LE STAGIONI DEL CUORE presenta...ZNNMST75E55L736J - NIENTE E' COME SEMBRA di Monica Peccolo ( SECONDA PARTE)

SECONDA PARTE del racconto di Monica Peccolo ZNNMST75E55L736J - NIENTE E' COME SEMBRA. La prima parte l'abbiamo pubblicata ieri. (La potete leggere QUI).  Oggi la trama del racconto si fa più avvincente e tutti i nodi vengono al pettine...perchè davvero niente è come sembra! Buona lettura.
*Attenzione: per leggere tutto il racconto, cliccate su  'CONTINUA  A LEGGERE'  alla fine di questa prima parte.*...e non dimenticatevi di lasciare i vostri commenti a fine lettura!
SECONDA PARTE

5   
     Scusami tanto per l’altra sera. Ti spiegherò di persona. Giorgio.
Poche parole scritte su un biglietto.
Poche parole che accompagnavano lo splendido mazzo di trentacinque rose rosse ricevuto da Maria Stella quella mattina in ufficio.
Una vera e propria sorpresa che l’aveva riempita di emozione e attesa, scatenando la curiosità e i commenti invidiosi fra le colleghe.
Adesso i fiori erano sistemati nel vaso di Murano in salotto. Le rose, a gambo lungo, erano magnifiche. Sebbene il gesto di Giorgio avesse placato in parte la sua rabbia, non era ancora del tutto convinta di perdonarlo per il bidone che le aveva tirato.
Era rimasta alzata fino alle undici ad attenderlo quella sera, provando a telefonargli diverse volte, senza ottenere risposta. Rassegnata e delusa, era andata a letto.
La collera le aveva impedito di addormentarsi subito e si era rigirata a lungo.
Il tardare del sonno l’aveva, inevitabilmente, portata a viaggiare con la mente fra i problemi quotidiani e i contrastanti sentimenti che aveva nel cuore. Aveva riflettuto a lungo su Giorgio, sull’universo maschile, e su tutto il tempo che impiegano le donne in attesa.
Benché nel terzo millennio, per ormai riconosciuta, errata, concezione culturale, le donne attendono tutta la vita il principe azzurro.
Aspettano di essere corteggiate, nonostante le battaglie femministe.
Attendono che i maschi cambino, che crescano e le trattino davvero alla pari nel lavoro, nella politica, nella società, davanti a Dio e non fingano di farlo solo apparentemente. Anelano il consenso maschile per sentirsi accettate con il corpo che hanno e non con quello che viene imposto loro come modello.
Vogliono sentirsi belle anche se hanno la cellulite, il seno piccolo o il naso aquilino e assomigliano più a una modella di Botero che a Monica Bellucci.
E restano in paziente attesa per nove mesi dei loro figli.
A dispetto dei progressi tecnologici, ancora oggi aspettano che il cibo cuocia per ore, quando cucinano. Attendono il proprio uomo con la cena in caldo e sopportano che ciò che creano in casa, vada disperso in un baleno nella normale, scontata, consuetudine.
Ma gli uomini si fanno mai di questi problemi?
Stella aveva concluso di no poco prima di addormentarsi.
Il pomeriggio seguente, mentre ripiegava il bucato, stava valutando ancora preoccupata la sua situazione, quando Zoe venne ad avvertirla che Giorgio era sulla porta e desiderava parlarle.
Era talmente arrabbiata che non lo fece nemmeno entrare, lasciandolo sul pianerottolo.
«Scusami!» esordì lui appena la vide. «Ti ho trascurata l’altra sera ma sono stato molto preso. Mi hanno chiamato in dogana per un’urgenza con un fornitore. Volevano bloccarmi un carico e sono dovuto correre a sbrigare le pratiche.»
«Non devi darmi nessuna spiegazione.» gli rispose fredda.
Anche se era un repertorio che non le apparteneva, cercò di darsi un contegno di superiorità e di trattarlo con indifferenza. Fu distratta da un rumore alle spalle di Giorgio.
Era Alexej. Uscì dall’appartamento accanto e iniziò a trafficare con un cacciavite intorno all’impianto elettrico del campanello.
«Invece ci tengo.» insistette Giorgio. «Hai ricevuto i fiori e il biglietto?»
«Sì. Non dovevi disturbarti.»
La pulsantiera spenzolava dal muro. Una matassa di fili colorati fuoriusciva dalla scatola di plastica. Alexej controllava i contatti chiedendo a Ibra conferma del funzionamento.
Giorgio voltò la testa, disturbato dalle voci e dal fatto che quella presenza inopportuna diminuiva la loro privacy. Si avvicinò a lei e abbassò il tono.
«Ti prego Maria Stella, non essere arrabbiata con me. Non sapevo come avvisarti. La sera del teatro non ci siamo scambiati il numero di cellulare e non conosco nemmeno quello di casa. Ho perfino pensato di chiederlo alla portinaia, ma ti immagini? Ciacolona com’è non mi andava proprio. Tanto valeva mettere l’annuncio su Il Gazzettino
La frase fece sfuggire un piccolo sorriso alla ragazza.
«Vedi come sei bella quando sorridi? Non vuoi proprio perdonarmi?» perseverò Giorgio.
«Uhm...»
«Dimmi cosa devo fare? Non ho cambiato idea. Non ho intenzione di rimangiarmi quello che ho affermato su di noi.» dichiarò, cercando di prenderle la mano.
Stella lo fissò, chiedendosi se era la verità. Il rumore del cacciavite che cadeva a terra, la fece sussultare.
Giorgio si voltò di nuovo, fulminando Alexej con lo sguardo. Lo vide sorridergli per scusarsi del contrattempo. L’espressione ebete dell’operaio aumentò la sua collera. Un’altra provocazione e lo avrebbe conciato per le feste.
Tornò a concentrarsi su Stella.  Le trattenne ancora la mano e, con le labbra, le sfiorò le dita.
«Andiamo a cena insieme?» cercò ancora di convincerla. «Qual è il tuo ristorante preferito?»
«Non so se ho voglia di cenare con te...»
«Troviamo un posto dove parlare in pace, per favore. Per chiarirci, senza confusione ed estranei intorno. Sei mai stata da Cipriani? Dimmi solo quando e io prenoto.» disse, estraendo il cellulare dalla tasca della giacca.
Stella lo guardò scettica.
«Ci vuole un santo in paradiso per avere un tavolo lì.»
«Sono raccomandato in alto...» controbatté in tono leggero, inarcando le sopracciglia.
Trentacinque rose a gambo lungo, tavolo al Cipriani, biglietti alla Fenice... quest’uomo non si faceva mancare proprio niente, pensò Stella.
«Su... dammi la possibilità di spiegarmi.» la pregò.
«Va bene. Domani sera alle otto. Però, ci troviamo direttamente al ristorante.»
Giorgio la ringraziò con un raggiante sorriso. Telefonò al locale e prenotò il tavolo. Prese gli ultimi accordi e si congedò da lei.
Nell’accingersi a salire la rampa di scale che portava al suo piano, incrociò lo sguardo truce dell’operaio. Lo fissava con occhi cupi e minacciosi.
Che accidenti vuole questo pezzente?
Sostenne il suo esame senza cedere. Non arretrò, non abbassò la testa. Non spettava a lui, farlo.
«Beh?» gli si rivolse in tono duro.
Stella, che aveva quasi chiuso la porta di casa, richiamata dalla voce di Giorgio tornò ad affacciarsi e vide i due uomini fronteggiarsi.
Distratto dai suoi movimenti, Alexej si voltò verso di lei, poi tornò a studiare l’altro uomo.
Fu una frazione di secondo ma, per Giorgio, sufficiente.
Sorrise all’ucraino. Un ghigno gelido e calcolato, e ritornò da Stella. La prese per le spalle e le si avvicinò all’orecchio.
«Sarà una tortura aspettare.» le sussurrò. «E il tuo profumo...» riprese in modo da essere udito distintamente. «Mi perseguita dalla prima sera che abbiamo passato insieme.»
Prima che lei potesse rendersene conto, le sfiorò le labbra con un bacio sfuggente e, rapido, salì le scale.

 
Non senza aver lanciato di nuovo un’occhiata di ammonimento e sfida verso l’extracomunitario.
Stella, sbigottita, si toccò le labbra.
Che cavolo stava succedendo?
Confusa, seguì Giorgio allontanarsi. Poi i suoi occhi si posarono su Alexej. Lui la fissava in un modo che la fece sentire in colpa. Perché?
Non doveva certo rendergli conto del proprio comportamento.
Questo pensiero non la fece stare meglio. Esasperata dalla situazione, lo provocò.
«Hai finito di spiare?»
La sicurezza con cui aveva iniziato a parlare si spense nel finale.
Lui continuava ad osservarla, sempre in silenzio.
Che cavolo sta succedendo?
Alexej non aveva pronunciato una sola parola ma i suoi intensi occhi verdi le parlavano più delle belle, stereotipare parole pronunciate da Giorgio poco prima.
Turbata, si affrettò a salutarlo e rientrò in casa, chiudendosi la porta alle spalle.             

Mentre scendeva gli scalini del Ponte dell’Accademia, Stella afferrò il corrimano.
Nonostante un pallido sole avesse fatto capolino da qualche ora, il fondo era ancora bagnato e lei temeva di scivolare con i tacchi alti. Zoe la prese sottobraccio per sostenerla.
Era stata lei a insistere per uscire quella domenica pomeriggio. Complice il tempo e la voglia di stare qualche ora all’aperto, le aveva proposto di recarsi a camminare lungo il canale della Giudecca che, essendo esposto a Sud, era sempre molto soleggiato e meta di passeggiate. Favorite anche dal fatto che, lungo le Fondamenta che lo costeggiano, vi si affacciavano molti bar e ristoranti.
Stella si sentiva in colpa. Per tutta la settimana aveva tenuto il muso a Zoe, più per sfogare il suo nervosismo, che per motivi fondati.
È vero. Alcune volte non capiva l’atteggiamento dell’amica e come certi comportamenti le venissero naturali. In realtà, di tutta la faccenda, era se stessa che non riusciva a comprendere e la confusione interiore che la animava.
Zoe le strinse il braccio per attirare la sua attenzione.
«Che hai? Sei così silenziosa. Sempre arrabbiata con me?»
«No. Anzi... volevo proprio parlarti. Mi dispiace per questi giorni. Mi sono comportata proprio male.»
Sorpresa dal cambio di atteggiamento, Zoe la fissò.
«Va bene, amiche come prima» affermò con un piccolo sorriso. «C’è qualcosa che ti preoccupa?» le chiese, vedendola sempre angosciata.
Passeggiare la domenica pomeriggio alle Zattere per godere fino all’ultimo, tiepido, raggio di sole era una tipica abitudine dei veneziani. E infatti quando vi arrivarono era già presente una discreta folla.
Le ragazze scelsero di dirigersi lungo il tratto meno affollato, verso la chiesa di San Basilio.
Stella, rimasta silenziosa tutto quel tempo, si decise a parlare.
«Non lo so, Zoe. Sono davvero molto confusa in questi giorni.»
«Riguarda Giorgio? Non è andata bene la cena da Cipriani?»
«Sì... anche troppo.»
«E te ne lamenti?»
«No, cioè... è strano. Lui mi asseconda in tutto ed è così esageratamente cortese. Sembra proprio un uomo di altri tempi, ma...»
«Ma...?»
«Sai quelle sensazioni che abbiamo noi donne? Il nostro sesto senso?»
Le raccontò della cena e anche dello scambio avvenuto tra Giorgio e Alexej a cui aveva assistito.
«Forse è solo geloso» le suggerì l’amica.
«Può darsi. In ogni modo ho declinato l’invito a salire a casa sua l’altra sera. Non mi sento ancora pronta. Penso sia meglio frequentarlo ancora prima di passare a un tipo di relazione diverso.»
«Hai fatto bene se non te la sentivi» affermò seria l’amica. «O forse pensi troppo agli occhi verdi di un certo straniero?» la canzonò per farla sorridere, vedendola così preoccupata.
Stella le diede una leggera gomitata di scherno. Entrambe le ragazze sorrisero.
«Allora tu con il tuo Ibra!» ribatté.
«Beh... è un vero peccato che ci siano tante difficoltà perché, lo ammetto, un pensierino ce lo avrei fatto volentieri.»
Erano giunte alla chiesa e alla fine di quel tratto di passeggiata. Cambiarono direzione per tornare indietro e arrivare alla gelateria.
Stella recuperò il cellulare dalla borsa e lesse il messaggio che aveva appena ricevuto.
Era di Giorgio. Le chiedeva di poterla raggiungere più tardi. Digitò veloce la risposta sulla tastiera e tornò a dedicare la sua attenzione a Zoe.
Decise di raccontarle nei dettagli, l’acceso scambio avvenuto tra i due uomini e le loro reazioni così diverse. Comportamenti, che le avevano permesso di cogliere sottili aspetti del loro carattere.
«Dopo che Giorgio se n’è andato, Alexej mi ha guardata in un modo...» le confessò. «Sembrava dispiaciuto, angosciato... come se temesse qualcosa» le spiegò. «Come se si preoccupasse per me. E non riesco a capirne il motivo.»
«Non ne ho idea. Può darsi che Giorgio abbia avuto una giusta intuizione. Ha capito l’interesse che Alexej nutre nei tuoi riguardi. E che quest’ultimo sia dispiaciuto perché sa di non avere alcuna chance con te, nelle sue condizioni.» cercò d’interpretare l’amica.
Stella sospirò a fondo. Non era capace di mettere a fuoco la situazione. E questo era un grosso problema per una come lei, abituata sempre ad avere tutto sotto controllo.
Zoe interruppe i suoi pensieri.
«Non vorrei farti agitare ma guarda chi sta fumando fuori dalla gelateria.
Lei alzò lo sguardo e vide Alexej vicino all’ingresso.
Zoe lo salutò con la mano per richiamare la sua attenzione. Lui ricambiò. Spense la sigaretta mentre le due ragazze gli andarono incontro.
O, meglio, mentre Zoe si trascinò dietro una recalcitrante Stella per raggiungerlo. Gli chiese subito notizie di Ibra.
Alexej le spiegò che il collega era stanco ed era rimasto a casa a dormire, mentre lui aveva voglia di stare fuori dopo la settimana passata in casa a lavorare. Si guardò intorno. Esitante, chiese se poteva offrire ad entrambe uno dei famosi gianduiotti veneziani. Gliene avevano parlato ed era venuto apposta in quella gelateria per assaggiarli.
«Non devi disturbarti. Non vogliamo approfittarne» si affrettò a dirgli Maria Stella.
Non voleva che spendesse per loro, i soldi che guadagnava con tanta fatica.
«Ci tengo, davvero. Per farmi perdonare di tutto il rumore che avete sopportato» asserì lui con un irresistibile sorriso e si recò alla cassa per fare lo scontrino.
Dopo aver fatto la fila, ritornò dalle ragazze. Zoe, con la scusa di dover andare in bagno, si offrì volontaria per procurarsi l’ordinazione dei tre dessert al bancone. Voleva dare all’amica l’opportunità di rimanere del tempo sola con lui.
La coppia sedette a uno dei tavolini liberi. Stella spiegò ad Alexej che il famoso gianduiotto consisteva in una mattonella di gelato al gianduia, servita affogata in un bicchiere colmo di panna montata. Una delizia irresistibile.
«Anche nel tuo paese ci sono dei dolci tradizionali?» gli chiese per rompere il ghiaccio.
Alexej annuì.
«La kutia. Una specie di porridge con i semi di papavero. Un dolce molto povero e semplice.»
«E la tua famiglia? Hai dei fratelli o delle sorelle? È tanto che non li vedi?»
«È quasi un anno che non torno a casa. Ho una sorella più grande e un fratello più piccolo. E tu?»
«Sono figlia unica.» gli rispose.
Gli sembrò di cogliere del rimpianto nella voce di Stella.
«Quanto vi occorre ancora per finire i lavori?» s’informò la ragazza.
«Non molto. Questione di un paio di settimane.»
Alexej voltò la testa e vagò tra la folla come se cercasse qualcuno.
Con la netta percezione di una tensione tenuta sotto controllo, Stella seguì i suoi movimenti. I loro sguardi s’incontrarono di nuovo. La fissò con intensità.
«Stella, mi dispiace per l’altro giorno. So di averti messo in imbarazzo e non volevo.»
«No. Affatto.» gli rispose, un po’ troppo velocemente.
«Tutte le volte che ci siamo incontrati, ti ho fatto arrabbiare per qualche motivo.» riconobbe.
Le sfiorò la mano abbandonata sul tavolino. Lei, catturata dai suoi occhi, non la ritrasse.
«Volevo solo dirti che... non tutto è come sembra.» asserì dopo un istante di silenzio.
Le sue enigmatiche parole aumentarono la confusione dell’intera situazione e di ciò che sentiva.
Non poteva negare di avere il cuore in gola da quando le aveva preso la mano e aveva iniziato a parlarle.
Con Giorgio non era accaduto, nemmeno quando si erano baciati. Si chiese cosa avrebbe provato ad essere baciata da Alexej e si trovò a fissargli le labbra senza rendersene conto.
«Presto ce ne andremo e per te tornerà la serenità» affermò lui con un velo di malinconia nello sguardo, lasciandole la mano libera.
Stella si riscosse dai suoi pensieri.
«Ve ne andrete? E dove?» chiese in ansia.
Stavolta fu lei ad afferrare e trattenergli la mano. Quel gesto, del tutto inaspettato, lo meravigliò.
«Non lo sappiamo, ancora. Il nostro lavoro è così. Non ci fermiamo mai molto in un posto.»
Alzò lo sguardo oltre le spalle di Stella e sfilò la mano.
Prima che lei potesse rimanere delusa dal suo gesto, sentì la voce allegra di Zoe che annunciava l’arrivo del dolce.
Alexej si alzò e, borbottando che aveva del lavoro da sbrigare, salutò le ragazze e si allontanò in fretta, lasciando qualcosa sul tavolo.
Confusa, lei lo seguì con lo sguardo mentre spariva tra la folla. L’amica sedette chiedendole spiegazioni. Si strinse nelle spalle per farle capire che non aveva idea del perché avesse agito in quello strano modo. Appoggiò il bicchiere con il gelato e fu attratta dall’oggetto che lui aveva abbandonato.
Lo prese e lo osservò. Era uno di quei ciondolini da attaccare al cellulare. Una piccola stella di cristallo trasparente.
Non si aspettava quel gesto d’attenzione. Lo mise in tasca, turbata.
6

     La bambina asiatica era piccola e delicata. Cinque, forse sei anni. Aveva un fiore bianco che le tratteneva dietro l’orecchio i lunghi capelli neri.
Un bikini di lustrini dorato era gettato di lato rispetto al suo corpo, sdraiato, nudo, sulle lenzuola di un anonimo albergo in chissà quale parte del mondo.
Solo il viso angelico era rimasto intatto dalla violenza che il distinto, biondo, uomo europeo aveva perpetrato nei suoi confronti e che, la telecamera amatoriale, aveva accuratamente ripreso.
Un viso innocente, i cui occhi scuri e profondi, erano segnati per sempre.
Il maschietto del secondo filmato, invece, era più grande. Caucasico, forse dell’est europeo. Anche lui era nudo, prono e imbavagliato.
I polsi e le caviglie legati alle sbarre di una branda che, col passare dei minuti, si macchiava sempre più del suo sangue.
Aveva tagli sulle gambe ed ecchimosi sull’addome e le braccia. Gli uomini che glieli stavano procurando non accennavano a fermarsi.
A turno lo stuprarono più volte, senza nessuna pietà.
Chi stava visionando il filmato, nonostante l’eccitazione che lo pervadeva, si arrabbiò.
La qualità dell’immagine era scarsa e i suoi clienti avrebbero certamente protestato.
Preso dalle immagini, rimandò a dopo i dettagli. Nemmeno lui sarebbe riuscito a resistere ancora molto. Quelle riprese erano davvero forti e la sua eccitazione stava andando ormai fuori controllo.
Forse anche i suoi acquirenti, avrebbero chiuso un occhio sulla tecnica e ammirato il materiale. Non era tanto facile procurarsi situazioni di quel tipo.
Il calvario del ragazzino durò ancora. Il tempo che il pedofilo che guardava il video impiegò a raggiungere l’orgasmo, riprendersi, andare in bagno a ripulirsi e ritornare davanti al monitor.
Un’abbondante mezz’ora di agonia e bestiale brutalità.
Nel filmato, l’uomo che stava sopra il bambino, una volta soddisfatto, allungò la mano sudicia e gli strinse il collo.
La branda era ormai un lago di sangue.
Lui non si divincolò più.
Non pianse più.
Non urlò più...

Stella aprì gli occhi e guardò la sveglia sul comodino.
Erano le sei e fuori era ancora buio. Pensò di aver sognato, di essersi sbagliata ma dopo un istante di silenzio, il rumore che l’aveva destata riprese più forte.
Colpi assordanti. Alte voci rimbombavano nel vano scale. Si stupì. Alexej e Ibra non potevano aver ripreso a lavorare a quell’ora antidiluviana.
Zoe, scarruffata e assonnata, si affacciò nella sua camera.
«Hai sentito? Ma che sta succedendo?»
«Non ne ho idea» rispose, alzandosi e prendendo la vestaglia dalla sedia. Se la infilò mentre andavano verso la porta cercando di capire l’origine di quel baccano.
Provenivano dal pianerottolo. La situazione si era fatta concitata. Le voci erano aumentate di volume. Sentirono bussare e suonare il campanello dell’appartamento adiacente.
«Aprite! Polizia!» urlò qualcuno.
Le ragazze si guardarono sbigottite. Indecise se affacciarsi, rimasero immobili per qualche minuto, trattenendo il respiro e cercando di captare qualche informazione su ciò che stava avvenendo all’esterno.
Zoe, prese coraggio e socchiuse un piccolo spiraglio.
Riuscì a vedere quattro poliziotti in divisa che percuotevano la porta a fianco, invitando gli occupanti a uscire.
Ibra si affacciò assonnato. Due agenti lo spinsero ed entrarono dentro casa. Gli altri sostarono fuori di guardia.
«Santo Cielo! Che sta succedendo?» chiese lei a uno di quelli rimasti.
«Non si preoccupi, signorina. Normali controlli di routine. Rientri in casa, per favore» le ordinò.
«Normali controlli? Alle sei di mattina?»
Nel frattempo il trambusto aveva richiamato altri residenti.
La portinaia era salita e Giorgio e un paio di altri inquilini erano scesi dai piani superiori. Lui si precipitò subito alla porta delle ragazze.
Stella gli raccontò che erano state richiamate dalle voci dei poliziotti ma che non sapeva altro.
Ormai sveglia del tutto, notò che Giorgio era l’unico del palazzo ad essere accorso già vestito di tutto punto.
«Guardi agente...» stava dicendo Zoe. «Sono sicura che c’è un errore. Gli operai che lavorano qui sono in regola.»
«E chi gliel’ha raccontato? Crede ancora nelle favole, signorina?» la canzonò lui.
Ibrahim e Alexej furono portati fuori, spintonati dai due poliziotti.
«Avanti, muovetevi! Adesso facciamo una bella gita al commissariato. E verificheremo le vostre storie.»
«Mi dispiace Zoe...» affermò Ibra guardandola, prima di chinare la testa pieno di vergogna.
«No! Vi state sbagliando... non è possibile!» si agitò lei, cercando di oltrepassare il poliziotto che le oscurava la visuale.
«Datti una mossa, marocco!» lo rimproverò una delle guardie, spingendolo verso le scale.
«Mi scusi...» intervenne Maria Stella mettendosi davanti a quello che sembrava comandare l’operazione. «Per verificare la validità del permesso di soggiorno non è sufficiente che ve lo mostrino? Devono per forza venire in questura?»
«Se fosse autentico, sì.» le rispose lui con uno sguardo di commiserazione. «Ma si dà il caso che questi due furboni lo abbiamo abilmente falsificato. Non è vero?» domandò ad Alexej, colpendolo alla nuca con uno scappellotto.
Con una smorfia di dolore, lui si piegò di lato.
«Si sposti, signorina» ordinò l’agente a Stella. Poi si rivolse ad uno dei colleghi. «Rimani qui e prendi i loro nomi. Sono le vicine di casa e le voglio in commissariato alle dieci in punto. Possono fornirci qualche informazione utile.»
Un altro poliziotto controllò con lo sguardo la piccola folla radunata.
«Su... circolare! Lo spettacolo è finito ma tenetevi a disposizione per eventuali chiarimenti.»
Stella, tesa e preoccupata, riuscì a malapena ad incrociare lo sguardo di Alexej prima che sparisse scortato dalla polizia.
Era davvero colpevole? Aveva mentito per tutto il tempo?
Rattristata per ciò cui aveva assistito, si voltò per rientrare in casa. Zoe era rimasta sulla porta impietrita.
«Dai... facciamoci un caffè forte. Stamani ci vuole proprio» le disse, carezzandole i capelli per consolarla e sospingendola all’interno della casa.
«Vengo anch’io a farvi compagnia» s’intromise Giorgio.
Certo di far comprendere a Maria Stella la sua apprensione per quanto accaduto, si rivolse a lei in tono calmo.
«Avete preso un bello spavento. Non è simpatico svegliarsi così all’alba. Ma adesso che certe persone non ci sono più, questo tornerà il condominio rispettabile che è sempre stato. Non è vero?» disse, rivolgendosi anche al resto delle persone sul pianerottolo e, in particolare, alla portinaia.
Si apprestò a seguire le due ragazze in casa. L’agente rimasto lo afferrò per una spalla.
«Mi dispiace. Non adesso. Devo prenderle le generalità, casomai dovessero servire. E anche quelle di tutti i presenti» affermò includendo le persone rimaste sul pianerottolo.
Estrasse penna e taccuino dalla tasca.
«Poi vengo da voi» annunciò alle ragazze rimaste sulla porta.
«Magari ci sentiamo dopo» mormorò Stella rivolgendosi a Giorgio. «Appena la situazione si è calmata, ti telefono.»
L’uomo annuì e le sorrise. Si avvicinò al poliziotto e gli fornì i propri dati, informandolo che a lui, quei due operai, non lo avevano mai convinto del tutto. Si accomiatò e risalì in casa per fare colazione.
Era finita!
Adesso lei era soltanto sua!
Quello sporco russo non si sarebbe più intromesso fra loro.
Lurido bastardo!
Come si era permesso di mettere gli occhi sulla sua Maria Stella.
Pensava forse di avere a che fare con uno stupido? Che non avesse notato lo sguardo che le aveva lanciato quel giorno? O che non lo avesse visto lasciare la gelateria poco prima che lui arrivasse?
Oh... lui aveva visto. Eccome!
E questo era ciò che si meritava.
Doveva accelerare i tempi, adesso.
Sì. Quel giorno stesso sarebbe andato a comprare l’anello per Stella e glielo avrebbe dato.
Lei ne sarebbe stata felice. Dovevano sposarsi al più presto e mettere su famiglia.

Quelle quattro ore interminabili per Stella e Zoe erano state piene di angoscia. Erano riuscite a inghiottire a malapena un caffè, a lavarsi e a rendersi presentabili.
Si erano tormentate per tutto il tempo al pensiero di cosa potesse accadere ai due vicini.
Avevano rilasciato le loro generalità all’agente e provato a capire le conseguenze del reato di Alexej e Ibra. Il poliziotto non era stato né di tante parole né di aiuto, però.
Rimaste sole, avevano sfogato i loro pensieri, cercando di consolarsi a vicenda.
Stella, più controllata, ripeteva che se effettivamente avevano infranto la legge, c’era ben poco da fare.
Zoe, con la solita generosità, tendeva a minimizzare il reato. In fondo lo avevano fatto solo per poter lavorare, dimostrando buone intenzioni.
Nessuna delle due aveva la minima idea di cosa potessero volere in commissariato da loro ma si fecero coraggio e vi andarono all’ora stabilita.
Fu l’agente che aveva portato via i due operai ad accoglierle. Le salutò, le fece accomodare nell’ufficio del commissario capo e disse loro di attenderne l’arrivo.
Inutile dire che l’attesa non solo fu snervante ma anche lunga. Le tennero lì almeno un’ora prima che qualcuno venisse a comunicare che dovevano spostarsi.
Le portarono in un’altra stanza. Molto più spoglia. C’era un solo tavolo e quattro sedie e le invitarono a sedersi davanti a un foglio e una penna.
Chiesero loro di scrivere quello che sapevano e che avevano osservato nel periodo che i due extracomunitari avevano vissuto nell’appartamento accanto, poi le lasciarono di nuovo sole. Piantonate da un agente fuori dalla porta.
Le due ragazze si guardarono, incredule, domandandosi se era il caso di chiamare qualcuno. Zoe aveva un lontano cugino che lavorava in uno studio legale. Forse potevano chiedergli delucidazioni se quello che stavano passando era la maniera corretta di procedere.
Informarono le rispettive famiglie che la faccenda si sarebbe prolungata più del previsto e decisero di scrivere sul foglio quel poco che sapevano.
Attesero ancora.
Verso mezzogiorno una poliziotta entrò a chiedere se avevano bisogno del bagno e di un caffè o uno snack. Accettarono. Mentre le accompagnava alla toilette, provarono a informarsi se lei sapeva qualcosa su Ibrahim Reda o Alexej Evanko, il motivo per cui loro si trovavano lì.
L’unica risposta che ottennero fu che erano stati trasferiti a Santa Maria Maggiore, l’isola della laguna dove si trova il carcere.
Una volta rientrate nello squallido ufficio, Zoe iniziò a piangere in silenzio per la tensione.
Stella a mangiarsi le unghie.
Sapevano di non dover temere niente ma quella situazione stava mettendo a dura prova i nervi di entrambe. Possibile che solo la lentezza burocratica le trattenesse?
Si chiesero se i due uomini avessero trovato un legale per rappresentarli o se sarebbero stati trattenuti in carcere fino alla conferma del decreto di espulsione.
Non conoscevano bene la nuova legge sull’immigrazione e il suo funzionamento.
Finalmente, alle due, il commissario capo entrò e sedette davanti a loro. Era un uomo vicino all’età della pensione e sembrava avere un’aria paterna.
Offrì loro un altro caffè e, dopo aver letto ciò che avevano scritto, fece qualche domanda generica su Alexej e Ibra.
Un agente entrò e, avvicinandosi, bisbigliò qualcosa all’orecchio del capo.
«Ah! Bene!» esclamò lui soddisfatto. «Falli pure entrare.»
Alzò gli occhi dai fogli che stava esaminando e guardò oltre le spalle delle ragazze.
«Ispettori Fazio e Mancuso... alla buon ora!» esclamò con un certo sollievo nella voce. La loro presenza significava che l’operazione si era conclusa. «È tutto finito?»
«Sì.» confermò uno degli ispettori. «È tutto risolto.»
Nonostante lo stress e la stanchezza, la prima a voltarsi, colpita dalla familiarità della voce, fu Zoe, seguita da Stella.
Alexej e Ibra erano lì. Con tanto di divisa della Polizia.
«Oddio, oddio, oddio...» ripeté Stella, coprendosi la bocca con entrambe le mani.
Zoe scattò in piedi pronunciando il nome di Ibra. Poi vide tanti puntini bianchi, tutto diventò confuso e svenne.

Quando si riprese, il primo viso che vide fu quello angosciato di Stella. Le stava bagnando la fronte con dell’acqua, chiamandola e scuotendola con delicatezza.
Appena si accorse che aveva riaperto gli occhi, la costrinse a bere dei piccoli sorsi di liquido zuccherato dal bicchiere che Ibra le aveva portato.
Quello che rimase lo buttò giù lei tutto d’un fiato.
Zoe si riassestò sulla sedia. Il commissario capo non c’era più. Al suo posto sedeva Alexej mentre Ibra era in piedi accanto a Stella.
I due uomini erano impeccabili e molto professionali nella loro divisa d’ordinanza.
Ancora sotto choc, scambiò un lungo sguardo con l’amica.
La sua faccia sconvolta le confermò che anche lei non si era ancora ripresa. Le faceva un certo effetto vederli vestiti in quel modo. Tornò a guardare Ibra, o almeno quello che aveva ritenuto chiamarsi così.
La stava fissando preoccupato, con gli stessi occhi di un cucciolo beccato a combinare un grosso guaio.
Stella si rimise seduta. Una postura eretta e rigida, in attesa di un chiarimento.
«Se ti sei ripresa, Zoe, vorremmo darvi delle spiegazioni» precisò Alexej. «Prima di tutto i nostri veri nomi. Sono Fabio Mancuso, ispettore capo e lui è l’ispettore Domenico Fazio.» annunciò porgendo loro la mano e altrettanto fece il collega.
«Non sapete che sollievo sia poterci presentare con la nostra vera identità» affermò Domenico mentre stringeva la mano delle ragazze. «Ci dispiace avervi nascosto la verità ma stavamo lavorando a un grosso caso sotto copertura...»
«Allora tutto quello che mi hai raccontato sul Marocco, sulla tua famiglia... non c’è niente di vero?» lo interruppe Zoe.
L’ispettore Fazio girò intorno alla sedia e si mise di fronte a lei, appoggiandosi con il corpo alla scrivania.
«La sostanza è vera, cambiano solo alcuni particolari.» la rassicurò, parlandole con voce ferma e senza alcuna cadenza o intoppo nell’esprimersi.
«È vero che ho studiato in Francia. Ho frequentato il master di specializzazione dopo la laurea in elettronica. Ed è altrettanto vero che in Sicilia, dove sono nato, l’acqua è spesso un lusso e che i miei hanno uno dei più grossi allevamenti di bovini dell’isola. Il resto diciamo che serve a rendere Ibra più reale.»
«E per quanto ti riguarda?» chiese Stella all’ispettore Mancuso con occhi gelidi e voce sostenuta.
«Sono di Roma. Appena laureato in informatica sono entrato subito in accademia dove ho conosciuto Mimmo.» affermò indicando l’amico. «Ci siamo specializzati insieme e facciamo parte della Polizia postale e delle comunicazioni.»
«Hai davvero un fratello e una sorella?»
Fabio sorrise e, imbarazzato, si passò una mano nei corti capelli a spazzola.
«Sì. Federica è un’insegnante di lettere e Fulvio è impiegato presso il Ministero dell’Ambiente. Esistono sul serio.»
«È solo un mese che siamo stati assegnati qui in Veneto.» spiegò Domenico. «Ci hanno affidato subito questo caso in collaborazione con l’Interpol.»
«L’Interpol?» chiesero sbalordite all’unisono.
«Stiamo collaborando con altre sedi estere. Non possiamo dirvi molto fino a che l’operazione non sarà conclusa del tutto.» si scusò.             
«E perché stamani hanno finto di arrestarvi? Ti hanno perfino picchiato!» esclamò Zoe all’indirizzo dell’ispettore Mancuso.
«Beh... doveva sembrare una vera retata. E il collega si è fatto prendere un po’ la mano.»
«Ma adesso gli deve una pizza per farsi perdonare.» le assicurò Mimmo.
Alla sua battuta Zoe riuscì finalmente a concedergli un piccolo, tirato sorriso.
«Ragazze... è stata dura mentirvi tutto questo tempo. Siete state le prime a dimostrarvi gentili con Alexej e Ibra e non lo meritavate» affermò ancora Domenico.
«È una copertura che usate spesso?» s’informò Stella.
«È una di quelle che usiamo di più. Ispirata dalle lunghe sorveglianze nei centri di espulsione» le spiegò Fabio.
«Non tutto è come sembra...» gli disse lei, guardandolo. «È questo ciò che volevi dire?»
«Già... e non solo» commentò rabbuiandosi.
Scambiò un cenno d’intesa con il collega. Domenico prese una sedia e la portò accanto a Zoe. Guardò entrambe.
«Adesso potete tornare a casa, se volete. Vi abbiamo trattenuto qui per essere certi della vostra incolumità. Devo avvisarvi che...»
Contemplò l’espressione fiduciosa delle due ragazze un’ultima volta, prima che cambiasse per sempre.
Succedeva ogni volta. Ed era un lato del suo lavoro che iniziava a detestare.
Perché le persone, una volta saputo, non tornano più spensierate come prima.
«Cosa?» lo incalzò curiosa Zoe.
«Avevamo messo sotto controllo alcuni appartamenti nel vostro palazzo. Linee telefoniche e...»
«Ci avete spiato?» chiese incredula Stella.
«Non intenzionalmente. Non preoccupatevi, però. Niente che vi riguarda comparirà nelle trascrizioni delle intercettazioni.»
«Maria Stella.» la richiamò Fabio con voce grave. «Mi dispiace dovertelo dire ma Giorgio Ballarin è stato arrestato due ore fa...»

7
Stella finì di vestirsi. Andò in bagno a lavarsi le mani. Si truccò, si pettinò e si lavò di nuovo le mani, pronta per uscire e andare a pranzo dai suoi.
Zoe si affacciò per avvisarla che sarebbe andata al ristorante con Mimmo.
Era oltre un mese che si frequentavano e dopo un vivace chiarimento iniziale, la storia sembrava aver preso un binario piuttosto serio.
«Lui è di turno, oggi» la informò Zoe, riferendosi a Fabio. «Stanno aspettando di conoscere il prossimo incarico.»
Stella continuò a pettinarsi in silenzio.
«Quello schifoso di Giorgio merita il peggio che un essere umano possa ricevere. Dovresti essere grata per quello che hai scampato. Fabio mi domanda sempre di te. È preoccupato. Non vuoi proprio dargli una possibilità?»
«No. Non me la sento più di uscire con qualcuno. Con lui in particolare.»
Con lui che conosceva tutti i fatti e i torbidi particolari.
Sapendo che convincerla era una causa persa in partenza, l’amica la salutò ed uscì.
Maria Stella si riscosse dai suoi gravi pensieri.
Non ricordava se si era già lavata.
Tornò in bagno e aprì il rubinetto dell’acqua calda. Prese la saponetta e la girò fra le mani fino a produrre un’abbondante schiuma. Forse, pensò, neanche le saponette sono così igieniche. A forza di stare nel portasapone esposte all’aria, diventano un ricettacolo di batteri.
Si sfregò energicamente le mani fino a farle diventare rosse e le asciugò.
Si guardò nello specchio.
Gli occhi le si riempirono di lacrime ripensando a Giorgio.
Come poteva averla ingannata in quel modo? Come poteva non essersi accorta di niente?
Non tutto è come sembra.
Quando l’aveva messa al corrente dell’arresto, l’Ispettore Mancuso le aveva anche spiegato le accuse contro Giorgio. Il Ballarin era uno dei ricercati dell’Interpol, insieme ad altri complici in vari paesi europei.
Era ritenuto a capo di una rete di pedopornografia internazionale che produceva e scambiava, sotto compenso, foto e filmati raccapriccianti.
Le aveva raccontato dell’anello di diamanti che avevano ritrovato nel suo appartamento, destinato a lei, e dei progetti che aveva per loro due.
Un piano che non era riuscito a mettere in atto con la ex moglie. La donna, che lo aveva scoperto, era sparita all’improvviso. E non per il divorzio.
Alla fine, messo sotto torchio, aveva confessato di aver assoldato qualcuno per farla uccidere.
Quelli come lui non si sporcano mai le mani in prima persona.
Avevano ritrovato i resti della donna sepolti in una delle isole disabitate della laguna.
Fabio e Mimmo le avevano ripetuto infinite volte che non doveva farsene una colpa, che non doveva pensarci più.
Ma lei ci pensava.
Era stata accanto ad un mostro e non si era mai accorta di niente.
Si toccò la bocca. Lo aveva anche baciato.
Riprese il sapone e si lavò le labbra. Una, due, tre volte. Sarebbe mai riuscita a ripulire quello che lui aveva contaminato?
Si sentiva così sporca. Lui l’aveva insudiciata con la sua presenza.
Bastardo! Viscido bastardo!
Verme schifoso!
Aveva bisogno di una doccia. Non poteva stare così. Sentiva ancora addosso il suo lurido tocco.
Aprì il getto d’acqua calda e si apprestò a spogliarsi. L’acqua avrebbe portato via tutto. L’avrebbe purificata dal contatto con quell’essere immondo.
Maledetto!
Un altro uomo le aveva rovinato la vita.
Era inutile! Non c’era speranza per lei.
I suoi cupi pensieri furono interrotti dal suono del cellulare. Andò a rispondere.
Era sua madre. Voleva assicurarsi che sarebbe andata a pranzo. Stella non ne aveva più molta voglia e voleva inventarle una scusa per rimandare la visita.
Sapeva che i genitori erano preoccupati per quanto accaduto ma non poteva farci niente. Tranquillizzò la madre e chiuse la comunicazione.
Il ciondolo attaccato al telefono, oscillò. La luce proveniente dalla finestra, illuminò la piccola stella di cristallo alla sua estremità.
Non tutto è come sembra, Stella.
Presto per te tornerà la serenità...
Fece un profondo, lento sospiro.
Allungò la mano e chiuse il rubinetto. Ficcò il cellulare nella tasca dei jeans e andò nell’ingresso. Infilò il cappotto e prese le chiavi.
Cercò di non pensare a tutto lo sporco che aveva toccato.
Cercò di non pensare se era meglio ricontrollare di aver chiuso il gas e l’acqua, mentre scendeva.
Cercò di ignorare, mentre camminava lungo le calli, se i suoi vestiti erano nella giusta scalatura di colore.
E non poté nemmeno rosicchiarsi le unghie per ingannare il tempo. Da un mese erano ormai ridotte ai minimi termini.
Arrivò davanti al portone ed entrò.
Si morse le labbra cercando di non crollare. Sentì le lacrime inumidirle gli occhi nel percorrere il lungo corridoio. Non voleva piangere. Lei era forte, non avrebbe ceduto allo sconforto.
Si fece strada nel largo, luminoso cortile interno.
«Ispettore Mancuso...»
Fabio, che stava parlando con un collega davanti alla macchina delle bevande, alzò lo sguardo sorpreso di vederla. Le sorrise e le andò incontro.
«Come stai?» s’informò.
«Male» ammise lei, deglutendo a fatica.
Era pallida. Gli occhi cerchiati per le lunghe nottate insonni, senza trucco. Una Stella lontana dall’immagine perfetta che aveva sempre voluto dare di sé. Gli fece tenerezza.
Avrebbe voluto confortarla ma Zoe gli aveva parlato, preoccupata, dei passati problemi dell’amica e della nuova mania spuntatale nelle ultime settimane, così si trattenne.
«È normale con quello che è successo» la rassicurò.
Stella alzò il viso per incontrare i suoi occhi. Erano così verdi e trasparenti.
Come facevano a rimanere puliti con quello cui assistevano ogni giorno?
«Volevi qualcosa? Posso esserti di aiuto?» le domandò con premura.
Continuò a fissarlo, incapace di parlare.
La vita non poteva consistere solo in un susseguirsi di aridi, precisi eventi come le lettere di un codice fiscale.
La variabile impazzita prevedeva sporcarsi le mani, tenere a bada l’ansia, fidarsi delle persone.
Voleva il suo aiuto ma non sapeva come chiederglielo.
Al diavolo Zoe e i suoi consigli, pensò Fabio.
«Posso abbracciarti Stella
Aspettò la sua risposta. Vedendola annuire, la prese con delicatezza per le spalle e la strinse a sé. Passato qualche iniziale secondo di rigida immobilità, la sentì rilassarsi contro di lui.
«Ho già sforato il regolamento» le mormorò contro l’orecchio. «Sono in divisa e sono in servizio. Non posso fare di più anche se lo desidererei.» ammise. «Coraggio! Vedrai che presto passerà. Tutto diventerà solo un brutto ricordo.»
A quelle parole Stella si riscosse dal proprio stato confusionale e si sottrasse dalla sua stretta.
«Pranzo dai miei genitori e sono in ritardo.» si ricordò.
Si ricompose e si avviò all’uscita senza dire altro.
Sconcertato dal suo comportamento, la guardò allontanarsi.
Fatti alcuni passi lei si voltò.
«Nel pomeriggio ho intenzione di strafogarmi di gianduiotti fino a scoppiare. Penso di meritarmelo con quello che ho passato. Ci vediamo? E non pensare di piantarmi lì come l’ultima volta» affermò con un mezzo sorriso.
«D’accordo! Conta su di me...» le rispose.
La guardò allontanarsi. Sapeva che non sarebbe stato facile per Stella superare tutta quella situazione ma sentiva che era una donna forte. La compagna che avrebbe voluto al proprio fianco.
Insieme potevano farcela.


CHI E' L'AUTRICE 
MONICA PECCOLO è nata a Livorno, dove risiede con il marito e un figlio adolescente. Cresciuta in un ambiente artistico e internazionale, poiché i suoi genitori sono proprietari di una galleria d’arte moderna, ha un diploma in campo informatico. Dopo aver lavorato presso l’Olivetti ed essere in seguito stata responsabile del centro dati di una multinazionale, attualmento collabora nell’attività di suo marito, libero professionista. Amante della letteratura angloamericana, sudamericana, russa, la danza, la musica, il cinema e qualunque forma d’arte, Monica ha frequentato un paio di corsi di scrittura con la scuola Omero di Roma, ma non è ancora riuscita a pubblicare. Con questo racconto ha partecipato al Concorso La Vie en Rose. La potete contattare sulla sua pagina Facebook: http://www.facebook.com/monica.peccolo 


VI E' PIACIUTO ZNNMST75E55L736J - NIENTE E' COME SEMBRA? VI PIACCIONO LE STORIE ROMANTIC SUSPENSE AMBIENTATE IN ITALIA?
 ASPETTIAMO I VOSTRI COMMENTI.

8 commenti:

  1. Monica complimenti! Proprio un bel racconto che fa riflettere al nostro modo di guardarci intorno e fermarsi, molto spesso, solo all'apparenza delle cose !! Brava!!

    RispondiElimina
  2. Cassandra Rocca03/08/12, 20:05

    Questa parte mi è piaciuta anche più della prima!! E immaginare il protagonista in divisa mi ha fatto sospirare... *.*
    Brava Monica! Davvero un bel racconto, si legge tutto d'un fiato! Complimenti! :)
    Cassie

    RispondiElimina
  3. Bello e originale, Monica, complimenti davvero. Il racconto è costruito veramente bene, tiene fino alla fine. L'unico dubbio m'è venuto quando Ibra e Alexej parlano un italiano stentato con le due ragazze e un italiano perfetto tra loro, ma nn sono riuscita a mettere a posto il tassello :-) .
    L'unica piccola debolezza, soprattutto nella prima parte, in qualche frangente il punto di vista all'interno di una stessa azione cambia repentinamente e si fa un po' fatica a capire chi è il soggetto della frase; come pure in qualche scambio di battute nn sempre è chiaro chi dice cosa.

    RispondiElimina
  4. Monica Peccolo04/08/12, 11:03

    Grazie del vostro apprezzamento e delle vostre osservazioni (anche costruttive) sono davvero felice che abbiate apprezzato il mio lavoro. Quando l'ho scritto nemmeno sapevo esistesse il RS, temevo che da quel punto di vista fosse un pò debole. Lavorerò senz'altro su quello che mi ha segnalato Ladymacbeth :) grazie ancora anche a tutte quelle che hanno commentato la prima parte

    RispondiElimina
  5. Monica, è veramente un bel racconto, divertente, scritto bene,
    con un pizzico di suspance che non guasta mai
    e poi ha un titolo originalissimo, che incuriosisce
    e che mi piace tantissimo.
    Brava Monica!
    Babybluejb

    RispondiElimina
  6. Be', da un'esperta in campo informatico e gestione dati nn mi sarei aspettata niente di meno ;-) .

    RispondiElimina
  7. Nel suo genere un racconto scorrevole, avvincente e che tiene il fiato sospeso fino alla fine e perchè no con il lieto fine. Crudo e forte tenero e dolce, che affronta molti argomenti scottanti del nostro paese e del nostro periodo. Il razzismo, la sfiducia nel prossimo fino alla criminalità la più schifosa di tutte.
    una lettura davvero piacevole.
    Nicoletta

    RispondiElimina
  8. My Darling Stalker, ero pronta a distruggerti con la mia crudeltà, invece mi hai fregato!! :oD

    Complimenti sei riuscita a creare in poche battute un ottimo suspense.

    Il finale un po' risicato, mi sarebbe piaciuto qualcosa di più di un abbraccio!! :oPPPPP

    Certo che Stella a volte era veramente insopportabile, però hai saputo descrivere le sue manie ossessive-compulsive alla grande! ^^

    RispondiElimina

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