MAIRA NEREIDE di Cordelia Gentili


Autrice: Cordelia Gentili
Genere:  storico
Aambientazione: Italia/ Francia
Pubblicazione: C. Gentili, 2 novembre 2017, pp. 138 , e
Disponibile SOLO in ebook a € 2,99

TRAMA: Nella seconda metà del diciannovesimo secolo Maira Nereide, ragazza orfana, di padre inglese e madre italiana, viene cresciuta nella famiglia dello zio materno. Dopo aver trascorso l’infanzia e la giovinezza facendo la spola, al seguito dello zio medico, tra la capitale italiana e il possedimento fuori città dei parenti si trasferirà per un breve periodo a Parigi. Sarà al cospetto di questa modernissima città che si accorgerà di quanto la sua vita sia stata, fino ad allora, apatica e riscoprirà le sue origini dimenticate.


Maira Nereide è il nome della protagonista di questo romanzo storico ambientato nella seconda metà dell’Ottocento tra Roma e Parigi. Figlia di Cassandra Giovenale e di "un inglese dal nome altisonante", rimasta orfana, Maira viene condotta a Roma presso gli zii Ermete e Emma Giovenale, dove vivrà, alternando qualche breve parentesi campagnola nel podere di famiglia, in maniera quasi anonima, rallegrata dai pochi piaceri tra cui quello di preparare gli addobbi natalizi. Attorno a lei una moltitudine di personaggi dai caratteri variegati e diversi modi di fare. Il cugino Francesco, il nonno, alle cui urla nessuno si era abituato e che dopo la sua morte ancora veniva ricordato come “uomo grosso e nero appeso sopra al camino”, gli zii, e la “gran cuoca di casa Giovenale, La Zippulona".
Cresciuta, Maira, comincia a capire come la sua vita sia vuota e cerca di darle una svolta sospinta anche dalla conoscenza di un giovane studioso inglese, Alexander St John e soprattutto dal trasferimento a Parigi e dall’ amicizia con persone della sua età.
Anche se la storia è interessante perché mostra uno spaccato di vita medio borghese, la maniera in cui è sviluppata la rende un po’ monotona e non è riuscita a colpirmi particolarmente.
Un paio di scene mi hanno fatto sperare in qualcosa di più avvincente…ma poi tutto è ritornato nei binari della normalità. Mi è sembrato che qualche personaggio avrebbe potuto avere una maggior incisività e più profondità emozionale dal momento che è una vicenda corale.
La mia sensazione è che sia più una cronaca che un romanzo, come se l’autrice fosse stata presente in quegli anni di cui parla, e ci avesse voluto far conoscere la protagonista dicendoci di avere un occhio di riguardo per questa giovane che si è trovata tra persone e abitudini sconosciute.
I dialoghi non sono molti e si perdono tra le righe raccontate.
Lo stile della scrittrice è ricco, forse giusto per il secolo che tratta, ma per la scelta  narrativa è poco scorrevole e richiede una discreta concentrazione nella lettura. 









COME INIZIA IL ROMANZO... 
1
Era così da sempre, in qualunque posto si trovasse, l’odore della legna umida le ricordava immancabilmente i boschetti di querce che circondavano casa Giovenale. Quella mattina, Maira Nereide, appena uscita dalla sua camera, lo sentì che si sprigionava dai piccoli tronchi accatastati accanto al camino ancora sporco di cenere della giornata precedente. Riconobbe il profumo delle piogge invernali. Si confondeva con quello del muschio che da bambina usava per pavimentare il presepe, dove le
miniature napoletane di suo zio si reggevano a malapena. Ora riusciva a comprendere perché preferiva maneggiare quel tappeto verde piuttosto che della sterile polenta gialla che assomigliasse al deserto: anche allora riusciva a percepire l’aroma della terra in cui era cresciuta e nello stesso posto voleva far nascere Cristo, sotto una stella cometa ingombrante e tra i pastori e i pescivendoli che sembravano usciti dalla commedia dell’arte. Non importava affatto che il bambinello fosse più grande dei genitori e che a stento entrasse nella capanna ingloriosamente coperta da neve di farina. Quindici giorni prima del venticinque dicembre insieme a suo cugino Francesco, finché fu piccolo abbastanza, andava alla ricerca di muschio, pietre e tutto ciò che avrebbe potuto servire loro. Costruivano la scena, facevano azzuffare i commercianti, innamorare due pastorelli, allontanavano i Re Magi e non permettevano a nessuno di farli avvicinare fino all’Epifania. Solamente poco prima della mezzanotte, quando stavano per avviarsi verso la chiesa, si lasciavano convincere a deporre Gesù nella mangiatoia.  Il dottor Ermete Giovenale e sua moglie Emma aspettavano figlio e nipote appartati nella carrozza, senza parlarsi. Anche quell’anno lui aveva acconsentito che i bambini aspettassero fin quasi la mezzanotte, e, anche quell’anno, lei avrebbe dovuto subire lo sguardo di tutti quelli che si sarebbero voltati a guardarli con biasimo mentre entravano in chiesa in ritardo per l’ennesima volta.  La messa era sempre lunga e noiosa. Don Augusto, lungo e allampanato, parlava un insopportabile latino cantilenante. La luce scarsa e i poteri quasi narcotizzanti dell’incenso, contribuivano solo a far addormentare prima i bambini, fino a quando li svegliavano gli strattoni di Emma Giovenale. Cercavano di distrarsi guardando gli occhi di vetro delle statue incastrate nelle nicchie ricoperte di fiori che marcivano troppo in fretta, conservando solo un lezzo da cimitero. Maira Nereide rimaneva incantata per un’esile madonna ricoperta da pesanti vesti azzurre che le lasciavano scoperte sole le mani e il viso e che, durante le processioni, veniva appesantita ulteriormente dall’oro che i fedeli le legavano addosso chiedendole qualche grazia. Durante il corteo sacro poteva sentire il suono che faceva il metallo sulla pelle di ceramica e spesso se la svignava per ascoltarlo meglio, finendo tra le gambe dei portatori che, a quel punto, noncuranti di chi tenevano sulle spalle, sputavano bestemmie e maledizioni. Francesco puntava gli occhi sul culo del porcellino rosa che compariva accanto a un Sant’Antonio barbuto e vecchio, ingiallito da un ittero immaginario. Lo faceva ridere, e lo sforzo di reprimere le risate lo avrebbe salvato dalla voglia di sedersi e dormire sulla panca che aveva inciso a grosse lettere il nome di suo nonno accanto a quello più recente di suo padre.  La festa di Sant’Antonio protettore degli animali era, con ogni certezza, migliore di quella dell’Immacolata Concezione, anche senza fuochi d’artificio. Bastava correre a piedi fino allo spiazzo di terra battuta dove stavano ammassate bestie di ogni genere in un baccano straordinario, un andirivieni di gente indaffarata a ammansire i cavalli e a allontanare i cani che ringhiavano rabbiosamente al loro cospetto, le corse affannate per riacciuffare le galline che svolazzavano dappertutto, col rischio di impigliare i loro nastri colorati tra i cespugli e finire strangolate prima dell’ora. C’erano le pecore più grasse, le scrofe più fertili affinché potessero diventarlo ancora di più, le vacche bianche con le corna appuntite, quelle maculate che gli facevano venire in mente le scodelle mattutine di latte caldo e cremoso, ma, soprattutto, c’erano le ciambelle. Era tradizione di ogni famiglia timorata di Dio prepararne in gran quantità, in quei primi e freddi giorni dell’anno. Le cucine venivano scaldate anche di notte e emanavano l’odore acidulo del lievito, che era diverso in ogni casa, e dell’anice che compravano tutti nello stesso posto. Crescevano tranquille sulle spianatoie, fatte bollire e da ultimo infornate, ma mai avrebbero dato la stessa soddisfazione di quelle che
distribuivano dopo la benedizione degli animali, perché bisognava lottare contro un ammasso di arti più forti che si allungavano in alto, mentre, sui carri, i fornai aprivano le sacche per distribuire i loro tesori. Il presepe, in casa Giovenale, rimaneva immobile aspettando i Re Magi, che si avvicinavano lentamente tra montagne di cristalliere e pianure di sedie. Sui loro cammelli di terracotta, lungo la strada del davanzale, erano i primi a accorgersi delle insolite nevicate notturne. La neve non durava mai troppo e, se la mattina ci si svegliava sotto un cielo opaco che gravava su una distesa candida da cui esalava un leggero pulviscolo a confondere aria e terra, nel pomeriggio era già tutta sciolta e si intravedevano qua e là chiazze di terra scura, ciuffi d’erba intirizzita e gialla. Con o senza neve, all’ora del vespro, Zippula di Getto Sardi detta Zippulona, gran cuoca di casa Giovenale, figlia di Adelaide moglie di Getto Sardi morto con addosso la camicia rossa di Garibaldi, raccoglieva tutti i panni stesi, asciutti o bagnati che fossero, prima che facesse buio. I bambini, complici, l’aiutavano svelti. Sapevano che cosa avrebbe comportato lasciarli a asciugare dopo che il sole fosse tramontato. Quella era la notte delle streghe, che passavano volando a cavallo delle loro ramazze e facevano incantesimi malefici sugli abiti rimasti a svolazzare sui fili del bucato. 
***** 
L'AUTRICE
Cordelia Gentili, 35 anni, sposata e madre, si occupa di teatro e ha ripreso gli studi universitari in lettere. Cordelia Gentili è il nom de plume che ha scelto per esordire nella scrittura con questo romanzo storico.
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