CHRISTMAS IN LOVE: "ADDIO AL PASSATO" DI PATRIZIA INES ROGGERO


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QUELLO DI OGGI, ADDIO AL PASSATO DI PATRIZIA INES ROGGERO, E' AMBIENTATO NEL WEST AMERICANO DI META' OTTOCENTO MA TRATTA UN ARGOMENTO SEMPRE VERO... SI PUO' TORNARE AD AMARE SENZA SENSI DI COLPA ? ... BUONA LETTURA!







Bannack, Montana, 24 dicembre 1867

Candidi fiocchi di neve, leggeri, quasi impalpabili. Annabel aprì la mano e lasciò che vi si posassero sopra, gelidi quanto il freddo che le serrava il cuore.
Accostò la lanterna alla lapide di fronte a sé e fissò con malinconia il nome e la data incisi sopra “Frank Davis, 10 gennaio 1864”. Erano trascorsi quasi quattro anni da quel maledetto giorno ed era come se la sua vita fosse rimasta appesa alla stessa corda che le aveva impiccato il marito.
Una folata di aria e neve le punse il viso intirizzito dal freddo. Si strinse nel cappotto, mentre formulava una preghiera perché quell’anima trovasse la pace e ne infondesse un po’ anche a lei.
«Buon compleanno e buon Natale, Frank…» mormorò, con il fiato che si disperdeva fumoso nel vento. «Nonostante tutto, ti perdono.»
E lei si sarebbe mai perdonata per non avergli impedito di fare quella fine? Forse, prima o poi, si rispose nel lasciarsi alle spalle il piccolo cimitero avvolto dalla notte.
L’ululato di un lupo risuonò nella valle, pareva distante, oltre il nucleo abitato di Bannack, ma bastò a farle accelerare il passo in direzione del cavallo. Che razza di idea andare al cimitero a quell’ora! Afferrò le redini e montò in sella, un ultimo sguardo alla tomba di Frank e un ultimo pensiero per quell’amore spezzato.
Si sarebbe mai perdonata per i sentimenti che ora la spingevano verso un altro uomo? Forse, se solo avesse trovato la forza di lasciare andare il passato.
Era questo che chiedeva a quel Natale, il coraggio di tornare ad amare.
Il lupo ululò ancora, quasi un lamento al timido affacciarsi della luna tra le nubi, poi solo il silenzio.
*  *  *

Il tepore della locanda l’accolse non appena si chiuse la porta alle spalle. No, non sarebbe dovuta uscire in quella notte nevosa, con le temperature tanto basse che persino il cavallo era parso recalcitrante nell’abbandonare la stalla.
Si spogliò del pesante cappotto, che appoggiò alla sedia della cucina, e liberò i capelli dal copricapo di pelliccia. Si sentiva inquieta, come sempre, quando i ricordi iniziavano a tormentarla nella loro crudele dolcezza.
Impiastrando d’acqua e fango le assi del pavimento, raggiunse il camino per gettarvi un ceppo. Mancava ancora parecchie ore all’alba, ma pareva inutile tornare a letto, pensò nel mettere il copricapo ad asciugare. Arrotolò le maniche dell’abito e si avviò decisa verso la dispensa, avrebbe iniziato a dare una bella pulita in giro, così forse si sarebbe riscaldata.
Quando riemerse dallo stanzino con scopa e secchio in mano, si sentì quasi ridicola. Una sguattera, ecco cos’era dopo tanto penare, tanti sogni infranti e la speranza di un futuro migliore gettata in una fossa del cimitero.
«Sei andata di nuovo da lui?» La voce alle sue spalle suonò cupa nel silenzio della notte.
«Colin… mi hai fatto prendere un colpo.» Il cuore le era saltato in gola per lo spavento e le ci volle un istante prima di riuscire a riprendere parola. Lui se ne stava impalato nella penombra, i capelli scuri a sfiorargli le spalle, la barba ordinata, gli occhi celesti che la scrutavano attenti. «Sei già sveglio?»
«Ti ho sentito uscire e mi sono alzato.» Il tono era pacato, ma teneva lo sguardo severo fisso nel suo. 
«Mi dispiace, non volevo svegliarti» balbettò, con le gambe molli, come sempre, quando si trovava sola con lui. Era inutile negarlo, averlo accanto accendeva pensieri che non poteva più tacere a se stessa.
«Fuori nevica e fa freddo, Annabel. Come ti è venuto in mente di uscire nel cuore della notte?»
«È il suo compleanno ed è la Vigilia di Natale. Sai che non ci vado mai, ma oggi…»
«Ti ci avrei portato io più tardi.»
«No. Non voglio che mi vedano sulla sua tomba. È già abbastanza difficile così, ma se non do loro alcun motivo per disprezzarmi ancora, forse prima o poi dimenticheranno.»
«Tu non hai fatto niente di male. Hai solo sposato un uomo che ha fatto scelte sbagliate, nessuno dovrebbe fartene una colpa.»
«Però lo fanno» disse, tra le mani la scopa con cui spazzava rapida il pavimento. «Io lo amavo… credi non sappia cosa dicono di me?»
Colin distolse lo sguardo da quello triste di lei. Non le era mai apparsa tanto fragile quanto in quel momento. Solo il giorno prima aveva quasi rotto il naso a uno dei ragazzi della miniera Jones per le battute volgari sul suo conto e ancora gli dolevano le nocche. Lo aveva colpito senza nemmeno dargli il tempo di reagire e ciò la diceva lunga sui sentimenti che provava per lei. Ogni sorriso di Annabel, ogni sguardo, la timida gentilezza, la paura di osare, la palese voglia di nascondersi agli occhi del mondo, tutto questo aveva scavato nel suo cuore, giorno dopo giorno.
Tornò a posare lo sguardo su di lei e rimase muto a osservare le lacrime che le rigavano le guance. Non sopportava di vederla ridotta in quello stato. Annabel non era più soltanto la sua aiutante alla locanda, era diventata qualcosa di più ed era come se ne stesse prendendo atto solo in quel momento. Il cuore accelerò i battiti, il desiderio di toccarla, baciarne le labbra e proteggerla da tutto e tutti, si fece così pressante che resistergli fu impossibile.
Era la Vigilia di Natale e la malinconia gli attanagliava il petto. Ricordi di tavole imbandite, di sorrisi affettuosi. D’un tratto la solitudine di quegli ultimi anni parve insopportabile. Annabel, con la sua timida presenza, era diventata la sua unica famiglia. Cauto, le si avvicinò piano e ne asciugò le lacrime quasi in una carezza. Aveva la pelle ghiacciata, ancora reduce da quella cavalcata notturna.
«Devi riscaldarti» sussurrò, nel levarle la scopa dalle mani e perdersi nel verde di quegli occhi velati dal pianto. Le scostò una ciocca bionda ricaduta sulla fronte, sfuggita al rigido chignon, e deglutì a vuoto. «Hai mai pensato che fosse ora di iniziare a vivere… a vivere davvero?» domandò mentre ne sfregava le mani tra le sue, ma era una domanda rivolta anche a se stesso.
«Sempre.»
«E cosa ti trattiene? La paura?» La vide annuire, il volto illuminato dalla fiamma danzante nel camino, i capelli che parevano oro. «Quando ti ho dato questo lavoro, l’ho fatto per pietà, nessuno voleva avere a che fare con la donna di uno della degli Innocenti e Frank lo sapeva… per questo mi ha fatto promettere che avrei badato a te. Hai ragione, ti hanno marchiata con colpe che non sono tue, ma potresti avere ancora tutto dalla vita, se solo lo volessi.»
Titubante, accostò il viso al suo ed ebbe l’impressione di vederla sussultare. Era ovvio che non si fosse aspettata quella mossa, dopotutto, nemmeno lui se l’era aspettata, ma non si lasciò vincere dal timore e ne saggiò le labbra morbide che sapevano di lacrime. Lacrime che lei aveva versato per un altro amore, eppure non gli sfuggì la languida risposta di quel bacio al suo.
Come se d’un tratto l’incantesimo tra loro si fosse spezzato, Annabel di ritrasse. Negli occhi lo stesso senso di colpa che anche lui provava.
«Non voglio più niente dalla vita… solo vivere in pace.» La voce di lei uscì in un sussurro e suonò come una preghiera a lasciarla stare.
Deluso, Colin si ritrasse, ma non ebbe nemmeno il tempo di sentirsi abbastanza idiota, che il fragore di una raffica di spari ruppe il silenzio, e i vetri della finestra andarono in frantumi gettando schegge nell’aria.
«Merda!» imprecò, mentre d’istinto faceva scudo ad Annabel con il proprio corpo e un proiettile gli trapassava la spalla. Non era proprio così che aveva pensato di trascorrere quella Vigilia di Natale, si disse mentre la trascinava a terra con sé, sotto i fischi delle pallottole che tagliavano l’aria. ...


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