Racconto: TORMENTO D'ESTATE di Velo Nero

INIZIAMO IN BELLEZZA QUESTO WEEKEND DI FINE AGOSTO CON UN APPASSIONANTE RACCONTO DI VELO NERO, LA SCRITTRICE RIVELAZIONE DELLA RETE, CHE CON IL SUO ROMANCE STORICO AUTOPUBBLICATO CARTA BIANCA (VEDI QUI) HA RISCOSSO UN NOTEVOLE SUCCESSO DI PASSAPAROLA CHE GLI ADDETTI AI LAVORI NON HANNO POTUTO NON NOTARE. SENTIREMO ANCORA PARLARE DI LEI. PER IL MOMENTO, GODIAMOCI IL SUO RACCONTO. BUONA LETTURA!


 Beatrice stava guardando fuori dalla finestra in cerca dell’illuminazione.
  La data della consegna si stava avvicinando e non aveva che degli abbozzi. Uno degli editori con cui collaborava le aveva commissionato la copertina per un romance storico, “Tormento d’estate”, che avrebbe dovuto uscire a giorni.
  Doveva leggere qualcosa, oltre al riassunto, giusto per farsi un’idea e cogliere qualche elemento che evocasse i punti salienti della trama, ma non era dell’umore adatto per immedesimarsi in quella roba sdolcinata, di sicuro non dopo la lieta novella che le era stata riferita con perfida solerzia.
  Edo, il giorno prima, era diventato padre felice di un florido maschietto di tre chili e quattrocentoquaranta grammi.
  Camilla si era premurata di telefonarle per riportare ogni più piccolo particolare e, oltre al peso, conosceva il nome, Giovanni come il nonno paterno, gli indici di Apgar e la descrizione minuziosa del cesareo pianificato da mesi per salvare la giovane puerpera da dolori devastanti.
  Doveva distrarsi e anche se non era per nulla ispirata, prese a sfogliare le fotocopie rilegate a spirale. Cominciò a leggere in un punto qualsiasi delle prime pagine... ...

... ... Arthur Reddish uscì dalla chiesetta di campagna seguendo la piccola folla che si sarebbe riunita sul sagrato per spettegolare sulla predica del nuovo curato.
  Questa volta era molto interessato ai vari commenti perché aveva affidato il beneficio della parrocchia al suo più caro amico, George Innes, suo compagno a Eton e poi a Cambridge.
  Desiderava sul serio che il suo amico facesse buona impressione sul vicinato perché, da che suo padre era morto e lui aveva preso in mano la gestone della tenuta, nulla sembrava andare bene alla gente del posto.
  Si aggiustò il cilindro sulla fronte e inavvertitamente incespicò contro la donna davanti a sé che si era fermata di scatto, sorpresa da una folata di vento. La ventata improvvisa le aveva strappato la cuffietta, evidentemente non assicurata dal nastro.
  Arthur afferrò il copricapo svolazzante e lo porse alla signora che si stava voltando. Per un attimo gli mancò il respiro: due grandi e luminosi occhi nocciola lo stavano fissando allegri e divertiti. La proprietaria del cappello stava ridendo, il nasino arricciato e la bocca spalancata. Era incantevole, così carina da togliere il fiato e la parola.
  «Grazie, signore» cinguettò allegra e imbrigliò i ricci nella cuffia, prima che il vento le distruggesse definitivamente l’acconciatura.
 “Anche la voce è melodiosa” si disse Arthur, che la stava ammirando ancora inebetito. «È stato un piacere, signorina. Signorina...?» Era stato più forte di lui e anche se era molto sconveniente, sperava ugualmente che lei si presentasse.
  «Aline?!» Una signora elegante stava richiamando quella giovane. Chi era? La conosceva? Sembrava... Sì, era proprio Lady Rutherford, la moglie di Sir John. Che cosa ci faceva a Twyford?... ...

... ...Beatrice voltò due, tre pagine per trovare il punto e sapere in anteprima che cosa ci facesse a Twyford Lady Rutherford e soprattutto per sapere chi fosse la misteriosa ragazza dal cappellino svolazzante. Dopo aver capito che Aline era la figlia minore della signora in questione nonché la fidanzata del reverendo George Innes, amico di vecchia data del protagonista, riprese a leggere... ...

... ... Arthur continuava a guardare incantato la giovane seduta sul divano grande del suo salotto, non poteva avere più di vent’anni, pensò, ed era di una bellezza... una bellezza... non aveva paragoni per descriverla. Inoltre non era timida e impacciata come le giovinette di quell’età, anzi era spigliata e la sua conversazione brillante.
  Non le aveva staccato gli occhi di dosso.
  In quel momento stava pensando con disappunto alla fortuna del suo amico.
  E alla sua stupidità.
  George era venuto a fargli visita a Ruscombe Manor dopo pranzo espressamente per presentargli la fidanzata. Ovviamente c’erano anche i futuri suoceri.
  Conosceva da sempre Sir John con cui aveva frequenti contatti per via di alcune proprietà confinati. In verità Rutherford gli aveva parlato di sua figlia, probabilmente con l’intento di trovare un possibile pretendente, ma lui, nonostante conoscesse l’importo della dote e i possibili benefici derivanti da un’unione tra proprietari di poderi limitrofi, aveva sempre evitato di incontrare la ragazza.
  Ora se ne stava pentendo amaramente.
  Anche Sir John non sembrava entusiasta di quell’unione, ma Lady Rutherford, di forte fede e simpatie metodiste, era felice all’idea che la figlia si sistemasse con un ecclesiastico per giunta dalle prediche progressiste.
  E Lady Rutherford aveva sempre l’ultima parola a Woodley House... ...

... ... «Come si fa a leggere ancora questa roba? Ma chi è: Liala?» A Beatrice uscì un commento a voce alta, fortuna che viveva da sola e suo padre, dalla casa accanto, non poteva sentirla. «Anche il titolo fa schifo! Ma che cos’è: una telenovela brasiliana?» continuava a borbottare. «Non lo sa, questa, che Regno di Sardegna e il Granducato non esistono più? L’hanno informata che hanno unito l’Italia? Ma come parla, come scrive? E io che mi lamentavo del Manzoni» biascicò e saltò ancora qualche pagina, giusto per evitarsi tutto il corteggiamento di Mr Arthur Reddish a Miss Aline Rutherford all’insaputa dell’amico George Innes... ...

... ... «Vi prego, Aline, sistemerò ogni cosa, ma dovete accettare la mia proposta. Parlerò io con George. Accettate, vi prego. Vi amo, desidero che diventiate mia moglie. Io vi imploro».
  «Ho dato la mia parola, Mr Reddish. Non ha valore, per voi, la parola di una donna?» domandò Aline tremante.
  «Posso paragonare il valore di una promessa a una vita d’infelicità?» ribatté lui, inginocchiato ai piedi della ragazza, al centro del salone di Woodley House.
  «E l’amicizia? Non ha significato, per voi, un tale sentimento? Come potremmo calpestarla in questo modo?»
  «Ha un immenso valore, l’amicizia, ma niente, niente vale più di voi. Sono disposto a calpestare tutto: onore, famiglia, denaro, prestigio e sì, anche l’amicizia. Per voi tutto, perché so, io lo so, che anche voi mi amate. Amate me, non lui! Lo so dai vostri sguardi, dai vostri sorrisi. I vostri rossori non m’ingannano».
  «Non posso, signore, non posso... Il buon nome della mia famiglia... L’onore... Mia madre...» balbettò tremante. Aveva le lacrime agli occhi.
  «Avete fatto uno sbaglio ad accettarlo, avete commesso un errore dettato dalla gioventù e dall’inesperienza» insistette Arthur. Si levò in piedi e l’afferrò per le braccia. «Nessuno vi condannerà per questo».
  «‘Io’ mi condanno, signore».
  «Aline, porrò rimedio al vostro errore, ma non obbligate entrambi a una vita d’infelicità, vi prego» continuò incalzante e la avvicinò a sé, lasciando ancora un po’ di distanza fra loro.
  «Errore? Perché  parlate di errore?» Ormai le lacrime le scendevano copiose lungo le gote.
  «Allora dimmi che non mi ami, che ami lui e non me. Dillo, Aline!... Dillo!» Lui la stava scuotendo, voleva una risposta. Doveva a tutti i costi avere la sua confessione.  
  Aline voltò il capo per non guardarlo ed evitare di rispondere ma Arthur le prese il viso tra le mani e coprì la bocca umida di lacrime con la sua. La strinse forte, in un abbraccio infinito, senza staccare le labbra da quelle di lei, cucendole insieme in un bacio che avrebbe tanto voluto divenisse eterno.
  Aline non resistette e si lasciò andare. Si abbandonò al suo abbraccio, anzi sollevò una mano per accarezzargli il viso.
  Lo amava, certo che lo amava. Avrebbe calpestato onore e decoro per lui, per loro.
  Aveva ragione Arthur, pensò Aline, molto meglio affrontare il biasimo di tutti e apparire agli occhi del mondo come una stupida civetta volubile e frivola piuttosto che vivere una vita d’infelicità lontano da lui.
  «Va bene» concesse, quando finalmente si staccarono da loro bacio. «Accetto, diventerò vostra moglie, ma sarò io a parlare con George. Almeno questo, glielo devo»... ...

... ... “Ma... non capisco” si disse Beatrice, che stava continuando a leggere il racconto a spizzichi e bocconi. “Alla fine Aline ha sposato il reverendo. Probabilmente ho saltato troppe pagine, però mi sembra proprio che non spieghi il perché abbia scelto George invece di Arthur: sarà meglio che stia più attenta, altrimenti capisco poco e niente”. Lesse ancora qualche pagina, riafferrò il senso del discorso; aveva intuito che Arthur Reddish se ne era andato a Londra per smaltire la rabbia e non assistere al matrimonio della sua bella con l’amico. “Bell’amico, comunque” pensò Beatrice disgustata. “La donna di una amico è sacra, non si tocca e George è arrivato per primo, quindi è giusto così”. Lesse distrattamente di feste, balli e ricevimenti che la Stagione londinese aveva offerto all’affrantissimo Mr Reddish. Beatrice aveva prestato solo un po’ più di attenzione a tutti i piani più o meno diabolici ideati dalle signorine del bel mondo per accaparrarsi le fortune dell’aitante scapolo e gli escamotage pensati da Arthur per sventarli. Finita la Stagione, all’inizio dell’estate, Mr Reddish era tornato a Twyford per dedicarsi alla gestione delle sue vaste proprietà e aveva rivisto l’indimenticata Aline... ...

... ...Aline bussò alla porta del piccolo cottage. La signora Maddox abitava fuori dal paese, in un luogo isolato al limitare del bosco. La ragazza andava a farle visita quasi tutti i giorni con la scusa di portare una fetta di torta, qualche mestolo di minestra o un po’ di frutta per accertarsi così che la donna, troppo anziana per vivere sola, stesse bene. Le visite facevano parte delle incombenze della moglie del pastore, ma lei aveva una simpatia particolare nei confronti di quell’attempata signora.
 La porta si aprì, Aline sussultò quando riconobbe chi le avesse aperto. Fece per voltarsi e scappare ma lui la afferrò per il bracciò e la tirò dentro.
  «Devo parlarti, non puoi continuare a evitarmi» le mormorò Arthur concitato, sempre tenendola per il gomito.
  «Dov’è la signora Maddox?» domandò lei, volgendo intorno gli occhi spaventati alla ricerca di una figura amica.
  «Non è qui, non preoccuparti per lei, guarda me. Siamo soli. Stai tranquilla, nessuno sa che sono qui, dobbiamo parlare». Arthur le prese dalle mani il cesto con le vivande, lo depositò sul pavimento dell’ingresso e la condusse nel minuscolo salotto.
  «La signora Maddox sarà qui a momenti...»
  «Non preoccuparti per lei, sta bene e tornerà quando io vorrò che faccia ritorno. Era la mia balia» disse, a spiegare in una sola parola la compiacenza di quell’incontro.
 «Io...»
 «Vieni qua» e la fece sedere accanto a sé su un vecchio divano consunto che portava il ricordo di un’eleganza passata. «Non ti chiederò ora il perché della tua scelta: non voglio sapere». Arthur chiuse gli occhi per scacciare quel ricordo spiacevole. «Hai detto di amarmi. Io voglio sapere se quel sentimento è ancora vivo o se era solo una pietosa bugia per ingannarmi... se era uno scherzo infame per torturarmi.»
 «Scherzo infame!» sbottò Aline risentita.
 «Certo: infame. Infame! Non si possono dire certe cose a un uomo. Non è giusto illudere un cuore innamorato, prospettargli un tal miraggio di felicità per poi farlo precipitare nell’inferno di un’infinita solitudine. Quindi sì, infame! E non ti perdonerò quest’ignominia solo perché possiedi il cuore volubile di una donna...»
  «Cuore volubile?» lo interruppe. «Che cosa sapete voi di quanto volubile sia il mio cuore?» Aline aveva le lacrime agli occhi. «Voi, piuttosto, che avete anteposto le vostre passioni all’amicizia, voi che mi avete attirato qui, proprio voi siete imperdonab...» Non riuscì a finire, le sue parole furono inghiottite dalla bocca avida di quell’uomo che invadeva la sua, con un’urgenza, una smania che la lasciarono senza fiato. Non riusciva a respirare, serrata fra le braccia possenti che la stavano abbracciando, avviluppata in spire sempre più fitte.
  «Lasciatemi, vi prego» riuscì a mormorare quando le labbra di lui cercarono avide la pelle di seta del suo collo. Aline continuava a fare resistenza anche se il ricordo dei baci passati si stava facendo largo a minare la volontà di resistergli.
  «Lasciarti?» le ruggì all’orecchio e addentò il lobo con forza, per farle male. «Mai! Mai! Hai capito? Mai!» e le fece sentire la pressione del proprio corpo sdraiandosi su di lei. La sua mano si insinuò tra le gambe, facendosi largo tra la stoffa leggera del suo abito estivo. Aline serrò le cosce, non aveva indossato neppure i tubi della decenza ed era scoperta ai suoi assalti. A nulla valsero i suoi sforzi e i baci sempre più umidi, le carezze sempre più insinuanti, i morsi e gli ansiti stavano pian piano privando Aline di ogni capacità di contrastarlo.
  «Io non ti lascio, tu sei mia, mia» le abbaiava all’orecchio in una litania continua. «Ora lo capirai che sei mia... mia...»
  Aline cercava di combattere, ma non contro di lui, contro se stessa, contro la tentazione di infilare la dita tra i suoi capelli, stringerlo a sé, forte, come lui stava stringendo lei. Stava lottando strenuamente per non rispondere a quel bacio di cui ricordava così bene il sapore. Sapeva quali effetti devastanti avrebbe procurato sul suo animo in tormenta rispondere a quel bacio: brividi, tremori, morsi al ventre che mai, mai una volta, era riuscita a placare, neppure con il contatto intimo e frequente che la notte suo marito pretendeva da lei. Con George rimaneva ferma ad aspettare che lui finisse, sperando che non insinuasse le mani ad accarezzarle i fianchi, e poi il seno, perché quel fastidio misto a piacere accendeva in lei desideri che immancabilmente la lasciavano delusa. Non riuscì a trattenere i tremori del proprio corpo che, traditore, vibrava a ogni tocco.
  Dischiuse le labbra a ricevere la sua bocca, come un tempo.
  Non aveva dimenticato proprio niente di lui, né le carezze né i baci e tanto meno il suo cuore aveva dimenticato la promessa... ma aveva obbedito alla sua coscienza, facendo ciò che era giusto.
  Non c’era niente di giusto in quello che stavano facendo in quel momento, ma lo voleva troppo, con tutta se stessa... Voltò il capo di lato, chiuse gli occhi e aprì un poco le gambe, per offrirsi, arresa.
 Arthur emise un gemito profondo quando finalmente prese possesso di lei, quando affondò nelle sue carni. Non si era neppure tolto la giacca, accecato da un desiderio così feroce che lo stava consumando dal giorno che l’aveva veduta, sul sagrato della chiesa.
  Avevano scoperto solo quelle parti dei loro corpi indispensabili a ottenere il loro magico contatto.
  Il possesso... Arthur sentì il sangue irrorargli le tempie, invadergli la nuca e prese a muoversi con un ritmo forsennato, dettato dall’urgenza. Scese con la bocca a cercare i seni, coperti da strati e strati di cotone, l’abito, il corsetto, anche la camiciola riusciva a ostacolarlo. Usò le dita e la bocca per arrivare ad esporle un  capezzolo per poi succhiarlo con tutto il suo vigore, mentre continuava a muovere i fianchi per raggiungere il piacere.
  «Dimmi ora che non mi ami, dimmelo adesso!» gridò invasato al suo orecchio. «Dimmi che mi ami, dimmelo. Dimmelo, mia signora, dimmelo... dimmi cosa provi» continuava a ripetere ossessivo, «...dimmi cosa senti...dimmelo!»
  «Brucio, mio signore, brucio...»
  «Non lo hai mai provato con lui?»
  «Cosa?» gemette Aline.
  «Il piacere! Hai mai raggiunto il piacere insieme a lui?» Arthur stava gridando come un ossesso, travolto dalla gelosia. L’immagine di lei e di lui insieme era l’incubo che popolava i suoi sogni e ora era lì, vivo, a dargli il tormento, proprio qualche attimo prima di raggiungere l’estasi. «Ti ho chiesto se hai mai provato questo, insieme a lui!»
  «Io non lo so» mormorava Aline, sbattendo il capo da una parte all’altra, in preda a un godimento mai provato. «Che cos’è? Che cos’è che sto sentendo? Ditemelo voi, io non lo so! Non lo so!»
 «Stai per godere, amore mio, insieme a me.» Le ansimò consigli lascivi all’orecchio, senza smettere neppure per un attimo il suo assalto. «Brava, così, muovi i tuoi fianchi, ancora... ancora... ecco: lo senti?»
  «Sì, lo sento, mio signore, sto... sto... ma che cos’è?» gemette e Arthur smorzò il suo grido con un bacio, un lunghissimo bacio... ...
... Il racconto si stava facendo interessate, notò Beatrice, che si era accomodata meglio allo schienale e aveva sollevato i piedi per posarli sulla scrivania. “Mi sa tanto che pioverà”. Diede uno sguardo fuori dalla finestra ai nuvoloni neri che minacciavano tempesta. “Per la cena di stasera sarà meglio apparecchiare dentro” si disse e tornò a dedicarsi alla lettura. ....

PER CONTINUARE A LEGGERE QUESTO RACCONTO 



4 commenti:

  1. Complimenti a Velo Nero, proprio appassionante questo racconto fra fiction e realtà! Mi è venuta voglia di leggere il suo libro. Quando arriverà? Robby

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  2. Cara VeloNero, che dirti a parte che sei bravissima?! Dopo che ho letto carta bianca (amo questo libro e lo ritengo davvero ben fatto) ho cercato altre tue notizie in giro e ho avuto modo di leggere altri tuoi scritti e mi sono piaciuti tutti quanti. Per quanto riguarda questo mini racconto ho molto apprezzato il modo in cui hai unito lo storico con il contemporaneo e le scelte che hai fatto per rendere la storia credibile senza essere scontata o rovinandola. Ripeto che sei stata bravissima e chr non vedo l'ora di leggere qualcos'altro di tuo. - Silvia

    RispondiElimina
  3. Bel racconto! Ero riuscita a leggere il romanzo da voi consigliato prima che sparisse da amazon, spero di rivederlo presto in libreria!
    Michi

    RispondiElimina
  4. Tu non smetti mai di stupirmi ❤

    RispondiElimina

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