Christmas in Love 2016: "ALLORA PARLO IO" di Helena J. Rubino


NUOVO APPUNTAMENTO CON I RACCONTI DI CHRISTMAS IN LOVE 2016. FRA UN IMPEGNO E L'ALTRO, UN BRINDISI DI AUGURI E UNA FETTA DI PANETTONE SIAMO SICURE CHE RIUSCIRETE A CONCEDERVI QUALCHE MINUTO TUTTO PER VOI PER LEGGERE LA STORIA DI OGGI, ALLORA PARLO IO DI HELENA J. RUBINO, UNA NEW ENTRY NEL PANORAMA DELLE NOSTRE AUTRICI DI RACCONTI. HELENA CI REGALA UNA STORIA DIVERTENTE DI ODIO/DESIDERIO IN UFFICIO NEI GIORNI CHE PRECEDONO IL NATALE...BUONA LETTURA!


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Camille

Ci siamo: primo giorno nella sede distaccata di Ragazze di oggi, rivista per la quale lavoro da quasi tre anni. Milano era diventata, per me, una città soffocante. Non avendo niente e nessuno da perdere, o quasi, eccomi qua. Certo che è un cambiamento enorme, e poi non capisco perché sto girando a vuoto da mezz’ora. Dannazione al navigatore che non mi porta mai dove voglio. Possibile che abbiano costruito uno stabile in mezzo al nulla?
Il paese dove mi sono trasferita è caruccio; piccolo e comodo. Abito al secondo piano di una casetta, in un borgo antico. All’esterno, dopo una discesa in ciottolato c’è la pannetteria, un tabaccaio, il minimarket, la chiesa e il municipio. I vicini sono stati gentili, anche se di poche parole. Spero di fare presto amicizia; mi mancherà Sabrina, vorrei chiamarla, ma ora è troppo arrabbiata con me perché mi sono trasferita. Lei ha un ragazzo, convivono, in quello che era il nostro appartamento e aspetta un bambino. Le avevo detto di non voler abitare per sempre in una metropoli. È la mia migliore amica, è stata la mia collega preferita e sono certa che mi perdonerà.
Dunque eccolo qua, come sospettavo: un edificio a tre piani in una città fantasma in mezzo al nulla, vicino a un piccolo bosco e la strada in terra battuta. Ma dove cavolo sono finita, nel far west? Entro senza bussare, la porta è aperta, è settembre e fa ancora un caldo infernale. Dio, spero che abbiano almeno l’aria condizionata. Mi sorprende una voce di donna e salto come una cavalletta. Lei è bellissima, occhi verdi e lunghissimi capelli neri, un fisico perfetto, e sorride, forse per la mia reazione.
«Tu dovresti essere Camille. Io sono Valeria, il tuo nuovo capo, ci siamo sentite per telefono.» Mi porge la mano, e io ricambio con il mio bel sorriso: è una settimana che lavo i denti con quel magico dentifricio. Vicino a lei non sfiguro, siamo due bellezze diverse. Anche i miei capelli sono lunghi, ma biondi, beh con qualche sfumatura ramata e i miei occhi sono verdi, non proprio come i suoi però. Penso che sia tutto relativo in fondo, anche la bellezza. E mi consolo così.
«Sono davvero felice di essere qui», le dico e sono sincera.
«Bene, sei una persona positiva. Condividerai il tuo ufficio, al piano terra, con David. Poi, durante la pausa caffè, avrai modo di conoscere gli altri, ti aspettiamo al primo piano.» Mi accompagna in una piccola stanza, ma per due va bene. Mi mostra il mio angolino, di fronte alla scrivania del collega. Dio, un maschio! Odio lavorare con gli uomini. Nessuno potrà essere all’altezza di Sabrina e dovevo saperlo, che sarebbe stata insostituibile.
«Quindi è un uomo… il mio collega», esordisco, con un tono che deve risuonarle deluso. Mi guarda con i suoi occhi comprensivi, indecisa. Poi finalmente mi risponde.
«David è un ragazzo tranquillo, non ti disturberà in alcun modo, non preoccuparti.»
Che stupida, sono appena arrivata e già faccio la difficile. «Non intendevo, scusami.»
«Tranquilla», mi dice, e torna a sorridere. «Questa mattina aveva un impegno e arriva più tardi. È vignettista e illustratore: la nostra punta di diamante. Ecco, accomodati. Puoi già rispondere alle domande delle lettrici, inutile che ti spieghi il lavoro, sei bravissima e mi piace la tua rubrica.» La ringrazio e se ne va con un bel sorriso sulle labbra.
Dunque è un vignettista questo David, ma che cavolo c’entra con me? Beh, deve essere un tipo divertente. Adoro l’originalità dei suoi accessori: la gomma dei Simpson, il fermacarte viola a forma di medusa e una tazza che contiene delle matite dove c’è scritto: “Se vuoi la colazione a letto, dormi in cucina.” Spero solo che non sia uno di quei tipi che porta i calzini a pois.
Bene, vediamo di selezionare le domande. Accendo sconsolata il ventilatore; mi sembra di essere tornata indietro di trent’anni… anche se ne ho ventinove. Mi siedo e comincio.
“Buongiorno Dottoressa, ho un problema che mi assilla. Temo che il mio ragazzo mi tradisca, che devo fare?” Sbuffo, ma che diamine, avrò risposto a questo tipo di domande un milione di volte. Lui ti tradisce e lo sai già, solo che non vuoi ammetterlo. Vediamone un'altra. Sento tossire e alzo gli occhi, deve essere lui. Dio mio che tipo affascinante: alto, occhi scuri, capelli neri e un fisico da paura.
«Buongiorno», biascico.
«Buongiorno», mi risponde senza degnarmi di uno sguardo, e si siede alla sua scrivania. Ma come, non si presenta? Resto lì, basita. Abbasso gli occhi sul monitor, ma sto solo fingendo di leggere. Sono passati quindici minuti e di lui non sento neanche il respiro. Ecco, lo sapevo che c’era la fregatura. Mi tocca lavorare con una mummia. Ho la fama di essere una chiacchierona; non vorrei che questo fosse uno scherzo poco simpatico, architettato da Fabrizio, il mio vecchio capo di Milano.
Provo a dargli una sbirciatina, e porca miseria, se ne accorge subito. Faccio finta di niente, ma mi viene da ridere perché anche lui guardava verso di me. È un buon segno: non gli sono del tutto indifferente, dunque.
È l’ora della pausa caffè. Mi alzo e provo a parlargli, magari è solo timido e aspetta che sia io a fare il primo passo.
«Andiamo insieme?», gli chiedo. Mi guarda.
«Naaah. Vai, vai», mi risponde abbassando la testa, e prosegue il lavoro. Mah! Però, che belle mani, grandi, con quelle vene evidenti. Si muovono leggere sul foglio, sta abbozzando una vignetta, dove appare un uomo con il nasone esageratamente pronunciato, che sembra Trump. Alza lo sguardo e mi fulmina; capisco che devo andarmene, non si può nemmeno guardarlo questo, parlargli men che meno. Al diavolo! ...
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