Christmas in Love: CUORI DI NEVE di Patrizia Ferrando


SECONDO APPUNTAMENTO CON I RACCONTI NATALIZI DI CHRISTMAS IN LOVE 2014. GIUSTO PER GODERVI UNA PICCOLA PARENTESI ROSA IN UNA GIORNATA MAGARI FITTA D'IMPEGNI. PRENDETEVI UNA 'PAUSA ROMANTICA', VI FARA' BENE!

CUORI DI NEVE DI PATRIZIA FERRANDO PROPONE UN LUOGO COMUNE, SEMPRE CARO...A NATALE C'E' QUALCOSA DI MAGICO NELL'ARIA E LA VITA PUO' CAMBIARE DA UN MOMENTO ALL'ALTRO. E' PROPRIO QUELLO CHE SUCCEDE A FABIANA IN QUESTO RACCONTO. BUONA LETTURA!
"Sogno riempiendo la zuccheriera, nemmeno aspettassi una romanzesca visita a sorpresa, nemmeno i rumori modificati dall’infittirsi di fiocchi, attutiti, acuiti, deformati, annunciassero l’arrivo di un uomo affascinante- vogliamo parlare direttamente di un principe?- che mi porterà via, verso un radioso happy end. Al più, si aggireranno animali selvatici."

Nella recita natalizia, mi spetta di diritto il ruolo dell’elfo maldestro e pasticcione.
Non che io abbia mai preso parte a un qualche spettacolo teatrale, nemmeno ai tempi delle scuole elementari, dove l’ultima parola sui testi che regolarmente proponevo, sperando venissero messi in scena, toccava a una maestra con la faccia più grigia del suo golf, la quale sentenziava che no, non potevamo rappresentare la storiella, con una classe troppo indisciplinata e un programma da rispettare.
Quando si apre l’invisibile sipario delle feste decembrine, tuttavia, sono sempre quella che inciampa nei pacchetti, indossa abiti inappropriati, risulta allergica al piatto forte del menu della zia e incendia il tovagliolo con le candele. Insomma, la frana della pièce, la spalla comica; almeno fino a quest’anno.
Ok, ho applicato un piano di fuga. Pensare che l’atmosfera profumata di zenzero, cannella e favole, mi piace, eccome: sogno un albero scintillante, una tavola decorata da me, e tutto intorno un clima d’affetto. Ma con chi potrei sedermi a tale banchetto?
Negli ultimi tre anni, ho perso entrambi i miei genitori. Zii e parenti agiscono, certo, mossi da buone intenzioni, però, ai loro cenoni, ai pranzi fluviali nella durata e nei discorsi,  e alle tombolate, mi sento, come minimo, a disagio. Per dirla in modo più esplicito, provo una tristezza e una nostalgia dolorose, appesantite, talvolta, dall’impressione di sfoggiare una vistosa scritta sul vestito: single quasi trentunenne senza fidanzati in vista.
Da piccola, usavo la mia condizione di figlia unica come scudo contro le cugine che facevano gruppo: vantavo l’assoluto dominio sui miei giocattoli e una notevole autonomia di scelta e di capricci.
Replicare tale copione, aggiornato all’attualità, risulta ormai impossibile; loro si fidanzano, loro si sposano, loro mettono al mondo bimbi. Io? Io no. E la storia della libertà, del lavoro, della gratificazione del tempo da godere, non se la beve più nessuno. Incolpare il destino avverso suonerebbe patetico, dissertare delle mie insicurezze, piagnucoloso e pseudo psicanalitico.
Di solito, preferisco non riflettere sulle mie prospettive sentimentali: lo ammetto, non mi piace neppure che gli altri ci pensino.
Ad esempio, non volendo rischiare rigurgiti di commiserazione, ho raccontato una fumosa fandonia, con al centro una fantomatica compagnia di amici elvetici incontrati sei mesi fa, quando davvero sono andata in Svizzera per lavoro, asserendo che trascorrerò con loro una divertente vacanza. Che importa se a Ginevra ho conosciuto gente più fredda del lago, che ritiene una stranezza, nell’ambito finanziario in cui opero, il mio entusiasmo passionale nell’occuparmi di opere d’arte, seppur acquistate dai clienti per mero investimento? 
Credo che i miei sconclusionati discorsi sulla combriccola ginevrina non li abbia creduti neppure la conoscente da cui ho preso in affitto il delizioso villino tra gli alberi, pieno di dettagli sognanti (altri direbbero vecchio e scomodo, e non so perché tentassi di dar a intendere che ci sarà gente con me, a lei importa che paghi la somma pattuita, e basta), che sarà mio fino al 2 gennaio.
Non importa, ieri ho consumato il primo dei miei dieci giorni riconoscendo la voce del vento, secondo me gentile, anche se carica di neve, sistemando il salottino con le decorazioni natalizie  preparate nelle sere d’autunno, e aggiungendo i miei compagni preferiti: romanzi, dolci e schemi per il punto croce, rigorosamente British.  
Fuori dalle finestre del cottage non si stende la campagna inglese, sostituita dal paesino quasi ignoto alle carte stradali dove trascorsi alcuni periodi da ragazzina, poiché vi abitava una zia di mia mamma. Non c’è più nemmeno lei, la sua casa ridipinta guarda ancora il centro del borgo, le strette vie che non vantano glamour da mete sciistiche e non pullulano di passanti come le località alla moda. Va benissimo così. C’è aria di freddo, cose buone e tranquillità, e io regno sulla casetta ai margini di un parco, discosta dal centro, nata da più di un secolo come dependance di una grande villa.
Ora la neve cade davvero: meglio preoccuparsi o entusiasmarsi? Per il momento, sbircio attraverso i vetri squadrettati della finestra, verso il lontano centro, compatto attorno allo svettante campanile, il viottolo che si fa bianco, un ghiacciolo che pende a pochi centimetri da me.
Come in una fiaba, le faccende vanno sbrigate: non ho aiuti fatati, e consulto spesso gli appunti firmati doppia c (Clementina Cantoni, padrona della casa), che fortunatamente enumerano istruzioni e collocazione di utensili per evenienze d’ogni genere. Il vademecum lasciato da Clementina si conclude con un’ipotesi: i suoi fratelli, saranno, forse, alla villa. Non li conosco, e non so se devo far loro visita: ci ragionerò.
Metto legna nel camino, sprimaccio i cuscini, preparo una teiera. Se fosse possibile codificare l’aria domestica, asserirei che qui, fra la credenza non immune da tarli e il cretonne a fiori stinti, abbonda. Sogno riempiendo la zuccheriera, nemmeno aspettassi una romanzesca visita a sorpresa, nemmeno i rumori modificati dall’infittirsi di fiocchi, attutiti, acuiti, deformati, annunciassero l’arrivo di un uomo affascinante- vogliamo parlare direttamente di un principe?- che mi porterà via, verso un radioso happy end. Al più, si aggireranno animali selvatici.
Buffo, il gioco del visitatore immaginario, e la fantasia galoppa: pare quasi che il cancello cigoli, che tonfi sordi segnino passi in avvicinamento, e che un il battacchio del portoncino…un momento! Qualcuno sta davvero bussando. Energicamente. Due colpi, poi altri tre. Ma…chi potrà mai essere? Qui non ci sono citofoni, e la ragazza prudente che alberga in un recesso della mente suggerisce di socchiudere servendosi della catenella di sicurezza. Guardo dallo spiraglio: lunghe gambe maschili, un cappotto blu su fisico notevole, un mento pronunciato. Rimango senza fiato.
Spalanco la porta, ed ecco Andrea. A sedici anni lo adoravo, e lui m’ignorò per un mese intero. Incredibilmente, mi riconosce, mi chiama proprio per nome.
Borbotta frasi circa una batteria, e io osservo le mani sfregate insieme alla ricerca di calore, accenna a cavetti, e guardo il caratteristico inclinarsi del suo capo, identico ad allora. Parla di una macchina, ascolto poco, poi realizzo di non sapere come aiutarlo: nel garage non ho un’auto, tantomeno mezzi per rimettere in moto la sua, e ancora vago in quegli occhi lucenti. Gli devo, tuttavia, una risposta, e quasi ho chiarito, quando una figura sottilmente avvolta di rosso porta i suoi tacchi a sdrucciolare nel giardino. Andrea arretra, le prende il braccio, la sostiene: “Questa è Michela, mia moglie” annuncia, per proseguire, senza notare il mio mutismo “dato che siamo stati tanto fortunati da imbatterci in una vecchia amica, spero non ti spiaccia offrirle riparo al caldo, mentre avverto mio cognato, o provo a telefonare all’elettrauto, anche se penso che l’officina resti chiusa. Sorride. A Michela, sua moglie.
Suonerebbe crudele e antitetico allo spirito natalizio lasciarli ghiacciare come i miei poveri sogni adolescenziali? Annuisco come un piccione, ed eccoci qua: che bel quadretto!
...

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APPUNTAMENTO AI PROSSIMI GIORNI PER I NUOVI RACCONTI SOTTO L'ALBERO DI 
CHRISTMAS IN LOVE 2014!



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