LE STAGIONI DEL CUORE presenta 'GLI OCCHI DELLA PAURA' di Monica Lombardi

Passate le vacanze, il lavoro è ripreso a pieno ritmo e il tran tran minaccia di ingoiarci di nuovo. Urge prendersi piccole pause. E noi siamo qui per questo! Torna LE STAGIONI DEL CUORE con GLI OCCHI DELLA PAURA, un racconto romantic suspense di Monica Lombardi, dove il senso di pericolo incombente è abilmente miscelato alla dolce nostalgia per  un amore mai dimenticato. Ci potrà essere una seconda occasione? Fiato sospeso fino alla fine. Buona lettura. 

*ATTENZIONE: Data la lunghezza del racconto, lo abbiamo diviso in due parti, per continuare la lettura cliccate su 'continua a leggere' in fondo a questo post.*

  L’aereo cominciò ad abbassarsi e si immerse in uno strato latteo di nubi per uscirne poco dopo, in vista del suolo. Sotto di loro, l’incontro tra l’arcipelago di Stoccolma e il grande Lago Malaren assomigliava a una tavolozza impazzita di marrone, verde e blu. La prima volta che aveva visto quel panorama dall’alto, Helena l’aveva paragonato a un groviera e Annika non aveva gradito. Erano passati undici anni da allora, quando erano arrivate insieme in aereo per trascorrere tre settimane a casa Tryggvason, d’estate. Era tornata anche l’anno dopo, ed erano state le due estati più belle della sua vita.
Erano inseparabili, lei e Annie, lo erano state per tutta l’università che avevano frequentato insieme a Parigi. Due straniere, due nordiche nella ville lumière, inglese girovaga lei, quasi senza patria dopo avere trascorso l’infanzia e l’adolescenza al seguito della carriera diplomatica del padre; svedese campanilista decisa a tornare in patria dopo gli studi di storia dell’arte la dolce, bionda Annika. Si erano avvicinate solo in quanto entrambe forestiere, e avevano avuto la fortuna di scoprirsi anime affini.
Dopo la laurea le loro vite avevano preso strade diverse, ma erano sempre rimaste in contatto. Lettere, mail, una telefonata fiume ogni tanto. Fino a quella breve e improvvisa di ventiquattr’ore prima. “Astrid è scomparsa. Ti prego, vieni”.
Astrid, sei anni, la primogenita di Annika. Helena aveva preso il primo aereo per Stoccolma in partenza da New York, dove viveva e lavorava da due anni. Pregando di poter fare qualcosa, temendo di arrivare troppo tardi.
Trasse un profondo respiro, cercando di svuotare la mente prima che tornasse a fare corto-circuito attorno al groviglio di pensieri che l’aveva perseguitata per tutto il viaggio.
“Atterreremo tra pochi minuti”, la rassicurò la hostess che stava passando per controllare le cinture di sicurezza, forse pensando che quel sospiro fosse dovuto alla tensione per il volo.
Ma Helena volava da quando era bambina e si sentiva a suo agio, in cielo. Quell’hostess non avrebbe mai potuto immaginare, di che cosa aveva davvero paura.

 All’aeroporto lo vide subito. Era più alto e aveva le spalle più larghe di come lo ricordava, come se quei dieci anni lo avessero fatto diventare più imponente. Una crescita di barba di almeno due giorni spruzzava di biondo il suo bel viso e i capelli erano più corti di come li portava allora, ma non abbastanza da non arricciarsi dietro alle orecchie.
Gli andò incontro accelerando suo malgrado, il trolley che oscillava pericolosamente dietro di lei. Nils la vide e sorrise. Quel sorriso invece era esattamente come lo ricordava e aveva su di lei ancora lo stesso effetto: un raggio di sole che le andava dritto al cuore.
L’abbracciò, un abbraccio forte, che per un attimo la sbalzò indietro nel tempo finché il dolore legato al presente non li avvolse, quasi tangibile. Si staccarono e si guardarono negli occhi, e in quelli azzurri di lui Helena vide i segni dell’ansia e della mancanza di sonno.
“Avete notizie?” gli chiese.
“Nessuna novità”. Poi le prese il trolley di mano. “Vieni, andiamo. Parleremo in macchina”.
Il suo inglese era rimasto lo stesso: chiaro, pulito, senza accenti particolari. Indirettamente proporzionale a quello di Helena che era un melting pot di accenti diversi, accumulati come tanti strati nei diversi luoghi dove aveva vissuto, con l’ultima spennellata newyorkese a concludere l’opera, come la glassa sulla torta.
“Non era necessario che venissi tu. Avevo detto ad Annie che potevo prendere il treno”.
Nils scosse la testa.
“Ti vuole lì il prima possibile”.
La Volvo di Nils era parcheggiata appena fuori dall’uscita, in divieto di sosta. Quando tua nipote è scomparsa da 48 ore, tendi a rivedere le tue priorità. Poi vide il poliziotto in piedi lì vicino e il cenno di saluto che si scambiarono.
“L’aereo era in orario?” chiese l’agente.
“In perfetto orario, grazie”.
“Buon viaggio, signor Tryggvason”.
Certo. Yrian, il marito di Annika, lavorava per il Ministero degli Interni, a Stoccolma. La scomparsa di Astrid non era solo una tragedia familiare, il caso doveva aver raggiunto anche i media.
“Come sta?” domandò Helena appena furono saliti a bordo.
“Annie? Non vuole mangiare, non vuole dormire. Ieri sera Yrian le ha messo di nascosto delle gocce che ci ha lasciato il dottore nel tè, e stanotte almeno ha riposato qualche ora”. Ignorando lo svincolo dell’autostrada per la capitale, Nils tirò dritto seguendo le indicazioni per Sigtuna, dove la famiglia Tryggvason abitava. “E questa cosa che ha voluto a tutti i costi chiamarti...”. Si girò brevemente verso di lei, prima di riportare gli occhi sulla strada trafficata. “Non mi fraintendere, siamo contenti che tu sia venuta ma ...”.
“Ma temete che possa riporre troppa fiducia nella mia presenza, e che crolli se non funziona”. Nils le rivolse un’altra rapida occhiata, senza cercare di nascondere il suo stupore. “Non ti ho letto nel pensiero” lo rassicurò Helena. “Non so farlo. Era solo la conclusione logica della tua frase”.
“Pensi che funzionerà?” le chiese dopo una manciata di secondi, una nota di tensione nella voce.
Deve funzionare!
“Non ne ho idea” rispose invece. “Non è qualcosa di scientifico. Sono tante le variabili che possono influenzare quello che sento. Imparo qualcosa ogni volta ma non ...” Si interruppe. Quello non era un amico con cui poteva parlare delle sue speranze e dei suoi timori nella gestione di un ‘dono’ che le aveva cambiato la vita: era un uomo in ansia per sua nipote. “Sono contenta anch’io di essere qui” concluse allora, “perché ci voglio provare”.
“Siamo contenti che tu sia venuta”, aveva detto. Parlava di sé e di Yrian, o avrebbe trovato una fidanzata, ad attenderli? Nils non si era sposato, di questo era certa. Ma tra l’essere sposati e l’essere single c’era un’ampia varietà di stati possibili. E nelle telefonate e nelle mail scambiate con Annika non era mai andata oltre a un “Nils sta bene?” Aveva preferito non sapere.
“Benny non parla”. Benedikta, la secondogenita. Aveva compiuto quattro anni da poco. “Le abbiamo detto che sua sorella si è persa nel bosco, che la stiamo cercando, che probabilmente ha camminato tanto ed è arrivata fino a una delle fattorie più isolate. Che altro potevamo dirle?”
Per un po’ rimasero in silenzio. Si stavano lasciando alle spalle la cittadina di Marsta, procedendo sempre verso ovest in mezzo a distese di conifere. Nel giro di un quarto d’ora sarebbero arrivati a Sigtuna, la città più antica della Svezia, sulle rive del lago Malaren. Quanti ricordi la legavano a quelle stradine pittoresche e a quel paesaggio incontaminato, alla sua amica sempre sorridente, che ora avrebbe trovato in lacrime, e all’uomo biondo seduto accanto a lei, che le aveva fatto battere il cuore come nessuno prima e dopo di lui.
“Non avevi queste percezioni quando... passavi le estati qui da noi”.
Quando stavamo insieme. Non era necessario essere sensitivi per leggere quella frase non detta. La prima estate si erano studiati, osservati, piaciuti, senza mai avere l’occasione di trovarsi da soli. Nils studiava a Stoccolma e aveva gli esami, in quel periodo. Tornata a Parigi per l’ultimo anno di università, Helena aveva pensato a lui tutto il tempo, riuscendo non sapeva come a nascondere quel sentimento ad Annie, nel timore che non fosse ricambiato.
L’estate successiva, Annie aveva avuto un attacco di appendicite ed era stata operata d’urgenza ad Uppsala. Helena e Nils avevano fatto avanti e indietro insieme, per andarla a trovare. Quelle erano diventate le loro giornate. Quando Annie era rientrata a casa convalescente, avevano avuto ancora molte occasioni per fare lunghe passeggiate da soli, di giorno. Mano nella mano, a parlare, baciarsi, ridere, e ancora baciarsi. Ogni occasione era buona per finire l’uno nelle braccia dell’altra. E di notte si incontravano di nascosto, quando tutti dormivano. A distanza di dieci anni, Helena ripensava ancora, a quelle notti. Si erano fissate nella sua memoria, nel suo cuore. Indelebili. Trovarselo accanto ora, in carne e ossa, aveva dell’irreale.
Anche se non l’aveva formulata come una domanda, Nils era ancora in attesa di una risposta da lei.
“Era diverso. Avevo delle sensazioni, a volte, ma erano meno forti, meno chiare, meno ...” Tragiche. Solo due anni dopo, quando si era trasferita a Washington con la sua famiglia e la loro vicina di casa era stata rapita da uno stupratore seriale, quelle sensazioni erano diventate incubi legati alla paura altrui. Ma di questo non voleva parlare. “Per esempio, quando tornai a Londra dopo essere stata qui da voi, quell’ultima estate, un giorno avevo avuto la sensazione che ...”
Perché era scivolata all’improvviso così sul personale? Come se il suo inconscio avesse deciso di dare voce alla domanda che non aveva il coraggio di fargli: “ti ricordi anche tu le nostre serate sul molo, quando ci baciavamo come se il mondo dovesse finire il giorno dopo? Oppure le hai rimosse?”
“La sensazione che...?” la spronò lui.
Non le venne in mente nessuna scappatoia. Forse era meglio così. In fondo, voleva sapere che cos’era successo, perché la loro storia era finita nel silenzio più totale.
“Che tu mi stessi cercando”.
Nils non disse nulla. Continuava a guardare la strada, anche se il traffico si era diradato e l’asfalto correva dritto davanti a loro. Poi spostò le mani sul volante e assunse una posizione di guida più rilassata.
“L’ho fatto. Ti ho mandato una mail, qualche giorno dopo la tua partenza. Non mi hai mai risposto”.
No, impossibile, nessuna mail. Nessuno dei due possedeva ancora un cellulare a quel tempo, ma Helena usava già la posta elettronica.
“Io non ho mai ricevuto nulla. Sicuro di averla mandata all’indirizzo giusto?”
“Visto che qualcuno non me lo aveva lasciato, ho dovuto cercarlo sul computer di mia sorella”.
Chissà cos’era successo. Non che la loro relazione avrebbe potuto avere un futuro, se quella mail le fosse arrivata. Lei in partenza per l’America e lui con gli studi da finire, a Stoccolma. Divisi da un continente e da un oceano.
“Ti avrei risposto. Devi aver pensato che fossi una grande cafona”.
“Ho pensato che preferivi lasciare le cose così”.
Gli uomini e la loro durezza. A volte faceva male.

 Casa Tryggvason era situata appena fuori Sigtuna. Il padre di Annie e Nils era un architetto e se l’era costruita esattamente come la voleva: bassa, luminosa e moderna, con pareti di legno e pietra che si inserivano meravigliosamente nel paesaggio. Il giardino scendeva dolce verso la riva del lago e un vialetto lastricato portava al corto molo, ora deserto, dove dieci anni prima era ormeggiata la piccola barca a vela di Stefan Tryggvason.
Appena varcata la soglia, Annika le si precipitò incontro e l’abbracciò stritolandola. Le bagnò il viso e il giubbino di lacrime, e continuò a stringerla.
“Ellie, grazie, grazie, grazie” ripeté piano, finché non si staccò. Era pallida, gli occhi lucidi e arrossati, i lineamenti fini segnati dall’angoscia.
“Il commissario Fogelstrom è di là che ci aspetta”.
Mentre percorrevano il breve corridoio che dall’ingresso conduceva nell’ampio soggiorno, Helena riconobbe molti quadri e soprammobili. Annie era cresciuta in quella casa, e quando i suoi genitori erano mancati per un incidente d’auto, lei e Yrian vi si erano trasferiti con Astrid piccola.
Fogelstrom era un uomo robusto dai lineamenti squadrati. Capelli più grigi che neri tagliati corti, le rughe attorno agli occhi denotavano un’età matura ma lo sguardo acuto e la postura rigida, quasi militare, parlavano di un’energia pronta a scattare. La fece subito sentire a disagio. Come del resto accadeva con la maggior parte dei poliziotti, da cui si sentiva messa sotto esame. Con i suoi capelli inesorabilmente dritti a cui un taglio scalato di un abile parrucchiere newyorkese riusciva a malapena a dare un po’ di volume e gli zigomi leggermente più piani della media spruzzati di pallide efelidi, Helena sapeva bene che il fatto di apparire più giovane della sua età non le faceva guadagnare punti davanti alle forze dell’ordine. “Sembri una bambola di porcellana” le ripeteva suo padre quando era in vena di complimenti. Lei invece in quelle situazioni si sentiva sempre la persona sbagliata nel posto sbagliato. Almeno finché non riusciva a dimostrare la sua utilità. E non sapeva mai quanto tempo sarebbe trascorso, prima che il suo ‘dono’ cominciasse a dare i suoi frutti.
“Siediti qui, vicino a me” le disse Annie guidandola verso il divano. “Yrian è di sopra con Bennie, li vedrai tra poco”.
Il commissario rimase in piedi, Nils si sedette sulla poltrona dai braccioli di legno, accanto a loro, e Annie cominciò a raccontare.
“Due sere fa, in riva al lago, festeggiavamo la notte più corta dell’estate. C’era un sacco di gente, tutta la città e tanti turisti. Ma c’era ancora molta luce”. Si girò verso il fratello. “Come abbiamo fatto a perderla di vista, Nils?”
Le lacrime ripresero a scorrerle sul viso e Nils proseguì al suo posto.
“Eravamo lì tutti insieme, ero arrivato anch’io da Stoccolma. Abbiamo cenato all’aperto con degli amici. Astrid giocava con gli altri bimbi”.
“Ci sentivamo così tranquilli, circondati da persone che conosciamo” aggiunse Annie.
 “Forse è meglio se ci spiega come funziona il suo ... dono, Miss Ridley”, intervenne il commissario.
Helena non avrebbe saputo dire se la pausa prima di quel termine era dovuta alla ricerca del termine inglese o se voleva comunicarle il suo scetticismo. 
“Di solito si tratta di sogni. Sembra che questa strana sensibilità che possiedo capti in particolare la paura. Nei sogni, avverto i picchi di paura. Li rivivo”. A volte era la paura della morte che stava arrivando, ed erano i peggiori. Ma non poteva dirlo.
“Quindi non potrai fare niente, vedere niente finché non ti addormenti?” le domandò Annie senza riuscire a nascondere l’angoscia dalla voce.
“Ci sono tante cose che posso fare prima, per entrare in sintonia con Astrid. Guardare le sue foto, stare in mezzo alle sue cose, farmi raccontare da voi che cosa ha fatto nei giorni scorsi”.
“Mi sono fatto mandare la sua scheda dalla polizia di New York” rivelò Fogelstrom, in tono asciutto. “Li ha aiutati diverse volte, in quest’ultimo anno”.
Tre volte, ricordò Helena. Due soli successi, come il commissario probabilmente sapeva bene.
“Dunque la aiuterebbe vedere le foto di quella serata che siamo riusciti a raccogliere?” le chiese.
“Sicuramente”.
Nils si alzò, andando a recuperare un laptop dal tavolo da pranzo.
“Sono tutte qui sul PC, le abbiamo guardate anche noi un sacco di volte, senza riuscire a trovare niente di utile”.
Annie le appoggiò la testa sulla spalla, come se all’improvviso si sentisse molto stanca.
“Aiutaci tu, Ellie. Aiutaci a riportare a casa la mia bambina”.

 
Aveva parlato con Annie, Nils e Yrian per tutto il giorno. Aveva giocato con Bennie, che le aveva mostrato i giochi preferiti della sorella. Erano tornati in riva al lago dove si era tenuta la festa, camminato per le vie della cittadina, girato intorno alla scuola che Astrid frequentava, passato un po’ di tempo al parco giochi. Ora sentiva di conoscere quella bambina che fino ad allora aveva visto solo in fotografia.
Era arrivata la stanchezza, e questo la terrorizzava. Il momento del sonno era vicino, ed Helena si sentiva schiacciata tra due situazioni che rifuggiva. Se il suo dono non avesse funzionato, non avrebbe potuto fare niente per aiutare Astrid, forse condannandola a un destino atroce. Poteva anche significare che era già morta. Se invece l’avesse sognata, avrebbe percepito tutto la sua paura, avrebbe visto tutto ciò che la bambina aveva vissuto o stava ancora vivendo. A livello temporale, i suoi sogni non erano precisi. Sognava il presente e il passato, spesso mischiati. Mai il futuro. E qualsiasi cosa avesse visto, avrebbe potuto comunque essere troppo tardi.
Dei passi alle sue spalle la fecero sobbalzare. Sulla porta ancora spalancata della stanza degli ospiti si stagliava l’alta sagoma di Nils.
“Ti conviene tirare le tende oscuranti, o non ti sembrerà mai il momento di andare a dormire”.
“Che ore sono?”
“Le undici meno un quarto”.
“Impossibile!”
Nonostante la spossatezza, guardando il giardino che scendeva verso il lago blu il suo orologio biologico segnava al massimo le nove.
Nils sorrise.
“E’ quello che stavo dicendo”.
Entrò e andò deciso verso la finestra più lontana da lei, comandando con una cordicella la chiusura di una pesante tenda scura.
“Meglio?”
Accese la lampada sul comodino di fianco al letto matrimoniale prima di oscurare anche l’altra finestra.
“Vuoi un po’ di compagnia, prima di metterti a dormire?”
Era in attesa anche lui, in attesa delle informazioni che lei forse avrebbe potuto fornire. Ma c’era qualcos’altro. Sembrava aver capito, captato il momento critico in cui si trovava. Nils era sempre stato attento e perspicace, ancora più sensibile ai suoi cambiamenti di umore di Annie, l’amica che la conosceva meglio di chiunque altro. Era quello che l’aveva conquistata in lui.
“Credo che sarebbe d’aiuto”.
Lo guardò appoggiare uno dei cuscini contro la testiera del letto e sedersi, dalla parte più in ombra, lasciando a lei il lato accanto al comodino.
Helena si stese, e il suo corpo benedisse quel cambiamento di posizione.
“Hai una domanda” gli disse.
“Hai detto che non riesci a leggere nel pensiero”.
“Vero. Ma quando mi concentro così tanto sul cercare di sentire, come ho fatto oggi, tagliando fuori tutto il resto, a volte avverto le sensazioni, i sentimenti che mi circondano. Rabbia, disperazione, felicità. Dubbio”.
“Hai avvertito qualcosa, oggi?”
Eccola, la sua domanda. Scosse la testa.
“Nulla. Perlomeno nulla che venisse da Astrid”.
“Eravamo tutti lì, Ellie” si sfogò, passandosi la mano tra i capelli. “Possiamo averla persa di vista per quanto? Tre minuti?” La guardò dall’alto della sua posizione. “Ma così non ti aiuto, scusami”. Spostò il cuscino e si stese accanto a lei.
Helena chiuse gli occhi e cercò di capacitarsi di quella vicinanza, che solo due giorni prima non avrebbe mai potuto prevedere, qualcosa di incredibilmente bello in un momento terrificante. Non voleva allontanare la sua concentrazione da Astrid, ma sentiva anche che la presenza di Nils accanto a lei le dava tranquillità e forza. Avrebbe voluto dirgli che non c’era stato nessuno come lui, in quegli anni. Che il motivo per cui era ancora sola, il motivo per cui le sue storie non erano mai durate più di qualche settimana, era che stava ancora aspettando qualcuno che riuscisse a farla sentire come si era sentita con lui.
            La mano di Nils si spostò a sfiorare la sua. Gliela prese, se la portò alle labbra e vi posò sopra un bacio leggero.
“E’ una tecnica di rilassamento?” sussurrò Helena, sorridendo.
“Funziona?”
“Hai sempre avuto una bocca peccaminosa”.
Questo gli strappò una lieve risata. Bassa, che gli fece tremare lo stomaco piatto e muscoloso dove le loro mani erano appoggiate, ancora intrecciate.
“Mi è sempre piaciuta questa cosa di te” le confessò.
“Quale cosa?”
“Dici sempre quello che pensi. Ricordo delle cene con mamma e papà in cui rimanevano a bocca aperta, ascoltandoti”.
“Non sono mai rimasti a bocca aperta!”
“Perché non li conoscevi bene e non lo notavi. Ma non ti preoccupare. Avevi conquistato anche loro”.
Helena si sentì in colpa. Non era lì, quando li avevano seppelliti. Era in vacanza nei parchi americani con un gruppo di amici e l’aveva saputo troppo tardi. Si girò sul fianco per guardarlo.
“Mi dispiace per i tuoi. Sono già passati ...”
“Cinque anni”. Sospirò, e la maschera che doveva essersi imposto di indossare davanti agli altri gli scivolò lentamente dal viso, rivelando tutta la sua angoscia. “Annie non può... Questo no, Dio Santo, questo no, non ce la farebbe a superarlo”.
D’impulso, Helena lo circondò con il braccio libero, attirandolo verso di sé, appoggiandogli il viso sulla spalla. Senza lasciare la sua mano gli si strinse contro, come a volerlo consolare, come a volersi fare consolare. E la grandezza della situazione la colpì come un macigno. Con un improvviso senso di straniamento, venne scagliata fuori da se stessa, da quella se stessa che si sentiva tornata a casa, tra le sua braccia, e vide la scena dall’esterno. Era arrivata solo quella mattina, si era trovata davanti un uomo diverso dal ragazzo che ricordava, uno sconosciuto di cui sapeva in fondo molto poco, e ora era stesa su un letto, stretta a lui. E le sembrava di non averlo mai lasciato. Forse era la stanchezza. Forse doveva davvero cercare di dormire.
“E’ tutto molto strano” sussurrò, senza sciogliersi dall’abbraccio.
“Lo è davvero”. Lentamente, Nils si tirò su a sedere per afferrare il quilt ripiegato in fondo al letto, con cui ricoprì entrambi. “Dormi ora. Se ti svegli spaventata, mi troverai qui vicino a te”.
Aveva capito che si sarebbe svegliata in preda al terrore. Chiuse di nuovo gli occhi e cercò di rilassare a una a una tutte le parti del corpo.
“Quando avremo ritrovato Astrid, spero che tu non abbia subito un aereo da prendere, perché dobbiamo parlare, io e te”.
Era la sua voce, bassa e profonda, proveniente da quel luogo di confine tra veglia e sonno dove le barriere cominciano a sgretolarsi e il pensiero razionale a perdere la rotta. Avvertì un bacio leggero sui capelli e pensò che con lui accanto poteva affrontare il sonno e qualunque sfida le avrebbe portato.
 
            Nils si accorse del momento in cui Helena cominciò a sognare quando la sentì agitarsi, accanto a lui. Non si era addormentato, non proprio. Era più uno stato di dormiveglia in cui ti accorgi che ogni tanto perdi il contatto con la realtà perché vedi i numeri sulla radiosveglia scandire ore diverse. Quando la sentì gemere, si svegliò del tutto. Appoggiato su un gomito, la osservò nella penombra della stanza. Non aveva più i lineamenti distesi di chi dorme sereno, e la fronte era contratta come se stesse cercando di concentrarsi su qualcosa. Si ricordò all’improvviso del piccolo registratore che aveva portato con sé e lo estrasse dalla tasca. Lo avviò, sentendosi un ladro ma sapendo che Helena l’avrebbe ringraziato, al suo risveglio.
Che non tardò ad arrivare, talmente improvviso da farlo sobbalzare. Helena si rizzò a sedere, spalle rigide e mani appoggiate sul copriletto su cui si erano stesi, gli occhi spalancati fissi davanti a sé come se non stesse guardando la parete di fronte ma qualcosa che scorreva solo dentro alla sua mente.
“Le tende, le tende per giocare a nascondino. Nascondersi dietro”. Chiuse gli occhi e contrasse la bocca in una smorfia, spostò una mano sulla sua, stringendogliela, come in un silenzioso monito ad ascoltarla. E Nils capì. Non era una sorta di trance come aveva inizialmente pensato. Helena stava opponendo resistenza al risveglio per rimanere con tutte le sue forze attaccata a quello che aveva visto nel sogno. Se si fosse svegliata del tutto, le immagini si sarebbero rapidamente dissolte, doveva saperlo bene.
“Un uomo e una donna, stanno gridando, litigando. Non li capisco, dovrei conoscere quella lingua eppure non li capisco”.
Una lingua che Helena conosceva ma non Astrid. Era in due menti diverse, in quel momento. Era gli occhi e le orecchie di sua nipote.
“L’uomo la spinge forte, la donna cade e sbatte la testa su un sasso. Mi ha visto e viene verso di me, mi tappa la bocca, ha la mano grossa e sporca. Un odore cattivo. Mi porta verso la donna, strappa un pezzo della sua camicia e me la lega intorno alla bocca e al naso, non riesco a respirare!” La smorfia di Helena era di sofferenza, ora. “Mi trascina verso la macchina”.
Il sollievo che Nils aveva provato per quella visione stava rapidamente cedendo il passo all’ansia. Il terrore di sua nipote nella voce di Helena era palpabile, contagioso.
“Mi ha spinto dentro alla macchina, dietro, per terra. Cerco di girarmi e alzarmi ma è troppo stretto. Lui è lì, sopra di me, spinge dentro la donna. Il sedile è sporco di sangue”.
Helena si zittì, trasse un respiro profondo, poi un altro, senza lasciargli la mano.
“L’ha portata via in quella macchina. Le ha portate via entrambe”.
“Dove? Dove le ha portate?”
“Prima della scena sul lago ho visto una specie di stalla, no, un luogo più piccolo, fatto di assi di legno. Il pavimento era in terra battuta. C’erano delle pale, zappe, degli attrezzi insomma”.
Aprì gli occhi e si voltò verso di lui. Erano tornati i suoi, erano a fuoco ora, e lo stava guardando.
“Astrid è, o almeno era, chiusa lì dentro. L’uomo le ha lasciato un po’ d’acqua, ma ha fame. E’ spaventata e... la donna, ha lasciato anche il corpo della donna lì con lei”.
            Quel bastardo l’aveva abbandonata insieme a un cadavere.
“Voleva aveva il tempo di scappare” osservò Nils tra i denti. “Ma almeno non le ha fatto del male. Vero?”
Helena scosse la testa, piano. “Non ho sentito dolore. Solo fame e paura”.
Senza che li avessero sentiti arrivare, Annie e Yrian apparvero sulla porta della stanza.
“Chiamate subito Folgestrom” Nils disse. “Dobbiamo cercare un capanno degli attrezzi”. Poi mostrò a Helena il piccolo registratore ancora in funzione. “Ho registrato tutto”.
Lei chinò la testa, appoggiandogliela sul petto. Sembrava esausta.
            “Nils Tryggvason, sei l’uomo più intelligente che io conosca”.
 
            Fogelstrom si rivelò il caterpillar che le era sembrato durante il loro primo incontro. Efficace, risoluto, aveva impegnato nelle ricerche tutti gli uomini possibili chiedendo rinforzi a tutti i commissariati della municipalità di Marsta. Se il rapitore aveva cercato di lasciare il paese, l’aeroporto di Stoccolma-Arlanda, lo stesso dove Helena era atterrata, era l’ipotesi più probabile, e per fortuna distava solo una trentina di chilometri da Sigtuna. Lo straniero non poteva essersi arrischiato a viaggiare per molto tempo con una donna morta o ferita e una bambina imbavagliata sul sedile posteriore, quindi il capanno degli attrezzi dove le aveva abbandonate non poteva essere tanto lontano. Era sempre come cercare un ago in un pagliaio, considerato che si trovavano in una zona agricola, ma se non altro era un pagliaio di dimensioni limitate.
Al seguito di Fogelstrom arrivò anche un artista della polizia che cercò di disegnare, sulla base della sua descrizione, il volto dell’uomo che aveva visto in sogno. Il disegno venne inviato via fax alla Polizia di frontiera svedese e all’Interpol. A due giorni dal rapimento, l’uomo aveva molto probabilmente già lasciato la Svezia. Al telegiornale dell’ora di pranzo venne diffuso un appello invitando tutti i proprietari di terreni agricoli con capanni per gli attrezzi a controllarli.
Yrian teneva i contatti con la polizia e cercava di coordinare gli amici e i vicini che si erano gettati a capofitto nelle ricerche. Annie vagava per casa come una leonessa in gabbia, ogni tanto si avvicinava a Helena e l’abbracciava stretta, senza dire nulla, poi usciva in giardino e passeggiava senza meta. Anche quando Yrian o Nils andavano a cercarla per parlarle o tenerla tra le braccia, la tregua durava pochi minuti. Dopo pranzo si stese accanto a Bennie, ma appena la bimba si fu addormentata si alzò e ricominciò a camminare. Era come se fosse incapace di contenere la tensione.
Helena cercò di dormire ancora un po’, alla ricerca di nuovi dettagli. Ma quando vi riuscì, nel primo pomeriggio, fu un sonno breve e senza sogni. Sempre con il suo biondo angelo custode seduto accanto.
Anche Benedikta aveva dormito poco. Con Nils decisero di portarla a fare merenda al molo. Seduti uno accanto all’altra sulla panchina di legno consumato, guardavano la bambina giocare con due peluche. Era ancora chiusa nel suo silenzio e continuava a sollevare lo sguardo verso il cancello. Anche lei come tutti era in attesa.
“E’ stato incredibile, quello che hai fatto, quello che riesci a fare”, le disse Nils a voce bassa. “Ho visto quanto è difficile per te, ma puoi davvero aiutare le persone”.
Helena lo guardò, frenando la tentazione di prendergli di nuovo la mano. Fuori, alla luce del sole, quel gesto le sembrava ancora troppo intimo. Eppure ormai sapeva di avere di fronte lo stesso ragazzo con cui si era scambiata baci e carezze appassionate proprio su quel molo, anni prima. Lui non era cambiato, e lei neppure. Sarebbe stata pronta a riprendere da dove avevano lasciato anche in quel preciso istante, ma non aveva idea se per lui fosse lo stesso.
“La cosa più difficile”, gli confessò, “è accettare di poter vedere solo la paura delle persone. Non sogno mai i loro momenti di gioia, di conquista, di orgoglio. Posso essere i loro occhi solo quando hanno paura”.
E allora fu lui a prenderle la mano, accarezzandola quasi distrattamente con la sua.
“Perché è il momento in cui hanno più bisogno di te”.
Un immenso senso di pace la pervase. Aveva dovuto attraversare l’oceano e mezza Europa, aveva dovuto ritrovare Nils e la sua innata, semplice e sicura saggezza, per avere una risposta che cercava da anni.
Le passò un braccio intorno alle spalle, stringendosela contro.
“Non avrei mai voluto vederti andar via quell’estate, lo sai vero? Era questo, che ti avevo scritto nella mail”.
Una lacrima le scivolò lunga la guancia. Alzò la mano libera per fermarla, chiedendosi se stava piangendo per quello che avevano perso o per quello che stavano ritrovando.
“No, non lo sapevo” sussurrò.
“Ancora adesso, non voglio vederti andare via”.
Fu in quel momento che Helena sentì che, questa volta, un continente e un oceano non sarebbero stati sufficienti a separarli.
Rimasero lì, abbracciati in silenzio. In attesa.
 
La telefonata arrivò alle sei: Astrid era stata ritrovata. Era stanca, indebolita e aveva qualche linea di febbre ma stava bene. Annie e Yrian si precipitarono per incontrarla a metà strada, opponendosi all’idea di farla portare in ospedale. Sarebbero venuti un medico e un’infermiera lì piuttosto, ma l’avrebbero riportata subito a casa. Helena e Nils rimasero con Bennie, che ballava dalla felicità e continuava a uscire per vedere se arrivavano.
Quando l’auto della polizia varcò il cancello, più di un’ora dopo, corsero tutti fuori. Avvolta in una coperta e con un biscotto in mano, Astrid uscì dall’auto in braccio al padre, e Annie fu subito accanto a lei, la bimba che le stringeva la mano come se non volesse interrompere il contatto con nessuno dei due.
“E’ la tua amica Ellie?” chiese con voce flebile, quando la vide. Quel poco di svedese che conosceva consentì a Helena di capire la sua domanda.
Annika annuì, le lacrime che le rigavano di nuovo le guance.
“Hai visto, l’ho fatta tornare” disse allora Astrid piano in inglese, con un mezzo sorriso.
Scoppiarono tutti a ridere, un riso misto a lacrime e abbracci, un riso che sapeva di buono, di paura e sollievo, di brutte storie che, ogni tanto, finiscono bene.
Un’auto bianca con una croce parcheggiò dietro a quella della polizia: erano arrivati anche il medico e l’infermiera. Astrid sarebbe stata subito visitata e probabilmente messa sotto flebo, ma era a casa.
Entrarono tutti, compresi i poliziotti. Helena stava facendo altrettanto quando la mano di Nils le catturò il polso, bloccandola.
“Allora, sei pronta a fare due chiacchiere con me?” le chiese.
Non percepì alcun dubbio attorno a loro, solo sollievo e felicità. E negli occhi azzurri che fissavano i suoi, una grande determinazione. Così Helena, la ragazza che diceva sempre quello che pensava, lo fece anche questa volta.
“Sono pronta per tutto quello che vuoi”.
Il sorriso di Nils le disse che la risposta gli piaceva. Parecchio. Vide il bacio arrivare quando si accorse che si stava chinando verso di lei, ma niente avrebbe potuto prepararla all’impatto. Non aveva mai dimenticato le sue labbra, la loro morbidezza e il loro sapore l’avevano accompagnata in tutti quegli anni. Eppure, quel bacio la trasportava in luoghi in cui era sicura di non essere mai stata. Luoghi in cui la paura poteva essere qualcosa di buono, e in cui il futuro non era più irraggiungibile ma era proprio lì, tra le sue mani.
Cominciarono a ridere uno sulle labbra dell’altro, e senza sciogliere del tutto il loro abbraccio varcarono finalmente la soglia.
Casa Tryggvason li accolse. Piena di voci e colori, non ancora pronta ad andare a dormire. Come la notte dell’estate svedese.

CHI E' L'AUTRICE 

Monica Lombardi è nata a Novara quarantaquattro anni fa da padre toscano e mamma istriana.Diplomata alla Civica Scuola Superiore per Interpreti e Traduttori di Milano e laureata in Lingue e Letterature Straniere Moderne all’Università Statale di Milano, è interprete e traduttrice free-lance. Sposata, madre di due figli, vive da trent’anni a Cornaredo, in provincia di Milano, dove si divide tra il lavoro, il suo ruolo di mamma e la sua passione per la scrittura. E' autrice di una serie romantic suspense che ha come protagonista Mike Summers, della Homicide Unit di Atlanta (Scatole Cinesi, Labirinto, Gambler, a cui presto si aggiungerà un quarto volume, Scacco Matto) e della commedia sentimentale Three Doors - La vita secondo Sam Bolton. Sul blog La mia biblioteca romantica ha già pubblicato, oltre a numerose recensioni, il racconto natalizio Let it snow (qui) (classificato 2° in base al voto delle lettrici, 3° parimerito in base a quello della giuria) e, sempre per Le stagioni del cuore, la breve spy story L'altra metà del brivido (qui) .



VI E' PIACIUTO QUESTO RACCONTO AMBIENTATO NELL'ESTATE SVEDESE DOVE IL SOLE NON TRAMONTA MAI? VI INTRIGANO LE STORIE CHE MISCHIANO TENSIONE E SENTIMENTO? ASPETTIAMO I VOSTRI COMMENTI.

15 commenti:

  1. Cassandra Rocca24/09/12, 08:46

    BELLISSIMO!
    Ogni volta Monica riesce a catturarmi del tutto; per quanto breve possa essere il racconto, ha sempre un andamento regolare, pieno di tutto ciò che serve, mai banale e scritto in modo impeccabile!
    BRAVA! :)
    Cassie

    RispondiElimina
  2. Assolutamente splendido!!! Monica davvero complimenti per questo racconto,sono rimasta con lo sguardo fisso al pc,dimenticando il tempo intorno a me....sei veramente ECCEZIONALE!!!

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  3. Cristina M.24/09/12, 14:05

    Pausa pranzo: un panino, uno yogurt e la lettura del racconto. Che dire? Meglio di così.....
    Molto bello, intenso, brava Monica!

    RispondiElimina
  4. ASSOLUTAMENTE BELLISSIMO, lo so che non si dovrebbe dire ma un solo superlativo non sarebbe bastato!!!
    Complimenti Monica :-D
    Juliet

    RispondiElimina
  5. Grazie, di cuore <3
    Ogni vostro commento è un motivo in più per cui ho voglia e sono felice di scrivere :D

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  6. Adele V. Castellano25/09/12, 09:49

    Che bello questo racconto, Monica! Il tuo stile è inconfondibile, diretto, pulito, tocca l'anima e il cuore! Complimenti, davvero!

    Un abbraccio!

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  7. Monica, bellissimo il tuo racconto! Un amore profondo e commovente, raccontato con una semplicità che lo fa arrivare dritto al cuore! Bravissima!!

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  8. Brava Monica, i complimenti che ricevi sono meritatissimi. Sei sempre bravissima, ma questo racconto è superlativo!

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  9. The Lady of the Lake25/09/12, 22:23

    Racconto splendido cara Monica, che dire? Io quell'estate nordica l'ho assaggiata e mai dimenticata, le tue descrizioni ed il tuo stile sono impeccabili. L'inizio del racconto parte sornione per scaricare la "bomba" dopo il primo paragrafo ed io che mi ero adagiata rilassata sulla poltroncina davanti al computer ho avuto un brivido alla nuca, forse perchè tra i tanti delitti il rapimento,o comunque la scomparsa, di un innocente mi provoca un senso di paura profonda. Paura che la tua protagonista sa gestire al meglio e me la rende quindi immediatamente apprezzabile.Il modo sapiente in cui riesci a delinare i personaggi è davvero pregevole e questo è il tuo "dono" Monica! Grazie, per gli splendidi personaggi che ci fai apprezzare ;-) Il dono di Helena è intrigante e non abbiamo scoperto ancora quasi nulla di Nils...potranno, questi due personaggi, avere prima o poi un romanzo intero tutto loro? :-)

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  10. Veramente molto bello e soprattutto coinvolgente, in ogni parte, tutto da brividini!
    Monica non sbagli un colpo, brava!

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  11. Grazie, grazie a tutte! La vostra stima è davvero importante per me, e stimola la mia vena creativa come non mai :D

    @Lady of the Lake: no, per ora non ci sono altri progetti riguardanti questi due personaggi che comunque amo molto, ma... you never know ;)

    RispondiElimina
  12. E' sempre una grandissima goduria leggerti signora del Romantic Suspence, c'è poco altro da dire ;)
    Go on!

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  13. Monica è sempre un piacere leggerti..;) e ogni volta è sempre meglio..;)
    Brava, bravissima!!;)
    Questo racconto è veramente spettacolare... grazie per le emozioni intense che solo tu ci sai regalare..;)
    SereJane

    RispondiElimina
  14. Appassionante ed intenso!
    Complimenti per la Tua capacità di ricreare con poche righe un mondo di sentimenti, coinvolgendo i lettori in modo totale.
    GRAZIE. Filomena

    RispondiElimina
  15. GRAZIE a voi!
    Le vostre parole mi scaldano il cuore, davvero <3

    Un abbraccio virtuale a tutte!

    RispondiElimina

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