Christmas in Love 2013 : DOWNTOWN GIRL di Emma Bianchi



20 dicembre
Juliet Wilde non era tipo da perdersi d’animo. Tutt’altro.
Era, anzi, proprio il tipo di donna capace di passare la notte in bianco pur di portare a termine un lavoro arretrato o di guidare per chilometri in piena notte per raggiungere un’amica in lacrime o di preparare una cena per dieci persone con un preavviso di solo mezz’ora e senza avere neppure la benché minima idea di come poter accendere il forno evitando allo stesso tempo di fare esplodere l’appartamento.
Semplicemente, Juliet Wilde non era una che amava arrendersi.
Stringeva i denti, affilava le unghie e andava avanti. Volta dopo volta.
Se si fosse arresa, del resto, non sarebbe riuscita a diplomarsi con il massimo dei voti, accedere a una delle migliori facoltà di legge del paese e infine a essere assunta nel più prestigioso studio legale di Chicago.
Arrivare dove era arrivata le era costato sudore, fatica e una quantità spropositata di sacrifici. E nonostante i mille ostacoli e le innumerevoli cadute, da brava ragazza dell’Ohio         quale era, Juliet non aveva mai ceduto all’autocompatimento.
In perfetto stile Pollyanna, infatti, aveva preferito piuttosto divertirsi a vedere sempre il lato positivo di ogni situazione. Persino di quelle più disastrose.
Si concedeva giusto qualche minuto per sguazzare amabilmente nella pozza di acqua stagnante creata dalle sue lacrime e disperare della vita quanto basta per dirsi che era tempo di smetterla.
Poi si rimboccava le maniche.
No, Juliet Wilde non era una che si tirava indietro.
Juliet Wilde, se colpita, ricambiava e picchiava duro.
Di tanto in tanto, tuttavia, era anche convinta che il destino esagerasse un po’ nel metterla alla prova. Com’era accaduto, per esempio, quella mattina di dicembre.
Prima di tutto si erano scaricate le batterie della sveglia e Juliet si era ritrovata ad aprire gli occhi soltanto dopo le sette e mezzo passate. Un classico intramontabile aveva pensato rotolando fuori dal letto e piombando addosso a un gatto estremamente suscettibile e dall’animo aristocratico.
Mr King, infatti, le aveva rivolto uno sguardo di puro sdegno e agitando la nobile coda l’aveva lasciata a contorcersi in un viluppo di coperte.
La doccia fredda, dieci minuti dopo, era stata come… beh, proprio come una doccia fredda.
Tonificante, disse Juliet tra i denti che battevano al suo riflesso davanti allo specchio.
Quelle terrificanti occhiaie le aveva sempre avute?
Con ormai un principio d’ipotermia in corso si era immersa nel variopinto caos del suo armadio soltanto per ricordarsi di aver dimenticato di ricordarsi di non dimenticare di passare a ritirare il completo giacca/pantaloni in lavanderia.
Non sarebbe stato un grosso problema se anche gli altri completi non fossero stati ammucchiati in un angolo del bagno, in attesa di saltare dentro una lavatrice.
Cercando di mantenere la calma, si era detta che non sarebbe morta se per un giorno avesse indossato una gonna.
Respira Juliet, respira.
Le smagliature sui collant si potevano nascondere così come la macchia fresca di dentifricio sulla camicia immacolata. Come diavolo aveva fatto a sporcarla poi?
Il peggio, però, doveva ancora venire.
La spia della segreteria telefonica lampeggiava.
Beep. Juliet, tesoro, sono la mamma. Si può sapere che fine hai fatto? Non rispondi alle telefonate e ignori i miei messaggi. Ho parlato con Sadie Hawkins l’altro giorno e mi ha raccontato che il figlio di Violet Harris si è trasferito a Chicago per lavoro. Te lo ricordi il piccolo Theodore? Certo che te lo ricordi! Giocavate sempre insieme da piccoli! Ricordo che una volta gli hai quasi spaccato il naso con la mazza da baseball del padre… ma sono sicura che ormai l’avrà dimenticato da un pezzo tesoro… comunque è un odontoiatra sai? Perché non ti prendi il suo numero e lo chiami quando hai un po’ di…beep. Messaggio cancellato.
Splendido, si disse tra se e sé Juliet girovagando per la cucina. Non solo sua madre si ostinava a propinarle gli impresentabili figli delle amiche ma non aveva neppure un chicco di caffè in tutta la casa.

Il fato aveva avuto 364 giorni in un intero anno per manovrare i fili in modo che Juliet potesse arrivare, per la prima volta in sei mesi, in ritardo ni ufficio, ma per motivi oscuri aveva scelto proprio quel particolare giorno.
Il giorno in cui, ovviamente, si doveva tenere un’importantissima riunione su un importantissimo caso e cui lei era stata invitata a partecipare a fianco della sua mentore, l’efficiente ma glaciale Sidney Blair. 
«Sei spacciata» le sussurrò Amanda, la sua segretaria, non appena la vide saltellare fuori dall’ascensore. «La riunione è già iniziata. Santo cielo!» aggiunse spalancando gli occhi «Cosa ti sei messa addosso?».
Juliet sospirò. Come aveva immaginato, la sua gonna rischiava di travalicare i confini della decenza. Risaliva ad almeno cinque anni prima, quando pesava ancora una cinquantina scarsa di chili. All’epoca non la faceva sembrare una spogliarellista ma, dopo una quantità incalcolabile di gelato alla vaniglia e dolcetti alla crema ingurgitati, l’effetto doveva essere un po’ cambiato.
«Ho evitato per miracolo che un bambino sul treno mi vomitasse addosso una disgustosa poltiglia verde. Mi sento già fin troppo fortunata» rispose massaggiandosi le tempie.
Amanda scoppiò a ridere, facendo ondeggiare i boccoli biondi appuntati sulla nuca e le porse un bicchiere di caffè ancora fumante.
«Per te» disse. «Doppia panna. Merito o no il premio segretaria dell’anno?».
Juliet lanciò uno squittio di pura felicità.
Nervosismo e mancanza di puntualità erano già di per sé un’accoppiata pericolosa, ma aggiungerci l’assenza di caffeina nelle vene significava creare una miscela esplosiva.
Quella con il caffè, in effetti, era di gran lunga la relazioni più solida e intensa che Juliet avesse mai avuto. Il caffè la capiva, gli uomini con cui usciva no.
«Giuro che farò da baby-sitter a Diana e Rosie la prossima volta che dovrai andare al cinema con quell’affascinante ammasso di addominali perfettamente scolpiti…».
«Quell’affascinante ammasso di addominali perfettamente scolpiti ha un nome».
«E quale sarebbe? Ah, aspetta, adesso ricordo. Non si chiamava forse “sei il mio sogno erotico proibito fin dalla prima volta in cui ti ho visto venirmi incontro nella tua sexy divisa da pompiere”?».
Amanda rise di nuovo ma poi fece per allontanarlo usando lo stesso gesto con cui si scacciano le galline.
«Non avevi una riunione cui prendere parte tu? Fila via!».
Juliet sobbalzò. «Maledizione! Che cosa farei senza di te?»
«Tanto per cominciare dovresti imparare a far funzionare la fotocopiatrice da sola».
 Juliet, soffocando una risata, indietreggiò preparandosi a svoltare lungo il corridoio principale. Stava per prendere il primo sorso di caffè quando, inaspettatamente, il tacco della sua scarpa destra cedette.
Un tacco rotto, di per sé, non è una grande notizia ma quando lo stesso tacco, oltre al rompersi, ti fa perdere l’equilibrio, inciampare e svuotare una confezione di liquido bollente addosso a qualcuno, allora la cosa assume decisamente un altro aspetto.
Juliet ebbe bisogno di cinque minuti buoni per rendersi conto di quello che aveva combinato e, nel frattempo, quattro paia d’occhi continuavano a fissarla stupefatti: quelli di Sidney Blair, del Procuratore distrettuale Ethan Graves, del suo assistente Macey Cole e infine, a pochi centimetri di distanza dai suoi, quelli di Logan Keller.
Il brillante Logan Keller. L’affascinante Logan Keller. L’irresistibile Logan Keller.
Idolo di Chicago, avvocato senza scrupoli e dal passato oscuro, socio fondatore dello studio Keller, Blair & Rogers: ecco chi era l’uomo cui lei aveva appena rovesciato addosso mezzo litro di caffè.
«Io…io… cioè… non intendevo…» si ritrovò a balbettare confusa senza riuscire a staccare lo sguardo dall’enorme macchia marrone che si allargava secondo dopo secondo sulla sua camicia.
Un imbarazzante silenzio strisciò in mezzo al gruppo e Juliet sperò ardentemente che la terra si aprisse per inghiottirla.
Fu Sidney, tuttavia, a prendere in mano la situazione.
«Signori» disse con la sua voce squillante. «Vi posso presentare Juliet Wilde? Sarà lei ad assisterci per quanto riguarda il caso Clennan».
Ethan Graves era il tipico uomo devoto anima e corpo al proprio lavoro e si presentò in modo impeccabile seppur rigido.
«Sono sicuro, Sidney, di averti già sentito parlare della signorina Wilde» disse. «L’ultimo acquisto della Georgetown o sbaglio?».
«Non sbagli, Ethan» rispose la donna con un certo orgoglio. «Juliet era la migliore del suo corso».
«Credo di aver sentito parlare anch’io della signorina Wilde» si intromise a quel punto una voce suadente e bella come il peccato. «Come vi avevano definita? Ah, ecco: dotata di straordinarie capacità colloquiali».
La testa di Juliet scattò in su.
Macey Cole, rampollo di una delle famiglie più influenti della città e impenitente donnaiolo, rappresentava tutto quello che Juliet detestava in un uomo. Non erano i soldi o il potere di cui disponeva a irritarla, ma l’arroganza.
L’arroganza di chi non aveva mai avuto bisogno di lottare per nulla.
«Anch’io ho sentito molto parlare di lei signor Cole» ribatté ignorando quella vocina nella sua testa che le consigliava di mostrarsi diplomatica e accondiscende. «Scommetto però che non le piacerebbe sapere a che proposito».
Juliet avvertì Sidney trattenere il respiro ma Macey non raccolse la sfida, limitandosi a un sorriso che non raggiunse anche gli occhi, la cui luce si fece più dura.
Ethan Graves, invece, scoppiò a ridere.
«Beh Macey, forse la signorina Wilde non possiede il dono di saper trovare subito le parole adatte ma quando ci riesce, non c’è davvero bisogno di aggiungere altro».
«La signorina Wilde, evidentemente, possiede delle doti che preferisce tenere per sé».
Logan Keller aveva la voce più roca e suadente che fosse mai appartenuta a un uomo e Juliet quasi svenne dalla sorpresa nel sentirlo infine aprir bocca. Nonostante lavorasse per il suo studio da più di otto mesi ormai, erano state poche le occasioni durante le quali aveva potuto studiarlo da vicino.
Juliet provava un misto di fastidio, timore e reverenza nei confronti di Logan Keller.
Era un uomo di successo, famoso per i modi bruschi e i toni accesi. Si raccontava in giro che addirittura non avesse mai perso una causa. Era anche affascinante, ma non in modo classico. Il naso aquilino era forse il suo tratto distintivo più interessante, insieme con un paio di straordinari occhi grigi.
Occhi grigi che non smettevano un attimo di osservarla.
«Nonostante il piccolo incidente è stato un piacere conoscerla, signorina Wilde».
Ethan Graves le strinse la mano facendo nello stesso tempo un segno di saluto a Logan. «Per quanto riguarda quel problema, ne riparleremo presto. Andiamo Macey».
«Bella gonna» le sussurrò quest’ultimo con una strizzatina d’occhio passandole accanto.
Sidney attese che i due uomini sparissero dalla visuale per esclamare stizzita:
«Per l’amore di Dio Juliet, cosa ti sei messa addosso?». 
«È una lunga storia».
«Che ti esporrà più tardi, Sidney» disse Logan. «Al momento vorrei scambiare quattro chiacchere con la signorina Wilde».
«Logan non credo che sia il momento adatto. Il caso Clennan incombe e noi…».
«A più tardi, Sidney».
La donna gli scoccò un’occhiata di fuoco per poi dirigersi impettita verso il proprio ufficio. Batté la porta con forza ma Logan non parve turbato dal gesto.
Juliet osservò l’uomo con la coda dell’occhio, intimorita e incuriosita allo stesso tempo.
Le sembrava di aver a che fare con un predatore senza scrupoli.
In verità, sentirsi addosso lo sguardo da Logan Keller era proprio come fronteggiare un enorme squalo bianco.
Uno squalo bianco in giacca e cravatta però.
«Signorina Wilde,» iniziò «sarò breve. Se il suo obiettivo era attirare l’attenzione generale, poteva limitarsi a indossare quel pezzetto di stoffa che lei definisce “gonna” e presentarsi puntuale in ufficio».
Juliet prese fiato.
«Le posso assicurare, signore, che non è mia abitudine arrivare in ritardo e per la gonna…»
Logan la interruppe. «Vedo che insiste nell’usare questo termine».
Il tono era velatamente ironico ma le parole e lo sguardo erano più dure del ferro.
«Mi rendo conto di aver creato una situazione imbarazzante e…».
«No signorina Wilde, il punto è proprio questo. Lei non si rende conto. Il suo ritardo a una riunione riguardante un caso di massima importanza ha provocato una notevole serie di disguidi. Questo studio, signorina Wilde, ha una reputazione impeccabile e non permetterò che una ragazzina ansiosa di farsi scopare da un coglione come Macey Cole mandi tutto al diavolo. Mi sono spiegato?
Juliet strinse le labbra.
«Perfettamente signore».
«Le consiglio, quindi, se vuole rimanere in questo studio, di tenere la bocca e le gambe ben chiuse. Siamo d’accordo?».

 23 dicembre
Le parole di Logan Keller non facevano che tormentarla.
Juliet affondò con foga il cucchiaino nella vaschetta di gelato al cioccolato sotto lo sguardo commiserante di Mr King. Da tre giorni ormai non pensava ad altro.
In pratica le aveva dato della sgualdrina e lei, come la stupida che era, non aveva saputo controbattere. Avrebbe potuto, in realtà, ma era rimasta paralizzata.
Più ci pensava e più cresceva la sua furia.
Carol Wilde, sua madre, le ripeteva di continuo di contare fino a dieci se le veniva voglia di fare qualcosa di estremamente stupido.
Non sempre, però, Juliet ascoltava i consigli materni.
Ecco perché alle undici di sera si trovava su un taxi diretta verso casa di Logan Keller, pronta a difendere il proprio onore offeso.
Mancavano due giorni a Natale e lei era sola, triste e lontana da casa.
Con qualcuno doveva pur prendersela.
Le vetrine dei negozi erano un trionfo di verde, rosso e oro ma Juliet era troppo impegnata a pregustare il momento della rivincita per notarli.
Logan Keller, dopo che il portiere gli aveva annunciato la sua visita, aprì quasi subito la porta d’ingresso. Indossava ancora sia la giacca sia la cravatta.
Confezionati su misura, poteva scommetterci.
«Signorina Wilde cosa…».
Juliet non perse tempo e cogliendolo del tutto alla sprovvista, gli piazzò un pugno dritto sul naso.
«Questo è per avermi dato della puttana, razza di bastardo egocentrico» ringhiò massaggiandosi le nocche escoriate. «Sono laureata con lode alla Georgetown e non certo perché mi sono divertita a saltare da un letto all’altro!».
L’uomo la sbirciò imbufalito al di là del suo naso dolorante.
«Forse non ha tutti i torti signorina Wilde» sibilò in risposta. «Non riesco a immaginare un uomo abbastanza coraggioso da portarla a letto. Anche solo per noia».
«Fossi in lei non mi porrei il problema» replicò acida Juliet. «Dubito che potrebbe convincermi anche solo a sbottonarmi la camicetta, figuriamoci a fare sesso».
Si fissarono in cagnesco finché Logan sbottò dicendo: «O se ne va o mi da un altro pugno o entra. Non mi interessa cosa decide ma si sbrighi a farlo. Sto gelando».
Avrebbe dovuto andarsene o assestargli un altro pugno ma scelse di entrare.
L’appartamento era il classico appartamento da scapolo, arredato con uno stile funzionale ma per come la vedeva lei troppo freddo e anonimo.
La fece accomodare sul divano, versò due vodka lisce e si sedette nel posto davanti a lei.
«Io non vado a letto con Macey Cole» proruppe Juliet dopo un poco e senza motivo apparente.
«Mi pare ovvio che non ci va a letto» commentò lui.
«Che cosa vorrebbe dire?».
«Che quando un uomo possiede una donna, trova sempre il modo per farlo capire agli altri uomini».
Juliet spalancò gli occhi. «Allora perché diamine…».
«L’intenzione era quella di dissuaderla dal farlo in futuro».
Il cellullare di Juliet scelse proprio quel momento per mettersi a suonare.
«Non risponde?» domandò lui.
«È mia madre» spiegò Juliet rifiutando la chiamata.
«Le confesso, signorina Wilde che faccio fatica ad immaginare che tipo di donna possa averla messa al mondo»
«Non sforzi la sua immaginazione. È una semplice cameriera dell’Ohio, pettegola e con un pessimo gusto nel vestire»,
«Siete molto legate?».
«Abbastanza».
«Suppongo che ogni figlia, d’altronde, abbia un rapporto speciale con la propria madre».
Juliet gli rivolse una strana occhiata. «Per me è diverso».
«Diverso in che senso?».
«Mio padre se ne è andato quando avevo all’incirca dodici anni. Da quel momento in poi siamo sempre state soltanto io e lei. La mia partenza per il college è stata un trauma per entrambe e anche se so che non lo ammetterà mai, pur essendo orgogliosa di me, il fatto che abbia ottenuto questo posto a Chicago le ha spezzato il cuore. È un’impicciona, testarda e molto spesso inopportuna ma è stata per anni, ed è ancora, l’unica certezza della mia vita. La parola madre non spiega neanche un po’ quello che la sua esistenza significa per la mia».
Doveva essere impazzita. Perché stava raccontando quella lagna stucchevole al suo capo?
Perché si sentiva sola e triste. Ecco perché.
«Non si è più risposata?» chiese Logan osservandola con attenzione.
Juliet scosse la testa. «No e non ne ha mai parlato. Credo che non abbia mai smesso di amare mio padre, nonostante tutto. Una volta, quando andavo ancora al liceo, sono entrata nella sua camera per cercare un paio di orecchini e ho trovato, nascosta in fondo un cassetto una foto di lei e papà insieme, nel giorno del loro matrimonio. Pensavo le avesse stracciate tutte e non so perché abbia deciso di conservare proprio questa. Era una di quelle foto scattate all’improvviso e troppo spontanee per essere incluse in un album ricordo. Sembravano entrambi così giovani e felici. Lei soprattutto, con indosso un vestito a fiori da quattro soldi e in faccia un sorriso che non le ho mai più visto. Bionda, bella e aggrappata al braccio di un imbarazzato uomo in divisa. Era nella marina mio padre, sa?».
Stupida, si rimproverò. Disturbare il passato non era mai una scelta saggia. Cercare di combattere i ricordi che questo ti scagliava dietro, lo era ancora meno.
Colpa del Natale, si disse. Colpa di quella stupida festa e di tutte le scintille di speranza che si portava dietro.
Si aspettava commiserazione ma Logan le scostò invece un ricciolo dalla fronte.
«Io sono cresciuto in una famiglia tradizionale.» disse «I miei genitori cenavano con me e i miei fratelli tutte le sere. Alle otto in punto. Non c’è mai stata una sola parola scortese fra loro: solo silenzi, garbate discussioni a proposito del tempo e solitudine. Non litigavano ma non per questo erano felici. Non erano niente. Poco più che estranei che dividevano il letto. Da piccolo non capivo cosa non andasse in loro ma crescendo divenni più attento e mi accorsi che non si guardavano mai negli occhi. Come può un uomo ignorare in questo modo la madre dei suoi figli? Ho sempre pensato che, una volta trovata la donna giusta, non avrei voluto fare altro che affogare nel suo sguardo ogni giorno della mia vita».
Si guardarono per quello che parve a entrambi un interminabile lasso di tempo ma, in realtà, furono poco più di trenta secondi di puro sbigottimento provocati da qualcosa che non aveva nome.
Juliet non seppe mai come accadde ma capì subito che non avrebbe potuto evitarlo.
Le mani e la bocca di Logan furono su di lei e plasmarono il suo desiderio come argilla fresca.
L’afferrò per le natiche e la spinse verso di sé.
Il tessuto sottile delle sue mutandine, sfregato contro la dura presenza di lui, si bagnò all’istante.
Juliet boccheggiò e aggrappandosi alle spalle di Logan, inarcò la schiena.
«Smettila» le sussurrò lui fra i capelli.
Juliet, stordita e col petto ansante, chiese: «Di fare cosa?».
Logan non rispose ma trasformò il suo bacio in un vero e proprio attacco.
Rossa, accaldata e in fiamme.
Ecco come si sentiva Juliet tra le braccia di quell’uomo che non smetteva un attimo di tormentarla con le mani, con gli occhi, con le parole.
«Non te lo chiederò una seconda volta» le disse tracciando una scia di baci umidi e bollenti dalla clavicola alla base dell’orecchio mentre con una mano tornava ad avvolgerle il seno in una stretta gentile ma decisa. Il pollice le accarezzava la carne ruvida del capezzolo e la spingeva ad allargare le gambe per avvicinarlo di più a sé.
«Credo…» disse lei cercando disperatamente di rimanere lucida «credo di aver dimenticato la domanda».
Lo sentì ridere sulla pelle del suo collo. Una risata bassa e roca che alle orecchie di Juliet suonò come una melodia, una melodia dolce e struggente.
Dolce e struggente come il desiderio che la incatenava .
«Cosa vuoi Juliet? Cosa vuoi in questo preciso momento?
Non le permise di rispondere perché subito la sua bocca si impossessò di quella di lei, divorandola bacio dopo bacio e facendola precipitare in un abisso di indescrivibile delizia.
Quando finalmente la lasciò andare, Juliet aveva ormai un solo pensiero nella testa.
«Te» disse in un soffio «Voglio te. Qui. Dentro di me. Ora. Voglio te».

La svegliò la vibrazione del suo cellullare. 
Juliet ci mise qualche secondo a capire di essere nuda, piacevolmente indolenzita e, per la prima volta nella sua vita, soddisfatta fra le braccia di un uomo.
I guai arrivarono il secondo successivo, quando si rese conto di chi era l’uomo in questione.
Logan dormiva ancora, con una gamba infilata fra le sue cosce e il braccio mollemente abbandonato sul suo fianco. Le ciglia scure gli sfioravano le guance che cominciavano a mostrare un velo di barba e lo facevano sembrare meno severo e irraggiungibile del solito.
Quella notte Juliet aveva scoperto un lato di lui che non credeva potesse esistere.
Si era convinta che Logan fosse fatto di ghiaccio e pietra ma quando lo aveva accolto dentro di sé, Juliet aveva visto il ghiaccio sciogliersi e la pietra sgretolarsi. La passione che le aveva mostrato era pura, limpida come l’acqua di una sorgente e intensa.
Era convinta che fossero pochi gli uomini che facevano l’amore con una tale dedizione, con una tale urgenza da rasentare la follia.
Gli aveva permesso di farla sua molte volte e non se ne pentiva.
Il cellullare, intanto, continuava a suonare.
Juliet si era imposta di non rispondere ma la sua coscienza, stavolta, le suggeriva diversamente.
Vide il nome sul display e sbuffò debolmente.
«Mamma» rispose cercando di mantenere un tono di voce basso «non posso parlare per adesso. Sono…».
L’urlo che Carol Wilde lanciò abbatté tutte le barriere del suono.
«Juliet Mary Anne Wilde non pensare neppure di chiudermi il telefono in faccia la vigilia di Natale! Non ti fai sentire da giorni e…»
«Mamma per l’amor del cielo!» sbottò Juliet sollevandosi di scatto a sedere «Ci siamo sentite due volte solo ieri!»
«Appunto! Due volte, solo due volte! Oh Juliet spero che quando avrai figli questi non ti trattino come tu tratti…».
Juliet roterò gli occhi. Sua madre a volte era davvero una donna impossibile.
«E non osare roteare gli occhi signorina!»
Juliet sobbalzò. «Mamma ti prometto che ti richiamo appena posso ma ora non…».
«Juliet, tesoro» si intromise a quel punto la voce ancora assonata di Logan. «Sei seduta sul mio braccio».
Carol, ovviamente, non perse neppure una sillaba di quella frase.
«È la voce di un uomo?» strillò stupefatta abbattendo ancora una volta le barriere del suono. «Sei con un uomo? Hai dormito con lui?».
«No!» protestò Juliet in un sussurro «Non è come…».
«Perché parli così piano?» si insospettì subito sua madre. «Mio dio, dimmi che non è sposato!».
«Mamma!».
Il cervello di Juliet si mise a lavorare freneticamente. Non era ancora pronta ad ammettere quello che aveva fatto con se stessa, figurarsi a confessarlo a qualcun altro.
«Non è sposato. Lui è… insomma è…».
Carol, però, interpretò la sua titubanza come un ammissione di colpa
«Oh tesoro mio! Non c’è bisogno di mentire. Una madre queste cose le capisce. E non provare a dirmi che ti ha promesso che lascerà la moglie per te! Lo sai, nessun uomo…».
«Mamma devi smetterla con tutte quelle soap opera. Ti fanno diventare ancora più melodrammatica del solito. Ti ho detto che non è sposato. Parlo piano perché non è mia abitudine urlare. E poi, santo cielo, credi che in caso questa presunta moglie origli dalla stanza accanto?».
«Amore mio, anche se si toglie la fede con te non vuol dire che…».
«Per l’amore del cielo mamma! Non è sposato, è soltanto il mio capo!».
Juliet quasi non credeva di essere riuscita a zittirla.
Si illudeva però.
«Juliet» disse seria «So che soffri la solitudine ma non pensavo che…».
«Ti saluto mamma». Era ora di far riposare un po’ la testa dalle chiacchere di Carol Wilde. «Non stare in ansia. Ti richiamo più tardi».
Juliet, sospirando, chiuse la conversazione prima di farsi perforare i timpani per l’ennesima volta.
«Sei una donna rumorosa Juliet Wilde e da non sottovalutare» commentò lui con una mano sotto la nuca. La sua espressione era un miscuglio di divertimento, interesse e sensualità.
Juliet arrossì. Ricordò i gemiti a cui si era abbandonata tra le sue braccia, le grida soffocate e i singhiozzi incontrollati quando la tensione era esplosa furiosa dentro di lei.
Doveva distogliere l’attenzione da quei pensieri. Per il proprio bene.
«Oddio» esclamò dando una rapida occhiata all’ora. «Dovrei tornare a casa. Non posso lasciare Mr King troppo a lungo da solo.
«Mr King?» domandò Logan perplesso.
«Il mio gatto».
«Credevo che i gatti fossero abbastanza indipendenti».
«Non Mr King» specificò Juliet. «Lui è come un aristocratico francese dal nome impronunciabile e del tutto incapace di provvedere a se stesso».
«Animale interessante».
«Forse un po’ troppo.» disse Juliet buttandosi all’indietro sui cuscini. L’idea di presentargli Mr King la inteneriva. «È la vigilia di Natale e devo ancora mettere le luci all’albero. Le luci e le decorazioni. E i nastri. Un po’ tutto in effetti. Senza contare che oggi passerà la signora Carter con provviste sufficienti a sfamare mezza nazione. È convinta che in quanto donna nubile e lavoratrice io rischi la morte per inedia ogni giorno».
Con la coda dell’occhio Juliet si accorse che Logan stava sorridendo.
Era davvero tempo di tornare a casa ma non ne aveva nessuna voglia. Facendosi forza, salto giù dal letto e cominciò a rivestirsi.
«Perché non passi più tardi?» gli domandò all’improvviso e senza rifletterci. «La Vigilia a casa mia in Ohio è sempre il momento più bel…».
Lo vide alzarsi di scatto e allontanarsi da lei.
«Ho detto…» chiese titubante. «Ho detto forse qualcosa di sbagliato?».
Non le rispose e la temperatura della stanza parve crollare di colpo.
«Logan?».
A quel punto l’uomo si girò e l’osservò per qualche istante con quello sguardo freddo e indagatore che l’aveva reso la temibile leggenda che era nelle aule dei tribunali.
Juliet faticava a credere che quei glaciali occhi grigi fossero gli stessi che si erano velati di piacere appena poche ore prima.
«Non illuderti ragazzina» le disse. «Non provarci nemmeno. Finiresti solo col farti male».
«A proposito di cosa non dovrei illudermi?».
Senza rendersene conto, Juliet fece volare lo sguardo fino al letto dove avevano fatto l’amore avvinghiati l’uno all’altro.
Quando tornò a cercare gli occhi di Logan non trovò che un immensa distesa di ghiaccio.
«Non potrà esserci un seguito a quello che è successo ieri notte» continuò lui seguendo il suo sguardo. Non sembrava turbato dalla vista delle lenzuola sgualcite dalla frenesia dei loro corpi e impregnate di sudore e passione.
«Non era una proposta di matrimonio» ribatté Juliet, irritata dalla sua sottile indifferenza e, in una remotissima parte del suo cuore, ferita da quelle parole che le aveva lanciato addosso come sassi.
Si sentiva davvero come una ragazzina in quel momento. Si sentiva come una ragazzina stupida e innamorata. Lei però non era un’adolescente infatuata. Era soltanto una donna che cercava di rimettere insieme i pezzi del proprio essere dopo aver vissuto la più sconvolgente e straordinaria delle esperienze.
Logan avrebbe dovuto capirlo ma, come tutti gli uomini, aveva paura.
Una fottuta paura.
«Siamo stati bene insieme» continuò imperterrito. «Abbiamo fatto del buon sesso. Cerchiamo di non rovinarne il ricordo».
A quel punto si alzò in piedi, raggiunse il mobile bar e si versò due dita di sherry.
Juliet rimase per qualche istante incantata dal gioco di muscoli che si intravedeva sotto la pelle abbronzata delle ampie spalle.
C’erano ancora i segni rossi delle sue unghie su quelle spalle.
Juliet si lasciò andare a una risata bassa e amara.
«Se ho capito bene, mi stai dicendo che sono stata una bella scopata e di non montarmi troppo la testa?».
Logan buttò giù il contenuto del bicchiere in un unico sorso.
«Non ho detto questo».
«No? Beh, a me il senso pareva proprio questo» ribatté. «Lascia però che puntualizzi una cosa. Il fatto che ti abbia permesso di sfilarmi le mutandine una volta non significa che ti permetterei di farlo una seconda»
L’espressione di Logan si era fatta cupa e Juliet poteva quasi avvertire la sua tensione.
Il sorriso che poi le rivolse sapeva di sfida.
«Non ho bisogno di toccarti per sapere che sei pronta per me».
Juliet aprì la bocca ma non poté ribattere nulla. D’improvviso sentì soltanto l’impellente necessità di allontanarsi il più possibile da lui, di proteggersi, di salvarsi.
Non avevano più nulla da dirsi.

 25 dicembre
Beep. Juliet, sono di nuovo la mamma. Non pensare che mi sia scordata di… Beep. Messaggio Cancellato.
Quello era il peggior Natale che Juliet avesse mai trascorso.
Era in pigiama, con un gatto sulle ginocchia e lo spirito a pezzi.
Non aveva intenzione di uscire di casa per almeno una settimana, né di vedere anima viva. Per questo, quando il campanello suonò, quasi scoppiò in lacrime al pensiero di dover affrontare una qualsiasi conversazione con un altro essere umano.
Quello che non si aspettava di certo era trovare Logan Keller sulla sua soglia di casa sua con una faccia sconvolta, in tuta e senza la solita cravatta nera al collo.
«Ho passato una notte d’inferno» iniziò subito lui. «Continuavo a rigirarmi in quel dannato letto vuoto senza poter trovare un attimo di pace. Non mi era mai sembrato vuoto prima dell’altra notte. Prima di te. L’hai occupato per appena qualche ora e adesso gli appartieni. Non capisco come …».
Juliet lo interruppe prima che potesse continuare.
«Sono stanca, depressa, e ho appena finito una scatola intera di cioccolatini al liquore da trecento calorie l’uno. Cerca di capirmi. Parlare con te è l’ultima cosa di cui ho voglia».
«Juliet» ricominciò invece lui ignorandola. «Una parte di me è sempre stata convinta che tutta quella roba delle famiglie felici e della gente che ama e perdona sia soltanto una stronzata, un affare gonfiato ad arte dai romanzieri e dai pubblicitari. Non ho mai visto niente resistere al tempo o al dolore o semplicemente alla vita. Fino all’altra notte ero convinto che tutto fosse destinato a sfaldarsi e …
Juliet fece per chiudergli la porta in faccia ma Logan, rapido, la bloccò con una gamba.
«Non ho intenzione di stare a sentire il racconto della tua crisi mistico-spirituale. Fammi il favore di toglierti dai piedi»
«Juliet…»
«Ti ho detto che non …».
«Dannazione Juliet!» imprecò Logan «Ti sto chiedendo di ascoltarmi! La verità è che ho avuto paura. L’altra notte ho avuto una fottuta paura e l’ho avuta perché mentre ti stringevi a me singhiozzando di piacere ho creduto di aver quasi afferrato un pezzetto di eternità».
Di colpo, Juliet ammutolì.
«Non so se è una scintilla di qualcosa più grande e non so neanche come definire questo “qualcosa” ma so che scoprilo ne potrebbe valere la pena. Immergermi in te è stato come toccare le radici di un essenza segreta. C’è stato un momento in cui non ho più capito dove finivo io e iniziavi tu. Il sollievo che ho provato non è stato soltanto fisico. È stato come liberarsi dalle catene della realtà e sfiorare quello che conta davvero.»
Da qualche parte, la voce intensa di Bing Crosby intonò Deck the halls.
«Oh accidenti! Cosa devo fare con te?» esplose Juliet tirando un po’ su col naso. «Non posso cacciarti via. Sta nevicando ormai e poi è Natale».
Logan avvicinò il viso a quello di lei, inondandola col suo profumo.
«Fammi entrare allora» sussurrò.
«Non sei l’avvocato brillante che dici di essere Logan Keller» replicò Juliet con una nota di leggera ironia nella voce. «Se pensi che un bel discorsetto possa esserti d’aiuto».
Logan si avvicinò ancora e si fermò soltanto quando le loro labbra non si trovarono che a qualche centimetro di distanza l’una dall’altra.
«Accetto suggerimenti signorina Wilde».
«Iniziamo con un bacio e poi si vedrà».

 FINE


CHI E' L'AUTRICE
EMMA BIANCHI è lo pseudonimo di Alessia Lo Bianco, studentessa universitaria e grande amante della lettura. Si diverte a scrivere recensioni per il blog Sognando Leggendo (con il nick Cerridwen) del quale è una felicissima collaboratrice e dove, fra le altre cose, cura una rubrica dedicata al romance, Lovers Corner's. All'interno de "Le Stagioni del Cuore", rassegna di racconti romance organizzata da La Mia Biblioteca Romantica, è possibile leggere un frammento/estratto di romantic suspense, Fino alla Fine ( qui)  , il suo racconto Aspettando l'alba è inoltre arrivato fra i sei finalisti della rassegna RossoFuoco(2012) sempre su questo blog ( qui ). Un suo racconto historical romance D'Oro e di Velluto, inoltre, è stato pubblicato sul numero 12 della rivista Romance Magazine. Con il racconto Miss Unity Freedom e la ragazza scomparsa ha vinto il concorso E-vamporismi mentre con un altro racconto fantasy Respiro di Drago ha vinto il concorso Le Terre del Mithril ed entrambi andranno presto a comporre due diverse antologie di genere. Il racconto "Scia di fuoco" ( qui ) ha vinto la segnalazione delle redattrici di questo blog per la rassegna Senza Fiato.

POTETE INCONTARE L'AUTRICE SULLA SUA PAGINA FACEBOOK


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10 commenti:

  1. Intenso e coinvolgente. L'unico aspetto che mi lascia un po' perplessa è il modo in cui si è evoluto il loro rapporto... è passato forse un po' troppo bruscamente dall'odio all'amore, cioè, è bastato che lei parlasse di sua madre perché lui si rendesse conto che lei non saltava davvero da un letto all'altro? cosa in un certo senso contraddetta subito dopo, quando l'ha baciata e lei c'è subito stata ;) anche quando le ha praticamente dichiarato il suo amore è un po' frettoloso... però la lettura è coinvolgente e la prima parte mi ha fatto molto ridere :)

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  2. bello se fosse stato un romanzo l'avrei apprezzato molto di più, in un racconto tutto succede in un attimo. Sembra andare tutto troppo in fretta ma la base, il plot mi è piaciuto!

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  3. Molto bello ed avvincente. Per me, invece la tempistica è stata corretta, dato che è un breve racconto. Le emozioni si avvertono tutte e si trasmettono immediatamente al lettore. Brava nel tratteggiare le lacune affettive di entrambi, che danno vita ed impulso al colpo di fulmine. Complimenti, questo racconto entra nel podio insieme a quello si Sabrina Parodi e Monica Lombardi.

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  4. Mi è piaciuto molto, ma l'ho trovato troppo veloce, lo so che essendo solo un racconto deve essere corto ma in questo caso mi sembra di saltare da una scena all'altra senza il giusto intermezzo che ti permette di apprezzare in pieno la scena successiva.

    SpiderHunter

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  5. Concordo con i pareri precedenti sul fatto che la relazione tra i protagonisti sia piuttosto affrettata, comunque questo non mi ha impedito di apprezzare il racconto. Ideale come lettura scacciapensieri ^_^

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  6. Molto bello questo racconto, anche se per brevità è da considerare che qualche limite ci sia . La storia si sviluppa troppo velocemente, ma è quello che accade nei racconti brevi. Ci starebbe bene un bel romano lungo con i due protagonisti.
    Complimenti Emma, tra i racconti da me preferiti

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  7. L'intervento precedente è il mio.
    PATTY

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  8. Salve, vorrei fare una richiesta alle redatrici del blog.
    Se possibile, posticipate di un po' di giorni la scelta dei racconti.
    Non so le altre lettrici, ma io non li ho letti ancora tutto e mi dispiacerebbe tralasciare qualcuno.
    Grazie
    PATTY

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Poichè ci sono arrivate altre richiest ecome la tua, Patty, abbiamo pensato di estendere la fine delle votazioni ai racconti al 26 gennaio. Buona lettura!

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  9. In effetti, anch'io ho notato che l'evolversi del rapporto è lievemente affrettato e, soprattutto, lui è un po' troppo intuitivo, di solito gli uomini lo sono poco o addirittura per niente! Cmq, la prima parte è veramente divertente, fa pensare alle screwball comedies americane. Si potrebbe dire che si tratta di un romanzo in embrione, c'è già dentro tutto, basta solo svilupparlo su una trama più estesa. Considerando la giovane età dell'autrice, direi molto promettente.

    P.S. Grazie Francy x aver posticipato il termine, sono in ritardo clamoroso!

    RispondiElimina

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