NON LASCIARMI ANDARE di Catherine Ryan Hyde (Leggereditore)


Autrice: Catherine Ryan Hyde
Titolo originale: Don't Let Me Go
Traduttrice: Anita De Stefano
Genere: Contemporaneo
Ambientazione: Los Angeles,USA
Pubblic. originale: Black Swan Books, 2011, pp.422
 Pubblic. Italiana: Leggereditore, ottobre 2017, pp. 294,€ 13,60
Parte di una serie: No
Livello sensualità: BASSO
Disponibile in ebook a €1,99

TRAMA: Grace, dieci anni, vive nella periferia degradata di Los Angeles con una madre tossicodipendente che la trascura e il rischio di essere affidata ai servizi sociali. C’è solo una persona che può aiutarla a uscire fuori da questa situazione e donarle una nuova speranza: Billy Shine, il suo vicino di casa. Un tempo ballerino di Broadway, Billy è ora un uomo solitario, in preda a continui attacchi di panico, spaventato dalla gente e dal mondo fuori le quattro mura della sua casa. Le sue giornate scorrono silenziose, perfettamente orchestrate da una routine da cui raramente riesce a fuggire. Tutto cambia, però, quando nella sua vita irrompe la piccola Grace, proponendogli un piano audace e coraggioso per aiutare la madre a disintossicarsi. Billy si mostrerà per lei un fidato alleato, pronto a farsi in quattro. L’impresa, d’altra parte, è di quelle che ridanno senso all’esistenza e nuova fede nell’amore puro e incondizionato. Ma non è affatto facile, perché per aiutare la madre di Grace sarà necessario privarla della cosa di cui ha più bisogno: sua figlia.



Grace è una bimba di 10 anni che ha una madre tossicodipendente e che fa amicizia con alcune persone che vivono nel suo stesso piccolo condominio. Il primo amico con cui stringe rapporti profondi è Billy, un uomo affetto da agorafobia, crisi di panico e che vive tappato in casa da oltre 10 anni. Poi la cerchia di amicizie si allarga ad altre persone e tra tutte queste si crea un bellissimo rapporto.
La storia è stata a tratti lenta, anche troppo, ma nel complesso la trama mi ha coinvolto. In pratica questa bambina è riuscita a creare amicizia, fiducia, simpatia e amore tra i vari personaggi creando un legame che ricorderanno per sempre e che conserveranno nei loro cuori.
Grace, con la sua gioia di vivere, nonostante avesse una madre poco affidabile, e la sua intelligenza, riesce a trasformare la vita di tutti i protagonisti.
Il romanzo è scritto bene, ma secondo me andrebbe un po' sfrondato. Ci sono anche delle frasi che mi hanno lasciato dei dubbi e delle situazioni che non sono state approfondite; comunque un libro carino.











COME INIZIA IL ROMANZO...
Ogni volta che Billy guardava fuori, attraverso la porta a vetri scorrevole, vedeva il brutto e grigio pomeriggio invernale di LA diventare sempre più scuro. Una notevole differenza di volta in volta. Allora rise, e si chiese ad alta voce: «Che ci aspettavamo, Billy caro, che il tramonto rompesse con la tradizione giusto per questa notte?»
Guardò nuovamente fuori, nascondendosi dietro la tenda e avvolgendosela addosso mentre si appoggiava al vetro.
La bambina era ancora lì.
«Sappiamo cosa significa» disse. «Non è vero?»
Ma non si rispose. Perché conosceva già la risposta. Per cui non era necessario continuare quella conversazione.
Indossò la sua vecchia vestaglia di flanella sul pigiama, avvolgendosela stretta attorno al corpo magro, poi la bloccò con una cintura che aveva sostituito l’originale una mezza dozzina di anni prima.
Sì.
Billy Shine stava per uscire.
Non dall’appartamento e sulla strada. Niente di tanto folle e radicale. Ma fuori sulla sua piccola terrazza al primo piano, o sul balcone, o su qualunque nome avesse quel pezzetto di proprietà con due sedie arrugginite che aveva le dimensioni di un francobollo.
Per prima cosa guardò fuori ancora una volta, come se potesse scorgere una tempesta o una guerra o un’invasione aliena. Un qualsiasi segno di Dio che potesse bloccare i suoi propositi. Ma fuori era solo un po’ più buio, cosa del tutto prevedibile.
Tolse il manico della scopa – un antifurto improvvisato per la porta a vetri scorrevole che dava sul balcone – riempiendosi le dita di polvere e sporcizia. Non apriva la porta da anni. E si vergognò, perché era orgoglioso di sé stesso per la sua attenzione alla pulizia.
«Nota personale» disse ad alta voce. «Pulire tutto. Anche se si tratta di qualcosa che pensiamo di non usare tanto presto. Per principio, se non altro.»
Poi fece scivolare la porta scorrevole per aprirla di uno spiraglio, e inspirò rumorosamente la fredda aria dell’esterno.
La bambina guardò in alto, e poi riabbassò lo sguardo sui suoi piedi.
Aveva i capelli scarmigliati all’inverosimile, come se nessuno l’avesse pettinata per una settimana. Il cardigan azzurro che indossava era abbottonato male. Non aveva più di nove o dieci anni. Era seduta su uno scalino con le braccia attorno alle ginocchia, e si dondolava fissandosi le scarpe.
Billy si sarebbe aspettato qualcosa di più, una reazione più vistosa alla sua presenza, ma non poteva dire esattamente cosa aveva pensato che sarebbe dovuto accadere.
Si sedette con cautela sul bordo di una delle due sedie arrugginite, si appoggiò alla ringhiera e guardò in direzione della bambina che stava a circa tre metri sotto di lui.
«Una buona serata a te» disse.
«Ciao» rispose lei con una voce da soprano.
Billy fece un balzo e rischiò di cadere dalla sedia.
Nonostante non fosse esperto di bambini, Billy immaginò che una bimba che sembrava tanto triste dovesse parlare con un filo di voce. Non che non avesse sentito la voce della piccola attraverso le pareti in precedenza. Viveva nel seminterrato insieme alla madre, per cui l’aveva sentita spesso. Troppo spesso. E non aveva mai avuto una voce flebile. Tuttavia si sarebbe aspettato che facesse un’eccezione per l’occasione.
«Sei il mio vicino?» chiese la piccola con la stessa incredibile voce.
Ma stavolta Billy era preparato.
«Così pare» rispose.
«E allora com’è che non ti ho mai visto?»
«Mi vedi adesso. Accontentati di ciò che la vita ti offre.»
«Parli in modo strambo.»
«E tu ad altissimo volume.»
«Già, è quello che mi dicono tutti. A te dicono che parli in modo strambo?»
«No, per quello che ricordo» rispose Billy. «Ma del resto non parlo con così tanta gente per poter avere un reale riscontro.»
«Be’, credimi. È un modo strano di parlare, soprattutto a un bambino. Come ti chiami?»
«Billy Shine. E tu?»
«Shine? Brillare? Come le stelle o come il pavimento dopo essere stato pulito?»
«Sì, proprio così.»
«E da dove viene un nome del genere?»
«E da dove viene il tuo? Che, oltretutto, non mi hai ancora detto?»
«Oh, mi chiamo Grace. E il nome viene da mia madre.»
«Be’, io non l’ho avuto da mia madre. Da lei ho avuto Donald Feldman. Per cui l’ho cambiato.»
«Perché?»
«Perché facevo parte del mondo dello spettacolo. Avevo bisogno di un nome da ballerino.»
«Donald Feldman non è un nome da ballerino?»

«Non proprio.»
«Come fai a capire quando lo è o meno?»
«Lo senti nel tuo cuore. Ascolta. Potremmo rimanere qui tutta la notte e continuare la nostra piacevole chiacchierata. Ma in realtà sono uscito per chiederti perché te ne stai seduta qui fuori tutta sola.»
«Non sono sola» rispose Grace. «Sono con te.»
«È quasi buio.»
Grace si mosse per la prima volta dopo che Billy era uscito, e guardò in alto come se volesse accertarsi di ciò che lui aveva detto.
«Già» disse. «Non fai più parte del mondo dello spettacolo?»
«No. Non più. In alcun modo. Non lavoro più ormai.»
«Ti piaceva fare il ballerino?»
«Lo amavo. Lo adoravo. Era tutto il mio mondo. E cantavo anche. E recitavo.»
«Allora perché hai smesso?»
«Non ero tagliato per farlo.»
«Non eri bravo?»
«Ero molto bravo.»
«E allora perché non eri tagliato per farlo?»
Billy sospirò. Era uscito per fare delle domande, non per rispondere. Eppure era sembrato così naturale, così inevitabile, quando l’attenzione si era concentrata su di lui. Infatti si chiese perché mai avesse pensato di essere pronto per sostenere quella – o, del resto, qualunque altra – conversazione. Forse per le sue ottime capacità di recitazione. Ma chissà dov’erano finite quelle capacità ormai. Quello che non usi, lo perdi.
«Per niente» rispose. «Non ero tagliato per niente. Per la vita stessa. La vita è qualcosa per cui non sono tagliato.»
«Ma sei vivo.»
«In parte, sì.»
«Per cui ci stai riuscendo.»
«Non molto bene, a quanto pare. Non sto facendo una gran performance. Ma grazie a dio, i critici hanno rivolto la loro attenzione verso cose più interessanti, e al momento giusto. Puoi rientrare in casa? Voglio dire, se avessi bisogno di farlo?»
«Certo. Ho la chiave.»
La sollevò nella luce sbiadita. La tenne per mostrarla a Billy. Una chiave nuova di zecca attaccata a un cordoncino che le pendeva dal collo. Catturò e riflesse un fascio di luce dai lampioni sulla strada che si erano appena accesi. Un flash in miniatura agli occhi di Billy.
Shine, brillare, pensò. Ho presente il concetto.
«Ho un piccolo problema» cominciò Billy «a capire perché tutti vogliono uscire quando potrebbero stare più facilmente a casa.»
«Tu non esci mai?»
Oh, buon dio, pensò Billy. Non c’era proprio verso di seguire il filo logico della conversazione.
«No, se posso evitarlo. Tu non hai paura?»
«No, se resto vicino a casa.»
«Bene, io invece ho paura. Guardo fuori e ti vedo seduta qui tutta sola e ho paura. Anche se tu non ne hai. Per cui forse potrei convincerti a farmi un favore. Forse potresti rientrare in casa così io non dovrò più avere paura.»
La piccola sospirò rumorosamente. In modo teatrale. Una bambina con le stesse inclinazioni di Billy.
«Oh, okay. In ogni caso sarei rimasta fuori solo finché le luci della strada non si fossero accese.»
Si alzò dai gradini e sparì dentro casa.
«Bene» disse Billy ad alta voce, a sé stesso e al crepuscolo. «Se l’avessi saputo, mi sarei risparmiato un bel po’ di onestà.»
Billy non dormì bene quella notte. Per niente. Non era in grado di provare che l’enorme e indicibile sforzo fatto per uscire in balcone lo aveva turbato e tenuto sveglio, ma gli sembrava ragionevole pensarlo. Era qualcosa su cui scaricare la colpa, almeno, ed era meglio di niente.
Quando si assopiva, in genere per qualche minuto, sentiva un battito d’ali. Un sogno ricorrente, una specie di sogno, un’illusione. O un’allucinazione. Più si sentiva turbato dalla vita di ogni santo giorno, più le ali avrebbero battuto nel suo sonno durante la notte.
Cercavano di farlo svegliare per lo spavento.
Alla fine riuscì a addormentarsi sul serio, non prima di una o due ore dopo l’alba. E quando si svegliò, si stiracchiò e si alzò – perché non serviva a nulla affrettarsi durante queste delicate operazioni – erano passate le tre e mezza del pomeriggio da un bel pezzo.
Una volta alzato, si legò i capelli come sempre – una lunga coda bassa che gli scendeva sulla schiena. Poi si sporse sul lavandino del bagno e si rase alla cieca, un po’ con gli occhi chiusi e ogni tanto aprendoli per guardare in direzione dell’armadietto per i farmaci come se avesse uno specchio, cosa che probabilmente una volta aveva, come la maggior parte degli armadietti del genere.
Si fece il caffè, percependo ancora il fruscio delle ali nella testa. Una specie di presenza poco spaventosa. Ma comunque una presenza.
Aprì il frigo, giusto per ricordarsi che aveva finito la panna. E la spesa non sarebbe stata consegnata fino a giovedì.
Schiaffò tre cucchiaini di zucchero nel suo triste caffè nero, e lo mescolò senza entusiasmo, poi andò con la tazza verso la grande porta a vetri scorrevole. Tirò le tende per sbirciare in direzione del punto in cui aveva visto la bambina la sera prima. Forse era stato solo un sogno o una visione, proprio come il battito d’ali, ma più reale.
La bambina era ancora lì. Per cui a quanto pareva non era stato un sogno.
Be’, ancora non è esatto, si disse. Corresse il proprio pensiero. Ovviamente aveva dormito in casa. Quindi era di nuovo lì fuori. Sì, di nuovo. Messa in quel modo la faccenda sembrava meno inquietante.
Billy alzò lo sguardo per vedere la signora Hinman, la donna che viveva nell’attico, percorrere il marciapiede in direzione di casa.
«Bene» disse Billy ad alta voce e con un sospiro. «Dille di rientrare in casa.»
L’anziana donna avanzava lentamente ma con passo deciso, e stringeva una busta della spesa di carta, il collo di una bottiglia di vino rosso spuntava dal bordo del sacchetto. Billy aveva notato che portava sempre una bottiglia, e spuntava sempre oltre il bordo. Solo una, per cui non era una che bevesse troppo. La stava pubblicizzando? O, cosa che a Billy parve più probasato per la porta a vetri scorrevole che dava sul balcone – riempiendosi le dita di polvere e sporcizia. Non apriva la porta da anni. E si vergognò, perché era orgoglioso di sé stesso per la sua attenzione alla pulizia.
«Nota personale» disse ad alta voce. «Pulire tutto. Anche se si tratta di qualcosa che pensiamo di non usare tanto presto. Per principio, se non altro.»
Poi fece scivolare la porta scorrevole per aprirla di uno spiraglio, e inspirò rumorosamente la fredda aria dell’esterno.
La bambina guardò in alto, e poi riabbassò lo sguardo sui suoi piedi.
Aveva i capelli scarmigliati all’inverosimile, come se nessuno l’avesse pettinata per una settimana. Il cardigan azzurro che indossava era abbottonato male. Non aveva più di nove o dieci anni. Era seduta su uno scalino con le braccia attorno alle ginocchia, e si dondolava fissandosi le scarpe.
Billy si sarebbe aspettato qualcosa di più, una reazione più vistosa alla sua presenza, ma non poteva dire esattamente cosa aveva pensato che sarebbe dovuto accadere.
Si sedette con cautela sul bordo di una delle due sedie arrugginite, si appoggiò alla ringhiera e guardò in direzione della bambina che stava a circa tre metri sotto di lui.
«Una buona serata a te» disse.
«Ciao» rispose lei con una voce da soprano.
Billy fece un balzo e rischiò di cadere dalla sedia.
Nonostante non fosse esperto di bambini, Billy immaginò che una bimba che sembrava tanto triste dovesse parlare con un filo di voce. Non che non avesse sentito la voce della piccola attraverso le pareti in precedenza. Viveva nel seminterrato insieme alla madre, per cui l’aveva sentita spesso. Troppo spesso. 

*****

L'AUTRICE
Catherine Ryan Hyde, classe 1955, vive a Cambria, in California. Scrittrice poliedrica e vivace, ha pubblicato numerosi romanzi e raccolte di racconti, grazie ai quali ha ricevuto importanti riconoscimenti letterari. Tra le sue opere più famose ricordiamo La formula del cuore (Piemme, 2000), tradotto in 23 lingue e da cui è stato tratto un film con Kevin Spacey, Un sogno per domani. Con Non lasciarmi andare fa il suo ingresso nel catalogo Leggereditore.

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2 commenti:

  1. la trama non mi convince, anche se poi la recensione migliora un po' l'opinione sul romanzo, anche se non mi pare sia proprio un romance. iaia dice che ci sono situazioni che non sono state approfondite, ma questo potrebbe anche dipendere dal fatto che la versione originale è di 422 pagine contro le 294 della versione italiana!! e sappiamo tutti che l'inglese è decisamente più sintetico del ns.italiano!!!

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  2. Bellissima recensione vi va di passare nel mio blog? http://lovestorydibrigidaconny.blogspot.it/?m=1 e lasciare un commento.

    RispondiElimina

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