NEMMENO IN CAPO AL MONDO di Giulia De Santis (Delos Digital)

Autrice: Giulia De Santis
Genere: Contemporaneo /erotico
Pubblicazione: Delos Digital, coll. Senza sfumature,  aprile 2017 , pp. 51
Parte di una serie: No
Disponibile in ebook: solo in ebook  a € 1,99

TRAMA: Succede così, all’improvviso: una mattina ti svegli, una mattina come tante altre, e pensi: “Che fine faremo adesso? Tutta la vita così?”
Sinossi: Luca vive a Londra da due anni. È stata la paura per il futuro a spingerlo a scappare da Milano? Questo non lo sa e quando decide di ritornare per cercare Martina, la ragazza che ha lasciato, parte all’improvviso con tanti dubbi nella testa e senza sapere che fine abbia fatto. Quella che trova è una ragazza molto diversa dalla Martina che ricorda: è inquietante, irresistibile e… con uno scheletro nell’armadio. Accade tutto in poche ore sullo sfondo di una Milano romantica e preziosa, tanto amata e odiata allo stesso tempo.

QUESTO RACCONTO VI PIACERA' SE...
...amate le storie ben scritte, indipendentemente dalla lunghezza.
Un racconto intenso dove vengono evidenziati i sentimenti di Andrea e Martina che si ritrovano dopo due anni. In questo lungo periodo di lontananza hanno sofferto, ma non si sono dimenticati nonostante la distanza. Lui è stato a Londra per lavoro e lei a Milano.
L'autrice ha saputo scrivere questa novella con efficacia, essenzialità e proprietà di linguaggio facendo amare al lettore i due protagonisti. Si legge in pochissimo tempo perché è un racconto, ma l'abilità della De Santis si vede tutta. Complimenti. Giudizio: 4 . Interesante.






COME INIZIA IL LIBRO...
1. TI PRESENTO I MIEI
– Maledetta compagnia low cost! – sussurro tra i denti mentre mi muovo sul sedile per trovare una posizione comoda. Non me li ricordavo così stretti, questi aerei: sembrano gabbie di allevamenti in batteria. E per non bastare, è da quando siamo partiti da Stansted che quello seduto dietro di me non la smette di chiacchierare. Non sono riuscito a chiudere occhio.
– Cosa dice, scusi? – mi chiede la signora accanto, con i capelli biondi cotonati in un’acconciatura anni Ottanta. È un po’ goffa e non ha mai slacciato le cinture di sicurezza. Si sistema un ciuffo con un movimento nervoso. Forse vuole attaccare bottone.
– Oh, niente… Dicevo solo che è comodo, questo posto! – e affondo scivolando con il sedere in avanti, una gamba puntata sulla spalliera di fronte; il bordo del tavolinetto estraibile mi preme sul ginocchio. Poi le rivolgo un sorriso forzato e calo il berretto verde fin sopra gli occhi, fingendo di dormire. Il viso rotondo della signora scompare dietro la visiera.
Quest’aereo sembra che abbia i freni tirati: non vedo l’ora che atterri. Gli altri passeggeri intorno a me sono, per la maggior parte, italiani che rientrano dalle vacanze. Tutti tiratissimi, vestiti con lo stampino: sneakers di marca, pantaloni a sigaretta lei, jeans casual lui, giacca con cinta in vita, gilet multi-tasca, pashmina annodata a cravatta entrambi. Cellulare perennemente a portata di mano. Sguardo impudico.
Alla fine il Boeing 737 atterra a Malpensa, sbattendo pesantemente con il carrello sulla pista, e tutti applaudono come a uno spettacolo di streap tease.
Balzo in piedi prima ancora che la spia, che indica di tenere le cinture allacciate, si spenga. Apro il vano portabagagli e tiro giù la mia sacca. La apro e cerco il cellulare in mezzo alle altre cose, agito dentro la mano per trovarlo. Dove l’avrò messo, accidenti!
L’hostess mi guarda da lontano. “Non azzardare ad avvicinarti” penso. “Se provi a dirmi qualcosa mi metto a urlare la parola bomba seminando il panico. Come Greg Fotter in Ti presento i miei.”
La ragazza con il completo blu capisce le mie intenzioni e fa finta di niente. A volte ho come la sensazione di essere un cane da combattimento.
Trovo il telefono, faccio un sospiro; lo tiro fuori, lo accendo. Osservo il display: vedo arrivare un messaggio. Forse è di Martina. Mi ha risposto? Quando vedo il mittente, invece, capisco che è quello della compagnia telefonica inglese; c’è scritto che sono all’estero e tutta la solita storia sulle tariffe. Ormai lo so a memoria. Aspetto ancora, ma non arriva più niente. Che delusione. Cerco di dimenticare chi e dove sono. Chiudo gli occhi respirando a fondo con il naso. L’ossigeno mi fa girare la testa. Controllo tra i messaggi inviati: forse ieri mi sono sbagliato. No, nessun errore d’invio. Il messaggio che ho inviato a Martina c’è. Lo rileggo, non vorrei aver scritto una cosa per un’altra.
Ciao Martina, domani torno in Italia.
Ho bisogno di vederti. Fammi sapere
dove posso trovarti. Luca
Più chiaro di così, si muore. Martina non ha voluto rispondere oppure ancora non ha visto il messaggio? Mi sembra improbabile. Metto il telefono in tasca in modalità vibrazione, così è più facile sentirlo. Mi infilo il giaccone pesante e mi avvio verso l’uscita posteriore in una fila scomposta e disordinata.
L’aeroporto brulica di gente. Cammino veloce, a zigzag tra le persone, e a un tratto mi capita una cosa strana, che non avevo mai provato prima d’ora. Ovunque mi giro ho l’impressione di vedere Martina. Tutte le ragazze che indossano un cappotto nero simile al suo mi fanno venire un tuffo al cuore. È incredibile. Eccola, è lei. Quella ragazza di spalle con i capelli castani lunghi e le gambe magre, quella non è Martina? E soprattutto che ci fa in aeroporto? Poi, quando si gira, mi accorgo che non è lei, non poteva essere lei. Non le assomiglia nemmeno. Mi sento uno scemo. Impreco contro me stesso.
Arrivato al parcheggio degli autobus, c’è una tipa dietro di me con capelli rossi e occhiali scuri, nonostante il sole stia tramontando e la luce sia solo un leggero chiarore diffuso. Siamo in coda aspettando di salire sul Terravision per Milano centro. È carina, forse un po’ sulle sue, ma niente male. Solo che non ne vuole proprio sapere di restare in linea e mi sorpassa di lato, sempre con lo sguardo dritto davanti a sé, il mento alto. In doppia fila come le auto parcheggiate. Ben venga. Poi mi passa sopra un piede con il trolley e si volta verso di me. Ci voleva un piede dolorante perché mi notasse. Mi guarda dicendomi: – Sorry – con un pessimo accento.
“Ma quale sorry, accidenti! Non lo vedi che sono Italiano?” vorrei dirle e, invece, sforzandomi di essere gentile, le faccio un cenno con la mano per farle capire che, se vuole, può anche passarmi davanti. “Tanto l’autobus non parte prima di un altro quarto d’ora. Va’ pure. Non andrai tanto lontano.”
Dannata smania di arrivare primi.
Salgo e trovo posto verso il fondo, vicino al bagno chimico che già puzza di urina. Il bus parte alle diciassette in punto e, a quest’ora della sera, con tutto il traffico, va a passo di lumaca. Osservo il cielo attraverso il finestrino: da qui sembra un pezzo di scenografia blu dalle sfumature rossastre. Se lo guardo troppo intensamente sembra che voglia cadermi addosso. Lo skyline mette in risalto i grattacieli di nuova costruzione che si stagliano sull’orizzonte possenti e maestosi. Acciaio e vetro.
L’autobus esce dall’ingorgo dell’aeroporto e si immette sulla strada a scorrimento veloce. Intanto si è fatto buio e le luci dei lampioni si alternano rapide, specchiandosi sul cofano delle macchine. Ora non c’è troppo traffico e si va svelti. Le auto che ci sorpassano sembrano scorrere su rotaie a levitazione magnetica. È questo il momento più bello della giornata: quando la tensione si allenta e la città, con tutto lo sfavillio delle luci, diventa magnifica.
Milano: io invece ti odio. Non ti ho mai perdonato per avermi rubato Martina. Me l’hai portata via, in uno dei tanti uffici freddi dei tuoi grattacieli. L’hai trasformata in un comunissimo revisore contabile con il tailleur gessato e gli occhiali scuri. Chissà che fine le hai fatto fare, maledetta Milano. ...




*****
L'AUTRICE
Giulia De Santis, classe 1978, nasce a Fermo dove vive fino al diploma di Maturità Scientifica. Si trasferisce a Bologna per intraprendere gli studi di Ingegneria. Si laurea con una tesi svolta presso la University of the West of England e torna nel paese natale dove vive con Mia, una cagnolina di due anni. È ingegnere e scrive per passione.
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