UN RACCONTO PER IL WEEKEND: "DOWNTOWN GIRL" di Emma Bianchi

A POCHE SETTIMANE DAL NATALE, ASPETTANDO LA NOSTRA TRADIZIONALE RASSEGNA NATALIZIA (CHE INIZIERA' MOLTO PRESTO), VI VOGLIAMO ADDOLCIRE IL WEEKEND LUNGO CON UN RACCONTO DI EMMA BIANCHI - DOWNTOWN GIRL - CHE QUALCUNA DI VOI RICORDERA', MENTRE PER MOLTE ALTRE SARA' UNA PIACEVOLE NOVITA'. UN REGALINO PER INIZIARE AD ENTRARE NELL'ATMOSFERA NATALIZIA. ENJOY!


20 dicembre
Juliet Wilde non era tipo da perdersi d’animo. Tutt’altro.
Era, anzi, proprio il tipo di donna capace di passare la notte in bianco pur di portare a termine un lavoro arretrato o di guidare per chilometri in piena notte per raggiungere un’amica in lacrime o di preparare una cena per dieci persone con un preavviso di solo mezz’ora e senza avere neppure la benché minima idea di come poter accendere il forno evitando allo stesso tempo di fare esplodere l’appartamento.
Semplicemente, Juliet Wilde non era una che amava arrendersi.
Stringeva i denti, affilava le unghie e andava avanti. Volta dopo volta.
Se si fosse arresa, del resto, non sarebbe riuscita a diplomarsi con il massimo dei voti, accedere a una delle migliori facoltà di legge del paese e infine a essere assunta nel più prestigioso studio legale di Chicago.
Arrivare dove era arrivata le era costato sudore, fatica e una quantità spropositata di sacrifici. E nonostante i mille ostacoli e le innumerevoli cadute, da brava ragazza dell’Ohio         quale era, Juliet non aveva mai ceduto all’autocompatimento.
In perfetto stile Pollyanna, infatti, aveva preferito piuttosto divertirsi a vedere sempre il lato positivo di ogni situazione. Persino di quelle più disastrose.
Si concedeva giusto qualche minuto per sguazzare amabilmente nella pozza di acqua stagnante creata dalle sue lacrime e disperare della vita quanto basta per dirsi che era tempo di smetterla.
Poi si rimboccava le maniche.
No, Juliet Wilde non era una che si tirava indietro.
Juliet Wilde, se colpita, ricambiava e picchiava duro.
Di tanto in tanto, tuttavia, era anche convinta che il destino esagerasse un po’ nel metterla alla prova. Com’era accaduto, per esempio, quella mattina di dicembre.
Prima di tutto si erano scaricate le batterie della sveglia e Juliet si era ritrovata ad aprire gli occhi soltanto dopo le sette e mezzo passate. Un classico intramontabile aveva pensato rotolando fuori dal letto e piombando addosso a un gatto estremamente suscettibile e dall’animo aristocratico.
Mr King, infatti, le aveva rivolto uno sguardo di puro sdegno e agitando la nobile coda l’aveva lasciata a contorcersi in un viluppo di coperte.
La doccia fredda, dieci minuti dopo, era stata come… beh, proprio come una doccia fredda.
Tonificante, disse Juliet tra i denti che battevano al suo riflesso davanti allo specchio.
Quelle terrificanti occhiaie le aveva sempre avute?
Con ormai un principio d’ipotermia in corso si era immersa nel variopinto caos del suo armadio soltanto per ricordarsi di aver dimenticato di ricordarsi di non dimenticare di passare a ritirare il completo giacca/pantaloni in lavanderia.
Non sarebbe stato un grosso problema se anche gli altri completi non fossero stati ammucchiati in un angolo del bagno, in attesa di saltare dentro una lavatrice.
Cercando di mantenere la calma, si era detta che non sarebbe morta se per un giorno avesse indossato una gonna.
Respira Juliet, respira.
Le smagliature sui collant si potevano nascondere così come la macchia fresca di dentifricio sulla camicia immacolata. Come diavolo aveva fatto a sporcarla poi?
Il peggio, però, doveva ancora venire.
La spia della segreteria telefonica lampeggiava.
Beep. Juliet, tesoro, sono la mamma. Si può sapere che fine hai fatto? Non rispondi alle telefonate e ignori i miei messaggi. Ho parlato con Sadie Hawkins l’altro giorno e mi ha raccontato che il figlio di Violet Harris si è trasferito a Chicago per lavoro. Te lo ricordi il piccolo Theodore? Certo che te lo ricordi! Giocavate sempre insieme da piccoli! Ricordo che una volta gli hai quasi spaccato il naso con la mazza da baseball del padre… ma sono sicura che ormai l’avrà dimenticato da un pezzo tesoro… comunque è un odontoiatra sai? Perché non ti prendi il suo numero e lo chiami quando hai un po’ di…beep. Messaggio cancellato.
Splendido, si disse tra se e sé Juliet girovagando per la cucina. Non solo sua madre si ostinava a propinarle gli impresentabili figli delle amiche ma non aveva neppure un chicco di caffè in tutta la casa.

Il fato aveva avuto 364 giorni in un intero anno per manovrare i fili in modo che Juliet potesse arrivare, per la prima volta in sei mesi, in ritardo ni ufficio, ma per motivi oscuri aveva scelto proprio quel particolare giorno.
Il giorno in cui, ovviamente, si doveva tenere un’importantissima riunione su un importantissimo caso e cui lei era stata invitata a partecipare a fianco della sua mentore, l’efficiente ma glaciale Sidney Blair. 
«Sei spacciata» le sussurrò Amanda, la sua segretaria, non appena la vide saltellare fuori dall’ascensore. «La riunione è già iniziata. Santo cielo!» aggiunse spalancando gli occhi «Cosa ti sei messa addosso?».
Juliet sospirò. Come aveva immaginato, la sua gonna rischiava di travalicare i confini della decenza. Risaliva ad almeno cinque anni prima, quando pesava ancora una cinquantina scarsa di chili. All’epoca non la faceva sembrare una spogliarellista ma, dopo una quantità incalcolabile di gelato alla vaniglia e dolcetti alla crema ingurgitati, l’effetto doveva essere un po’ cambiato.
«Ho evitato per miracolo che un bambino sul treno mi vomitasse addosso una disgustosa poltiglia verde. Mi sento già fin troppo fortunata» rispose massaggiandosi le tempie.
Amanda scoppiò a ridere, facendo ondeggiare i boccoli biondi appuntati sulla nuca e le porse un bicchiere di caffè ancora fumante.
«Per te» disse. «Doppia panna. Merito o no il premio segretaria dell’anno?».
Juliet lanciò uno squittio di pura felicità.
Nervosismo e mancanza di puntualità erano già di per sé un’accoppiata pericolosa, ma aggiungerci l’assenza di caffeina nelle vene significava creare una miscela esplosiva.
Quella con il caffè, in effetti, era di gran lunga la relazioni più solida e intensa che Juliet avesse mai avuto. Il caffè la capiva, gli uomini con cui usciva no.
«Giuro che farò da baby-sitter a Diana e Rosie la prossima volta che dovrai andare al cinema con quell’affascinante ammasso di addominali perfettamente scolpiti…».
«Quell’affascinante ammasso di addominali perfettamente scolpiti ha un nome».
«E quale sarebbe? Ah, aspetta, adesso ricordo. Non si chiamava forse “sei il mio sogno erotico proibito fin dalla prima volta in cui ti ho visto venirmi incontro nella tua sexy divisa da pompiere”?».
Amanda rise di nuovo ma poi fece per allontanarlo usando lo stesso gesto con cui si scacciano le galline.
«Non avevi una riunione cui prendere parte tu? Fila via!».
Juliet sobbalzò. «Maledizione! Che cosa farei senza di te?»
«Tanto per cominciare dovresti imparare a far funzionare la fotocopiatrice da sola».
 Juliet, soffocando una risata, indietreggiò preparandosi a svoltare lungo il corridoio principale. Stava per prendere il primo sorso di caffè quando, inaspettatamente, il tacco della sua scarpa destra cedette.
Un tacco rotto, di per sé, non è una grande notizia ma quando lo stesso tacco, oltre al rompersi, ti fa perdere l’equilibrio, inciampare e svuotare una confezione di liquido bollente addosso a qualcuno, allora la cosa assume decisamente un altro aspetto.
Juliet ebbe bisogno di cinque minuti buoni per rendersi conto di quello che aveva combinato e, nel frattempo, quattro paia d’occhi continuavano a fissarla stupefatti: quelli di Sidney Blair, del Procuratore distrettuale Ethan Graves, del suo assistente Macey Cole e infine, a pochi centimetri di distanza dai suoi, quelli di Logan Keller.
Il brillante Logan Keller. L’affascinante Logan Keller. L’irresistibile Logan Keller.
Idolo di Chicago, avvocato senza scrupoli e dal passato oscuro, socio fondatore dello studio Keller, Blair & Rogers: ecco chi era l’uomo cui lei aveva appena rovesciato addosso mezzo litro di caffè.
«Io…io… cioè… non intendevo…» si ritrovò a balbettare confusa senza riuscire a staccare lo sguardo dall’enorme macchia marrone che si allargava secondo dopo secondo sulla sua camicia.
Un imbarazzante silenzio strisciò in mezzo al gruppo e Juliet sperò ardentemente che la terra si aprisse per inghiottirla. ...


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BUON WEEKEND LUNGO E BUONA LETTURA!

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