Summer in Love 2017: "UN CUORE DI ACQUAMARINA" di Helena J. Rubino



«Pace, silenzio assoluto. È questo che voglio per le mie prossime vacanze.»
Lara storce la bocca come se avessi detto un’eresia. «Cioè, vuoi rifugiarti in un eremo in montagna? Una baita sperduta?»
«Ma lo sai che io amo il mare.»
«Un’isola deserta ti ci vuole, allora!», propone, inorridita all’idea.
Diego mi fissa con quegli occhi nocciola, profondi e indagatori. Non mi piace quando cerca di studiare le mie emozioni; potrebbe fraintendere. Voglio un mondo di bene ai miei amici, ma come posso dire loro che ho la sensazione di buttare via la mia vita rimanendo per sempre in questa città? Non so più se quello che faccio mi piace, mi sento inutile.
«Quello che possiamo cambiare sono le nostre percezioni.» Ecco Diego che mi propina una delle sue profonde e pallose frasi zen. Alzo gli occhi al cielo, ma lui non ancora contento, aggiunge: «Devi trovare la pace interiore; non è l’ambiente, sei tu a essere inquieta.»
«Guarda che avevo capito il senso.»
Sospiro e lui si avvicina, mi circonda le spalle con il braccio. Arriccia le labbra e mi sento ancora più sbagliata. Leggo tristezza sul suo volto. Cerco di dire qualcosa, le lacrime punzecchiare gli occhi, e più le trattengo, più fanno male; una traditrice riesce a scendere e a rigarmi una guancia. Forse con queste luci soffuse non la vedrà, ma non riesco mascherare la voce che trema.
«Sono stati tre anni magnifici nel salone con voi, ma credo di non amare più questo lavoro. Sento un vuoto dentro, come se mi mancasse qualcosa. Le clienti non fanno altro che lamentarsi di tutto e non sono mai soddisfatte.»
«Mamma mia, sei in crisi nera! Io credo che sia un problema loro, se non si fanno andare bene niente», interviene Lara, rimirandosi le sue belle unghie laccate di rosso, come le labbra carnose. Adesso che ha tinto i capelli di biondo, assomiglia a Scarlett Johansson. «Non sarà che hai preso troppo sul serio le parole della Jole?»
«Perché? Che ha detto?», chiede Diego, raddrizzandosi sul divanetto, mentre io ci sprofondo.
«Ieri quella snob si vantava della nipote neolaureata, dicendo che si meriterebbe di occupare un posto prestigioso nella società e che non si abbasserà a lavori manuali di poca importanza. Penso che includesse tra questi anche il nostro.»
«Ma che stronza! Proprio lei che viene a farsi la piega ogni sabato.»
«Calma ragazzi, non è questo che mi fa stare così male.»
La mia migliore amica sfodera la spada e mi infligge il colpo di grazia. «Hai bisogno di un uomo.»
Non voglio affrontare l’argomento; è da molto tempo che non sento quelle famose farfalle nello stomaco. O forse ho solo paura, non lo so.
Finisco l’aperitivo in un sorso, e poi mi abbuffo di altre patatine. «Sono sbagliata secondo voi?»
«Macché.» Diego mi sorprende scompigliandomi la chioma riccia. «Hai solo bisogno di staccare, hai lavorato troppo in questi ultimi tempi.»
Lara interviene all’improvviso; i suoi occhi brillano di un entusiasmo contagioso come il sorriso, anche se non ho idea di cosa le stia passando per la testa. «Resisti per altre due settimane?»
«Credo di sì.»
«Bene, perché ho in mente un posticino per te.»

~

Percorrere la strada che mi allontana sempre più da tutto, mi riempie di un senso di libertà indescrivibile. Mi sento leggera.
Il mio cd preferito di Lindsey Stirling ha suonato all’infinito e, dopo nove ore e un paio di fermate, sto girando a vuoto per le strette strade di un paesetto. Sosto lungo un marciapiede e scendo dall’auto per sgranchirmi le gambe. Un anziano, che passeggia con una sporta della spesa, mi osserva incuriosito e si avvicina. Mi scruta, sembra voglia mettermi bene a fuoco. «Serve aiuto, signorina?»
«A dire il vero… sì, mi chiedevo quanto mancasse per arrivare a Punta Prosciutto.»
«Prosegua per la provinciale e ci arriva in venti minuti. È in viaggio per lavoro?»
«Ehm, in realtà è una vacanza.»
«Allora le auguro di trascorrere un soggiorno indimenticabile. Da questa terra non si torna mai a mani vuote.»
«Se è così, spero di portarmi via qualcosa di buono», rido.
Il nonnino alza una mano in segno di saluto e prosegue il suo cammino.
Che personaggio enigmatico, chissà se le persone di qui sono tutte così. Riprendo il mio viaggio incoraggiata dal fatto che ormai manchi poco.

~

La mappa che Lara ha disegnato con la penna lilla è ormai sgualcita. Mi parlava di una casa bianca, come se le altre fossero di un colore diverso: tipico suo, e scoppio a ridere nonostante mi senta stremata. Proseguo per una via affiancata da pini marittimi.
La casa è circondata da un muretto in sasso, mi aveva detto. Adesso ricordo.
Eccola, mi sa che ci sono. Esco dall’auto, stendo le braccia, e respiro profondamente. A ospitarmi, per una ventina di giorni a un prezzo irrisorio, è la prozia di Lara. Mariella mi viene incontro, lo sguardo carico di entusiasmo, mi stringe le guance con due pizzicotti.
«Tesoro mio, che magra che sei; devi mangiare di più!»
Mi metto a ridere; ho ventitré anni, non sono più una bambina, eppure è bello sentire che qualcuno si preoccupa per me.
La casa è pulita, luminosa. Le stanze sono arredate da mobili chiari, niente tende alle finestre che come quadri incorniciano il paesaggio esterno. C’è anche una grande terrazza che si affaccia sul mare, con tanto di sdrai e gazebo. Un’acqua così cristallina non l’avevo mai vista al Nord, e poi la sabbia bianca e le dune le donano l’aspetto di un’isola tropicale. Sembra tutto così incontaminato…
Non ci sono altre abitazioni qui attorno e, in questo periodo che anticipa l’estate, la spiaggia non è neanche tanto affollata. Lara mi ha proprio presa alla lettera quando lamentavo di volermene stare tranquilla! Sorrido commossa, pensando a quanto si diano da fare i miei amici pur di rendermi felice.
Mariella sistema in un vaso dei gigli recisi per decorare il tavolo. «Se hai bisogno di qualcosa puoi chiamarmi in qualunque momento.»
«Grazie.»
«Con quegli occhioni verdi avrai la fila di ragazzi.»
Sì certo: una fila di sciroccati. Ridacchio tra me e me.
«Allora, ti piace il posto?»
«Incantevole.»
«Aspetta di vedere il tramonto, tesoro; allora sì che ti mancherà il fiato.»

~

Non ho ancora svuotato la valigia o pensato a cosa mangerò stasera, ma il tramonto non me lo perderò: ho intenzione di godermelo a piedi nudi sulla sabbia, magari in costume.
Raggiungo la spiaggia avvolta in un pareo. Lo lascio cadere dietro di me, e immergo solo piedi nell’acqua, sperando che nei prossimi giorni si alzi la temperatura.
Chiudo gli occhi e mi riempio i polmoni d’aria che sembra filtrata da tutte le impurità, poi espiro in modo lento e fluido. Proseguo il respiro circolare. Anche se Diego mi ha insegnato che la posizione da adottare per il Rebirthing è quella sdraiata, mica posso farlo nell’acqua gelida. Un dolce formicolio percorre la spina dorsale fino a raggiungere il capo, e mi sento levitare leggera. È come se avessi due braccia attorno alla vita che mi avvolgono in un tepore piacevole, la mia schiena appoggia su quello che sembra un torace ben scolpito. Gocce salate schizzano sulle labbra, e riprendo il contatto con la realtà. Mi giro, lui che continua a sorreggermi, e trovo un angelo, proprio davanti ai miei occhi: iridi azzurre e un viso pulito incorniciato da ricci dorati. Chissà se quelle spalle larghe e quel petto nudo nascondono delle ali. Tento di dare una sbirciatina e rido di sottecchi. Questo calore e un delizioso profumo di agrumi mi rimanda a impulsi tutt’altro che innocenti.
Vorrei dire qualcosa per spezzare l’imbarazzo, ma lui si volta, lo sguardo come calamitato all’orizzonte; seguo quella direzione e il tramonto più romantico che abbia mai visto mi lascia a bocca aperta. Sembra di essere osservati dal sole, mentre ci illumina con i suoi ultimi raggi. Sono ancora tra le sue braccia, incollata al suo torace, e non vorrei staccarmi da questo piacevole turbamento anche se è tutto terribilmente insensato. Lo fa lui indietreggiando di un passo quando è certo che io sia stabile, scivolando con le sue mani sulle mie. Ancora mi sorregge con esse, e mi studia con lo sguardo. Sembra un medico mentre fa una diagnosi e questo un po’ mi allerta. Potrebbe vedere quel pizzico di follia innata che ogni tanto mi guizza dentro.
«Sei sicura di stare bene?»
«Tutto okay, davvero. Ma tu chi sei?»
«Gabriele», mi risponde.
E da dove sei sbucato?
«Jessica».
Accenna un sorriso e alza una mano. Raccoglie uno zainetto verde e si allontana a piedi nudi, mostrando una schiena muscolosa e jeans arrotolati a lasciare scoperte le caviglie.
Cara Mariella, certo che se tutti i tramonti sono così, rimarrò sempre senza fiato.

~

È gratificante sorseggiare il caffè fumante sulla terrazza. Vale la pena alzarsi presto per godere delle prime ore del giorno, dove regna la pace e l’unico rumore è il fruscio delle onde. Scorgo in lontananza una persona che nuota, sembra un uomo. Voglio proprio vedere chi è questo pazzo che fa il bagno con l’acqua così fredda.
Raggiungo la spiaggia e mi avvicino a quello zainetto verde che riconosco. Sulla sabbia c’è un diario aperto a una pagina a caso, come se una pietra invisibile lo tenesse bloccato proprio su quella stessa pagina. Forse è un segno.
Devo leggere quelle parole. Non mi scoprirà se dò una sbirciatina…
Un giovane poeta, ecco cos’è il mio angelo.

Ti amerò per sempre
o dolce Ariel.
Tu sei in me.
Ovunque
nella mente
nel cuore
nella mia intera vita
siamo un’unica carne.
Sei nell’aria che manca
nel fluire del sangue
nei solchi delle lacrime
nel tremore di un vento nordico
nella carezza dei raggi del sole.
Amerò qualunque cosa perché sei ovunque,
in questi mille soffi al cuore che m’inabissano in te.

Una mano veloce chiude il diario e faccio appena in tempo a togliere le dita. Alzo lo sguardo e mi chiedo come abbia fatto, forse ha girato intorno alla duna per sorprendermi alle spalle. Delle gocce gli cadono dai capelli e percorrono il viso, il collo, il torace, e sono costrette a scorrere di lato quando si infrangono sui pettorali scolpiti. Il mio volto prende fuoco, e per fortuna non lo nota, impegnato a infilare il diario nello zaino. Senza dire niente se ne va.
Gli corro dietro, e non so quale legge della fisica stia sfruttando, perché le sue falcate sembrano lente, ma non riesco a raggiungerlo.
«Mi dispiace!» Ho già il fiatone. «Io amo le poesie», cerco di spiegargli mentre riesco quasi a raggiungerlo. «È stato il vento ad aprire quella pagina, sembrava proprio che dovessi leggerla.»
Lui all’improvviso si blocca, così mi scontro con la sua schiena bagnata e cado a terra. Le sue spalle vibrano, poi si gira ridendo di gusto e mi tende la mano, che afferro. Mi solleva, e quando sono in piedi, imbarazzata, spolvero il vestitino bianco dalla sabbia. «Dio, pensavo che fossi arrabbiato.»
«Lo ero, ma sei troppo buffa.»
«Ah, grazie tante.»
«Hai già fatto colazione?»
Come dirgli di sì? «No.»
«Stai nella casa di Mariella, giusto?»
Figurati se non lo sanno già tutti. «Esatto.»
«Ti va se porto dei dolcetti?»
«Certo.» Non sono riuscita a trattenere un sorriso, e penso abbia intuito quanto sia golosa.
«Okay allora, vado e torno.» Strizza l’occhio e sorride di lato, poi si gira e corre. Chissà se è abituato a conquistare le ragazze offrendo loro la colazione. Comunque questa tecnica per quanto mi riguarda funziona alla grande: posso già considerarlo il mio migliore amico.

~

Inorridisco guardandomi allo specchio: ho un aspetto catastrofico. “Buffo” era un complimento! Non mi sono neanche pettinata e sembro un cespuglio. Raccolgo i miei ricci voluminosi con una pinza dopo averli domati con l’olio d’Argan. Ma truccarmi no, mi sembra troppo: mi sono presentata acqua e sapone, penserebbe che voglia fare colpo. Sento fischiare: Gabriele è saltato dentro dalla terrazza e ha portato con sé un vassoio.
«Avrei anche una porta.»
«Ah sì?» Solleva le sopracciglia in modo bizzarro.
Scoppio a ridere. Un profumino invitante mi stuzzica l’appetito. «Cosa mi hai portato di buono?»
Apre l’incarto e indica i vari dolcetti. «Le ciambelle in realtà sono taralli glassati; la pasta frolla con crema e marmellata si chiama fruttone, mentre quelli intrecciati sono biscotti alle mandorle.»
«Tipici sapori di questa terra», commento, scegliendo il primo. «Mmh, che buono.»
Ci sfidiamo occhi negli occhi, mentre le dita corrono a prendere l’ultimo tarallo. Scopriamo che il vassoio è vuoto; abbassiamo lo sguardo e scoppiamo a ridere.
«Ti va se domattina andiamo direttamente in pasticceria? Ti presento Christian, il mago dei taralli.»
«Fantastico, sono curiosa di sapere se è come le cose buone che prepara.»
«Intendi dire appetitoso? Ti confesso che se fossi una donna ci farei un pensierino goloso.»
«Mi limito a un pensierino curioso, finché non lo conosco.»
Ridiamo di nuovo.
«Due colazioni di fila? Ma Ariel non è gelosa?»
Si è incupito di colpo. Dio che stupida! Possibile che io non riesca a tacere?
Ma a un tratto sorride: «Che cos’hai in mente di fare, per temere la sua gelosia?»
Cavolo. Ha trovato il modo di zittirmi e arrossisco come una bambina scoperta a rubare le caramelle.

~

Gabriele mi aspetta in macchina suonando il clacson come un pazzo.
«Mi hai fatto venire un colpo. Ma lo sai che, se fossimo nel mio paese, i vicini ti accoglierebbero con un secchio d’acqua?»
«Devono essere simpatici, allora.»
«Altroché. Ma loro un minimo di senso civico ce l’hanno. E il tuo amico?»
«Mi stai chiedendo se è un incivile come me?» Storce la bocca.
«Ma no! Simpatico intendo.»
«Uno che prepara certe ghiottonerie? Per forza.»
«Dimmi la verità; hai fatto amicizia con lui prima o dopo che diventasse un pasticcere?» Gabriele non sembra divertito. Non avrò mica detto un’altra cretinata?! Guida in silenzio e sembra assorto. Dopo un po’ mi guarda fugace e sorride.
«Non mi hai detto cosa fai. Studi, lavori?»
«Faccio la parrucchiera, ma sono in vacanza e non mi va di palarne.»
«Allora va bene. Rispetterò il tuo silenzio.» Alza gli occhi al cielo.
Ed è proprio il silenzio ad accompagnarci, ma la sua espressione è serena. Fortuna che non ha frainteso la mia frase asciutta. Abbasso il finestrino e lascio che l’aria fresca del mattino mi accarezzi. Non sono abituata alle alzatacce e non riesco a trattenere uno sbadiglio che mi riempie i polmoni di quest’aria salubre. Chiudo gli occhi e li riapro solo quando Gabriele spegne il motore, proprio davanti al negozio.
Un profumo di burro e zucchero tipico delle pasticcerie riempie il mio respiro. Pure il giallo e il rosso nella parete esterna mi stuzzicano le papille gustative ricordandomi un dolcetto alla crema con le fragole.
Ci accomodiamo su un divanetto nell’angolo della caffetteria, vicino al bancone. Tutto è strano qui. È come se una calamita avesse attratto gli oggetti verso l’alto. Alcune tazzine sono fissate al soffitto, attorno alle colonne, mentre i cucchiaini pendono da un filo trasparente.
«Cosa ne pensi?»
«È curioso. Mi piace.»
«Ho ordinato due cappuccini e delle leccornie.»
«Magnifico.»
Ecco il vassoio, che arriva direttamente dalle mani di un buttafuori. Due metri di muscoli riempiono un abbigliamento aderente, la mandibola squadrata. Devo essere sincera con me stessa: questo genere di maschio dall’aspetto alfa mi fa calare la mandibola e rammollire le gambe. Aggiungendo quegli occhi scuri così penetranti è fatta, ma quello sguardo ostile non è per niente rassicurante.
«Cara Jessica, ho il piacere di presentarti il mago dei taralli.»
Mi alzo dalla poltroncina e allungo la mano, ma Christian, dopo aver posato il vassoio, incrocia le braccia. Imbarazzata come non mai, mi risiedo. Gabriele rifila uno sguardo glaciale all’amico, così lui mi accenna un sorriso tirato, sofferto.
«Piacere di conoscerti Jessica. Scusate ragazzi, ma ho molto da fare.»
Gabriele mi parla dei suoi gusti musicali. Non credevo che a un poeta potessero piacere gli Iron Maiden e i Venom; Dio mio, io li trovo inquietanti, adoro ascoltare di tutto tranne i gruppi black metal.
Tutto sembra perfetto, a parte le occhiatacce di Christian; giuro che se non la smette mi alzo e gli chiedo cosa accidenti gli prende. E poi, come se non bastasse, ho questo maledetto cruccio e non riesco più a tenere a freno la lingua, così sparo fuori le parole come una mitragliatrice. «Stiamo uscendo come amici e non c’è nulla di male, ma se hai una ragazza che potrebbe essere gelosa vorrei davvero saperlo.»
Gabriele fissa il vuoto, sospira. «Vuoi sapere perché ti ho chiesto di uscire?»
«Ehm, sì.»
«Tu perché hai accettato?»
Ma così non vale, diamine! «Risponderò, ma tu poi farai lo stesso, intesi?»
«Okay.»
«Credevo che la solitudine fosse una medicina. Sai, quel provare a stare lontano da tutti per ritrovare se stessi?»
«E invece?»
«E invece ho incontrato un ragazzo simpatico che mi fa divertire, e ho capito che forse non è della solitudine che ho bisogno.» Gli occhi di Gabriele sorridono, limpidi come due cristalli. «Ora è il tuo turno e sii onesto: perché mi hai chiesto di uscire?»
Si massaggia la fronte e inumidisce le labbra. «Ho giurato a me stesso che non avrei trascorso un’altra primavera così, ma poi ho conosciuto te, divertente, solare, e ho cambiato idea.» Emetto un solo e semplice: «Ah.» Persevero, lo so che è diabolico. «Ma quindi Ariel…?»
«Non ti devi preoccupare di lei.»
«Ho letto la poesia e sono curiosa.» Cerco di ammaliarlo con un sorriso a trentasei denti… con i miei amici funziona.
Sbuffa.«Ti ricordo che hai spi-a-to quella poesia…»
«Hai ragione, perdonami.» Gli accarezzo dolcemente il dorso della mano con la mia.
Qualcosa rovina a terra, forse delle tazzine. Seguendo il rumore di ceramica in frantumi, scopro Christian che mi fissa rabbioso. Vorrei restituirgli quell’occhiataccia inclusi gli interessi, aggiungendo una smorfia di disappunto o meglio ancora una linguaccia, ma si china per raccogliere i cocci e scompare dietro al bancone.
Gabriele stringe gli occhi e comincia a tossire. Non riesce a fermarsi.
«Arrivo subito, scusami.»
Lo seguo per capire se posso essergli utile in qualche modo, ma vengo bloccata da un muro di muscoli che profuma di vaniglia. Provo a sfuggirgli di lato senza riuscirci: imita i miei movimenti così da impedirmi il passaggio. Se fosse un pasticcino lo prenderei a morsi, e invece è un pit bull che ce l’ha con me per qualche motivo.
La faccia è a un centimetro dai pettorali e sollevo la testa per fissare bene i pozzi neri che mi puntano minacciosi. Non mi ci devo perdere: devo fronteggiarli. Una fatina contro un troll, ma se crede di spezzarmi si sbaglia di grosso. «Lascialo stare», mi dice il palestrato.
«Non ho mica intenzione di molestarlo.»
«Voglio dire: lasciarlo proprio perdere.»
«Cosa…»
«È meglio, per entrambi, finché siete in tempo.»
Lo guardo sbalordita, ma non mi faccio mettere sotto da questo ammasso di prepotenza che pensa di avere il monopolio dell’amicizia. Come una bacchetta magica, sfodero l’indice e glielo punto contro: «Senti Mister bicipiti, non so quale sia il tuo problema, ma ti conviene lasciarmi passare.»
Christian sgrana gli occhi e poi li aggrotta. Volevo solo esortarlo a togliersi di mezzo e invece ho sparato una minaccia. Devo essergli sembrata ridicola perché un lato della bocca trema all’insù. Comunque i muscoli del bestione sembrano rilassarsi, così con una spallata, che in realtà lo colpisce al braccio, lo sorpasso e raggiungo svelta il bagno.
Gabriele ha la schiena appoggiata alla parete di mattonelle, si massaggia il petto, e sembra che cerchi di riprendere fiato dopo una corsa.
«Posso fare qualcosa per te?»
«No. Va tutto bene.»
«Ne sei certo? Perché…»
Mi sorride ed emette un respiro profondo. «Adesso sto meglio. Mi era andato di traverso qualcosa. Andiamo, ti riaccompagno.»

Gabriele ferma l’auto davanti a casa, tenendo il motore acceso. Resta in silenzio e si morde il labbro inferiore. Capisco che vuole chiedermi qualcosa, ma non ne ha il coraggio.
«Anche a me piace passare del tempo con te», gli confido, per spronarlo.
«Allora ti andrebbe di vederci stasera, al tramonto?» Sembra quasi che tema il rifiuto.
«Sono libera per tutti i tramonti che vuoi.» E questa volta non gli chiedo di Ariel.

~

Lo aspetto distesa sulla sabbia; indosso un prendisole azzurro e ho le spalle coperte da un pareo. Mi metto a sedere e porto le ginocchia al petto. Elucubrazioni esistenziali corrodono la mia mente. La solita domanda consumata: Che cosa sto a fare in questo mondo?
Gabriele arriva con il suo fisico da nuotatore, pantaloncini, camicia sbottonata e l’inseparabile zainetto. Si siede accanto a me e sembra essersi accorto che qualcosa non va; mi guarda con tenerezza e mi accarezza la schiena. «Se hai bisogno di sfogarti con qualcuno, sono disponibile.»
«Dopo due minuti di lamentele ti verrebbe voglia di strozzarmi. Comunque sei fortunato: adesso non sono in vena di confidenze.»
«Ah già, sei in vacanza. Allora che ne dici di una bella nuotatina?», mi propone, sistemandomi un ciuffo dietro all’orecchio.
Oddio.
«Ti va o no?»
«Ma siamo vestiti.»
«Vuoi fare il bagno nuda?»
«Certo che no! È che… fa troppo freddo.»
«Ma se oggi è più caldo del solito. Che ti prende?»
«E va bene, non so nuotare. Contento?»
«Credi che ti lascerei annegare? Rilassati, ci sono io con te.»
«Magari un’altra volta.»
«Fifona!»
Cosa?! «Vediamo chi è il fifone.», lo sfido, alzandomi. Immergo i piedi per prima e indietreggio subito. «No, non fa per me. È gelida.»
«Non è vero, si sta benissimo. Coraggio!» Gabriele mi prende per mano e mi costringe a seguirlo verso l’acqua più alta. Cadiamo bagnandoci completamente e alla fine ridiamo come bambini, mentre il sole è di nuovo pronto a regalarci un tramonto spettacolare.

~

Distesi sugli sdrai della terrazza, i visi vicini formano un vaso di Rubin asimmetrico.
«Prima di partire mi sentivo inutile, vuota. Ora va già meglio, ma le vacanze non durano per sempre.»
«Qual è il tuo vero problema, Jessica?»
«Vorrei fare di più per gli altri, servire a qualcosa in questa società.»
«Capita a tutti di avere un brutto periodo. Sono uno studente di medicina fuoricorso: non so quando e se mai finirò l’università. Spesso vado in crisi per questo.»
«Sai quante vite potresti salvare? Ti ammiro per la tua scelta. Mentre io non faccio niente di speciale.»
«Stai scherzando? Sai quanti spaventapasseri vedremmo in giro se non ci fossero delle professioniste come te?»
«In effetti ci sono parecchi casi disperati.» Scoppio a ridere.
«E comunque noi non siamo il nostro lavoro. Odio quando la gente si fa chiamare per titoli. Tu sei Jessica, la ragazza che ha fatto i salti di gioia davanti a un vassoio di dolci, mentre per altre sarebbe stato un attentato alla linea. Sei quella che è rimbalzata sulla mia schiena, dopo aver sbirciato il diario, facendomi tornare la voglia di ridere. La stessa che ha paura di bagnarsi con l’acqua fredda, ma che scommetto non esiterebbe un attimo a tuffarsi in mare per salvare un amico.»
«In quel caso ti assicuro che saremmo spacciati entrambi.» Scoppiamo a ridere di nuovo.
Mi accarezza una guancia. «Ti preferisco quando sei felice.»
Arrossisco come una bambina. «Grazie. Per tutto.»
«E adesso non pensare più al lavoro. Rilassati. Sai cosa faccio io, quando ho bisogno di risposte? Guardo il cielo e invio le mie domande, poi aspetto. Le soluzioni si presenteranno al momento giusto.»
«Chissà se funziona anche per me.»
«Se hai fede.»
«Ho fede. In te.»
«Vorrei poterti liberare da tutti i pensieri.»
Il solito chiodo fisso persevera martellante nella mente. Lo sa cosa voglio chiedergli, mi sta mettendo alla prova. Gli sorrido complice e lui ricambia, poi un brivido percorre entrambi nello stesso momento. Ci guardiamo attorno: sembra di essere avvolti in un campo magnetico, come un abbraccio invisibile e i nostri sguardi si incontrano incuriositi.
Il rumore ovattato del mare torna al suo fluido ondeggiare, e quel mantello che ci ha avvolti per qualche istante, sparisce sollevandosi.
«Che strano. L’hai sentita anche tu?»
«Quella specie di carezza che attraversa il corpo, come essere tra due calamite?»
«L’ho avvertita un po’ diversa, ma sì, una cosa simile.»
«Mi capita a volte. Penso sia una forma di energia. Forse questa volta è l’effetto di quello che stava rimuginando la tua testolina. Avanti, chiedimelo.»
«Mi racconterai mai della tua misteriosa Ariel?»
Gabriele scuote la testa sorridendo. Si alza dallo sdraio stiracchiandosi. Estrae il diario dallo zaino, lo spolvera dalla sabbia e poi me lo offre, come se fosse un oggetto di cristallo, prezioso e delicato. «Hai voglia di leggere?»
Gli faccio posto vicino. «Posso davvero?»
«Leggi per me, per favore.»
 Vorrei abbracciarlo per trasmettergli la mia gratitudine, perché è grazie a lui se la mia vacanza si sta trasformando in una esperienza d’amicizia indimenticabile.

Vedo il tuo volto
nel profondo azzurro del mare,
il cielo ritrae il tuo arcobaleno.
Tra le stelle il tuo sorriso,
il tuo respiro è brezza sulla rugiada.
Sei nella mente folgorata
da te
e nel maremoto che agita
il mio cuore
mio devastante indissolubile amore.

«Dov’è lei? Ti ha lasciato?»
«No Jessica, non è così semplice.»
«Le tue parole spaccano il cuore in due, c’è troppa sofferenza tra queste righe.»
«Hai ragione, ma…»
«Sono rari i ragazzi con una sensibilità come la tua. Una donna dovrebbe ritenersi fortunata ad averti al suo fianco e se Ariel non l’ha ancora capito, la cerco e ci penso io a dirgliene quattro.»
«Oddio no, ti sei fatta un’idea sbagliata! Devo farti vedere una cosa, prima che combini qualche guaio. Sei libera domattina?»
«Dove andiamo?»
«A soddisfare un po’ le tue curiosaggini», ride, mentre con una mano mi scompiglia i capelli.

~

Sono sveglia dalle cinque e non sono più riuscita a dormire. Chissà se vuole portarmi da Ariel. Mi strappa un sorriso quando fa di nuovo la sua entrata furtiva dalla terrazza, e capisce al volo che sto pensando ai dolcetti di Christian, quando mi divoro con gli occhi il pacco che tiene sollevato sul palmo.
«Ci fermiamo più tardi a fare colazione, ti dispiace?»
«Basta che sia a base di taralli dolci.»
«Okay», ride. Posa sul tavolo il misterioso involucro che scopro essere un blocco di fogli raccolti in una cartellina bianca; la apre e mi mostra il disegno di una ragazza, capelli lunghi e scuri, sguardo magnetico, dolce.
«Ti presento Ariel.»
Spalanco la bocca credendo di avere trovato una risposta alle mie domande. «Ma allora è frutto solo della tua fantasia?»
Gabriele sgrana gli occhi, ma poi scoppia a ridere. «Ma dai, mi credi pazzo? Sono dei ritratti, li ho disegnati io.»
Sfoglio i bozzetti uno a uno, sono così precisi che sembrano fotografie. Carboncino, acquerelli, matite. Lo stesso volto e tante tecniche differenti. Sollevo un disegno in bianco e nero, dove l’unico elemento che ha colore cattura la mia attenzione. È il ciondolo a forma di cuore che la ragazza porta al collo, dipinto di un verde azzurro brillante.
Davvero bello, potrebbe farlo di mestiere.
«Sei bravo.»
«Grazie.»
«È così bella.»
«Sì, lo è.»
«Devi essere molto innamorato.»
Sospira, e per un attimo chiude gli occhi. «Non sono più niente senza Ariel.»
Oddio. Trattengo il respiro e mi sento stupida.
Stupida per aver fatto tutte quelle domande, e averlo costretto a darmi delle risposte.
«Ma non c’è niente che tu possa fare per chiarirti con lei?»
«Purtroppo no», mi sorride e si avvicina come per accarezzarmi il volto, ma all’improvviso impallidisce, perde l’equilibrio e si sostiene alle mie spalle.
«Non stai bene?»
«Adesso passa.»
Il mio cuore comincia a battere a raffica e un brutto presentimento si impadronisce dei muscoli, che sento cedere.
Gli circondo il viso con le mani. «Cosa ti succede?»
«Ariel…», sussurra. Provo a sorreggerlo, ma è troppo pesante e mi riesce solo di accompagnarlo a terra.
«Gabriele!», lo scuoto per le spalle. Non risponde.
Tiro fuori il telefonino dalla borsa, ma tremo così tanto che rischia di cadere. Biascico qualcosa all’operatore del 118, il quale mi prega di rimanere calma e di lasciare spalancata la porta di casa. Riesco a comunicare l’indirizzo e seguo le sue indicazioni in vivavoce.
«Non batte niente qui!», grido disperata, cercando le pulsazioni sul collo di Gabriele, mentre avverto un attimo di silenzio dall’altra parte del telefono.
«C’è un defibrillatore in zona?»
«Che?» Non capisco se lo chiedono a me o se stanno parlando tra di loro.
Mi stanno spiegando come effettuare il massaggio cardiaco. Sento un sacco di parole che si mischiano: torace, scoprire, comprimere, braccia tese…
«Stiamo arrivando.»
Non so se quello che sto facendo sia giusto, mi sento male. Spingo sul petto di Gabriele con una mano sull’altra; compressioni forti, ma non troppo. Avevo fantasticato su come potessero essere i suoi baci, ma non avrei mai pensato di dover appoggiare le mie labbra sulle sue per tentare di salvargli la vita. Hanno un colore così sbagliato, nessun sorriso sul volto. E quello che provo è solo paura. Paura di perderlo.
Riprendo il massaggio e conto, mi dicono di contare, e proseguo fino a sentire dolori ovunque, alle spalle, alle ginocchia. Sono sfinita, ma non posso, non devo mollare adesso. Lui è lì e non si muove. Il tempo sembra essersi fermato, come le mie braccia, e mi sento inutile. Ancora una volta.
Odo l’ambulanza e poi le voci dei soccorritori che ci raggiungono di corsa. Una donna porta con sé una grossa valigia; è seguita da due infermieri che ordinano di allontanarmi.
La dottoressa comincia a premere il petto di Gabriele, dopo avergli infilato un tubo in bocca unito a un palloncino.
Ma perché non mandano una benedetta scossa con il defibrillatore?
«Ci avete messo un’eternità!», grido.
«Abbiamo fatto il possibile; ora la prego di stare calma», ribatte l’infermiere robusto che sembra sapere il fatto suo. L’altro mi rivolge uno sguardo comprensivo.
«Asistolico», si dicono, e mi sembra di aver udito una parolaccia. La dottoressa li guarda di traverso.
«Che cosa significa asistolico?», chiedo, ma non ricevo risposte.
Tutto si annebbia, le tre figure arancioni sono immagini sfocate che si muovono con decisione attorno a Gabriele, e sembrano procedere all’infinito tentando di far rispondere il suo corpo. Apri gli occhi, ti prego.
«Dottoressa…», l’infermiere sospira e scuote la testa. «Paola.»
La donna incrocia lo sguardo del collega e si blocca; abbassa il volto e dalla coda sfatta si liberano ciuffi di capelli rossi. Sospira. Poche lacrime controllate le rigano le guance o forse è sudore. Si rialza e getta i guanti in lattice per terra in un impeto di rabbia. «Ora del decesso otto e quaranta.»
Ora del decesso.
Ora del decesso?!
L’infermiere robusto si sta avvicinando a me, e il suo collega lo imita. Vedo le sue labbra muoversi; sta parlando, ma non capisco niente. È come se avessi la testa sott’acqua: le parole mi giungono goffe, ondeggiano meccaniche. Indietreggio confusa, spaventata.
Non fanno in tempo ad afferrarmi. L’ultima cosa che sento è un dolore acuto alla nuca. Deve essere il pavimento.

~

«Mi hai fatto prendere un tale spavento, povera piccola.» La voce di Mariella mi giunge da lontano, ma la sua mano stringe la mia; é qui con me. Mi sforzo di guardarla e vedo solo ombre. Cerco di dire qualcosa, ma ne esce solo un lamento.
«Andrà tutto bene, cara.»
«Gabriele?», mi esce con un respiro.
Perché non mi risponde?
Quando apro di nuovo gli occhi Mariella non c’è più e non sono nemmeno sicura che ci sia mai stata. Sono distesa su un letto e tutte le attrezzature attorno m'inducono a capire che sono in ospedale. Dietro ai vetri vedo solo buio; è già notte. I rumori sono ovattati, tutto sembra più lento, avverto il battito del cuore nella testa.
«Jessica, come ti senti?», mi giunge una voce. Un viso giovane, femminile, forse un’infermiera. Si avvicina al letto accarezzandomi la fronte.
«Gabriele?»
Mi guarda perplessa. Perché nessuno mi dice niente? Chiudo gli occhi troppo pesanti. Li riapro. Fuori c’è il sole e vicino a me, Lara.
«Eccola!», dice, e Diego compare dietro di lei.
«Ma che combini?»
Come cerco di sedermi, mi giungono dei conati. Lara suona il campanello e Diego mi porge un telo.
Non mi sono mai drogata, ma penso sia questo che si prova. Completamente rintronata. Confusa. Sto male. Sì, comincio a sentire qualcosa. Un fottutissimo dolore alla testa. E i ricordi si fanno più limpidi. Ora del decesso otto e quaranta.
Comincio a gridare; un gruppo di persone si muove intorno a me. Sento Lara piangere e il mio corpo raggiunge di nuovo il materasso.
È di nuovo notte e poi di nuovo giorno. Ma da quanto tempo sono in questo posto?
Voglio alzarmi.
Devo reagire.
Filtro tra le ciglia una figura circondata da un’aura di luce. Gabriele sorride e mi porge un cuore verde azzurro.
«Allora stai bene», gli dico.
«Come si sente?»
Sbatto le palpebre, ma la persona che mi guarda non è Gabriele. Porta il camice.
«Non lo so, me lo dica lei», rispondo con un filo di voce.
«Si rimetterà. Il trauma cranico che ha subito, però, non giustifica questa sintomatologia persistente. Forse dovrebbe accettare la realtà.»
«Quale realtà?»
«Il suo amico è deceduto signorina.»
«Morto?»
«Deceduto, significa proprio questo.»
«Gabriele?» chiedo, mentre le lacrime mi offuscano la vista e una morsa si stringe attorno alla gola.
Il medico mi scruta, e dalla sua espressione rassegnata capisco che questa mia reazione era solo ciò che si aspettava. Pianto liberatorio, lo chiamano. Pianto liberatorio un cazzo.

~

Dal terrazzo il paesaggio non ha più lo stesso aspetto di prima. Non c’è tramonto che riempia questo mio vuoto e mi chiedo come possa essere possibile soffrire così tanto per un ragazzo che ho appena conosciuto.
«Ho avuto la dimostrazione che sono inutile, per l’ennesima volta. Se avessi fatto di meglio forse adesso sarebbe vivo.»
Jessica mi stringe una mano. «Ma non è stata colpa tua!»
«Nessuno torna da un viaggio come prima di partire.» Diego è fatto così, ma le sue frasi zen in questo momento mi infastidiscono.
«Mi sono persa il funerale. È già sotto terra e non lo rivedrò mai più.»
«Cerca di capire qual è il significato di questa tua esperienza.»
«Mi rifiuto di credere che ne esista uno.»
«Non puoi andare avanti così, devi reagire!» Mi fa sussultare. Di solito è così pacato, ma cosa gli prende?
«Tesoro, Diego cercava solo di aiutarti a superare questo momento.» Accenno un sorriso alla mia amica. «Sto bene, davvero, ho solo bisogno di riflettere.»
«Sei appena stata dimessa, torna a casa; ci prenderemo cura noi di te.»
Mi alzo dalla sedia per abbracciarla e Diego fa lo stesso, circondando entrambe.
«Perdonami. Prenditi il tempo che ti serve, Jessica.»

~

Lara e Diego sono appena partiti e già mi mancano. Raggiungo la spiaggia e per quanto sia suggestivo, questo tramonto non è più lo stesso senza Gabriele.
Come posso riflettere su una vita che non capisco, se questo buio che mi sta inghiottendo, mi ha svuotata dalle emozioni?
Forse è ancora fredda l’acqua; non m’importa.
Le gambe decidono da sole, avanzano verso il pericolo, disconnesse dalla mente razionale. Non c’è ragione in quello che sto per fare. Sono attirata dal fondo, ed è proprio il fondo di questo mare che voglio raggiungere, perché solo così posso tornare a galla.
Le onde imperversano su di me. Indomabili, mi spingono sotto coprendomi, come un pesante mantello. Cerco di sollevare la testa per prendere fiato, liberandomi dall’opprimente sensazione di soffocamento, ma il salato non mi dà tregua.
Brevi ricordi della mia vita scorrono come fotogrammi. Troppe omissioni mi appaiono. Ho trascorso un’esistenza piatta, rifugiata nelle mie sicurezze, costruendomi un recinto fatto di limiti che mi hanno chiusa nell’indifferenza, impedito di agire, rendendomi inutile.
Come posso non aver capito che vale la pena anche vivere un solo giorno, ma viverlo allo scopo di arricchire il mondo di gioia? Tante piccole buone azioni quotidiane di altruismo porterebbero l’universo in espansione alla giusta frequenza dell’amore.
Non avrà senso la vita, ma neppure la morte se prima su questa terra non avrò piantato un semino di qualcosa di buono. Dovrei mettermi in gioco, ma a questo punto è troppo tardi.
Cerco disperatamente aria, agito braccia e gambe, ma acqua salata mi riempie la bocca. Sputo, respiro, ma un’onda mi travolge. Questa lotta contro il mare prosegue così, e alla fine i muscoli cedono. Sto per abbandonarmi al destino, quando la voce di Gabriele mi penetra la mente, in profondità, così da non perdermi mai più. Avverto due braccia sicure; i polmoni si riempiono di vitale ossigeno mentre una luce celestiale mi circonda.
Dolce amico mio che hai lasciato la carne, sei rimasto con il tuo spirito per vegliare su di me. Cinquecento ventotto hertz armonizzano l’anima, un sussurro angelico riscalda il mio orecchio. Lasciati condurre.
La sabbia è appiccicata alla pelle bagnata e qualcosa costringe le dita. Mi alzo barcollante e guardo la mano. Una gemma azzurro verde a forma di cuore oscilla da una catenina. Sembrerebbe una pietra preziosa; è regale. Ma dove l’ho già vista?
Lasciati condurre. Quel sussurro.
Ancora.
Gabriele! Guardo attorno cercandolo: istintivo, illogico gesto. Dietro a una duna scorgo qualcosa, corro e quando sono vicina le ginocchia cedono davanti allo zainetto verde che stringo al petto. Non si torna mai a mani vuote da questa terra, mi aveva detto il vecchietto il giorno del mio arrivo. Il mio bottino conta un ciondolo, un diario e un triste vuoto nel petto. Vorrei non essere mai partita. Piango, consumo tutte le mie lacrime e mi accascio stremata sulla sabbia.



~

Il sole, il canto degli uccelli, il silenzio e la sensazione di pace pervadono questo luogo. Ingiusta splendida giornata. Sapevo che sarebbe stato difficile affrontare questa cosa, ma ho pregato comunque Mariella di lasciarmi venire da sola. Ora, davanti a questo cancello sono bloccata. Ho paura, paura di entrare e di vedere il suo sorriso su una lapide di marmo. Paura di accorgermi che per lui è davvero finita, perché non credo di essere davvero convinta che non ci sia più. Mi sembra tutto così strano; è così strana la morte.
Non c’è sabbia, ma ghiaino sotto i miei piedi. Non c’è acqua fredda o un mare immenso più avanti, ma un giardino di pace eterna. Ricordo il suo “fifona!”, detto con quella tenerezza che mi riscalda il cuore, e sorrido. Immagino la sua mano che afferra la mia e insieme facciamo il primo passo. Ancora quel sussurro che mi ha spinta fino a qui. Lasciati condurre. E allora i miei passi si fanno più decisi, come se lui fosse accanto a me, per accompagnarmi, incoraggiarmi ancora una volta.

Tutto sembra più chiaro davanti a quella lapide. La lapide di Ariel, perché Gabriele è sepolto lì accanto, sotto un cumulo di terra smossa e una corona di fiori freschi.
Mi inginocchio. Lei è identica ai ritratti che ho visto: capelli lunghi e scuri, e il sorriso di chi ama la vita; un sorriso dolce e sincero. È morta qualche mese fa. Forse era questo il posto dove voleva portarmi quel giorno per soddisfare le mie curiosaggini, prima di…
Cerco nella tasca il ciondolo e li confronto; sembra proprio lo stesso che Ariel porta al collo in quella foto e che mi aveva attratto nei bozzetti di Gabriele.
Avverto una presenza e mi volto; pantaloni in pelle fasciano due cosce muscolose, maglietta nera e più in alto una bocca tirata da “te l’avevo detto”.
«Christian.» Mi alzo asciugandomi le lacrime. «Hai ragione a essere arrabbiato. Dovevo darti ascolto.» Mi sento travolgere dallo sguardo di questo ragazzo; impossibile capire cosa stia pensando.
«Non ce l’ho con te.»
Mi afferra il polso, lo solleva fino a che i suoi occhi spalancati si trovano sulla stessa traiettoria del ciondolo. «Cosa significa?»
Ritraggo il braccio in un gesto difensivo.
«È quello di mia sorella; lo riconosco da questa scheggiatura. Come l’hai avuto?»
«Tua sorella? Ariel? Oddio Christian, mi dispiace, non lo sapevo.»
«Potresti spiegarmi dove lo hai trovato?»
Ho bisogno di mettere insieme i pezzi, quasi mi dimentico di respirare.
«Ti prego Jessica, rispondimi.» Si avvicina posando le mani sulle mie braccia, sento il suo calore, e mi fissa come se da questo dipendesse la sua vita.
«In realtà me lo sono trovata tra le dita, dopo aver rischiato di affogare.»
«Affogare? Come… ma stai bene adesso?»
«Me la sono vista brutta.»
Mi accarezza una guancia con il dorso della mano e abbassa il tono della voce, che diventa più roco. «Mi dispiace. Come sei riuscita a salvarti? È un tratto di spiaggia così isolato… »
«Non mi crederesti.»
Sembra quasi che voglia leggermi dentro, con quegli occhi scuri preoccupati. «Provaci.»
«Ho sentito qualcosa che mi portava a riva.»
«Qualcuno, vorrai dire.»
«Non lo so. Ero da sola, ma avrei giurato che ci fosse stato Gabriele con me, ho udito anche la sua voce.»
«Ma Gabriele…» Blocca a metà la sua osservazione più che ovvia.
Come mi manca. Abbasso la testa; Christian mi sfiora la guancia, così rassicurante. Lo guardo, ma le sue mani sono giunte davanti al viso, come se stesse cercando di riflettere per trovare un senso a quello che gli ho detto.
È tutto vero, Gabriele è ancora qui, e il mio cuore è colmo di gioia, ma per credere a certe esperienze è necessario viverle.
«Non dovevo dirtelo.»
«Dio, è tutto così irrazionale. Non so cosa pensare.»
Scuoto la testa. «Perdonami, forse ho troppa fantasia.»
Christian si massaggia con le dita tra gli occhi. «Vorrei crederti. Anche se sembra una fiaba, mi piacerebbe che fosse stato il suo spirito a salvarti.»
«Ho trovato anche lo zainetto verde sulla spiaggia, quello dove teneva il diario di poesie.»
«Poesie?»
«Dedicate a lei. Come può essere solo una semplice coincidenza?

~

Christian mi accompagna a casa di Gabriele e Ariel. Le pareti sono dipinte di giallo vivace e arricchite con quadri di paesaggi marini. Una cornice d’argento adorna la loro foto di sposi novelli; in quei sorrisi c’era voglia di vivere. L’aria è satura, sa di malinconia perché era il loro nido, ma loro non ci sono più.
«Gabriele e mia sorella si sono conosciuti nel reparto di cardiologia. Lei era infermiera, così dolce, altruista. Gabriele un paziente. Tra loro è stato amore a prima vista e nel giro di pochi mesi si sono sposati. Ma per un malvagio scherzo del destino Ariel è stata coinvolta in un incidente mortale, alla vigilia del loro primo anniversario.»
«Sono stata malissimo quando mi hai detto che era tua sorella. Ripensandoci, quel giorno, al bar… chissà quanto devi aver sofferto nel vedermi con Gabriele.»
«Ma no che dici. Sapevo cosa poteva succedergli, e volevo evitarti inutili sofferenze. Solo per questo ti ho trattata in quel modo.»
«In che senso?»
«Dopo la morte di Ariel, Gabriele aveva deciso di sospendere le terapie, ma diceva di sentirsi bene. Ripeteva che se morire giovane era il suo destino, non avrebbe fatto altro che raggiungere la sua amata.»
«Oh. Capisco.» Ora capisco.
«Abbiamo parlato per telefono, dopo che ti ha riaccompagnata. Ho cercato di convincerlo che doveva essere chiaro con te.»
«Chiaro in che senso?»
«Si è praticamente suicidato non accettando le cure. Aspettava il momento giusto per parlartene; ma temeva che, come tutti, avresti cercato di interferire sulle sue scelte.»
«Certo che lo avrei fatto, lo avrei torturato di parole pur di convincerlo a curarsi.»
«Ha fatto la sua scelta, sapeva a cosa andava incontro.»
«E allora perché mi ha coinvolta in tutto questo? Non ci siamo persi un tramonto, abbiamo chiacchierato sotto le stelle, mi ha fatto leggere le poesie. Mi ha mostrato i disegni di Ariel…»
«Se tutto questo ha un significato, temo che tu sia l’unica a poterlo scoprire. Sembra che Gabriele abbia condiviso con te cose così intime delle quali neppure io sapevo l’esistenza. Come quel diario.»
«E quando mi ha presa per la gola con i tuoi dolci… »
«Per poi presentarci? Forse non voleva che rimanessi solo, e pensava che tu fossi la persona giusta per me?» Sfugge il mio sguardo.
«E forse allo stesso tempo mi ha fatto capire che il suo cuore era occupato, per evitare che mi legassi troppo a lui.» Tossisco dall’imbarazzo.
Un sorriso di stupore rallegra il volto di Christian. Con le mani si scompiglia la zazzera nera e scuote la testa. «Che razza di imbroglione!»
«Già.» Ridiamo.
Lungimirante imbroglione.
Estraggo dalla tasca il ciondolo e glielo porgo. «Se pensi sia quello di Ariel, tienilo pure.»
«Lo ha messo sulla tua mano, non sulla mia.»
«Che stai dicendo?»
Si avvicina, e mi aggancia la catenina al collo. Lo sfioramento mi provoca un brivido. Sistema il cuore sul mio petto, poi mi bacia la fronte.
«L’acquamarina è un portafortuna. Nella mitologia romana i marinai la indossavano come amuleto per evitare tempeste, naufragi e annegamenti, e poi ne gettavano frammenti in mare per placare le ire di Nettuno.»
«Ecco perché il mare l’ha data a me! Ma tu come lo sai?»
«Ero con Gabriele il giorno che l’ha scelta per lei. A dire il vero l’ho convinto io, per le sue proprietà.»
«Credi negli effetti delle pietre?»
«Non hai mai sentito il bisogno di affidarti a qualcosa, per lasciarti trasportare dalla corrente degli eventi senza porre resistenza?»
«Cioè, essere un osservatore della propria vita?»
«Ci vuole una distaccata introspezione a volte, soprattutto nei momenti difficili. L’acquamarina aiuta ad abbandonare le paure, a trovare l’equilibrio, e a essere altruisti.»
Lasciati condurre.
Fisso il vuoto per concentrarmi su quelle parole che ancora una volta giungono improvvise, poi alzo gli occhi carichi di stupore su di lui.
Mi guarda incuriosito con mezzo sorriso.
Lui non può capire, forse un giorno glielo spiegherò.

~

Sarebbe stato bello trascorrere l’intera giornata con mister bicipiti per conoscerlo meglio, e invece è tornato al lavoro.
Mi ero sbagliata sul suo conto; è un ragazzo dolcissimo e così profondo…
Il cielo si sta oscurando, e nonostante sia coperto di nuvole nere, so che la mia domanda è così potente da poterle oltrepassare e raggiungere quel punto dell’universo dove vengono raccolte le richieste del cuore. Questa volta non verrà archiviata.
Grido come se mi aspettassi di udire un eco, stringo il ciondolo e sollevo il diario: «perché questi doni!?» Un lampo sembra spaccare in due il cielo; la pioggia è preceduta da un forte fruscio, poi scende come una benedizione.
Sono certa che l’ispirazione la troverò leggendo una poesia. Apro una pagina a caso, lasciando che il destino guidi la mia mano.

Nel silenzio dell'ombra
la tua luce indica l'uscita
da questa atroce sofferenza.
Il fato avverso
si è accanito contro il cristallo
che ho in petto
che non è pietra marina.
Il mio cuore è quel sogno svanito
di una vita felice
che promettesti ad altri ancora ansimanti
e tremuli di paura.

Sì. L’acquamarina è una pietra dura, non è fragile come il suo cuore che definisce di cristallo. Porto una mano al petto e stringo il ciondolo. Per Gabriele simboleggia la forza.
Non riesco a distogliermi da questa frase: ad altri promettesti una vita felice… altruista, Ariel era altruista. Esulto con un grido e poi corro, corro come una pazza sotto la pioggia perché devo raggiungere la pasticceria. Devo parlare con Christian, anche se sono scalza, in sottoveste, tutta bagnata e i clienti mi guardano allibiti. Sono posseduta da una gioia violenta che fa quasi male: ho bisogno di condividerla.
Stringo le mani di Christian e lo guardo dritto negli occhi. «Mi è venuta un’idea per rendere omaggio alla loro memoria!»
«Lo avevo intuito.»
«…però avrò bisogno del tuo aiuto.»
«Puoi contare su di me.»
Il muro di muscoli mi avvicina a sé e temo che non ne uscirò viva, ma lo lascio stringere forte. In questo abbraccio sta esprimendo il dolore, ma anche la gioia, e voglio sentire tutto quello che prova.

~

Devo sollevare l’accappatoio per non pestarlo mentre cammino.
«Se mi accompagnavi a casa mia, avrei potuto cambiarmi.»
«E invece più protestavi più mi veniva voglia di portarti qui.» Ridacchia.
«Sei passibile di denuncia, lo sai questo?»
«Non te ne pentirai, te lo prometto.»
L’appartamento di Christian è un mini ordinato e pulito. Stento a credere che sia un uomo single, e un po’ lo invidio, visto che dove vivo io regna il caos.
Qui è tutto un contrasto tra chiari e scuri, come il tappeto bianco sulle mattonelle nere, e quella crema al cioccolato che sta spalmando sul pane. Mister bicipiti lo addenta guardandomi. Scoppio a ridere.
«Che c’è?»
«Ora capisco perché fai il pasticcere. Sei goloso come un bambino.»
Come te.»
Mi appoggio al ripiano della cucina e immergo il dito nel cioccolato e lo succhio. Il respiro gli si è bloccato a metà. Spero non sia uno di quelli maniaci dell’igiene.
«Lo hai mai fatto?»
«Co-cosa?»
Amo sciogliere i duri. Sono una strega.
«Cospargere qualcosa di buono sulla pelle di una ragazza e… »
«Confondere il tuo sapore? Sarebbe un delitto.»
«Non parlavo di me. E poi che ne sai se sono buona?»
Ho provocato troppo. Indietreggio ridendo nervosa e lui avanza con la stessa andatura dell’incredibile Hulk. Cerco di sfuggirgli, ma incespico a causa dell’accappatoio e finisco a pancia in su sul divano; cerco di ricoprirmi alla svelta. Il suo sguardo parla da solo, dice: sei mia, non puoi sfuggirmi. Ed è questo che voglio. Ho bisogno delle sue labbra.
«Te lo dico subito, se mi piaci o meno.»
Sto per alzarmi, ma lui si sdraia su di me, bloccando i miei polsi sopra la testa e coprendomi completamente. Una fronte contro l’altra, gli occhi persi nei suoi, neri e profondi.
«Sono nei guai?»
«Guai seri.»
«Cerca di non divorarmi, montagna di muscoli», rido.
«Non posso prometterti niente, sono troppo goloso.»
Di colpo le sue labbra avvolgono le mie togliendomi il fiato; e gliele offro perché capisca che anch’io lo desidero. Voglio continuare a bearmi del suo sapore dolce e del profumo di vaniglia. Ha ragione, non avrebbe senso confondere un gusto già buono.

~

Ci siamo impegnati tutta l’estate per questo progetto e siamo soddisfatti del risultato. Entriamo in biblioteca e un applauso ci accoglie. Quelle mani suonano il ritmo del cuore: battono per Gabriele e Ariel.
Prendiamo posto, sul tavolo i volumi attendono una dedica.
Sulla copertina del libro di poesie è raffigurato il cuore di acquamarina, lo stesso simbolo della Onlus “Il cuore di Ariel” che abbiamo costituito allo scopo di raccogliere fondi per le malattie congenite cardiache.
È un’esperienza nuova quella di trovarmi davanti a tutte queste persone. Qualcuno è rimasto in piedi perché i posti a sedere sono tutti occupati: e io che temevo venisse solo qualche cliente della pasticceria interessato unicamente al buffet, o peggio, proprio nessuno.
«Leggi tu.» Christian mi appoggia la mano sul ginocchio e mi sorride per incoraggiarmi.
«Non ce la faccio; e se dico qualcosa di sbagliato?»
«Io sono qui, vicino a te. Questo è il tuo momento Jessica: forza.»
Sospiro.
Preparo la voce con un colpo di tosse.
«Buongiorno a tutti. Oggi siamo qui per conoscere e ricordare due persone straordinarie: Gabriele e Ariel. Questi due giovani sposi hanno lasciato il nostro mondo troppo presto, ma la loro energia è ancora presente.» Stringo la gemma sul petto. «Forte, come la pietra di acquamarina: ed è così che vorremmo diventasse ogni cuore.
Profonda, come le poesie di Gabriele che penetrano nell’anima e permangono come inchiostro indelebile. Non ho conosciuto Ariel di persona, ma so quanto importante fosse per Gabriele. Lui è stato un amico, anche se per poco tempo. Mi ha salvata, in diversi modi. Mi ha aiutata a capire che una persona può rendere straordinaria la vita di un’altra anche con un semplice gesto, un sorriso, un pasticcino.»
Guardo Christian, qualcuno tra le persone in sala lo conosce e scoppia a ridere. Un po’ di ironia mantiene alto il livello di attenzione, ma dietro al pasticcino c’è una storia, e solo io e il mio mago dei taralli possiamo capire. «Non c’è limite alle cose buone che si possono fare. Questa esperienza mi ha aiutata a dimenticare quel senso opprimente di inutilità che mi impediva di dare un senso alla vita. Ringrazio tutti di cuore per essere venuti e vi ricordo che il ricavato della vendita del libro sarà devoluto interamente alla ricerca.»
Sorrido al pubblico che applaude; Christian mi guarda con ammirazione.
Adesso è il momento di Gabriele: penseranno le sue parole a riempire il cuore dei presenti.

Ti raggiungerò presto
amore mio,
e dipingeremo d'incanto
il regno di Ade.
Mi verrai incontro
e con te al mio fianco
le nostre lacrime
cadranno gioiose sui nostri
abbracci,
ci indicheranno il sentiero
da percorrere
mano nella mano
io con te
fino alla fine dei tempi.

È stata una giornata impegnativa, ma non possiamo perderci il tramonto. L’acqua ci arriva alle ginocchia. Mi sorreggo a Christian, mentre il mare ondeggiando tenta di farmi perdere l’equilibrio.
«Ti piacerebbe trasferirti qui definitivamente?»
«In questo posto fantastico intendi? Mmh. Potrei aiutarti nel creare dolci favolosi?»
«A patto che non me li mangi tutti.» Ride e poi mi ci circonda il viso con le mani: il poco fiato che mi resta, viene divorato con la sua bocca.
Interrompiamo il nostro bacio, è il momento. Appoggio la mia testa al suo petto, mentre i colori caldi del tramonto chiudono il sipario su queste ore di luce. Scorgo qualcosa all’orizzonte. Ariel e Gabriele spariscono con gli ultimi raggi, i più luminosi, fondendosi con essi. Il silenzio echeggia e il cuore si ferma un breve istante.
«Secondo te, si può camminare sull’acqua?», gli chiedo.
«Solo se sei una qualche specie di divinità, credo.»
Le nostre mani che si stringono forti per paura di perdersi, e poi alzo lo sguardo su di lui.
«E gli angeli?»

Fine


CHI E' L'AUTRICE

Helena J. Rubino dice di sè: " Mi piace scherzare, prendere la vita come viene e dare consigli. Gli amici mi giudicano un po’ pazza e hanno ragione, però non mi abbandonano mai. 
Scrivere mi aiuta a tenere i piedi per terra, per non confondere le fantasie con la realtà. 
Se mi cercate, lavoro in un luogo dove le menti sono perse in diverse dimensioni, ma ognuno ha ragione nella propria certezza. 
Il mio moto è: ama i tuoi desideri.
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14 commenti:

  1. Grazie di cuore a La Mia Biblioteca Romantica,
    all'autrice Aina Sensi per l'accurato editing,
    a Domenico Russo per il poetico dono,
    a Barbara per l'aiuto, il sostegno, per essere presente sempre con la sua gioia.
    Grazie di cuore ai lettori, agli amici, a chi mi consiglia o mi critica, perché è proprio grazie a loro che posso costruirmi come autrice, un pezzetto alla volta.
    Buone vacanze!
    Helena J.R.

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  2. Veramente una piacevole lettura, complimenti Helena! Attendo altre sue produzioni con trepidazione!! Buona giornata e buon lavoro.

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  3. Veramente una piacevole lettura, complimenti Helena! Attendo altre sue produzioni con trepidazione!! Buona giornata e buon lavoro.

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  4. Delicato, intimo, dolce. Un argomento toccante e profondo trattato con rispettoso affetto e...in punta di piedi, senza esagerare ma comunicando intense emozioni.
    Bellissima l'idea dell'uso delle poesie che aiutano a comprendere eventi, decisioni e personaggi. Complimenti davvero!!

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  5. Bellissimo complimenti Helena!

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  6. veramente toccante! e devo dire molto originale. non amo le storie tristi e mi sono arrabbiata moltissimo quando gabriele è morto, ma l'autrice è stata brava a mascherare l'evoluzione della storia, arrivando ad un doppio lieto fine, visto che ogni anima ha trovato o ritrovato la sua gemella.

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    1. Il mio timore più grande è proprio quello che il lettore a quel punto della storia abbandoni il racconto. Ma non sarebbe stato più lo stesso racconto se avessi risparmiato Gabriele, e ho deciso di correre il rischio. Grazie a Isabella per il coraggio e la fiducia e a tutte le lettrici per i commenti bellissimi.

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  7. Stupendo e veramente molto dolce! Complimenti Helena!

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  8. Romanzo elegante e delicato, ho pianto tantissimo per la morte di Gabriele, ricordandomi una tragedia vissuta, ma il continuo della storia ha cambiato tutto. Ognuno si è riunito alla propria anima gemella

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  9. Commovente, delicato,ma anche portatore di speranza e nuove opportunità. Le poesie sono strugenti. Complimenti all'autrice!

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  10. Gabriele e Christian, impossibile non amarli entrambi. Racconto davvero emozionante!

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  11. Racconto delicato e struggente che ha saputo rendere leggero e soave anche un argomento tragico e definitivo come la morte. Complimenti all'autrice.

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  12. Complimenti Helena.
    E' stato un piacere vederti lavorare su questo racconto fino alla sua forma finale.
    E' una storia tutto fuorchè banale. Porta con sè moltissimi messaggi, alcuni anche a valenza mistica :) e ho adorato il modo in cui hai mescolato tutto quanto, dal tema dell'autodeterminazione sulle condizioni della propria morte, a quello del lasciarsi andare senza lottare, al momento in cui Jessica si rialza e combatte per ottenere una vita piena e significativa, non solo per sè ma anche per gli altri. E poi il tema dell'amicizia e dell'amore, che conclude in modo appagante il racconto.
    Brava.

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  13. Non è facile raccontare una storia così complessa in un racconto. Le parole a disposizione non sono tante e le emozioni, gli eventi che si succedono ne pretenderebbero di più. Ma l’autrice ci è riuscita e il risultato finale è ottimo. Bravissima, complimenti!

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