IL FIORE DEI RICORDI di Cristina Zavettieri


I FESTEGGIAMENTI DEL BLOGVERSARY  PER I SEI ANNI DEL NOSTRO BLOG SI ALLUNGANO PER TUTTO IL WEEKEND, COSI' CONTINUIAMO A REGALARVI ALTRE LETTURE ROMANTICHE, SEMPRE SULL'ONDA LUNGA DI SAN VALENTINO... ENJOY!

IN IL FIORE DEI RICORDI DI CRISTINA ZAVETTIERI LA VISTA DI UN PAIO DI INCREDIBILI OCCHI AZZURRI FANNO RISVEGLIARE LA PROTAGONISTA DA UN LUNGO INVERNO DEL CUORE...COSA C'E' IN QUEGLI OCCHI DI COSI' SPECIALE DA FARLE BATTERE COSI' FORTE IL CUORE? 

 Pur essendo felice, appagata, con un buon lavoro e molta gente disposta ad aiutarla ed esserle amica, Emily sentiva un profondo disagio, come un peso, graffiarle l'anima e attaccarsi alla bocca dello stomaco. Non sapeva bene cosa fosse, spesso non perdeva nemmeno tempo ad analizzarlo. D'altronde, come avrebbe potuto? Emily passava le sue giornate tra fiori e oggetti da regalo, chiacchierando di tutto con i clienti del negozio della cara e dolce Beth, che la trattava come una sorella minore. Emily non poteva spiegare cosa la tormentava, parlarne con qualcuno era fuori discussione. Anche il solo pensiero la faceva entrare nel panico. Più volte, da quando era uscita dall'ospedale, le avevano consigliato di andare in terapia. Le avevano detto che uno psicologo l'avrebbe aiutata a risolvere quella matassa ingarbugliata di dubbi e ricordi confusi. Pensava a questo, mentre camminava sulle riva del mare, in quell'anonima città che era diventata la sua casa; non riusciva concepire altro luogo in cui abitare.
Il negozio distava circa un km dall'appartamento che aveva preso in affitto, ed Emily preferiva prendere la bicicletta o camminare a piedi. Non era un'amante dello sport, tuttavia era affascinata dalle corse in moto, mezzo che le aveva causato una cicatrice profonda sulla gamba destra. Nonostante fossero passati molti anni dall'accaduto, faticava ancora a guardare quel segno troppo evidente e ad accettare la realtà. Immersa in questi pensieri, salutando gli abitanti del luogo con fare gentile e sorridendo in modo cordiale, non si accorse di essere giunta a destinazione. Beth l'aspettava sorridente. Emily si avvicinò, mimando un ciao con la mano alle pesti sedute sul fuoristrada.
«Gita in campagna?» chiese osservando la macchina carica dei cinque figli.
«Hai indovinato. Voglio approfittare del bel tempo. Lascio il mio gioiello a te» disse accennando al negozio col capo. «So che sarà in buone mani» concluse porgendo le chiavi, che Emily prese prontamente.
Così Emily si ritrovò sola, per la seconda volta, dopo tanto tempo, circondata da deliziosi profumi e carta da regalo, gadget dell'isola e piccoli gioielli artigianali economici. Un paradiso per lei. Cominciò a catalogare le piante che mancavano, disponendo davanti a sé, sul bancone, alcune piccole piante grasse.
Quelle miniature attiravano sempre il cliente; e poi, il prezzo era irrisorio.
Fino alle dieci la giornata proseguì nel migliore dei modi, vendette molto, e i tristi pensieri volarono via. Stava per chiudere, quando fece capolino dalla porta un uomo alto, vestito in modo elegante e pesante, a dispetto del clima primaverile.
«Salve, posso esserle utile?» domandò esaminando i capelli neri. Non aveva mai visto un colore così scuro o, almeno, così credeva.
L'uomo si voltò per guardarla dritta negli occhi, e la terra tremò letteralmente sotto i piedi di Emily. Quegli occhi, di un intenso celeste, screziato da tonalità grigie, la sconvolse nel profondo. Lo sconosciuto appariva turbato, ma non quanto lei. La guardava con insistenza, quasi come se avesse visto un fantasma. Fu un istante, per entrambi, denso di emozioni e dubbi, domande irrisolte alla quali mai avrebbero trovato risposta.
L'uomo si schiarì la voce e indicò un vaso dietro di lei. Emily annuì, ancora preda di quelle strane sensazioni destabilizzanti. Solo in quel momento si accorse che il cliente aveva scelto le viole, i suoi fiori preferiti.
Dopo aver preparato la confezione, nel silenzio assoluto, fatto di imbarazzo e una forte tensione alla quale Emily non riusciva dare nome o spiegazione, abbassò lo sguardo.
«Ha dei bellissimi occhi» formulò, dandosi subito dell'idiota. Non voleva certo flirtare con quell'uomo, no? E, invece, il suo cuore, ogni fibra del suo corpo gridava di sì. Le piaceva, l'aveva colpita sin dal primo momento e sentiva di doverlo conoscere. Se lo avesse fatto uscire dal negozio, con molta probabilità, non avrebbe più avuto modo di rivederlo.
«Anche lei, signorina...» La frase rimase in sospeso. Il suo viso serio, teso.
Perché Emily aveva la sensazione di averlo già conosciuto? La sua mente, da qualche tempo, faticava a ricordare anche il più stupido dettaglio.
«Emily, Emily Donovan» rispose abbassando lo sguardo. Era arrossita.
«Io sono Ben Rogers» replicò con un sorriso enigmatico.
«È un forestiero o sbaglio?»
«No, non sbaglia. Vengo da Los Angeles. Sono qui per lavoro» spiegò brevemente, non staccandole gli occhi di dosso. Nel suo sguardo Emily leggeva un'incontenibile gioia, speranza. Avvertiva le sensazioni di quell'uomo come fossero proprie.
«Credo... forse ci sono stata da bambina.»
«Lei abita da sempre qui, signorina Donovan?»
«Emily» lo corresse.
Ben abbassò il capo annuendo, sorrise. «Emily» ripeté complice.
Il calore con cui pronunciò il suo nome la sciolse. Era un qualcosa di straordinario. Da tempo Emily, non sentiva il cuore batterle all'impazzata in petto, non rideva scioccamente e parlava con un uomo.
«Qualche anno.»
«È carino qui. Avete una bellissima spiaggia» seguitò indicando il mare lontano, del quale era possibile ascoltare le onde infrangersi sul bagnasciuga.
«Oh, non solo questo. Abbiamo anche degli ottimi ristoranti, sale da ballo e...» Emily s'interruppe, perché l'intensità dello sguardo che Ben stava rivolgendole la imbarazzava. Che avesse il rossetto sbavato?
«Sembro inopportuno se le chiedo un appuntamento? Sa, lei mi sembra la candidata ideale a farmi da cicerone.»
Emily accettò, emozionata, frastornata, con la mente già a quello che sarebbe stato il loro primo incontro. Si accordarono per vedersi il pomeriggio successivo alle sedici, nel suo unico giorno libero.

Il mattino seguente si alzò rinnovata, con tanta voglia di fare e vivere; voleva essere in ottima forma in vista dell'appuntamento. Aveva fatto una doccia veloce, indossato una tuta, infine si era preparata un sand-wich. Nel primo pomeriggio aveva deciso di prendersi cura del proprio corpo, passando creme sulle gambe e le braccia, arricciando i capelli biondi, scegliendo il trucco più congeniale sulla sua pelle troppo chiara. I preparativi non le davano la possibilità di pensare con ansia al suo imminente incontro, trastullandosi alla ricerca dell'abito perfetto. Dall'armadio aveva tirato fuori almeno una dozzina di vestiti dai colori più improbabili, scuotendo con veemenza il capo quando i suoi occhi avevano intercettato il peggiore di tutti. Aveva voluto provare quello che le aveva regalato Beth l'anno prima: un delizioso vestitino chiaro che le arrivava poco sopra il ginocchio, molto sobrio, con stampe floreali e bretelline molto sottili. Colorò gli occhi del medesimo colore dei fiorellini, di un rosa molto tenue, marcando il suo sguardo con un tocco di eyeliner. Pur avendo una quantità spropositata di scarpe aveva scelto gli stivali estivi da cow-girl bassi, che adorava. Erano comodi e non le impacciavano i movimenti. Non voleva rischiare una caduta davanti all'uomo più intrigante che avesse mai visto. Cosa non improbabile, considerato il suo grado di sbadataggine.
Emily era pronta. Mancava ancora mezz'ora, comunque decise di uscire lo stesso, magari una passeggiata l'avrebbe aiutata a rilassarsi.
Sulla strada ogni uomo guardava nella sua direzione, e per una volta Emily si era sentita appagata, anziché fuori posto a causa della sua cicatrice. 
Il suo volto mutò al ricordo della lunga convalescenza, dei vuoti di memoria... allora si era davvero sentita abbandonata. Se si era integrata nella società, di nuovo, doveva tutto al dottor Maxwell e le infermiere.
Qualche minuto più tardi si trovava già sul punto d'incontro stabilito, più agitata  che mai. Aveva preso a stringere le dita nel pugno chiuso, sbiancando le nocche della sua mano. Fu allora che i dubbi l'assalirono: e se non fosse venuto? Se l'avesse presa in giro? Dopotutto, cosa sapeva di quell'uomo? Era così bello che avrebbe potuto permettersi ogni cosa, anche illuderla.
«Finalmente l'ho trovata. Non ricordavo la strada del negozio» cominciò avvicinandosi rammaricato. «Non ho un buon senso dell'orientamento» mentì.
Il cuore di Emily eccellerò d'un battito, sorrise e gli tese la mano. Un gesto semplice, di saluto, carico di significati inespressi. 
Ben sembrava completamente preso da lei, soggiogato dai suoi occhi chiari, di un pacifico azzurro cielo. Ricambiò il sorriso e strinse forte la sua mano , con un'intimità che sorprese Emily. Osservò le loro mani unite e sentì un vecchio, antico ricordo riaffiorare, spingere per riemergere. Scosse la testa turbata e sciolse la stretta. Non seppe con certezza se il suo compagno avesse compreso e poco le importò. Inspirò l'aria fresca del pomeriggio e si incamminarono.
«Mi aspettava da molto?» chiese con la solita gentilezza, cercando di tenere il passo.
«No, non direi.» Emily rallentò e aspettò che Ben si facesse più vicino.
«Ne sono felice» ammise, tirando fuori dalla tasca della giacca un pacco di sigarette. «Lei fuma?» domandò porgendole una.
Emily non poté evitare di leggere la marca e arrossì, inspiegabilmente.
Ben parve sorpreso, deluso, ma non disse niente.
«Dove mi vuole portare?» Il fumo, dalle sue labbra, si perse nella brezza marina.
«Da quella parte c'è un ottimo panorama» indicò. «A quello svincolo risaliremo in città. Le farò conoscere i maggiori negozi, oltre agli uffici comunali» spiegò senza guardarlo in viso.
«Vuole darmi del tu?»
La richiesta sorprese Emily. «Perché no?»
Passarono il pomeriggio nei maggiori centri commerciali, mangiarono un gelato e si comportarono come due fidanzatini. Per Emily gli attimi passati con Ben furono motivo di nostalgia e gioia. Alla sera, suo malincuore, dovette rientrare a casa volendo che il tempo a loro disposizione fosse eterno. Ben le promise che sarebbe andato in negozio il pomeriggio seguente.
Alla sera, ogni sera, per circa una settimana, Emily ricordava i loro incontri, fantasticava su quelle labbra piene e gli sguardi appassionati e teneri che Ben le rivolgeva ogni giorno. Non aveva mai provato un affiatamento così totale per nessuno. Sembrava che ogni parte di lei rinascesse grazie a quello sconosciuto, che sentiva di conoscere da sempre. Riusciva a ricordare ogni sfumatura della sua voce e, come una scolaretta, ripeteva il suo nome con un amore sconcertante. Non glielo avrebbe mai confessato, ma Ben era diventato il fulcro delle sue giornate. Era pericoloso affezionarsi ad una persona, soprattutto a qualcuno che presto sarebbe andato via. Non sapeva quando l'avrebbe abbandonata e la sola idea l'angustiava. Si ripeteva che si stava affezionando a lui – perché, oltre Beth – era l'unica persona ad averle dimostrato amicizia sincera. Ma era davvero amicizia ciò che Emily desiderava da Ben? No! No, lei voleva baci e carezze, abbracci al chiaro di luna e... E andava troppo lontano con la fantasia. Sebbene si mostrasse carino con lei, la portava al cinema e a ballare, ciò non significava che provasse qualcosa in più.
Con una smorfia Emily si guardò allo specchio. Aveva i capelli in disordine e le occhiaie. Da un po' di tempo non dormiva bene, faceva strani incubi in cui c'era lui. C'era Ben, più giovane e protettivo, ed allora si tramutavano in sogni piacevoli e appaganti. Arrossì di se stessa, dei suoi pensieri.
Bussarono alla porta, e con una busta dei grandi magazzini fece capolino Beth. La donna non aveva portato i suoi bambini, che, per quanto Emily adorasse, sapevano essere davvero pestiferi. In quelle poche volte in cui le avevano fatto visita, Emily aveva dovuto buttare via tre copri cuscini e un vaso di vetro pregevole.
«Beth, che sorpresa!»
La donna camminò spedita e affaticata, sedendosi sul divano. «Dimmi tutto di questo principe azzurro, Emily.» Il tono di voce autoritario, protettivo, non prometteva nulla di buono. Beth sapeva trovare difetti anche nella persona più buona al mondo. Emily era sicura che non si sarebbe risparmiata nemmeno con il suo dolce Ben... Oddio, aveva pensato suo?
Pose le mani sui fianchi e guardò interrogativamente la sua amica. «Puoi scordartelo, non ti parlerò di lui per demolirlo!»
«Non voglio fargli del male, solo spezzargli le dita se si comporta male con te, Emily.»
«Ben è una persona squisita, Beth» replicò ridendo.
«Però?» indagò la donna.
Emily sospirò, prendendo posto accanto all'amica. «Mi fa sentire strana...»
«Hai le farfalle allo stomaco?»
«No! No, ecco... ho come la sensazione di conoscerlo da sempre. Non è facile da spiegare. Quando mi parla o mi guarda... per me è come se sapessi esattamente cosa direbbe, Beth.»
«Sai, esistono le famose anime gemelle. Io non ci credo, Emily, tuttavia non potrebbe essere così scontato. Da come ne parli... i tuoi occhi... ma guardati: sei radiosa!» ammise stringendo la sua mano con affetto. «Stasera uscirai con lui, vero?» s'informò.
«In realtà, non lo so. Non mi ha ancora chiamato» spiegò.
«Ti chiamerà» assicurò con una pacca sulla spalla, come se quel Ben non si potesse lasciare scappare l'occasione di uscire con una bella ragazza come Emily.
«Ti ho portato questo.» Tirò fuori dalla busta un vestito blu, senza spalline, in seta.
Emily sgranò gli occhi stupefatta. «Oh mio Dio... Beth, non dovevi!»
«E non è finita» continuò prendendo un paio di decolté, gustando l'espressione della giovane amica.
«Non posso accettarli, Beth. Ti saranno costati una fortuna»
«Me l'ha portato quell'idiota di mio marito» si lamentò ironica. «Da quando ho avuto l'ultimo marmocchio non riesco a indossare niente di attillato. Tienilo e stasera indossalo!» quasi ordinò.
Emily era ancora indecisa se accettare o meno, entusiasta, sfiorando il tessuto. «Perché questa sera?» domandò interdetta.
«Emily, oggi è San Valentino!» le fece presente con solennità, senza nascondere la sorpresa di aver appena scoperto che l'amica non lo sapeva.
«Cosa? No, no, no, no... San Valentino è la festa degli innamorati. Ben non mi chiamerà mai» squittì con una punta di delusione.
«Starai scherzando, spero» fece una pausa, alzandosi anch'ella dal divano. «Ho parlato con la vecchia Tammy, lei dice che quel tipo di adora. Io non l'ho mai visto, Emily, ma lo dice la vecchia Tammy ci credo. A quella donna non sfugge nulla, lo sai» seguitò poggiando l'abito su Emily, che era entrata nel panico.
«Non mi chiamerà» continuò risoluta.
Come per magia, il cellulare di Emily squillò. Si avvicinò all'apparecchio cauta, e dopo aver letto il nome sul display lanciò l'oggetto sul divano come fosse la cosa peggiore al mondo.
«E lui, Beth...»
«Rispondi, allora» consigliò con un sorrisetto compiaciuto.
Emily, quando voleva, sapeva essere testarda quanto i suoi bambini.
«Se non lo fai tu, lo faccio io» la sfidò.
«Non oseresti.» Il cellulare continuava a suonare.
Ma Beth si chinò per afferrare l'aggeggio, Emily si fiondò letteralmente sui morbidi cuscini del divano, spingendola, e rispose. Non poteva rischiare di fare la figura della fifona.
«Pronto?»
«Ciao Emily, scusa se non ti ho chiamato prima. Questa sera sei libera? Lo so che è la sera di San V...»
«Sì, sono libera» rispose frettolosamente.
«Perfetto!»
Emily sentì un lungo sospirò dall'altro capo del telefono.  «Ti passo a prendere fra un'ora.»
«A dopo.» Emily riagganciò e fissò il cellulare per alcuni interminabili secondi. «Verrà fra un'ora» mormorò a Beth.
«Che cosa fai ancora qui? Corri a vestirti » disse raccogliendo l'abito.
Beth, strano a dirsi, sembrava più nervosa di lei. Emily si chiuse in bagno per circa dieci minuti e ne uscì fuori in l'accappatoio.
«Non ci riuscirò mai!» brontolò. «Che ore sono?» chiese.
«Corri a vestirti, io penso ai capelli.»
Trenta minuti dopo, grazie all'aiuto di Beth, Emily era perfettamente in ordine per la serata.

Ben l'attendeva sulla strada, in macchina, fu quando posò lo sguardo sul suo volto, che lesse la stessa agitazione. Le fece quasi tenerezza. Prese posto sul lato passeggero e lo salutò, sentendo i suoi occhi chiari sul suo corpo accarezzarla con dolcezza. Tutto era perfetto e Ben era bellissimo.
Mise in moto e, dopo avere acceso una sigaretta, parlarono.
«Sei stupenda stasera» sussurrò.
«Anche tu non sei male.» Ben rise ed Emily lo imitò.
«Dove ti porto?»
«Conosco un bel posticino sul mare, riparato e con ottima musica» suggerì.
E Ben la portò laddove desiderava, trattandola come una principessa. Quella serata fu da favola e andò oltre le sue aspettative. Parlarono di tutto, conoscendo tratti di loro che non sapevano. Ogni sguardo gridava complicità e amore, ma non osavano sfiorarsi se non con gli occhi. Bevvero del vino e assaggiarono i cibi più gustosi, dolci e... infine, tutto precipitò.
Entrambi non volevano che la serata finisse, tuttavia una sola parola di Ben, pronunciata con semplicità e intimità disarmante stravolse ogni istante sino adora condiviso.
«Come mi hai chiamato?»
«Scusa, non volevo...»
«Per favore, ripeti quel nome!» impose, con le lacrime agli occhi.
Ben parve a disagio, abbassò il capo e strinse le mani sul tavolo. Chi avrebbe potuto comprendere quanto la felicità di averla ritrovata equivaleva al pensiero di perderla? Solo lui – e solo Vivien – poteva immaginarlo.
«Ti ho chiamato Vivien» mormorò sostenendo il suo sguardo.
Come spiegare l'uragano che si abbatté su Emily? Emily o Vivien? Lei era Vivien!
Ogni tassello, dopo un tempo in cui non ci sperava più, si ricongiunse al suo posto. Rivide Ben sulla neve, con lei; una gita in barca, al mare, in una cascina abbandonata a fare l'amore; dai suoi genitori... I suoi genitori che la chiamavano e Ben che l'abbracciava, la baciava, la regalava un cagnolino. Ben e Vivien, due nomi scritti sulla carta velina che dicevano: “Oggi Sposi”.
Una lacrima scivolò silenziosa sulla guancia. «Scusami!» Si alzò dal tavolo, lasciandolo davanti a un piatto vuoto. Ma no, Ben non aveva intenzione di vederla scomparire dalla propria vita come in passato.
Aveva fatto di tutto per cercarla, mettendo a repentaglio la sua carriera e inimicandosi anche la sua famiglia e gli amici. Gli avevano detto che era scomparsa volontariamente, in seguito a lunghe ricerche infruttuose. Vivien era sparita con la sua moto una sera di quattro anni prima. La sua vita, senza lei, era finita e priva di senso. I mesi passarono insignificanti, fino a quando, una sera e per puro caso, aveva visto parcheggiata il rottame della moto davanti un bar. Era riuscito a scoprire che il nuovo proprietario l'aveva comprata da un carrozziere, così ed era risalito a lei, sua moglie.
Istintivamente le corse dietro, col cuore in subbuglio. La trovò sulla terrazza indifesa come una bambina, stretta in un abbraccio solitario, osservando le onde marine infrangersi sulla riva. Provò l'irrefrenabile desiderio di abbracciarla, tuttavia non ebbe il coraggio di sconvolgerla ulteriormente; si frenò e rallentò il passo. Lei sentendo i suoi passi si girò e d'un fiato gli chiese: «Raccontami tutto».
Ben fece un profondo respiro e iniziò a raccontarle tutto la storia dall'inizio.
Quando terminò, gli occhi di Vivien erano lucidi, poggiò una mano sulla spalla di lui risalendo verso il collo. Le faceva male vederlo così abbattuto. «Mi dispiace di averti fatto soffrire tanto, non ne avevo idea» lo guardò in quegli occhi che l'avevano fatta innamorare con trasporto. «Oggi, però, posso dirti che ti amo come cinque anni fa, se possibile di più.»
A Ben non servì altro per stringerla a sé, avevano già perso troppo tempo. Si baciarono dimenticando il destino che li aveva separati, assaporando quell'istante tenero e appassionato. Poco dopo, Ben disse: «Buon San Valentino».


FINE

CHI E' L'AUTRICE
Cristina Zavettieri è una giovane donna nata nell'estremo Sud della Calabria, è amante della scrittura e della lettura da sempre, ma anche del disegno e dell’arte, tant’è vero che sin da bambina, quando ancora non sapeva scrivere, accompagnava le sue storie ai disegni acerbi dei suoi personaggi. Sul mondo del web è conosciuta per aver scritto diversi anni all'interno della piattaforma di EFP (sito italiano di fanfiction e storie originali).Nel dicembre del 2012 ha esordito con Il Figlio Ribelle (che spera diventerà il suo primo romanzo). Il Figlio Ribelle è forse la sua storia più conosciuta perché di anteriore pubblicazione, presentata con cadenza settimanale a capitoli come romance sul popolare sito di fanfiction. I generi che preferisce nel mondo della letteratura sono il paranormal, il distopico e il romance storico e contemporaneo. Ha un animo sensibile e sognatore che preferisce stimolare con una buona musica di sottofondo, immergendosi magari nella natura, nei boschi e nelle foreste che – sotto sotto – crede siano incantate.
Link diretto per leggere i primi capitoli de Il Figlio Rubelle, romanzo storico: 


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5 commenti:

  1. Davvero bellissimo questo racconto, una favola moderna.
    Complimenti all'autrice che ha saputo raccontare in poche parole di un amore che ha superato le apparenze, di un uomo che ha creduto in quel sentimento fino a ritrovare la sua vita.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie mille, perrypotter. Sono felice di essere riuscita a incantare il lettore con poche, semplici parole. Volevo che questo racconto smuovesse le corde del cuore, e credo di esserci riuscita.

      Cristina :)

      Elimina
  2. molto bello, intenso e delicato, ma... perché non ricorda che Ben era suo marito? per l'incidente?

    RispondiElimina
  3. Ciao Jess, innanzitutto grazie per le belle parole. Comunque, come hai giustamente dedotto Emily non ricorda di Ben a causa dell'incidente in moto. Nella mia mente protagonista era un tipo molto spericolato.

    Grazie ancora,
    Cristina :)

    RispondiElimina
  4. ah!!! quindi la colpa era di lui alla fine ;) e l'hanno chiamata Emily anziché Vivian per proteggerla, immagino. Grazie per la risposta :)

    RispondiElimina

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