UNA RAGAZZA INGLESE di Beatrice Mariani (Sperling e Kupfer)

Autore: Beatrice Mariani
Genere: Contemporaneo
Ambientazione: Inghilterra/Italia
Pubblicazione: Sperling e Kupfer, 27 marzo 2018, pp.275, €16,90
Parte di una serie: No
Livello Sensualità: Inesistente
Disponibile in e-book a € 9,99 

TRAMA: È un tardo pomeriggio di giugno quando Jane raggiunge il cancello della villa dove passerà l'estate. Per lei, diplomata a pieni voti in Inghilterra, lavorare come ragazza alla pari per una ricca famiglia romana è un modo per mettere da parte qualche soldo, ma soprattutto il primo passo verso un futuro che intende scegliere da sola. Gli zii, unici parenti rimasti, la vorrebbero indirizzare a studi di economia, un percorso sensato che garantisce un solido avvenire. Ma lei non può dimenticare che i suoi genitori hanno seguito la loro passione a costo della vita, e la passione di Jane è il disegno, non i numeri. A nemmeno vent'anni, ha imparato a dar retta più al cuore che alla ragione. Il cuore, fin dal loro primo rocambolesco incontro, la spinge verso il suo datore di lavoro, Edoardo Rocca, un uomo d'affari dal fascino misterioso, zio del bambino di cui lei si deve occupare. È bello, sicuro di sé, sfuggente. Jane ne è intimorita, ma al tempo stesso attratta. Lui appartiene a un altro mondo, lo sa bene, eppure sente un'affinità che nessuna logica può spiegare. Basta una notte insonne perché si accenda una passione che sfida il buonsenso e la convenienza, non solo per la differenza di età, ma anche perché c'è qualcosa che Edoardo nasconde, segreti ed errori che stanno per travolgerlo. E, quando questo accadrà, per Jane sarà troppo tardi per mettersi in salvo.


La cover di questo libro  di Beatrice Mariani, rappresenta benissimo tutto il romanzo. “Una ragazza inglese” è proprio sintetizzata nel’illustrazione: una favola vissuta da Jane che ne ha fatto la sua realtà.
Jane accetta, per mettere da parte un po’ di soldi e non gravare ancora di più sugli zii che sono rimasti gli unici parenti , di fare da babysitter tuttofare ad un ragazzino, Nick, appartenente ad una famiglia della  Roma ricca e apparentemente senza problemi.
In realtà scopre che l’apparenza trae in inganno perché nella villa in cui è capitata dopo essere stata assunta da Marina, mamma di Nick, le cose sono diverse e molto movimentate.
Innanzitutto il suo datore di lavoro è lo zio del piccolo, Edoardo Rocca, che lei conosce per caso in seguito ad un piccolo incidente.
”Jane intanto lo osservava. Non c’entrava nulla con l’ambiente circostante, estivo e rilassato, Aveva un vestito scuro, elegante, la cravatta, le  scarpe lucide. Un manager circondato da massaie in ciabatte coi carrelli della spesa e ragazzotti in canotta con gelati in mano. La seconda cosa che notò, con un tuffo al cuore, fu che era bellissimo. Alto, bruno, occhi scuri, sembrava saltato fuori da uno dei suoi adorati romanzetti. Anche la voce profonda, a pensarci, era perfetta,
Egli ospita la sorella e il nipote mentre questa sta cercando di mandare avanti un suo progetto di lavoro.
Non solo…ma anche Edoardo ha parecchi problemi che si evincono da un insieme di telefonate, momenti di imbarazzo per sfuriate  e avvocatessa che viene e va. Anche la quasi ex moglie è una presenza costante e non certo tranquilla.
In mezzo a tutto ciò, per qualche sguardo e qualche parola gentilmente affettuosa, Jane pensa di essere innamorata dell’uomo che ha quasi il doppio della sua età e che non  appare certo l’innamorato che lei si ostina a pensare: qualche volta  la guarda magari con desiderio ma le dice anche di stargli lontano.
…”La potenza con cui Edoardo stava irrompendo nei suoi pensieri era così forte da spaventarla. Qualsiasi dettaglio le tornasse in mente, lui che si allontanava senza parlarle il primo giorno, lui seduto con il wisky in mano e le gambe allungate, le provocava un morso di doloroso languore nel basso dello stomaco. Il pensiero della propria mano stretta tra e sue aveva il potere di farle venire la pelle d’oca.
Non c’era ragionamento lucido che potesse ancorarla a terra. …il milionario e la spiantata , il padrone di casa e la babysitter. Resta sui fatti Jane. Attenta all’immaginazione. La realtà può  essere cruda, ma prescinderne si che è un errore fatale. Non è successo nulla  e nulla succederà. Nemmeno ti vede.”
Ci sono cose che man mano vengono allo scoperto e che complicano ulteriormente la situazione anche se Jane finge di non vederle perché, ora che finalmente, lui l’ha considerata come donna, non vuole rinunciare a questo scampolo di felicità che lei crede condiviso e sincero.
…”Jane ci mise  qualche secondo a realizzare dove fosse.  Cercò di capire da dove venisse il rumore che l’aveva svegliata. Dalla finestra cominciava a filtrare la luce dell’alba. Edoardo era ancora addormentato accanto a lei. Nel sonno finalmente il volto rilassato.
..-Edoardo . C’è la polizia sotto, vogliono te.
Jane si attaccò alla parete.
-Se non vai subito , loro…-  continuò Lea.
Lui non disse una parola, cercò i vestiti sulla poltrona e infilò i pantaloni incurante della porta aperta. Mise una felpa azzurra.
Jane non osò muoversi da dov’era. Non era sicura che lui fosse consapevole della sua presenza.
Edoardo uscì  dalla stanza senza parlare.”
Il finale è a sorpresa, quasi inaspettato e molto sintetico se rapportato al resto del romanzo. Nel complesso è stata una lettura faticosa perché per quasi tre quarti di libro non succede niente: sono giornate tutte simili  in cui la protagonista cerca di far imparare al bimbo un po’ d’inglese e lo sorveglia nei giochi mentre la madre è spesso assente. Ci sono arrivi e partenze, telefonate e messaggi che danno da pensare ma che Jane non sa come interpretare. Anche questo amore in realtà è più nella testa di Jane che in azioni reali e le situazioni in cui la giovane che non ha ancora vent’anni viene a trovarsi , sono a volte imbarazzanti, proprio perchè lei ci si trova senza riflettere.
La parte vivace, che dà una piccola scossa alla trama, è solo verso la fine e spiega i tanti indizi lasciati  nel corso della  lettura. Tenendo presente che la storia si sviluppa in un paio di mesi, il finale è abbastanza  favolistico.
Fra i personaggi, l’unico veramente realistico è Edoardo, quasi quarantenne, che incarna il fascino dell’uomo arrivato ma anche quello della figura quasi paterna anche se a Jane sembra il principe azzurro, ma che nasconde una vita di eccessi e di disordini che pagherà a caro prezzo.
Abbastanza fuori schema è l’amica Ivana, sempre  presentata  con la parlata romanesca,  che è  un  po’ troppo insistente nei suoi consigli. I due ragazzi che Jane frequenterà un po’ come chiodo scaccia chiodo, forse per contrapporli alla maturità di Edoardo, sono abbastanza superficiali e infantili.
Gli altri personaggi appaiono e scompaiono, senza gran caratterizzazione. se non quella di avere sempre un alone di mistero intorno.
Insomma, Una ragazza inglese è un romanzo leggero anche se sul finale entrano in scena argomenti pesanti. Non averne parlato prima, magari con accenni più strutturati, impoverisce il romanzo e rende la lettura un po'monotona.









COME INIZIA IL ROMANZO...
1
JANE era seduta sul letto, immobile, al buio. Da fuori, nessun rumore. Dalle tapparelle filtrava una luce fioca, sufficiente solo a farle intravedere le sagome dei mobili.
Dormivano sicuramente tutti.
Si alzò, sentì la testa che le girava appena, non aveva chiuso occhio. Inciampò in un flaconcino di metallo. Doveva essere caduto dalla borsa quando aveva infilato tutto in valigia, frenetica. Lo sentì rotolare sul pavimento. Non le importava riprenderlo, le importava solo che non si svegliasse Nicholas. Era per lui che non riusciva a decidersi a uscire. Non sopportava il pensiero di non salutarlo.
L’orologio segnava le quattro e quarantacinque.
Jane riprese a torcersi le mani e sentì che una nuova ondata di singhiozzi stava per assalirla. Accese piano la luce sul comodino, timorosa che persino quel clic potesse attirare l’attenzione. Tirò fuori il portafoglio, contò ancora i soldi.
Marina aveva detto: Lo faranno uscire di mattina presto, per evitare i fotografi. Chiuse gli occhi e lo rivide sul letto, accanto a sé. E poi, di nuovo, la felpa azzurra, l’ultimo sguardo.
Afferrò un foglio dalla scrivania e cercò una penna nei cassetti. Non la trovò. Usò il pennarello verde che scriveva a stento. Calcò più che poteva, in stampatello.
CIAO NICK, SONO DOVUTA ANDARE VIA PERCHÉ DEVO FARE UN ALTRO ESAME PER ENTRARE ALL’UNIVERSITÀ. SE TI SVEGLI CI SONO MAMMA E LEAE Marina? Ci aveva pensato tutta la notte, senza riuscire a farsi venire una sola idea. Riprese a scrivere.
TI VOGLIO BENE, CI VEDIAMO PRESTOJANECi disegnò vicino le loro due faccette stilizzate, poi scoppiò a piangere di nuovo.
Digitò i tasti per disattivare l’allarme, sfiorandoli appena. Non si tirò il portone alle spalle, non ancora. Aveva lasciato le chiavi sul tavolo della cucina, non sarebbe più potuta rientrare. Rabbrividì guardando il CIAO NICK, SONO DOVUTA ANDARE VIA PERCHÉ DEVO FARE UN ALTRO ESAME PER ENTRARE ALL’UNIVERSITÀ. SE TI SVEGLI CI SONO MAMMA E LEAE Marina? Ci aveva pensato tutta la notte, senza riuscire a farsi venire una sola idea. Riprese a scrivere.
TI VOGLIO BENE, CI VEDIAMO PRESTO. JANE
Ci disegnò vicino le loro due faccette stilizzate, poi scoppiò a piangere di nuovo.
Digitò i tasti per disattivare l’allarme, sfiorandoli appena. Non si tirò il portone alle spalle, non ancora. Aveva lasciato le chiavi sul tavolo della cucina, non sarebbe più potuta rientrare. Rabbrividì guardando il cielo scuro e stellato. Il vento muoveva leggermente le foglie del parco, la luna era nascosta da qualche nuvola. Inviò un messaggio al numero dei taxi. Un bip immediato le annunciò la risposta. «Taxi trovato!!! È in arrivo Perugia 11 in nove minuti.» Si sedette sul gradino spiando la strada. I motori delle macchine si avvertivano in lontananza, poche, ma tutte veloci. Le sembrò di cogliere un colpo secco, vicino al pergolato. Balzò in piedi e afferrò la valigia con entrambe le mani. Tese le orecchie, poteva sentire le cicale e anche il leggero movimento del gommoncino che navigava placido in piscina. Con una mano si aggrappò alla maniglia, pronta a rientrare, e la valigia le cadde a terra con un tonfo sordo. Si chinò a raccoglierla e udì lo stesso rumore di prima, come qualcosa che scatta.
«Chi è?» chiese con voce strozzata.
Lo scatto si ripeté per la terza volta e i beccucci sparsi per tutto il giardino cominciarono pigramente ainnaffiare. Jane sospirò sollevata, guardando un uccellino bagnato che zampettava sui lastroni di pietra. Una macchina girò in cima alla curva e si avviò per la discesa, verso l’ingresso. Jane trasalì e si ritrasse nel buio, aspettando con la gola stretta di capire chi potesse essere. I nove minuti non erano passati. E nove erano troppo pochi. Per trovare il viottolo e il civico bisognava avere il navigatore, a Roma non tutti i taxi li usavano. Jane cercò di calmarsi e osservò i fari scendere, superare il cancello e andare oltre. I battiti si placarono e si rilassò, ma durò poco. Altri fari comparvero lassù, pronti anche loro a scendere verso la villa. E questa volta rallentando. A Jane sembrò che il cuore si fermasse, la mano incollata alla maniglia. Ti prego, Perugia 11, vienimi a prendere e portami via da qui. La macchina si fermò davanti alla villa senza spegnere il motore e Jane riconobbe l’insegna luminosa. Senza più pensarci, chiuse il portone e corse velocemente verso la grande inferriata. Si era fermato proprio davanti. L’autista non poteva vederla, ma passare da lì era impossibile, il cancello elettrico avrebbe fatto troppo rumore. Se non l’avesse raggiunto in tempo, però, non avrebbe più saputo che fare. Cercò di attirare l’attenzione agitando le braccia, mentre usciva dal piccolo portoncino laterale più che veloce che poteva. Arrivò un attimo prima che la macchina riprendesse a muoversi. Il tassista, vedendola comparire come uno spettro accanto al finestrino, fece un salto sul sedile, poi la guardò sospettoso.«Mi ha chiamato lei?»
Jane era senza fiato e annuì, tenendo d’occhio la parte alta della strada. Dio, fa’ che non arrivi proprio adesso.
Il tassista continuava a scrutarla, lei cercò di ricomporsi.
«Dov’è che andiamo?» le chiese scontroso, senza sbloccare le portiere.
Jane sospirò, ma si rese conto che se gli avesse messo fretta sarebbe sembrata ancora più strana.
«Alla stazione.»
«Quale stazione?» insistette lui, severo. Era un uomo sulla sessantina, con pochissimi capelli.
«Termini.»
«Deve prendere un treno a quest’ora?»
Jane cercò di non perdere la pazienza.
«Sì, devo essere a Milano molto presto.» Tentò di mostrarsi controllata, si augurò che nel buio non notasse gli occhi gonfi e le occhiaie.
Li notò.

«È sicura di stare bene, signorina?»
Jane sentì le lacrime risalire. I rumori delle auto lontane erano un tormento. Poteva arrivare in qualsiasi momento.
«Io ho fretta», disse più decisa. «E non capisco quale problema possa esserci.»
«Quanti anni ha?» le chiese allora lui.
L’aveva presa per una adolescente in fuga. Probabilmente in quella zona da ricchi le adolescenti fuggivano chiamando il taxi. Di certo non voleva passare guai.
«Venti», rispose secca. Non li aveva ancora compiuti e sapeva di non dimostrarli. «Le devo dare i documenti o preferisce che chiami un altro taxi?» aggiunse, più ferma.
Lui la guardò storto, ma fece scattare le sicure. Uscì e, con molta calma, andò ad aprire il portabagagli per metterci la sua valigia. Jane si affrettò a salire. Avrebbe voluto dirgli di sbrigarsi e di non fare rumore, invece si accucciò sul sedile, così che da fuori non potessero vederla, se mai qualcuno si fosse affacciato. ...
**** 
L'AUTRICE DICE DI SE'...
Mi chiamo Beatrice Mariani, sono nata a Roma il 26 giugno 1967. Ho frequentato il liceo classico, mi sono laureata in Scienze Politiche con indirizzo economico alla LUISS di Roma. All’università ho conosciuto mio marito, abbiamo due figli. Ho lavorato per diversi enti pubblici e privati: Fondazione Censis, Istituto di Studi e Analisi Economica, Croce Rossa Italiana e Sapienza Università di Roma, dove sono adesso. Mi sono occupata di ricerca, di organizzazione di convegni e cura di testi divulgativi. Ho vissuto un anno a New York. Ho molte passioni, ma la più grande è da sempre la scrittura. Ho fatto qualche tentativo poco convinto in gioventù, ma sono dovuta arrivare alla mezza età per trovare il tempo e la costanza di mettermici sul serio. Ci è voluto ancora qualche anno e parecchi alti e bassi tra fiducia e scoramento. Mi ha salvato Jane, o meglio Una ragazza inglese, il mio primo romanzo. Sono felice di non essermi arresa!
VISITA IL SUO SITO: 

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3 commenti:

  1. non amo molto le storie d'amore con tanta differenza d'età, avendo una figlia adolescente, evito di leggere questo tipo di possibilità. tanto più che poi sembra che l'amore sia quasi solo a senso unico e lui sia quasi più una figura paterna.

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  2. Vorrei ma non posso: Jane Eyre in versione romanesca!
    Charlotte Bronte sta su di un altro pianeta, anzi in un'altra galassia.
    Un romanzo noiosissimo!

    RispondiElimina
  3. Purtroppo l'ho abbandonato dopo pochi capitoli. Non posso dare giudizi negativi o positivi ma da quello che ho letto mi sembrava di avere a che fare con un vecchio libro in stile harmony, degli anni '80

    RispondiElimina

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