UNA GENTILDONNA IN CERCA DI GUAI di Sarah MacLean (Harper Collins)


Autrice: Sarah MacLean
Titolo originale: The Rogue Not Taken
Traduttrice: Sara Trabucchi
Genere: Storico
Ambientazione: Inghilterra 1833
Pubblic. originale: Pubblicato 28 Febbraio 2012 da Avon
Pubblic. Italiana: Harper Collins, coll. IGRSS , settembre 2017
Parte di una serie: 1° serie Scandali e guaiScandal and Scoundrel)
Livello sensualità: MEDIO
Disponibile in ebook a €5,99


TRAMA: Inghilterra, 1833 - Sophie è sempre stata considerata la più quieta delle sorelle Talbot, ma quando durante una soirée sorprende il cognato a tradire la moglie e lo punisce insultandolo e spingendolo in uno stagno, a un tratto diventa il bersaglio del disprezzo del ton. Stanca dell'ipocrisia dell'alta società, di cui è entrata a far parte solo perché il padre ha acquistato un titolo, decide di lasciare la festa e i giudizi superficiali dei suoi invitati. Mentre si allontana incappa in un uomo scalzo che sta chiaramente fuggendo da un incontro amoroso proibito. L'affascinante libertino, che si rivela essere il Marchese di Eversley, rifiuta di darle un passaggio a bordo della propria carrozza, ma Sophie non si dà per vinta e con un espediente monta sul retro della vettura affinché la porti lontano dai suoi guai. Tuttavia l'uomo da cui ha scelto di farsi aiutare ne ha parecchi altri in serbo per lei!


Siamo a Londra ed è il 13 giugno 1833 e Sophie Talbot sta per compiere l’azione che segnerà il resto della sua vita. Nel giardino della villa della duchessa di Liverpool, scopre il cognato, il Duca di
Haven,  sposato con Seraphina e quasi padre, mentre accorda i suoi favori ad un’invitata alla soireé. Per la rabbia lo getta nella vasca dei pesci rossi e lo insulta davanti a tutti i partecipanti alla festa.
Perché la cosa è così grave? Perché Sophie è la quinta figlia di Jack Talbot ora conte di Wight e lei e le sorelle, Seraphina,  Sesily, Seleste e Seline sono soprannominate “Le Spudorate S, ”perché sempre in mezzo a scandali e pettegolezzi. 
Sophie, l’unica a fare pochissima vita di società e a dolersi del comportamento della famiglia, si trova ad essere bandita dal “ton”e addirittura detestata dai suoi congiunti. Arrabbiata e addolorata se ne va  di  nascosto,  ma scopre a sue spese che non è un’impresa semplice perché mentre cerca riparo in una carrozza…
“Venne quasi colpita in testa da un grosso stivale nero.
Sollevò la testa appena in tempo per evitare il secondo   stivale e rimase a fissare sorpresa e meravigliata la giacca grigio scuro e una lunga  cravatta che seguirono le calzature da una finestra del secondo piano….
Poi comparve un uomo…
Sophie sgranò  gli occhi mentre una lunga gamba coperta da un pantalone e un piede infilato in una calza cercavano appoggio sul traliccio, prima che il resto dell’uomo apparisse con addosso solo una camicia. Si mise a cavalcioni sul davanzale e Sophie  si trovò a fissare una coscia ben tornita e qualcosa di altrettanto notevole, pur sapendo che non avrebbe dovuto notarlo…
Naturalmente  l’uomo che era appena fuggito da una camera da letto era il Marchese di Eversley…
“Siete voi proruppe brusca..
“In persona…
“Che cosa avete fatto per meritare  la defenestrazione?...
“Per meritare cosa ?...
Sophie sospirò.  “La defenestrazione. Quando si getta  qualcosa da una finestra.
“Primo non sono stato gettato da una finestra….secondo una donna che usa un termine come defenestrazione è di sicuro abbastanza intelligente da capire cosa stavo facendo prima di uscire.”
Sophie  a questo punto crede di aver trovato chi la potrà aiutare ma il nobile  si allontana e la lascia con un palmo di naso e uno dei suoi stivali in mano. La ragazza non si perde d’animo e , avvicinata la carrozza del marchese,  compera la divisa di un valletto, si traveste  e , quando la carrozza si avvia, prende il posto del servitore.
Da qui cominciano le disavventure della giovane che si intrecciano con le spericolate esibizioni di lui, tutte tese a dimostrare irriverenza verso il padre, il Duca di Lyne, col quale ha da quindici anni desiderio di rivalsa per un’azione che crede avergli causato la perdita dell’amore e della felicità.
Quando tutto sembra risolversi sia per  King (nome che fa sorridere Sophie e per il quale ogni tanto deride bonariamente il Marchese) che per la giovane donna, un’incomprensione rimette in discussione la loro intesa.
Non dico altro per non togliere il piacere della lettura a chi vorrà divertirsi un po’.
Per tre quarti il romanzo mi è piaciuto perché i dialoghi tra i due protagonisti sono frizzanti e le situazioni  che si creano man mano, sono a volte assurde e a volte divertenti. Tutti i personaggi  hanno una loro personalità e interagiscono in maniera perfetta, e la famiglia Talbot è una fonte continua di stranezze ed è un peccato che abbia avuto solo una piccola parte in questa storia.
Bella l’ambientazione con la lunga corsa per le strade di campagna e nei piccoli villaggi con persone di gran cuore.
Quello che invece mi ha un po’ delusa è stata la ricerca dell’originalità a tutti i costi: il non accorgersi che Sophie è una ragazza e non un giovane valletto, il carattere di Eversley che poteva essere adeguato per un giovane ma non per una persona che sta raggiungendo la maturità.
Prima non vuole la ragazza, poi le dice: “Non vi rovinerò” e quasi la seduce; poi in un altro incontro bollente le dice: “Tu sei mia ma non posso sposarti". E alla fine  cambia di nuovo  idea sul matrimonio salvo poi ripensarci e fare l’offeso . Solo quando il padre lo induce a riflettere sulle sue azioni la insegue per chiederle perdono! Insomma, dico io, deciditi una buona volta!
Il suo tentennare mi ha reso Sophie ancora più simpatica per la sua caparbietà e onestà. Spero di rivederla in un prossimo libro perché a mio parere merita di avere ancora parte nella vita delle sorelle .








Sophie e King si conoscono durante un incontro/scontro. Lui sta scappando dalla casa di una gentildonna e lei vuole andarsene da una festa in cui ha scoperto che il cognato si è abbandonato tra le braccia di una dama che non era sua sorella. La fuga dei due comporta una serie di disavventure che trova i due protagonisti a dover condividere un viaggio che li sta portando verso nord. Come ogni romanzo, anche questo avrà il suo felice happy end.
La prima parte è stata molto piacevole. I dialoghi sono riusciti a farmi sorridere spesso in quanto frizzanti e ricchi di battute. La seconda parte, invece è stata meno gradevole. Lenta, un po' noiosa e a volte ripetitiva. Sophie è una giovane donna che diventata nobile per caso e che non ama l'ambiente degli aristocratici che trova falso e fasullo. Ha un suo carattere e proprio questo inciderà parecchio sul farsi conoscere da King. Questi è un marchese, che diventerà duca, che non ha alcuna intenzione di cercare l'amore e di sposarsi. La sua caratteristica è il suo egocentrismo e la sua testardaggine. Non vuole innamorarsi e, quando succede, lo nega. Insomma la seconda parte è fiacca e i nuovi personaggi che si incontrano avrebbero dovuto avere più spazio, invece di lasciarne ai protagonisti che non hanno fatto altro che ripetere cose ovvie.






COME INIZIA IL ROMANZO...
Londra, giugno 1833
Se solo la Contessa di Liverpool non avesse adorato tanto le creature acquatiche, forse le cose sarebbero andate in modo diverso.
Forse nessuno avrebbe assistito agli eventi del 13 giugno, l’ultima, leggendaria festa in giardino della stagione mondana del 1833. Forse la buona società londinese si sarebbe dispersa per la campagna in un idillio estivo.
Forse.
Un anno prima, però, la Contessa di Liverpool aveva ricevuto in dono sei pesciolini arancioni e bianchi, che si diceva fossero diretti discendenti di quelli amati dallo Shogun
del Giappone. Sophie la riteneva una notizia infondata – il Giappone era notoriamente isolato dal resto del mondo – ma Lady Liverpool era fierissima dei suoi animaletti e se ne prendeva cura con passione quasi fanatica. I sei pesciolini iniziali erano diventati ventiquattro e al posto della grande boccia in cui le creature erano state consegnate ora c’era un piccolo stagno.
I pesciolini avevano acceso la fantasia della contessa e il tema del suo ricevimento era diventato la Cina, sebbene la nobildonna conoscesse quel Paese ancora meno del Giappone. Ricevendo gli invitati in una diafana ed elaborata tenuta di seta bianca e arancione che ricordava gli amati pesciolini, Lady Liverpool aveva così spiegato la propria decisione. «Nessuno sa niente del Giappone. È tremendamente isolato, dunque non si può usarlo come tema per un ricevimento. La Cina gli è molto vicina… è praticamente la stessa cosa.»
Quando Sophie aveva ribattuto che non era affatto la stessa cosa, la contessa era scoppiata in una risatina, agitando un braccio completo di pinne di seta. «Oh, non preoccupatevi, Lady Sophie. Anche in Cina ci sono pesci, ne sono sicura.»
Sophie aveva lanciato alla madre uno sguardo colmo di disapprovazione per una simile ignoranza, ma lei non l’aveva degnata d’attenzione. Per settimane aveva insistito che il Giappone e la Cina non erano affatto la stessa cosa, ma nessuno sembrava disposto ad ascoltarla. La madre era fin troppo grata per aver ricevuto un invito a quella festa sofisticata. In fondo, le sorelle Talbot erano famose per le loro tenute fantasiose.
Insieme al resto dell’aristocrazia si erano presentate a Liverpool House in un tripudio di broccati rosso e oro, ognuno più intricato dell’altro, con l’aggiunta di assurdi cappellini che avevano certo tenuto occupate le sarte di Londra a lavorare giorno e notte da quando erano arrivati gli inviti alla festa di Lady Liverpool.
Sophie però aveva resistito alle insistenze materne perché partecipasse a quella farsa. Con grande sgomento della famiglia, era arrivata con un banale vestito giallo chiaro.
E così in quella bella giornata di metà giugno Lady Liverpool si impietosì alla vista della povera, scialba Lady Sophie – la Talbot che non era la più carina, la più divertente o quella che suonava meglio il pianoforte – e suggerì al giovane pesce fuor d’acqua di visitare i suoi pesciolini nel loro ambiente ideale.
Sophie accettò con prontezza la proposta, ben felice di sfuggire a quel branco di ridacchianti aristocratici che evitavano con cura lei e la sua famiglia. Nessuno sguardo era più sfacciato di quello che eludeva un oggetto, soprattutto quando l’oggetto in questione era impossibile da ignorare.
Quegli sguardi avevano seguito le giovani sorelle Talbot da quando erano entrate nella buona società. Cinque debutti in quattro anni. Con il passare del tempo gli inviti erano andati diminuendo.
Sophie avrebbe preferito che la madre rinunciasse al sogno di fare delle figlie le beniamine della buona società, ma sapeva che era impossibile. Di conseguenza si trovava a nascondersi dietro gli arbusti, sagomati secondo l’arte topiaria, che abbondavano nel giardino dei Liverpool o a fingere di non sentire gli insulti nei confronti delle sorelle, sussurrati così spesso che ormai non erano neanche più sussurri.
Seguì con sollievo le indicazioni della padrona di casa per raggiungere l’enorme, leggendaria serra dalle pareti di vetro, piena di un’incredibile varietà di piante. Là almeno non ci sarebbero stati pettegolezzi.
Sophie si mise alla ricerca dello stagno per i pesci, facendosi largo tra alberi di limone in vaso e incredibili felci, fino a quando non sentì uno strano suono. Sembrava un grido ritmico e inquietante, come se qualche povera creatura venisse torturata in mezzo ai rododendri.
Sophie era una ragazza coscienziosa e la creatura in questione sembrava bisognosa di assistenza, così si mise a indagare. Purtroppo, quando scoprì la fonte del rumore divenne chiaro che la donna non aveva alcun bisogno di aiuto.
Anzi, stava già ricevendo una notevole assistenza dal cognato di Sophie.
Inutile dire che la donna non era la sorella di Sophie.
Una volta superata la sorpresa iniziale, lei si sentì in diritto di interrompere la scena. «Vostra Grazia» lo chiamò in un tono colmo del suo disprezzo per quel momento, quell’uomo e quel mondo che gli aveva dato tanto potere.
La coppia si immobilizzò. Una graziosa testa bionda sbucò da sotto il braccio del duca, coronata da un’enorme pagoda di seta rossa da cui pendeva una miriade di nappe dorate. Due grandi occhi azzurri la fissarono sgranati.
Il Duca di Haven non degnò Sophie di uno sguardo. «Lasciateci» le ordinò.
Non c’era niente al mondo che Sophie odiasse di più dell’aristocrazia.
«Sophie? La mamma ti sta cercando… Ha bloccato il Capitano Culberth sul campo da croquet e continua a colpirlo con il suo enorme ventaglio. Dovresti salvare quel poveretto.»
Sophie chiuse gli occhi, cercando di scacciare quelle parole e chi le aveva pronunciate. Si girò di scatto, nel tentativo di bloccare la sorella. «No, Sera…»
«Oh!» Seraphina, Duchessa di Haven nata Talbot, si fermò di colpo svoltando un angolo tra le piante in vaso e contemplò la scena. Le sue mani si posarono sul ventre sporgente dove stava crescendo il futuro Duca di Haven. «Oh.» Sophie le lesse in viso una sorpresa sconvolta, presto seguita dalla tristezza e poi da una sorta di fredda calma. «Oh» ripeté la Duchessa di Haven.
Il duca non si mosse e non degnò di uno sguardo la moglie, la madre del suo futuro erede. Affondò invece una mano nei riccioli biondi e parlò alla piega del collo della sua amante. «Ho detto di lasciarci
Sophie guardò Seraphina, alta, forte e decisa a nascondere tutte le emozioni che stava di certo provando… che Sophie non poteva fare a meno di provare per lei. Avrebbe voluto che la sorella parlasse, che combattesse per sé e il figlio non ancora nato e invece Seraphina si girò dall’altra parte.
Sophie non riuscì a trattenersi. «Sera! Non gli dici niente?» La più grande delle sorelle Talbot scosse la testa con un movimento rassegnato che scatenò in lei rabbia e indignazione. Sophie si girò verso il cognato. «Se lei non lo fa, lo farò io. Siete disgustoso, pomposo, odioso e ripugnante.» Il duca le rivolse uno sguardo sprezzante.
«Devo continuare?» lo incalzò Sophie.
La bionda nelle sue braccia sussultò. «Ma insomma! Parlare in questo modo a un duca è terribilmente offensivo!»
Sophie resistette all’impulso di strapparle dalla testa quello stupido cappello e di usarlo per picchiarli entrambi. «Avete ragione. Ma sono io l’offesa in questa situazione.»
«Sophie» la chiamò piano Seraphina. Lei avvertì l’urgenza nel suo tono, la pressione perché si allontanasse da quella scena.
Il duca si staccò con un sospiro dalla donna, le abbassò le gonne e la mise giù dal tavolo su cui era appollaiata. «Andatevene.» «Ma…»
«Ho detto di andarvene.»
La donna capì di essere già stata dimenticata e obbedì, sistemandosi le nappine e lisciando le pieghe della gonna prima di allontanarsi.
Il duca si girò, ancora intento ad abbottonarsi i pantaloni, e la sua duchessa distolse lo sguardo. Sophie non lo fece e si parò davanti a lei, come se potesse proteggere la sorella dall’uomo orribile che aveva sposato. «Se pensate di spaventarci con la vostra volgarità, non funzionerà.»
Lui inarcò le sopracciglia. «Ovvio. La vostra famiglia sguazza nella volgarità.» Voleva ferirla e c’era riuscito.
La famiglia Talbot costituiva lo scandalo dell’aristocrazia. Il padre di Sophie era un conte di recente nomina, avendo ricevuto il titolo dieci anni prima dall’allora re. Lui non aveva mai confermato il pettegolezzo, ma si diceva che l’avesse ottenuto grazie alla sua fortuna, basata sul carbone. Secondo alcuni, Jack Talbot l’aveva vinto in una partita a faraone, secondo altri la concessione del titolo era un pagamento per la sua disponibilità a saldare un debito imbarazzante contratto dal Principe Reggente.
Sophie non lo sapeva e non se ne curava. Dopotutto il titolo del padre non aveva niente a che fare con lei e quel mondo aristocratico non era certo l’ambiente che avrebbe scelto per sé. In realtà avrebbe scelto qualsiasi mondo, ma non quello dove la gente era così pronta a criticare e maltrattare le sue sorelle. Sollevò il mento e squadrò il cognato. «Non sembra che vi facciate problemi a spendere i nostri soldi.»
«Sophie» la richiamò ancora la sorella. Questa volta il tono di rimprovero era chiaro.
Lei si girò verso Seraphina. «Non è possibile che tu voglia proteggerlo. È vero, no? Prima di te il ducato era in rovina. Dovrebbe ringraziarti in ginocchio perché sei arrivata a salvare il suo nome.»
«Salvare il mio nome? » Il duca si sistemò una manica della giacca. «Siete proprio una stupida, se pensate che le cose siano andate così. Ho procurato io a vostro padre tutti i suoi investitori aristocratici. Lui esiste grazie alla mia benevolenza. E spendo con piacere i vostri soldi, visto che ritrovarmi intrappolato in un matrimonio con quella sgualdrina di vostra sorella mi ha reso lo zimbello della buona società.»
Sophie soffocò un sussulto davanti a quell’offesa. Conosceva le storie sulle manovre della sorella per prendere all’amo il duca e ricordava le vanterie della madre quando la figlia maggiore era diventata duchessa, ma questo non giustificava comunque un simile insulto. «Aspetta un figlio da voi» gli ricordò.
«Così dice.» Il duca le superò, diretto all’uscita della serra.
«Dubitate che sia incinta?» lo richiamò lei sconvolta. Fissò Seraphina, che teneva lo sguardo abbassato e le mani intrecciate sul ventre sporgente, come se volesse proteggere il bambino da quel mostro di suo padre. Poi Sophie si rese conto del vero significato di quella frase e corse dietro al duca. «Non potete dubitare che sia figlio vostro…»
L’altro si girò con uno sguardo freddo e sprezzante. Non guardava Sophie, però, ma sua moglie. «Io dubito di ogni parola che sgorga da quelle labbra infide.» Si girò e Sophie fissò la sorella, alta, orgogliosa e colma di un freddo riserbo. Tranne per la lacrima che le rigava una guancia mentre guardava il marito che si allontanava.
In quel momento Sophie non riuscì più a sopportare quell’ambiente di regole, gerarchie e disdegno. Non era nata in quel mondo e non lo aveva mai scelto.
Era un mondo che odiava.
Seguì il cognato, decisa a vendicare la sorella.
Lui si voltò, forse perché udì la disperazione con cui la moglie chiamava il suo nome, o forse perché il suono di una donna che gli correva dietro era strano e sorprendente, o forse ancora perché Sophie non poté fare a meno di esprimere a voce alta la sua frustrazione.
Gli diede una spinta con tutte le sue forze.
Se il duca non si fosse voltato, già sbilanciato…
Se lei non avesse avuto lo slancio dalla sua parte…
Se il terreno non fosse stato scivoloso per i lavori accurati eseguiti dai giardinieri…
Se la Contessa di Liverpool non avesse tanto amato i suoi pesciolini…
«Piccola strega!» urlò il duca, finito lungo disteso nello stagno, con le ginocchia sollevate, i capelli scuri e fradici incollati alla testa e gli occhi colmi di un’ira furibonda. «Ti distruggerò!»
Sophie trasse un profondo respiro – sapeva di averla fatta grossa – e rimase sui bordi dello stagno con le mani sui fianchi, fissando il cognato in genere maestoso.
In quel momento però non lo era affatto.
Non riuscì a trattenere una risatina. «Voglio proprio vedere» lo sfidò.
«Sophie» la chiamò la sorella con voce colma di sgomento, rimpianto e dolore.
«Oh, Sera» mormorò lei. Si girò con un sorriso, ignorando il suono delizioso dei borbottii del cognato. «Non dirmi che questa scena non ti è piaciuta.»
Sophie non se l’era mai goduta tanto in tutto il tempo trascorso a Londra.
*****
LA SERIE SCADALI E GUAI
1. The Rogue Not Taken (2015) - ed.italiana: UNA GENTILDONNA IN CERCA DI GUAI, Harper Collins, luglio 2017 - Sophie Talbot e Marchese di Eversley - VEDI QUI la ns recensione
2. A Scot in the Dark (2016) 
- ed.italiana: IL QUADRO DI LILY, Harper Collins, aprile 2018 - Lilian Hargrove e Duca di Warnick- VEDI QUI la ns recensione
3. The Day of the Duchess (2017) -
 Seraphina Talbot e Duca di Haven
*****
L'AUTRICE
Sarah MacLean è cresciuta nel Rhode Island, letteralmente ossessionata dai romance storici e convinta di essere nata nell’epoca sbagliata. Il suo amore per la storia l’ha portata prima a laurearsi a Harvard e poi a prendere finalmente in mano una penna e scrivere il suo primo romanzo. Vive a New York con il marito, i loro cani e un’impressionante collezione di romanzi rosa. 

VISITA IL SUO SITO: 

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