BUONA PASQUA 2016...CON LETTURA!




AUGURIAMO A TUTTE LE NOSTRE LETTRICI DI TRASCORRERE UNA SERENA PASQUA.

SE VOLETE RILASSARVI IN BELLEZZA IN QUESTO WEEKEND DI FESTA, POTETE RILEGGERE...


Bombay, 1927

La luce del sole la colpì come un pugno allo stomaco.
Era arrivata.
Il caldo, appiccicoso e pesante, le mozzò il respiro appena uscita dalla cabina. Si massaggiò le tempie con due dita, nel tentativo di alleviare il cerchio di dolore che le impediva persino di respirare in modo regolare. La testa le era diventata improvvisamente di piombo, le gambe molli e le palpebre pesanti. Per un attimo, uno soltanto, si chiese cosa diavolo ci facesse lì e perché mai avesse deciso di porre un intero continente fra sé e l’unico posto al mondo che aveva imparato a considerare casa.
Silenziosamente, ma con un certo trasporto, si diede della stupida.
Sarebbe stata davvero una sciocca e ingenua ragazzina se, proprio ad un passo dalla meta, avesse permesso ai rimorsi di tormentarla. Magari più tardi. Magari nel buio delle sue notti solitarie. Ma certo non in quel momento. Si era imbarcata, letteralmente e in piena coscienza, in un’impresa che non pochi avrebbero esitato a definire azzardata e adesso le pareva un po’ troppo tardi per qualsiasi tipo di ripensamento.
Una lieve sensazione di vertigine si impadronì  allora di lei, offuscandole per qualche istante la vista. Barcollò all’indietro, cercando di ritrovare l’equilibrio e una calma che, francamente, non credeva più di possedere. Dubitava in realtà di averla mai posseduta. Probabilmente la fredda risolutezza che aveva ostentato, fin dalla partenza dal porto di Tilbury Docks, non era stata che una delle tante maschere indossate della disperazione. Una disperazione, nel suo caso, tetra e umida. Proprio come erano state le interminabili giornate londinesi degli ultimi tre anni della sua esistenza.
Una disperazione acuminata, prepotente, implacabile. Una disperazione spietata. Ma lei aveva promesso a se stessa di esserlo di più. E ci era quasi riuscita.
Quei pensieri cupi rispolverarono ricordi ormai creduti sepolti che, a loro volta, acuirono il dolore al centro del suo petto. Scosse la testa con decisione. Ancora una volta, non era quello il momento per lasciarsi andare. Doveva aspettare o sarebbe andata in pezzi.
Si costrinse a raddrizzare la schiena, cacciando via quel miscuglio confuso di emozioni.
Mosse qualche passo in direzione del ponte della nave mentre inconsciamente le sue mani correvano a sistemare la tesa dell’elegante cappellino di paglia. Un gesto automatico per una donna che era stata educata, fin da bambina, ad essere sempre e comunque impeccabile. Una vera signora con tanto di espressione languida e caviglie sottili. E, nonostante tutto, si ritrovò comunque vergognosamente impreparata ad accogliere lo scenario che le si presentò alla vista.
Sbatté le palpebre e spalancò gli occhi, ammutolita.
L’India era davanti a lei, immensa e sterminata. Pulsante, viva, reale.
Un tesoro ritrovato, il primo alito dell’autunno, la neve fresca, la rugiada sui prati, il canto delle onde. Era tutto questo e molto di più.
Era come l’anima di un uomo messa a nudo, appena bagnata dalla pioggia.
E lei, come la vide, se ne innamorò perdutamente.
Pareva non avere confini. Pareva essere sempre esistita da qualche parte nel suo cuore, nella sua mente e non capiva come potesse essersene accorta solo in quel momento.
Lasciò che la travolgesse e, avida, prese tutto quello che aveva da offrire.
Un caleidoscopio di colori, intensi e vibranti, riempivano l’orizzonte fin dove era possibile spingere lo sguardo. Ne rimase incantata. Sembravano sciami di farfalle impazzite, bolle di sapone che esplodevano ad ogni angolo spargendo luce. Era qualcosa di indescrivibile.
A terra, i suoi sensi furono completamente assorbiti dal mondo che la circondava.
C’era vita ovunque. Negli splendidi sari delle donne indiane; nelle grida gioiose dei bambini, poveri, sporchi e coperti di stracci; nella polvere che si sollevava ad ogni scalpito di piedi.
Una voce gentile e dal tono basso si intromise in quel caos di suoni e odori, distraendola e riportandola alla realtà.
- Lady Winston? - Si percepiva appena una nota di incertezza in essa.
Delia voltò il capo. Un giovane indiano, dagli straordinari occhi neri, aspettava nel bel mezzo della strada mentre l’ultimo dei suoi bagagli veniva scaricato accanto a lei. Le sorrise e i suoi splendidi denti bianchi crearono un contrasto perfetto con la carnagione scura. Ricambiò con la stessa timida cortesia, stringendo a sé la borsetta. Ancora stordita, spostò lo sguardo verso il cielo e tirò un sospiro che era insieme di sollievo e stanchezza.
D’improvviso sentiva una gran voglia di ridere, di urlare e allargare le braccia al cielo perché nonostante la paura, sentiva di essere un po’ più libera. Un po’ più saggia. Le catene erano ancora ai suoi polsi, ma non erano più così strette, né così pesanti. Nulla poteva fermarla ormai.
- In persona - rispose.


Il club, a quell’ora del mattino, era sempre affollato. Quel giorno, in particolare, vedeva la presenza di un nutrito gruppo di ufficiali dell’esercito britannico in licenza ed evidentemente decisi a non sprecarne neppure un minuto.
Aidan sorseggiò il suo brandy e con aria annoiata diede un’occhiata in giro.
Falsi sorrisi, piani meschini, pregiudizi, tracolli finanziari imminenti, ottusità. Ecco quello che vedeva riflesso sui volti della più alta società inglese di Bombay. Un palcoscenico che cadeva a pezzi, popolato da vecchie marionette che parevano uscite dai peggiori incubi dei bambini.
Nient’altro che un misero cumulo di bugie.
Forse era tempo di cambiare.
Per mesi aveva relegato quell’idea in un angolo della sua mente ma adesso … adesso sentiva di non poter più andare avanti in quel modo. La sua vita era diventata un meccanico susseguirsi di eventi insignificanti che, tuttavia, gli rubavano giorni e ore preziosi. Non li avrebbe riavuti indietro.
Si stava lasciando sfuggire qualcosa e ne era dolorosamente consapevole.
Anche la sua presenza a Bombay non aveva più  alcun motivo d’essere.
La situazione stava cambiando in India. Il vento portava promesse e speranze nuove, mai sentite prime.
Aidan, come molti altri, sentiva giorno dopo giorno le fondamenta del grande Impero Britannico sfaldarsi e scricchiolare. Non aveva dubbi che, prima o poi, tutto sarebbe vergognosamente crollato. E, più di molti altri, credeva che questo sarebbe accaduto prima di quanto si potesse pensare.
Si, era tempo di cambiare.
- Milord? -
Uno dei camerieri si era avvicinato silenziosamente, tanto che Aidan rischiò quasi di macchiare la camicia inamidata con qualche goccia di liquore. Gli fece un breve cenno col capo e quello continuo: - Una signora aspetta di essere ricevuta -
Inarcò un sopracciglio - Ha lasciato un nome? -
- No, Milord. Ha detto che non era fondamentale -
Ancora più perplesso disse al cameriere di lasciarla passare.
Era curioso. Non riusciva a immaginare di quale signora si potesse trattare. In linea di massima non aveva rapporti con le donne inglesi del posto, perché si trattava quasi sempre della moglie o della figlia di un conoscente. Ed Aidan non provava alcun piacere nel sedurre moglie annoiate o figlie viziate con niente di meglio da fare che riempire i pomeriggi fra un the e l’altro. Aveva avuto una o due amanti indiane ma erano stati tutti degli incontri occasionali, dalla durata limitata. Non aveva voglia di intraprendere relazioni prolungate, gli bastava soddisfare velocemente quelle necessità che non poteva ignorare a lungo. Il desiderio del corpo di un altro essere umano accanto al suo, la notte, quando era più difficile sopportare la solitudine; il bisogno di colmare quel freddo vuoto che sentiva crescere dentro di sé; la necessità di dimenticare quello che non poteva essere dimenticato.
C’era solo una donna al mondo di cui gli fosse mai importato qualcosa e, ironicamente, era anche l’unica ad odiarlo con un’intensità tale da spezzargli il cuore. Ma quella donna era lontana miglia e miglia e soprattutto, non era più sua.
Anche se l’aveva sposata.


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PASSATE UNA SERENA PASQUA E PASQUETTA!





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