Summer Loving: AMOR VOLAT UNDIQUE (L'amore vola ovunque) di Anna Joy French


IL VENERDI' E' DEDICATO A UN NUOVO RACCONTO DI SUMMER LOVING . LE VACANZE PER ALCUNE DI NOI STANNO TERMINANDO O SONO TERMINATE (PURTROPPO), MA I NOSTRI RACCONTI INEDITI ESTIVI CONTINUANO FINO ALLA FINE DI AGOSTO!

ANNA JOY FRENCH, nuova voce del romance storico italiano, nonostante il nome, ha scelto per il suo racconto un titolo latino, AMOR VOLAT UNDIQUE che rieccheggia una canzone del Carmina Burana di Orf. L'ambientazione veneziana, in epoche diverse, ammanta la storia di romantico mistero...starà a voi svelarlo.  Buona lettura!
Amor volat undique, captus est libidine. iuvenes, iuvenculae, coniunguntur merito. siqua sine socio, caret omni gaudio; tenet noctis infima sub intimo cordis in custodia; fit res amarissima. /  L’amore vola ovunque, prigioniero del desiderio. Giovani e giovinette si uniscono secondo natura. Se qualche giovinetta rimane senza amante, non prova alcuna gioia; tiene rinchiusa nel profondo del suo cuore una notte buia e triste; questa è un’esperienza amarissima.

Venezia, 13 giugno 1785
Un bagliore cinereo annunciava la nascita del nuovo giorno e si irradiava attraverso le fessure del portellone di legno accostato sull’unica finestra della stanza. Lucia Gradenigo abbracciò da tergo il corpo muscoloso del suo giovane amante che, seduto sul bordo del letto, si infilava alla svelta i pantaloni. Le dita affusolate e avide gli artigliarono il torace e il capo si abbatté contro la nuda schiena maschile.
«Vi prego, restate ancora!»
«Non posso Lucia, è quasi l’alba. Dobbiamo essere prudenti, lo avete detto anche voi.»
Lei lo strinse a sé con forza e gli posò le labbra calde sul collo. «L’ho detto ieri, prima che questo fuoco che ho dentro prevaricasse la ragione.»
Senza replicare, l’uomo si alzò e si diresse verso una seggiola, dove erano appoggiati un’elegante camicia bianca di raffinato bisso e un tabarro nero. Si rivestì alla svelta, calzò gli stivali, con estrema cura si nascose sotto il pesante mantello, quasi volesse scomparirvi all’interno, infine indossò il tricorno e una maschera nera che lasciava scoperti solo bocca e mento. Girando il capo verso la donna, si lasciò sfuggire un vago sorriso.
«Devo andare» le disse, scacciando a fatica l’immagine di quel corpo discinto che, tra le coltri, fremeva ancora di desiderio.
Lei lo osservò, rapita, le labbra appena socchiuse pronte a una nuova supplica, ma le parole le si smorzarono in gola, arrestate dall’orgoglio. Scese dal letto, con rapidi gesti indossò la sottoveste, poi si diresse verso l’uomo. «Pensate ancora a Ester, non è così?» gli chiese, scrutando con sguardo bieco l’espressione indecifrabile che lui aveva assunto. «Vi ho sentito chiamarla nel sonno, non mentite.»
Lui fissò il volto cereo di quella donna dall’età indefinita, incorniciato da una meravigliosa chioma  corvina.
«È stato uno sbaglio, Lucia, non avremmo dovuto lasciarci andare. Ero disperato, ieri sera. Lei… lei non mi perdonerà mai.»
Lucia chiuse gli occhi e sparse nell’aria una risatina sgraziata. Subito dopo il bel viso si velò di risentimento. «Scuse! È solo una ragazzina viziata, vi ha lasciato senza spiegazioni e se n’è andata chissà dove. E voi che cosa fate? Vi sentite in colpa per averla tradita.»
«Sono ancora suo marito e non conosco il motivo della sua fuga. Non dovevo essere così impulsivo!» ribadì lui, mentre si dirigeva verso l’uscita. 
«Aspettate!» lo richiamò Lucia con risolutezza un attimo prima che aprisse la porta. «C’è già molta luce fuori e rischiereste di incappare in qualche spiacevole incontro.» 
La mano dell’uomo esitò sulla maniglia e, come attraversato da una forza oscura, cedette a quel richiamo voltandosi verso la donna. La vide dirigersi verso la parete di fondo e scoprire una porticina celata da un arazzo consunto. «È un passaggio segreto. Entrate e seguite il corridoio davanti a voi, vi porterà direttamente nel salone.»
In pochi passi l’uomo la raggiunse,  si congedò con un cenno del capo e, trattenendo con una mano il tricorno nero sulla testa, entrò nel pertugio. La porta si richiuse alle sue spalle con un tonfo sordo.
Lucia attese col fiato sospeso, finché una specie di rimbombo cavernoso la fece sussultare. Allora il volto si piegò in una raccapricciante smorfia di soddisfazione e le braccia si strinsero attorno al corpo, rabbrividendo per un freddo improvviso. Afferrò lo specchio appoggiato sullo scrittoio e sorrise beffarda davanti all’immagine riflessa di se stessa. Si passò l’indice sulle labbra ancora tumide, si sfiorò il collo con le unghie affilate e socchiuse gli occhi al ricordo di quella notte di piacere, il demone della follia riflesso sul volto.
«Mio adorato Ruggiero, mi dispiace, ma non potevo proprio lasciarti andare…»

Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana, 13 giugno 2015
Le rondini fendevano il cielo terso dell’afoso pomeriggio estivo e una piacevole brezza marina faceva stormire le foglie dei pioppi che circondavano la biblioteca. L’odore stucchevole dei gelsomini in fiore penetrò all’interno dell’antico edificio attraverso le finestre socchiuse, ma non riuscì a distogliere la dottoressa Ester Rambaldi dall’incunabolo ingiallito che era intenta a leggere. Era così immersa nel suo lavoro, che quasi non udì il rumore cadenzato di tacchi femminili che battevano con decisione sul pavimento. Fu la voce irriverente di Lucia, la custode della biblioteca, a riportarla con i piedi per terra. «Tesoro, ancora qui?» domandò.
Ester alzò finalmente lo sguardo verso la donna che le stava di fronte con un mazzo di chiavi tra le mani e un eccentrico chignon che le aumentava la statura di almeno dieci centimetri. Gli occhi blu brillarono d’eccitazione dietro i vetri bombati delle lenti e una smorfia di stupore misto a gratificazione attraversò velocemente i lineamenti graziosi del suo viso.
«La storia di quest’uomo mi ha letteralmente affascinata, Lucia: è stato ucciso dall’amante che non si rassegnava a perderlo. Gettato in un antico pozzo all’interno di uno dei palazzi sul Canal Grande. Che morte
orribile!»
Lucia non mostrò la reazione d’interesse che Ester si aspettava, mantenne la sua espressione vacua e impaziente, tipica di chi non vede l’ora di svignarsela.  «Sono le cinque, cara!» dichiarò brusca, mentre si toglieva di dosso l’anonimo camice grigio e sfoderava un tailleur rosso fuoco. «Oggi è sabato e io non voglio passare un minuto di più tra vecchie scartoffie e gente morta da secoli. Perché non vieni anche tu con me? C’è una bellissima festa a palazzo Contarini. Alcuni amici mi aspettano, potrei presentarti un certo professore inglese...»
«Non so, dovrei prima finire di trascrivere questo documento» rispose Ester mostrandosi distratta, gli occhi di nuovo incollati alle pagine del manoscritto.
«Non posso tollerare che una bella ragazza come te ammuffisca qui dentro» protestò l’amica.
Annoiata, Ester alzò gli occhi al cielo in segno di impazienza.
«Stai diventando monotona con le tue prediche, lo sai? Piuttosto lasciami le chiavi, o dovrò dormirci davvero in questa topaia. Se finisco in tempo ti raggiungo. Promesso!»
«Come vuoi tu, ma so già che non verrai!» dichiarò l’altra lanciando il malloppo di ferro sul tavolo. «E non fare le ore piccole, mi raccomando!»
Ester salutò l’amica con un fugace sorriso. Afferrò la prima biro a portata di mano e se la rigirò più volte nella matassa di capelli biondi, poi la infilzò nella crocchia che aveva creato.  Solo allora si accorse del silenzio assoluto che era calato nella stanza. Era così compatto da far quasi male alle orecchie. Deglutì a fatica e, per almeno tre volte, lesse il numero di inventario del documento senza riuscire a ricordarlo, quindi giocherellò nervosamente col pulsante di una penna a scatto, trovata per caso tra una serie di fogli ammonticchiati.
Aveva bisogno di una pausa, decise. Si alzò, afferrò la borsa appesa allo schienale della sedia, frugò pacatamente all’interno in cerca di qualche monetina e poi si diresse con passo deciso verso la biglietteria, dove c’erano le macchinette per il caffè.
 Finalmente un rumore rompeva quella calma fastidiosa, pensò, mentre osservava il liquido scuro scendere lentamente nel bicchiere di carta con un prepotente gorgoglio. Quando la macchina smise di borbottare ebbe una lieve percezione, un sibilo di voce che le si insinuò nelle orecchie, assieme ad un soffio di aria gelida.
Aiutami!
Un brivido le serpeggiò lungo la schiena e una consistenza impalpabile le sfiorò i capelli. Rabbrividì. Strinse le braccia attorno al petto, si abbottonò il cardigan fino al collo e fece per tornare sui suoi passi.
Aiutami!
«Chi c’è?» gridò decisa, ma dalle sue labbra uscì solo un suono stridulo. Cercò di affrontare la situazione con lucidità. Non c’era nessuno, accidenti! Era solo stanca oppure quella buontempona di Lucia le stava facendo uno scherzo. Forse era ancora lì da qualche parte, e si stava prendendo gioco di lei. ...

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