre all’interno della palestra che avevano addobbato insieme, negli ultimi giorni. Avevano fatto davvero un bel lavoro, doveva ammetterlo. Ma, del resto, lavorare a fianco di Jane era incredibile. Lei era incredibile.
Al loro ingresso si udirono alcuni bisbigli e poi il silenzio. Joe sentì gli sguardi di tutti i presenti fissi su di loro e per un attimo si chiese se avesse fatto bene a portare Jane alla festa. Con ogni probabilità si stavano chiedendo cosa ci facesse la figlia del sindaco in compagnia di uno come lui.
Trattenne il respiro e strinse i pugni mentre Jane gli rivolgeva un sorriso radioso. – Hai voglia di ballare, Joe?
Lui esitò. Certo che aveva voglia di ballare. Stringerla a sé, respirare il suo profumo alla vaniglia… anche il solo pensiero gli provocava un profondo turbamento. Ma possibile che lei non si curasse del fatto di essere al centro dell’attenzione a causa sua? O forse non le importava?
Deglutì. – Se a te fa piacere…
Lei parve studiarlo. – Certo che mi fa piacere. Dai, andiamo!
In un secondo si ritrovò ad essere trascinato sulla pista da ballo, dove altre coppie stavano ondeggiando al ritmo di un lento. Non conosceva la canzone – lui era più il tipo da hard rock – tuttavia sembrava il pezzo ideale per stringere a sé la propria ragazza.
Chiuse gli occhi, cercando di lasciarsi trasportare dalla musica, e attirò Jane a sé. Il suo corpo era morbido e caldo, contro il proprio. Quel semplice contatto gli mandò in tilt il cervello.
– Balli molto bene – gli disse lei, all’improvviso.
Joe si sforzò di tornare a respirare normalmente. – Anche tu non sei male come ballerina.
Strofinò il naso contro il suo collo, aspirando a piene narici il suo odore. Moriva dalla voglia di baciarla, di sentire il suo sapore sulle labbra… di questo passo sarebbe impazzito.
A un tratto la sentì sospirare, come se anche lei fosse turbata dalla sua vicinanza. La strinse un po’ di più, avvicinando le labbra a quel collo invitante…
– Jane, cosa cazzo stai facendo?
La voce di Ronald Fox quasi gli scoppiò nelle orecchie. Sentì Jane trasalire e staccarsi da lui, le guance rosse come cocomeri.
– Ciao Ronald. Io sto ballando e tu? Non sarai già ubriaco, vero?
Joe trattenne una risatina. Era uno spasso vedere Fox accigliarsi, dopo la risposta di Jane.
– Ma lo sai chi è lui? La persona alla quale ti stai strusciando come una cagna in calore è Joe Hunt. Ne hai sentito parlare, non è vero?
Joe si irrigidì. Le mani gli prudevano dalla voglia di afferrarlo e sbatterlo contro un muro. Come osava rivolgersi a Jane in quel modo? Ma lei non ebbe bisogno del suo aiuto per difendersi. Lo squadrò come se fosse un insetto, il viso sempre più paonazzo.
– Certo che so chi è. E allora? Che problema hai, Ronald?
Lui sgranò gli occhi. – Che problema hai tu, piuttosto. Non ti preoccupi della tua reputazione? Domani tutta la scuola saprà che sei venuta alla festa accompagnata da quel teppista!
Joe fece un passo avanti per afferrarlo, ma Jane glielo impedì. Gli lanciò uno sguardo supplice, prima di tornare a squadrare Fox.
– È molto gentile da parte tua preoccuparti per la mia reputazione. Soprattutto dopo aver raccontato a tutti di avermi lasciata perché non ho voluto fare sesso con te.
Gli occhi di Jane erano come lava incandescente e Joe si sentì terribilmente orgoglioso di lei in quel momento. Aveva rimesso Fox al suo posto all’istante.
Ronald boccheggiò come se gli mancasse l’aria. Poi si voltò, allontanandosi a spintoni tra la folla che si era radunata intorno a loro.

– Ti dispiace accompagnarmi al tavolo dei rinfreschi? – chiese Jane, turbata. La scenata che le aveva fatto Ronald, davanti a tutti, era stata terribilmente umiliante e ora lei desiderava solo andarsi a nascondere.
Percepì la mano calda di Joe afferrare la sua e si sentì subito meglio.
– Certo – le rispose lui con un sorriso. – In effetti fa un caldo tremendo qui dentro!
Jane si sforzò di sorridergli. Era affranta per la figuraccia di poco prima e per come era stato trattato Joe. Ma chi si credeva di essere Ronald? Pensava di essere migliore di Joe solo perché era il campione della squadra di basket? Eppure con lei si era comportato in maniera davvero disgustosa, al contrario di Joe.
Sospirò. – Ti prego di scusare il comportamento di Ronald – disse, non appena raggiunsero il tavolo dei rinfreschi. – Non riesco a capire cosa gli sia preso. Non si è mai dimostrato così protettivo nei miei confronti.
Joe inarcò un sopracciglio. – Non riesci a capire cosa gli sia preso? Mi pare piuttosto chiaro: vuole che io ti stia alla larga. E credo che questo sia il pensiero della maggior parte dei presenti. Tu sei una brava ragazza. Farti vedere insieme a me può solo danneggiarti. Lo capisco. E capirei, se ora tu mi dicessi di togliermi dai piedi.
Jane aveva le lacrime agli occhi. – Che dici? Tu non hai fatto nulla! Credi sul serio che potrei scaricarti, solo perché la gente penserebbe male di me?
Lui sollevò uno sguardo incredulo su di lei, come se non si fosse aspettato una simile risposta. All’improvviso le venne il dubbio che quella non fosse la prima volta che qualcuno lo snobbava, a causa della sua cattiva reputazione. Certo, le ragazze cadevano ai suoi piedi. Ma erano soprattutto studentesse prive di morale, come quella che avevano incontrato quella sera fuori dalla palestra.
– Joe, a me non importa quello che pensano gli altri. È Ronald quello che dovrebbe vergognarsi. Tu ti sei comportato come un vero gentiluomo.
– Un vero gentiluomo, dici? In realtà ho desiderato afferrare Fox e prenderlo a calci nel culo.
– Ma non l’hai fatto.
Lui si passò una mano fra i capelli, scompigliandoli. – Non volevo metterti in imbarazzo. Se avessi ceduto ai miei istinti, tutti avrebbero biasimato te perché eri lì con me. Avrei peggiorato la tua situazione.
Jane sorrise. – Vedi? Ti sei preoccupato per me ed è molto più di quanto avrebbe fatto Ronald nella stessa situazione. Tu non sei il teppista che tutti credono, Joe.
Lui distolse lo sguardo. Pareva imbarazzato. – Sbagli a credermi migliore di quello che sono. Prima d’ora non mi ero mai tirato indietro di fronte a una zuffa.
Jane sbuffò. Era una testa dura, su questo non aveva dubbi. Si era convinto di meritare il biasimo della gente e anche il suo. Alla fine decise di cambiare argomento. Doveva alleggerire la conversazione, se non voleva rovinare a entrambi la serata.
– Che ne dici di una limonata? Io sto morendo di sete!
Joe fece una faccia disgustata. – Una limonata? Non si può avere una birra?
Jane scosse il capo, divertita. – Niente alcolici. È una festa studentesca, lo hai dimenticato?
– Vada per la limonata, allora.
Il suo sorriso sbarazzino le riscaldò il cuore. Avrebbe fatto qualsiasi cosa per fargli tornare il buonumore!

– La tradizione afferma che ci si debba baciare, quando ci si trova sotto il vischio! – la voce allegra di Jane lo fece trasalire. Voleva essere baciata? Da lui? Il suo cuore cominciò a fare le capriole. Lanciò un’occhiata fugace al vischio che decorava la trave di legno sopra le loro teste e tornò a fissare gli occhi innocenti di Jane.
Stava giocando col fuoco, se ne rendeva conto? Non era certo che sarebbe riuscito a fermarsi a un bacio. Lui voleva molto di più.
Deglutì mentre Jane gli porgeva le labbra. Erano così allettanti. Per l’intera serata non aveva fatto altro che desiderarle. Voleva sentire il loro sapore.
Col sangue che gli scorreva più veloce nelle vene le afferrò la nuca, attirandola a sé. Percepì la morbidezza dei suoi capelli sotto le dita e infine il calore della sua bocca gli incendiò i sensi.
Cazzo!
Stava letteralmente andando a fuoco.
Lei dischiuse le labbra in un tacito invito e Joe si sentì irrimediabilmente perduto. Avvertì un brivido lungo la schiena e il cuore rimbombargli nelle orecchie. Affondò la lingua dentro quella bocca calda e invitante, sentendosi come un affamato a cui viene gettato un pezzo di pane.
Il basso gemito che uscì dalla gola di Jane lo inondò di piacere, incoraggiandolo a continuare. Si staccò da lei appena per riprendere fiato, dopo di che si impadronì nuovamente della sua bocca, mordicchiando e leccando, quasi volesse bere la linfa vitale da quelle labbra morbide.
Quando la lasciò andare erano entrambi senza fiato. Gli occhi di Jane brillavano come stelle e il suo petto si alzava e abbassava al ritmo del respiro accelerato.
Joe si sentiva terribilmente confuso. – Scusami – mormorò, appena gli tornò il fiato. – Ho perso il controllo, mi dispiace.
Lei gli sorrise, timidamente. – Non scusarti. È stato bellissimo.
– Adesso hai la prova che non sono un gentiluomo. Io…
Ma Jane gli chiuse la bocca con un dito. – Shh… non aggiungere altro. Questa è stata una serata perfetta, grazie a te. Non la rovinare con stupidi discorsi.
Una risata roca gli uscì di gola. – Dio mio, Jane. Sono pazzo di te. Sai cosa significa questo? Che con ogni probabilità domani sarai sulla bocca di tutti. Joe Hunt che seduce la figlia del sindaco… fai sempre in tempo a scappare!
Lei rise a sua volta. – Non ho affatto intenzione di scappare. Non mi fai paura, sai? Nemmeno un po’.
– Eppure dovresti averne.
Jane sospirò e gli tese la mano. – Andiamo a fare una passeggiata fuori. Ho bisogno di prendere un po’ d’aria.
Ottima idea. Anche a lui serviva un po’ d’aria per raffreddare i bollori. Quel bacio lo aveva mandato su di giri. Afferrò la mano di Jane, avvertendo il calore della sua pelle. Non aveva mai passeggiato mano nella mano con nessun’altra, prima d’ora. Era… piacevole. Con Jane qualsiasi cosa era fantastica.
– Come festeggerai il Natale? – La sua voce lo colse di sorpresa, perso com’era nei suoi pensieri.
– Cosa?
Lei rise di nuovo. – Hai scordato che domani è Natale? Cosa farai? Pranzerai con la tua famiglia?
Joe si fermò di colpo. All’improvviso sentì il gelo penetrargli nelle ossa, ma non per colpa della temperatura esterna.
– Io non ho famiglia – rispose, burbero. – Mia madre è andata a vivere con la sua ultima fiamma e non mi vuole fra i piedi. Mio padre… beh, non so nemmeno chi sia.
Jane parve colpita dalle sue parole. Doveva immaginare che prima o poi sarebbe successo. Adesso sarebbe fuggita a gambe levate da lui.
– Non hai fratelli o sorelle?
– No. Non ho nessuno.
– Ma non puoi passare il Natale da solo! – Jane sembrava contrariata. Una piccola ruga le si formò sulla fronte, rendendola ancora più bella.
Lui si limitò a scrollare le spalle. – Ci sono abituato. Non devi preoccuparti per me.
Ma Jane sembrava risoluta. Assunse quell’aria battagliera che le aveva già visto, quando aveva affrontato Ronald, poco prima. – Devi venire a pranzo da noi. Assolutamente. Non accetto un “no” come risposta!
Joe non riuscì a trattenere un sorriso. Un invito a pranzo dai suoi? Si rendeva conto di quello che significava?
– Sei sicura che sia una buona idea?
– Certo che sì! Per mia madre non sarà un problema aggiungere un posto a tavola. Ti prego, vieni a pranzo da noi. Sarà divertente!
Joe esitò. Non era mai stato invitato a pranzo da una ragazza o da un qualsiasi compagno di scuola. Era abituato a restare nell’ombra. In solitudine. Eppure la prospettiva di trascorrere il Natale con Jane e la sua famiglia lo allettava.
– D’accordo. Verrò.
Il sorriso di Jane gli riscaldò il cuore per l’ennesima volta. Stentava a credere di aver trovato una ragazza capace di guardare oltre le apparenze. Qualcuno che lo accettasse per quello che era. Forse il suo destino poteva ancora cambiare. La magia del Natale avrebbe compiuto il miracolo.

Charlestown, 25 dicembre 2013
Joe fissò l’elegante casa dei Cooper senza decidersi a suonare il campanello. Si sistemò la giacca di pelle, mentre un rivolo di sudore gli scendeva giù per il collo.
Deglutì.
Non aveva mai avuto paura di niente e ora si sentiva terrorizzato all’idea di pranzare insieme a una famiglia normale, in una casa normale.
Strinse fra le mani sudate il mazzo di fiori, acquistato per Jane. Infine suonò. Il campanello rimbombò all’interno dell’abitazione, seguito da un suono di passi.
Trattenne il respiro finché la porta si aprì e un uomo imponente, coi capelli grigi, apparve sulla soglia. Dopo averlo squadrato da cima a fondo un lieve cipiglio gli corrugò la fronte.
– Credo che tu abbia sbagliato indirizzo, ragazzo – disse brusco il padrone di casa.
Joe rimase immobile. Non era la prima volta che veniva fissato con disprezzo, ma il fatto che fosse il padre di Jane a farlo gli provocò un nodo allo stomaco.
– Nessuno sbaglio, signore – rispose, sforzandosi di mostrare una sicurezza che non aveva. – Jane mi ha invitato a pranzo. Non gliel’ha detto?
Gli occhi dell’uomo si fecero di ghiaccio. – Ti ho detto che hai sbagliato indirizzo. Fuori di qui, se non vuoi che chiami la polizia.
La porta gli fu sbattuta in faccia senza un ripensamento. Joe si ritrovò a stringere i fiori, cercando di mantenere il controllo. Un fiume di emozioni infuriava dentro di lui: rabbia, umiliazione, delusione… si sentiva così frustrato da non riuscire a muovere un muscolo.
Aspirò una boccata d’aria per calmarsi.
Era andato lì per vedere Jane e l’avrebbe vista. Non gli importava quanto tempo avrebbe dovuto aspettare. Con la determinazione che l’aveva sempre contraddistinto si sedette sui gradini, davanti alla casa dei Cooper. Il freddo invernale gli penetrò nelle ossa, ma lo ignorò e si predispose a una lunga attesa.

Jane si precipitò giù dalle scale col cuore in gola. – Chi era, papà?
– Un venditore ambulante. Vengono a rompere le scatole anche la mattina di Natale. Roba da non crederci!
Lei fissò la porta, delusa. Pensava che si trattasse di Joe. Non vedeva l’ora di presentarlo ai suoi e si sentiva eccitata come una ragazzina, al solo pensiero di rivederlo.
– Vado a dire a tua madre di cominciare a servire il pranzo. Ho una fame da lupi!
Jane fissò il padre sconcertata. – Ma non aspettiamo Joe? Sarà qui a momenti.
Lui sbuffò. – Sai quanto detesti i ritardatari. Cominciamo a mangiare, se il tuo amico si degnerà di raggiungerci si accontenterà di quello che rimane in tavola.
Jane aprì la bocca per dire qualcosa, ma la richiuse all’istante. Suo padre sembrava di pessimo umore e in quei casi era meglio assecondarlo.
Si sedette a tavola con un nodo in gola, augurandosi che Joe si facesse vivo al più presto.
Non accadde.
Il pranzo era ormai giunto al termine quando a Jane venne un terribile sospetto.
– Papà, sei sicuro che la persona che prima ha suonato alla porta fosse un venditore ambulante?
Lui le indirizzò uno sguardo accigliato. – Metti in discussione la parola di tuo padre?
– È solo che mi sembra strano. È Natale!
Jane lanciò uno sguardo alla madre. Anche lei pareva dubbiosa. – In effetti è strano, Robert.
– Era Joe, non è vero?
Sentiva il cuore pesante e gli occhi le bruciavano. Vide il padre tamburellare con le dita sul tavolo, cosa che faceva spesso quando era nervoso.
– Allora, papà? Era Joe?
L’occhiata rabbiosa che lui le indirizzò quasi la fece vacillare. – Quel ragazzo non mi piace. Non voglio che lo frequenti, hai capito? E non voglio che metta piede in casa mia!
Un’ondata di disgusto l’assalì. – Lo hai mandato via?
– Te lo ripeto, Jane. Stai lontana da quel Joe Hunt. Uno così porta solo guai.
Lei si alzò di scatto da tavola, facendo cadere un bicchiere che si ruppe in mille pezzi. Ma non le importò. Riusciva solo a pensare a quello che doveva aver provato Joe e una rabbia impotente si impadronì di lei.
Sua madre e la sorella la fissarono in silenzio. Avrebbe voluto che prendessero le sue difese, che si schierassero dalla parte di Joe. Ma si rese conto che era inutile. I pregiudizi della gente erano difficili da annientare. Non c’era da stupirsi se Joe era convinto di non avere scelta nella vita.
Con amarezza Jane si mosse verso la porta. – Esco – disse in un sussurro. – Ho bisogno di restare un po’ da sola.
Ignorò la voce di suo padre che la richiamava all’ordine e si infilò velocemente cappotto, sciarpa e berretto, precipitandosi fuori di casa, gli occhi pieni di lacrime.
Fu allora che lo vide. Lì, seduto sui gradini, con un enorme mazzo di fiori colorati.
– Santo cielo, Joe! Morirai di freddo!
Lui le dedicò un sorriso imbarazzato. – Volevo darti questi. Sono il mio regalo di Natale.
Un’emozione profonda si fece strada dentro di lei. Era commossa e felice allo stesso tempo.
– Joe, non sai come mi dispiace! Mio padre…
Lui fece un passo verso di lei, sfiorandole le labbra con un dito. – Shh… non ha importanza. Quel che conta è che ora sei qui.
Jane si sforzò di ricacciare indietro le lacrime. Prese i fiori che lui le porgeva e ne aspirò il profumo.
– È il regalo più bello che abbia mai ricevuto. Grazie.
Lui si scompigliò i capelli. Aveva le labbra viola per il freddo, ma non le era mai parso più bello di così.
– Andiamo a casa tua – fece Jane, all’improvviso. – Voglio darti anch’io il mio regalo.
Joe esitò. – A casa mia? Ma non resti con la tua famiglia? È il giorno di Natale.
Jane lo fissò dritto negli occhi e annuì. – Ho già pranzato con la mia famiglia. Ora voglio stare con te.

Joe stentava a crederci. La ragazza più bella della scuola era lì, nel suo minuscolo appartamento.
Cazzo, avrebbe dovuto mettere in ordine!
Dopo aver gettato la giacca su una poltrona, si avvicinò al divano per togliere un pacchetto di patatine vuoto e una bottiglia di birra che aveva dimenticato lì sopra, l’ultima volta che aveva guardato la tv.
– Prego, accomodati! – disse nervoso.
Jane si guardò un po’ intorno e si sedette. – Mi piace qui – esclamò, togliendosi il cappotto. – È un ambiente intimo e accogliente.
Lui trattenne il respiro. Sedendosi, la gonna che Jane indossava si era sollevata, lasciando scoperte le sue lunghe gambe perfette. La temperatura si alzò improvvisamente di qualche grado.
Fingendo indifferenza Joe le si sedette di fianco.
– Allora, dov’è il mio regalo? – chiese, nel tentativo di alleggerire la tensione.
Jane si morse il labbro. Era nervosa anche lei?
Senza aggiungere una parola si tolse il maglione, continuando a fissarlo dritto negli occhi. Sotto indossava un reggiseno di pizzo bianco.
Joe ebbe l’impressione di andare a fuoco. – Che stai facendo? – chiese, senza riuscire a distogliere lo sguardo.
– Ti sto dando il tuo regalo.
Stava scherzando? Il suo cuore accelerò i battiti. Lo sentiva nelle orecchie, in gola, persino le tempie gli pulsavano.
Poi Jane si slacciò anche il reggiseno, gettandolo a terra.
Buon Dio, aveva dei seni stupendi! Pieni e sodi, con piccoli capezzoli scuri.
– Coop, vuoi farmi impazzire? – fece lui, in un sospiro roco.
Lei sorrise. Un sorriso timido, ma sbarazzino allo stesso tempo. – Voglio che tu faccia l’amore con me, Joe.
Non ebbe nemmeno il tempo di riordinare i pensieri che le labbra di lei cercarono le sue.
E allora divampò l’incendio.
Joe afferrò la nuca di Jane e l’attirò contro di sé. Si impossessò della sua bocca mentre con la mano libera le sfiorava un seno. La sentì sussultare a quel contatto e un gemito gli morì in gola. Aveva la pelle così morbida e calda. Era perfetta. Col pollice le stuzzicò un capezzolo, strappandole un sospiro, contro la sua bocca.
Si staccò da lei senza fiato, gli occhi fissi nei suoi. – Sei sicura? – le chiese, odiandosi subito dopo per averlo fatto. E se avesse risposto di no? Cielo, sarebbe morto!
Ma Jane gli sorrise di nuovo, con le labbra turgide per il bacio di prima. – Sono sicura, Joe. È con te che voglio farlo. Nessun’altro mi ha mai fatta sentire come mi fai sentire tu.
– Nemmeno Fox? – Non avrebbe dovuto chiederlo, ma all’improvviso fu importante per lui sapere.
Lei ridacchiò, scuotendo il capo. – Nemmeno lui. Ronald era così prepotente, aggressivo. Pretendeva e basta. Era così evidente che non contavo nulla per lui.
Joe annuì. Fox era un vero bastardo e non si pentiva affatto di avergli rotto il naso.
Senza interrompere il contatto visivo, si chinò su Jane per baciarle un seno. Lei chiuse gli occhi mentre le sfiorava il capezzolo con la lingua e sospirò di nuovo.
Dio, il suo sapore era così dolce!
Prese in bocca quel tenero bocciolo, succhiando, mordicchiando, fino a strapparle dei gemiti di piacere. Ormai non avrebbe potuto fermarsi neanche volendo. Il suo uccello premeva contro i jeans, ansioso di essere liberato e immergersi nel suo calore.
Ma non era ancora il momento.
Ansimando, insinuò una mano sotto la gonna di Jane. Quando le sfiorò le cosce sentì il proprio cuore galoppare impazzito. Non era preparato a quello. Aveva preso un sacco di ragazze su quel divano, ma mai aveva provato quella forte, vibrante, emozione che gli toglieva il fiato.
A un tratto sentì le mani di Jane sotto la sua maglietta. Gli stava accarezzando l’addome.
Cazzo, no!
– Coop, aspetta – mormorò, contro il suo collo. – Se fai così finirà subito.
Lei aggrottò la fronte. – Non ti piace?
A Joe sfuggì una risatina. – Mi piace troppo.
– Oh, ed è un male?
Rise ancora. – In questo caso potrebbe esserlo. Lascia che sia io a condurre il gioco, ok?
Joe cominciò a disegnare dei cerchi invisibili sulle sue cosce chiuse. – Rilassati. Ti piace così?
– Oh, sì.
– Allarga le gambe… ecco così, brava!
Le sue dita sparirono all’interno delle mutandine di pizzo, raggiungendo il centro della sua femminilità. Buon Dio, era così bagnata! Si morse il labbro così forte da farlo sanguinare, sperando che il dolore lo aiutasse a mantenere il controllo. Mentre l’accarezzava Jane continuava a gemere e contorcersi contro la sua mano, fino ad assecondare i suoi movimenti. Quando le infilò dentro un dito quasi gridò di piacere.
C’era quasi. Lo sentiva.
– Coraggio, Coop. Vieni per me.
Come incoraggiato dalle sue parole il suo corpo si tese, scosso da piccole contrazioni. Joe sentì il sudore imperlargli la fronte. Non era mai stato più eccitato. Voleva… no, aveva il disperato bisogno di entrare dentro di lei. Ora.
Tolse il dito dalla sua fessura umida e tastò con la mano la tasca posteriore dei suoi jeans. Teneva sempre un preservativo lì dentro. Eccolo! Con movimenti impacciati lo estrasse dalla tasca, strappando la confezione. Poi tirò giù la zip, i gesti resi frenetici dalla fretta e dal desiderio.
Mentre lo infilava lanciò un’occhiata di sbieco a Jane. Cosa stava pensando? Era impaurita… imbarazzata? La vide sbattere le lunghe ciglia e ricambiare lo sguardo con interesse. Le piaceva quello che vedeva? Non si era mai preoccupato di certe cose prima, ma in quel preciso momento gli importava eccome!
Con un sospiro Joe allungò le mani verso di lei, sfilandole le mutandine. Le sollevò la gonna, aprendole un po’ di più le cosce. Diamine, se era bella! Si sarebbe potuto incantare per ore a guardarla. Ma in quel momento ciò che più gli premeva era essere dentro di lei.
Con una spinta decisa la penetrò, fermandosi appena la sentì irrigidirsi. – Ti ho fatto male?
Cazzo, era così teso che non aveva pensato a essere più dolce. Dopo tutto era la sua prima volta. Tuttavia, il sorriso di Jane lo tranquillizzò. – Va tutto bene, Joe. Non preoccuparti.
Non preoccuparti?
Non era mai stato più agitato e in confusione!
Jane era terribilmente stretta. Sentirsi avvolgere dal suo calore era per lui come toccare il cielo con un dito.
Ansimò, cominciando a muoversi lentamente dentro e fuori di lei. Il piacere provato era così intenso da desiderare che durasse in eterno. La sentì gemere e il proprio cuore perse un battito. Era possibile essere più felici?
Con movimenti esperti la portò di nuovo vicina al culmine. Voleva che venisse ancora, prima di lasciarsi andare all’appagamento finale.
A un tratto lei rovesciò la testa, inarcandosi, le labbra dischiuse per il piacere.
– Sì, Coop – le mormorò all’orecchio, baciandole una tempia mentre continuava a muoversi dentro di lei. Il ritmo si fece più frenetico e alla fine raggiunsero l’orgasmo insieme, il cuore che pompava maledettamente veloce.
Si lasciò cadere su di lei, privo di forze. Gli ci volle un po’ di tempo per riordinare i pensieri e trovare un po’ di fiato. Ma ci riuscì.
– Va tutto bene?
Lei lo fissò con un sorriso beato. – Meravigliosamente bene.
Un imbarazzante silenzio cadde su di loro. Cosa si faceva in quei casi? Joe aveva mille cose da dire e allo stesso tempo non gliene veniva in mente nessuna.
Alla fine fu lei a parlare: – Allora, sono stata come tutte le altre? Domani dimenticherai persino il mio nome?
Il tono in cui aveva pronunciato quelle domande era leggero, quasi divertito. Ma lui capì che Jane era tesa, insicura.
Fu come ricevere un pugno allo stomaco.
– Mai – rispose, guardandola negli occhi. – Tu non sarai mai come le altre e mai dimenticherò il tuo nome, Jane. Anche se preferisco chiamarti Coop.
La risata di Jane risuonò nella stanza allegra e vivace. – Vada per Coop. Ormai mi sono abituata.
Joe si sollevò per non gravare su di lei col suo peso e si sdraiò al suo fianco, il braccio posato sotto la sua testolina bionda. Era piacevole restare abbracciati, dopo l’amore. Un piacere che non aveva mai assaporato prima.
– Quindi ti è piaciuto il mio regalo? – la sua voce dolce interruppe di nuovo il silenzio.
– Vuoi scherzare? È stato un Natale meraviglioso, grazie a te.
Lei ridacchiò di nuovo. – Anche se mio padre ti ha sbattuto fuori di casa e hai dovuto aspettarmi al freddo e al gelo?
Joe si fece serio all’istante, gli occhi incatenati a quelli di Jane. – Lo rifarei altre mille volte se in cambio potessi avere tutto questo.
– Wow! Allora ti è piaciuto sul serio.
– Se mi è piaciuto? Coop, io ti amo da morire. E ti prometto che cambierò la mia vita per te. Niente più colpi di testa, risse e stronzate. Sarò un ragazzo modello e mi conquisterò la stima di tutti, anche quella di tuo padre. Tutto, pur di renderti felice.
Jane gli accarezzò una guancia, lo sguardo perso nel suo. – Io sono già felice. Ho te.
Quando si chinò su di lui, cercandogli le labbra, Joe aveva di nuovo il cuore in tumulto. Per tutta la vita aveva pensato di non avere scelta, che il suo destino fosse già scritto. Ma adesso aveva Jane. E quello era realmente il più bel Natale che avesse mai vissuto.

FINE

CHI E' L'AUTRICE
Laura Gay nasce a Genova nel 1970. Esordisce come scrittrice nel 2008 con un romanzo storico:Edmond e Charlotte. Le scelte dell'amore, edito da Enrico Folci Editore, e da allora non si è più fermata.
Ha pubblicato La figlia del re di Francia con la 0111 Edizioni e due time travel: Prigioniera del tempo Ovunque sarai, editi da Boopen. Un suo racconto dal titolo Ventunesimo piano è apparso sul numero 5 della rivista Romance Magazine e un altro, dal titolo Il risveglio del Crociato, è stato inserito nell’antologia 365 storie d’amore, edita da Delos Books. Sul blog ha partecipato con suoi racconti a varie rassegne. Ricordiamo fra gli altri: L'estate del primo amore  e  Resta con me  .

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16 commenti:

  1. La risposta italiana alle autrici di New Adult americane! Bravissima Laura, ho letto tutti i tuoi racconti su LMBR e devo dire che nonostante siano tutti belli questo ha decisamente una marcia in più!
    Un libro su di loro è chiedere troppo? :P
    Ancora complimenti ^_^

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  2. wow! penso che sia il racconto più bello che ho mai letto qui sopra :) adoro i racconti così diretti e dove i personaggi sono così be caratterizzati... che dire? complimentissimi!

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  3. Frizzante e allegro, con un dipanarsi della narrazione davvero giovane senza tanti "giovanilsmi", cosa non facile. Brava Laura, e ottimo anche l'abbinamento con la canzone ;)
    Patrizia

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  4. Il Natale che dona equamente a chiunque! Ben vengano questi racconti ricchi di dolcezza ed erotismo che non guasta mai, scritto da te, poi, è magistrale!

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  5. Grazie a tutte! E grazie a Francy per la bellissima cover e la canzone.

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  6. La storia segue il classico cliché dello sciupa femmine che capitola di fronte alla brava ragazza acqua e sapone ma, nonostante ciò, mi ha tenuta incollata allo schermo finché non sono giunta alla fine. Promosso! :)

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  7. Lettura davvero piacevolissima, complimenti!

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  8. Il racconto in sé è carino e ben scritto, anche se sinceramente avrei preferito che fosse ambientato in Italia, ma nn mi ha appassionata più di tanto perché avverto le tematiche lontanissime da me, evidentemente il genere NA nn fa proprio per me. Mi chiedo una cosa, ma davvero ancora oggi, anno di grazia 2013, il fatto di essere nato fuori dal matrimonio ha ancora tutta qs importanza? Nn so, mi sembra talmente anacronistico.

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  9. Vorrei rispondere a ladymacbeth, ringraziandola innanzitutto per aver espresso la sua opinione. Dunque, da quello che so in America c'è ancora una mentalità piuttosto retrograda e bigotta, talvolta leggo cose piuttosto scioccanti riguardo agli americani, di qui la mia scelta di ambientare il mio racconto proprio negli States. In Italia sarebbe stato davvero poco credibile. Forse avrei potuto ambientarlo in un paese, invece che in una grande città (nei paesi la mentalità ristretta è più accentuata), ma alla fine la mia scelta è caduta su Boston perché l'ho visitata ed è stato più facile per me immaginarmi i luoghi.
    Sapevo fin dall'inizio che la mia decisione di ambientare il mio racconto negli States sarebbe stata criticata, visto che sembra opinione comune che un'autrice italiana debba scrivere solo e unicamente dell'Italia, quasi non abbia il diritto di volare con la fantasia e immaginare luoghi diversi da quelli in cui vive.
    Per quanto mi riguarda, a me volare con la fantasia piace. È il motivo principale per cui mi piace scrivere: attraverso la scrittura posso trovarmi in India o in Australia, o addirittura in un altro tempo, in un battito di ciglia.
    Ecco perché ambiento i miei romanzi o racconti in luoghi ed epoche diverse. Ho scritto romanzi ambientati in Francia, Austria e altri paesi europei. questo non vuol dire che disdegni l'Italia: i miei time travel sono ambientati a Roma e un mio racconto erotico, che uscirà nel nuovo anno, a Milano. Attualmente sto scrivendo un romanzo ambientato nel Salento.Tuttavia, proprio non riesco a imbrigliare la mia fantasia in scenari unicamente italiani, anche se rispetto l'opinione di chi, come te, ama leggere del proprio Paese.
    Con questo commento ho voluto solo giustificare la mia scelta e le mie parole non vogliono essere una critica contro di te, Ladymacbeth. Ho sentito solo il bisogno di esprimere le mie idee. Ancora grazie per aver letto e commentato.

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    1. Io credo che molte persone siano portate fuori strada dal fatto che gli Stati Uniti siano un grande paese e spesso non si va a guardare un po' meglio la realtà. C'è il Texas che nel 2013 è indietro di una sessantina d'anni rispetto all'Italia che subisce la presenza della chiesa da sempre...ci sono poi altri stati che invece si trovano già nel 2050. Tu però hai giustificato il tema mettendo a confronto la figlia del sindaco con il teppista, gli amici ricchi con il furfante e credo che anche se a Boston nascere fuori dal matrimonio è indifferente, nel caso specifico e in quel particolare microcosmo fatto di persone con la puzza sotto il naso, quel tipo di mentalità è pienamente giustificata.
      Esprimo la mia idea perchè non vedo nè l'ambientazione nè le motivazioni fuori posto, anzi le ritengo coerenti e ancora una volta ti faccio i miei complimenti. Sicuramente scrivi altro ma da lettrice posso dirti che se questo racconto è un indizio potresti intraprendere con successo la strada del New Adult.
      Brava!

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  10. Ciao Laura, ci mancherebbe altro, ognuno è padrone di ambientare i propri romanzi dove meglio preferisce. Nn voglio dire che un'autrice italiana debba per forza limitarsi all'Italia come sfondo delle proprie storie, in fondo anche molte autrici statunitensi ambientano i propri romanzi in Inghilterra e viceversa. Solo che quando mi capita di trovare romanzi scritti da autrici straniere e ambientati in Italia, nn so come mai, magari è solo una mia impressione sbagliata, però tendo ad evitarli xché avverto sempre una sensazione di "falsità", allora mi chiedo se qs elemento possa presentarsi anche in una storia scritta da un'italiana e ambientata in un paese straniero (cosa di cui io, ovviamente, nn posso rendermi conto, dato che nn vivo la realtà del paese in oggetto). Poi c'è anche da dire che la mia prof di letteratura delle superiori insisteva sempre con la tesi che ognuno dovrebbe limitarsi a scrivere della realtà che meglio conosce e qs concetto, volente o nolente, mi ha molto influenzata.
    Per quanto riguarda il discorso della mentalità più o meno ristretta, può darsi benissimo che esistano qs realtà così retrograde, che personalmente, però, nn ho mai sperimentato. Figurati che una delle migliori amiche di mia mamma, compagna di scuola dalle elementari all'università, era figlia illegittima (come si diceva allora), eppure, nel corso di tanti anni, in famiglia nn ho mai sentito parlare di alcun tipo di ostracismo subito dalla ragazza in questione, nonostante mia mamma e la sua amica fossero nate prima dell'ultima guerra e fossero andate a scuola dalle suore. Lasciamo perdere al giorno d'oggi, mi sa che i figli nati fuori dal matrimonio sono quasi di più di quelli "regolari", qs è una realtà che posso toccare con mano, dato che sono circondata da parecchi esempi e nn mi risulta abbiano problemi x qs motivo.

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  11. Mi sono mancati i vari capitoli tra una fase e l'altra, quelli della scoperta reciproca, della frequentazione, degli equivoci, delle piccole cose che fanno di una storia d' amore un grande amore.... Ma ovviamente questo è un racconto e ci sono scelte da fare e l' ho trovato così gradevole e frizzante e pieno di quella passione cara al cuore che sogna per sempre il primo e unico vero amore. Complimenti!

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  12. Anche a me è piaciuto molto. Ben delineato nel tempo e nello spazio, ben caratterizzato nella fisionomia, carattere, aspettative ed ambiente sociale. Incontro magico tra due adolescenti ancora alla ricerca di sé, ma che si ritrovano come due metà della stessa mela. Coinvolgente nelle emozioni e nei sentimenti. Io ci vedrei un romanzo vero e proprio, che ne dici Laura?

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  13. Come prendere il clichè più abusato del mondo e renderlo romantico ed emozionante. Film, Telefilm, libri e racconti hanno esplorato il tema della brava ragazza e del cattivo soggetto in tutte le salse, ma le tue parole sono riuscite lo stesso a farmi sognare con loro...

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  14. Davvero bellissimo! Praticamente hai racchiuso nel tuo racconto le cose che adoro! Gli USA e le storie d'amore fra il bad boy e la brava ragazza. Sono d'accordissimo con le altre che hanno "consigliato" di farne un romanzo... Io senza dubbio lo leggerei!

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