Christmas in Love: KILLER DI CUORI di Anonima Strega


CARISSIME, MANCANO POCHE ORE AL NATALE  E NOI VI AUGURIAMO DI PASSARLO AL MEGLIO, CON LE PERSONE A VOI PIU' CARE. 
COME PROMESSO OGGI CHRISTMAS IN LOVE RADDOPPIA: ECCO  UN ALTRO RACCONTO INEDITO. 
IN ATTESA DI INCONTRARE AMICI E PARENTI PRENDETEVI LA VOSTRA MERITATA 'PAUSA RACCONTO'. AUGURI A TUTTE!

KILLER DI CUORI DI ANONIMA STREGA E' UN RACCONTO PARANORMAL CHE FA RIFERIMENTO A YULE, CIOE' A QUELLA CHE NELLA TRADIZIONE GERMANICA E CELTICA PRECRISTIANA ERA LA FESTA DEL SOLSTIZIO DI INVERNO ( 21/22 DICEMBRE)
DOPO LA CONVERSIONE AL CRISTIANESIMO DELLE POPOLAZIONI GERMANICHE, MOLTI SIMBOLI E FESTE LOCALI VENNERO ADATTATI ALLA TRADIZIONE CRISTIANA. LA FESTA DI YULE VENNE QUINDI TRASFORMATA NEL NATALE, MANTENENDO ALCUNE TRADIZIONI ORIGINARIE,
COME L'USO DECORATIVO DEL VISCHIO, DELL'AGRIFOGLIO E DELL'ALBERO DI NATALE. I SEMPREVERDI, CHIARI SIMBOLI DI PERSISTENZA DELLA VITA OLTRE IL FREDDO E L'OSCURITA' DELL'INVERNO, ERANO SEMPRE USATI NELLE CELEBRAZIONI DEL SOLSTIZIO INVERNALE. L'ALBERO DI YULE RAPPRESENTAVA IN PARTICOLARE FORTUNA PER LA FAMIGLIA E PROSPERITA' PER IL NUOVO ANNO. BUONA LETTURA!
"La vitalità di lei gli si era riversata nelle vene come un incantesimo che li aveva avvinti in un unico corpo e un unico pensiero d’azione. Nonostante si fossero incontrati poco prima. E quello gli appariva doppiamente bizzarro: non solo, all’interno delle loro vite, si trattava del primo giorno in cui si erano conosciuti, ma per lui, in un certo senso, si trattava del primo giorno di vita.E forse anche dell’ultimo.Di nuovo."

Il vento latrava insulti alla notte avvolgendo la virgola di luna in una bava di nubi. Un labirinto di tronchi spogli si stagliava al di là dei lumi ondeggianti e l’olezzo di fiori marci sgusciava come miasma dalle lapidi, appestando i viottoli del cimitero.
Il negromante tracciò l’ultimo segno di potere sulla terra soffice e umida, e si accasciò sui talloni, la lunga veste nera che si accucciava insieme a lui. Il cumulo era fresco. La cassa povera e marcia. Non avrebbe dovuto attendere molto.
Nessun legame. Nessun conto in sospeso. Lo aveva scelto con cura.
Gli parve di udire un colpo ovattato. Poi un altro. Infine un piccolo schianto.
Ne aveva studiato il corpo, prima che lo seppellissero in quella tomba umile e anonima. Le sue braccia dovevano essere forti abbastanza, nonostante la vita di stenti. Un vagabondo. Senza fissa dimora. Ucciso da qualcuno, qualcosa o dal nulla.
Il killer perfetto.
Già invisibile prima di non esistere più.
I tonfi si erano fatti più pressanti e minacciosi, mentre la terra pareva scuotersi sotto i suoi piedi.
Il negromante si alzò, trasse un profondo respiro, e minuscole fessure si dipinsero sull’ammasso di terra, muovendo ghiaia e polvere.
Si aspettava che a fuoriuscire dal terreno fosse la punta delle dita, ma sotto la spinta del colpi, facendosi largo, fu un intero pugno a svettare sul cumulo.
L’adepto prometteva bene.
Il moto invisibile si trasformò in vulcanico tonfo dal basso, quando il busto sgusciò dal terriccio, partorito dal suolo.
Finché non si ritrovarono a fissarsi.
Aveva i capelli lunghi, sporchi e arruffati, scuri, e la barba incolta gli dava un aspetto selvatico più della terra che lo imbrattava. Non era morto da molto tempo. Le uniche spie del suo stato apparivano l’intenso pallore e le profonde occhiaie bluastre. Una volta spolverato, di notte avrebbe potuto sembrare un ubriaco qualunque.
L’uomo rimaneva con la metà inferiore del corpo ancora sotto terra, mentre pian piano riprendeva a respirare.
Il negromante non seppe spiegarsi se in quegli occhi ci fosse terrore o rabbia, forse ambedue, e in tutta sincerità nemmeno gli interessava.
A lui importava che il suo killer fosse in grado, da lì a un giorno, di uccidere quella strega di Rita. Gli si era negata, lo aveva schernito, aveva schermato ogni suo legamento d’amore, contrastato ogni fattura, rifiutato ogni offerta di denaro. Se lui non avesse potuto averla, allora non l’avrebbe avuta nessuno.
E il killer si sarebbe dimostrato tanto devoto da ubbidire ai suoi ordini, perché, una volta compiuto il suo dovere, gli avrebbe regalato una nuova vita.
Se non avesse ucciso Rita, sarebbe morto di nuovo. Per sempre.


Rita lanciò un’occhiata allo specchio per controllare il deperimento dell’odiato pel di carota, eredità di una nonna irlandese che si dichiarava a sua volta discendente dagli antichi e magici celti, mentre Sara continuava a parlarle nell’orecchio. Il cellulare bruciava e l’amica non aveva ancora finito il suo consulto cartomantico della notte fra domenica e lunedì. A dire il vero, Rita si sentiva stanca, e per quella volta ne avrebbe fatto anche a meno, ma le carte di Sara quadravano sempre alla perfezione ed era curiosa di avere qualche anticipazione sulla settimana entrante.
Avrebbe dovuto andare dalla parrucchiera per spuntare e ravvivare i ricci, ma Sara continuava a blaterare di zero sbocchi lavorativi, almeno per quella settimana, e ci sarebbe stato da stringere la cinghia. Nessuno dei sacchetti di erbe e minerali che aveva sparso per la stanza e con cui aveva strofinato i moduli per le agenzie interinali aveva sortito alcun risultato, al momento.
«Niente parrucchiera, allora» sbottò, cincischiando il bordo del maglione e lasciandosi ricadere sul materasso. «Io me ne vado a letto.»
«E l’amore?» chiese l’amica, quasi risentita. «Non vuoi sapere niente?»
«Che vuoi che m’importi dell’amore?» ribatté lei. «Con tutti i problemi che ho, dovesse arrivare, lo scongiurerei di pazientare.»
«Ehi, ascolta!» Ovviamente Sara aveva proceduto nonostante il suo diniego. «Quattro e tre sette, Jack di cuori...» mugolava. «Fossi in te starei attenta a chi incontri domattina. Vedo un uomo molto positivo che potrebbe essere importante per il tuo futuro.»
«E come potrei trovarlo?» chiese titubante, grattandosi la nuca. Strano. Di solito le carte di Sara erano una garanzia. Ma da dove avrebbe dovuto mai spuntare quell’uomo così positivo e tanto decisivo per il suo futuro?
«A vedere da qui sembrerebbe che la cosa capiti da sé» replicò l’altra, con naturalezza. «Magari ce lo presenti domani sera al festino per Yule.»
Addirittura non avrebbe dovuto muovere un dito! Ma... era talmente scettica e demoralizzata che non aveva nemmeno voglia di andare l’indomani al Sabba per il solstizio d’inverno. Tutte in bosco con quel freddo, per quanto confortate dal tepore dei falò, ad agghindare le fronde degli alberi con immagini del sole e ghirlande di spezie e frutta secca, ingozzarsi di arance, biscotti alle noci e sidro, fino alla battaglia fra il Re Agrifoglio e il Re Quercia. Per cosa? Per attaccare a un ramo un biglietto col desiderio di trovare lavoro? La nonna le aveva messo in testa sin da piccola un sacco di idee che non l’avrebbero mai portata da nessuna parte...
Però non era bello che la sua fede nella Madre Terra vacillasse così.
Sara era molto più entusiasta di lei. Per una piccolezza.
Chiuse la conversazione poco convinta, e non riuscì ad addormentarsi per un po’. L’idea che l’occasione si presentasse davvero - e le sibille di Sara non mentivano mai - in verità la intrigava. La portava a immaginare volti, corpi, sagome mai incontrate, solo fantasticate, nell’incognita di quella che - forse - sarebbe apparsa davvero.
Così scivolò pian piano nelle spire di Morfeo, fra mille scenari e opzioni per cui avrebbe potuto imbattersi in quel positivo incontro.

«Nessuno ti verrà a cercare una volta compiuta la missione perché, in quanto creatura risorta dalle tenebre, il tuo modo di uccidere sarà particolare: dovrai strangolare la strega con le tue stesse mani e assorbirne la vita per ricaricare il tuo flebile spirito. Il corpo di Rita così sfumerà in cenere. Nessun killer. Nessun cadavere.»
Il killer ascoltava come rapito la voce cavernosa del negromante e si chiedeva quando mai lo avrebbe sprofondato di nuovo nel suo limbo terroso.
Non aveva provato alcuna emozione una volta uscito con lui in strada. Né gioia, né terrore, né sorpresa, né rimpianto. Tutto gli scorreva addosso come tratto da un brutto incubo da cui sperava presto di risvegliarsi. Forse era stato proprio il negromante a svegliarlo. Forse la sua vita era quell’incubo. Vaghe immagini della sua stessa morte gli si paravano davanti nude e dolorose, ma parevano solo fugaci istantanee cavate dalla mente di qualcuno che non era lui. Che non era più lui. Nessun altro ricordo.
«Dovrai ucciderla entro domani notte, con la luna nera del solstizio d’inverno» proseguì il negromante, «quando le ore di luce sono molte meno rispetto a quelle di buio, nel giorno più corto dell’anno, la notte sovrana, al culmine della marea nera. Le energie predominanti saranno quelle appartenenti al regno degli inferi, da cui provieni, sotto cui il seme non si è ancora trasformato in pianta. La Natura dorme e attende il risveglio.» Forse anche lui doveva ancora ridestarsi del tutto, non avvertiva neanche il gelo invernale. «Ma dovrai stare attento, perché il sole, giunto nel suo punto più basso, da quel momento in poi comincerà a risalire, le giornate ad allungarsi, nascerà il nuovo astro, così come per i cristiani il Salvatore. Dovrai assolutamente agire prima dell’istante di buio magico che precede questo avvento, farle attraversare la porta della Dea prima che la luce rinasca dalle tenebre, prima che la luna sia di nuovo crescente» sentenziò, appostandosi all’angolo di un marciapiede illuminato da un solitario lampione. «Ne studierai le mosse per capire come comportarti e quando sarà il momento più opportuno per agire.» Poi allungò il dito vizzo e ossuto verso una finestra in alto. Era illuminata. Dall’interno, qualcuno chiuse i battenti e la luce svanì quasi del tutto; ne rimase una pallida lama che si proiettò nel buio e si arrampicò sul palazzo di fronte. «Quella è casa sua.» E il dito vizzo e ossuto tornò in basso, per indicare un portone. «Potrai vederla entrare e uscire da lì. Ha i capelli rossi come il fuoco che sprigiona con le sue movenze da finta ragazzina pudica, quella puttanella.» Il tono della voce appariva crudo e sprezzante. «Come il Fuoco che evoca con le sue sudice preghiere di femmina.»
Il killer si piantò con lo sguardo negli occhi del negromante. Se c’era un modo per uscire da quell’incubo, lo avrebbe accontentato. A costo di uccidere una giovane innocente, la cui unica colpa era quella di aver rifiutato gli approcci sessuali di un vecchio laido e raggrinzito. Non aveva più nulla da perdere. Il vecchio laido e raggrinzito aveva fatto bene i suoi calcoli.
«E se fosse lei a uccidere me?» ipotizzò, sentendo che la voce usciva fuori con un certo sforzo, quasi dovesse riabituare il corpo ai sensi e alla materia. «Se poi venisse a uccidere anche te?»
«Impossibile.» Il negromante corrugò la fronte, protendendo i palmi. «Solo uno spirito elementale, uno spirito dell’elemento Fuoco potrebbe possedere in eterno te o bruciare e uccidere me, se da lei evocato.» Sogghignò. «Dovesse chiudersi in un cerchio di pietre e ordinare strane cose a qualcosa di invisibile davanti a lei, tu avrai tutto il tempo per alzare le gambe e filare via.»
Il killer annuì, più fra sé e sé che alle parole del negromante, e continuò a fissare le persiane chiuse di quella finestra in alto. Sul tetto, passava piano piano l’ultimo, sottile spicchio di luna.
Poi si accoccolò contro il muro e assunse quella che gli parve fosse stata la sua posa abituale negli ultimi giorni... di vita?
Pochi istanti dopo, con un rapido fruscio, il negromante svanì nell’oscurità.


Quel mattino, Rita uscì nei brividi della brina per portare fuori la spazzatura. Lo smaltimento dei rifiuti non era forse l’operazione più romantica con cui imbattersi nell’uomo dei propri sogni, ma Sara aveva parlato di un incontro all’alba. E, dato che Rita non aveva cani a cui far depositare altro superfluo per la via, anche un’operazione ordinaria avrebbe potuto rivelarsi utile per sbloccare un evento inatteso.
Fu dopo essere stata travolta dal tanfo del cassonetto che notò l’uomo accovacciato all’angolo della strada. Passavano ancora poche macchine, lei era riuscita a dormire giusto cinque o sei ore, già tanto, visto l’andazzo dell’insonnia da stress, e quel fagotto ripiegato su se stesso le fece arricciare il naso per la concentrazione più del tanfo del cassonetto. La istigò pure ad affondare il mento nel bavero del piumino, per la vista di quelle braccia nude. Ma non aveva freddo? Era sicuramente ubriaco fradicio.
Be’, non poteva certo essere lui.
Allora perché la stava scrutando con quell’attenzione morbosa che la mise sul chi vive? E si rese conto che quel “chi vive” era da ascriversi ai pronostici di Sara, più che all’istinto di conservazione, quando si ritrovò a muovere alcuni passi verso la figura.
Lui si voltò subito dal lato opposto, ma Rita aveva fatto in tempo a scorgerne i tratti duri segnati dalla barba incolta. Non sembrava molto interessato a fregarle il vuoto portafogli, pareva semmai imbarazzato per l’inattesa osservatrice.
Si fermò a pochi passi di distanza da lui e le sorse spontaneo un: «Bisogno d’aiuto?»
Lui scosse il capo, mantenendolo chino. Infine, parve rassegnarsi alla sua curiosità e alzò gli occhi neri su di lei.
Non era male, ma se si riduceva a valutare uomini sul marciapiede in preda ai postumi di un’evidente sbronza solo per confidare nella divinazione di un’amica, voleva dire che era proprio alla fame, in tutti i sensi.
Non tanto da cedere alle avances di quel vecchio negromante che la tormentava da quando si erano incontrati all’expo di magia per le feste dell’equinozio d’autunno, comunque.
Rita cercò di recepire una qualsivoglia emanazione dall’uomo. E, strano, ma non avvertì sensazioni esattamente positive. Anzi, proprio un bel niente. Quasi fosse un cadavere.
E questo la incuriosì.
«Ti va un caffè?» Ormai glielo aveva chiesto. E, in quanto strega, avrebbe in definitiva dovuto fidarsi del suo istinto naturale, oltreché delle divinazioni di un’amica. Quell’impulso che l’aveva portata a porre una domanda tanto straniante, data la situazione, aveva sicuramente il suo perché. Che fosse collegata alla divinazione di un’amica o meno. «Basta salire un piano di scale.»
Lo vide sorpreso, e sorpresa fu anche lei nel vederlo alzarsi e assumere un contegno meno scontroso. «Credo che qualcosa di caldo mi farebbe bene.»
Istinto che tuttavia barcollava di fronte all’evidenza, e ora Rita avrebbe voluto rimangiarsi tutto, per il turbamento che quella situazione assurda le infondeva. Adesso avrebbe dovuto portarsi in casa uno sconosciuto sporco e barbone, per quanto decisamente sexy, valutò osservandolo di sfuggita da dietro una spalla mentre si incamminava dietro di lei. Più per la curiosità che per la reale paura che potesse fregarla in qualche maniera. E tutto per colpa di un mazzo di sibille! Lui avrebbe fatto in fretta comunque ad accorgersi che in casa sua non c’era nulla da rubare, a partire dall’androne delle scale, umido e disseminato di mozziconi di sigarette, fino alla porta del monolocale che scricchiolò come lo zio Tibia prima di arrendersi alla rotazione dei cardini.
«Come ti chiami?» abbozzò, non appena si fu richiusa zio Tibia alle spalle.
«Non me lo ricordo.»
Perfetto. Proprio quello che ci voleva per iniziare la giornata.
«Bevuto troppo, ieri sera?» azzardò, togliendosi il piumino e cominciando a sistemare sul fuoco la moka già pronta.
«Da morire» rispose lui, grattandosi la nuca.
E le veniva quasi da dirgli che se avesse avuto bisogno di una doccia avrebbe potuto fare come se fosse stato a casa sua.
Ma cosa caspita stava pensando? Adesso gli avrebbe somministrato un corroborante caffè e se lo sarebbe tolto dai piedi.
«Quanto zucchero?» chiese, preparando le tazzine.
«Uno» rispose lui. «Grazie.» ...

PER CONTINUARE A LEGGERE QUESTO RACCONTO 


APPUNTAMENTO AI PROSSIMI GIORNI PERCHE' I RACCONTI SOTTO L'ALBERO DI 
CHRISTMAS IN LOVE 2014 
CONTINUANO ANCHE DOPO NATALE! 
NON MANCATE!



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