LE STAGIONI DEL CUORE presenta...ZNNMST75E55L736J - NIENTE E' COME SEMBRA di Monica Peccolo ( PRIMA PARTE)

Quello di oggi con LE STAGIONI DEL CUORE è un appuntamento speciale. Pensando a tutte quelle di voi che già sono in vacanza o che ci andranno presto, vi regaliamo un racconto molto più lungo del solito, dove Venezia fa da sfondo a una storia contemporanea solo apparentemente ordinaria, che vi terrà con il fiato sospeso fino all'ultima riga. Lo firma Monica Peccolo e ha un titolo insolito: ZNNMST75E55L736J - NIENTE E' COME SEMBRA. Vista la lunghezza ve lo proponiamo in due parti. Ma non temete, per la seconda parte dovete solo aspettare fino a domani. Buona lettura.
*Attenzione: per leggere tutto il racconto, cliccate su  'CONTINUA  A LEGGERE'  alla fine di questa prima parte.*...e non dimenticatevi di lasciare i vostri commenti a fine lettura!
A tutti i bambini che sono soli nell’oscurità...
  1

L’esistenza di Maria Stella Zonin aveva lo stesso andamento preciso e schematico del suo codice fiscale.
Sedici caratteri che la definivano un individuo di sesso femminile di trentacinque anni. Una persona a cui i modelli e le regole andavano a genio.
Dipendeva dai cromosomi ereditati dal nonno, un maresciallo delle forze armate che aveva allevato la famiglia con gli stessi metodi applicati al proprio reggimento? Oppure dalle decine di traslochi subiti a causa del lavoro del padre?
In ogni modo a lei l’ordine dava sicurezza.
Cambiare di continuo città le aveva impedito di farsi amicizie durature sin dall’infanzia. L’unica amica che aveva era Zoe, con cui divideva lavoro e appartamento da quando era ritornata a vivere a Venezia, il luogo d’origine della propria famiglia.
Stella non pensava affatto che abitare in uno dei posti più belli e romantici del mondo avesse dei grandi vantaggi.
Venezia era una città piuttosto cara, motivo per cui doveva dividere l’appartamento con l’amica, odiava i turisti che invadevano ogni giorno i suoi spazi, affollando calli e stradine, e non trovava niente di piacevole nell’acqua alta o nei lunghi tempi di spostamento dei vaporetti visto che soffriva il mal di mare.
Ciò che desiderava era solo vivere con meno problemi possibile.
E se l’inghippo nel codice fiscale è rappresentato dall’ultima lettera, che non segue una regola come le altre ma viene attribuita in maniera casuale per distinguere gli eventuali omonimi, per Stella questa imprevista variabile impazzita era rappresentata dagli uomini e dall’amore.
Non c’era molto spazio per loro nella sua vita. Le volte che ci aveva provato, la conseguente delusione ricevuta, le aveva lasciato in dono solo nuove manie.
A quindici anni cominciò a mordersi le unghie fino alla delicata pelle sottostante.
A venti sommò il terrore per i ragni.
A ventisette, una grande delusione amorosa le regalò la mania di porre in rigoroso ordine alfabetico i libri negli scaffali.
A trenta iniziò, ogni volta dopo aver chiuso gas e acqua, a ricontrollare tutto almeno due volte prima di uscire di casa o andare a letto.
L’ultima storia disastrosa, finita un anno prima, le aveva regalato la mania di tenere in scala cromatica i vestiti.
Quella mattina si trovava proprio davanti all’armadio per scegliere cosa indossare, quando Zoe la richiamò dalla cucina.
«Muoviti! Il caffè è pronto e tra venti minuti passerà il vaporetto. Non puoi sperare nel ritardo del traffico come quando abitavi a Milano.»
Lei si affacciò di nuovo alla finestra a controllare il cielo. Minacciava pioggia.
«Detesto portarmi dietro quegli orribili stivali di gomma. Stanno uno schifo con il mio completo di Armani!» esclamò, ammirandosi nello specchio. I pantaloni e la giacca grigi sottolineavano la sua longilinea figura.
«Allora metti i jeans e vedrai che la tua perfetta immagine non sarà rovinata.» ribatté Zoe infilandosi delle gommose calzature a fiori rosa e gialli.
A lei piaceva vestirsi in modo più pratico. Il maglione di lana rosa, dello stesso tono degli stivali, donava in maniera particolare alla sua carnagione e ai lunghi ricci castani che teneva legati in una coda di cavallo.
«Non sei allo sportello per gli utenti, non hai la necessità di metterti elegante» disse all’amica, finendo di sistemarsi i capelli.
Le ragazze, lavoravano entrambe all’Archivio di Stato ed era lì che si erano conosciute.
Stella bevve il caffè in un unico sorso. Dopo essersi lavata i denti, mise il rossetto e si pettinò il caschetto biondo. Uscì dal bagno, prese le chiavi dal ripiano vicino alla porta d’ingresso e si fermò. Zoe riconobbe la solita espressione allarmata nei suoi occhi castani.
«Ho già controllato acqua e gas» la tranquillizzò.
«Sicura?»
«Sicura.»
Scesero le scale dell’antico palazzo dove abitavano e nell’atrio trovarono la portinaia, intenta a spazzare.
«Buongiorno belle tose!» Non dette loro nemmeno il tempo di risponderle. Si avvicinò con fare confidenziale. «Avete saputo?» bisbigliò.
Zoe cercò di nascondere la propria insofferenza e tirò l’amica per la manica della giacca affinché non si trattenesse.
«L’appartamento accanto al vostro... ieri è venuto il nuovo padrone. Un tipo distinto, mica un terrun o un extracomunitario» annunciò la portinaia.
Stella ne fu sollevata. Era stata in apprensione per quella casa, temendo venisse affittata a persone poco raccomandabili. Quando aveva saputo che era stata venduta, la sua apprensione era cresciuta, per fortuna senza giustificazione.
Si poteva credere alle parole della donna riguardo alle referenze del nuovo proprietario. Era più leghista del militante che aveva issato la bandiera della Serenessima sul campanile di San Marco, tanti anni prima.
«E quando farà il trasloco?» s’informò.
«Vuole eseguire qualche lavoro di ristrutturazione, prima.»
«E com’è?» chiese Zoe. «Giovane? Anziano? Ha famiglia?»
«Non credo. È un bell’uomo. Molto elegante. Non preoccupatevi lo terrò d’occhio per voi...» sottolineò con un simpatico cenno d’intesa.
«E il Ballarin?» le domandò Stella, riferendosi all’inquilino che abitava al piano sopra al loro e per cui aveva un debole. Un prestante quarantenne, proprietario di vari negozi di souvenir, che affermava con orgoglio di discendere nientemeno che dal Gran Cancelliere della Repubblica di Venezia.
«Ieri gli ho preparato il sugo, poaretto. Ha detto che finalmente ha firmato le carte per il divorzio. È contento di essersi liberato in modo definitivo di quella strega della ex moglie.»
Oltre ad essere portinaia, la donna arrotondava il salario cucinando ed eseguendo lavoretti di sartoria per i condomini e il circondario.
Zoe sollecitò l’amica. Mancavano cinque minuti al passaggio del loro vaporetto. Le due la salutarono e si avviarono alla fermata.
«Forse dovresti cucinargli qualcosa anche tu al povero Ballarin...» le suggerì Zoe con un sorriso pieno di sottointesi.
Conosceva la simpatia che Stella nutriva per lui e anche l’allergia che aveva per i fornelli.
L’amica ignorò il sarcasmo. Non aveva rinunciato a trovare l’amore ma, come spesso la rimproverava Zoe, idealizzava troppo il concetto rischiando di allontanarsi dalla realtà.
Giorgio Ballarin aveva una posizione rispettabile, gusti simili ai suoi e, sebbene afflitto da una precoce calvizie, era un uomo affascinante e colto. Questo era ciò che aveva percepito dai brevi scambi con lui incontrandolo per le scale.
Dopo le delusioni ricevute, era consapevole di non doversi aspettare molto dalla vita ma non sapeva nemmeno come agire per modificare la propria situazione.
Forse, Giorgio, poteva essere il cambiamento che aspettava da tempo.

I lavori nell’appartamento accanto erano iniziati.
Stella lo intuì dal fracasso che la accolse al rientro dall’ufficio e dalla polvere sparsa sul pianerottolo.
Si augurò che la portinaia avesse messo in riga gli operai riguardo agli orari da rispettare per i rumori. Sentì delle alte voci provenire dall’appartamento.
Voci straniere.
Un classico. Risparmiare sulla ristrutturazione assumendo gente poco qualificata. Si augurò che questo non comportasse ulteriori scocciature. Posò la borsa della spesa per avere le mani libere e aprire la porta.
«Buonasera Maria Stella.»
Ballarin stava scendendo le scale a piedi e si fermò, terminando di abbottonarsi il costoso cappotto blu di puro cachemire.
«Ciao Giorgio. Sentito che bel concerto?» disse, riferendosi al rumore.
«Non dirmelo! Sono quasi contento di andare in negozio per avere un po’ di silenzio.»
Ci fu un forte trambusto e la porta dell’appartamento accanto si aprì. Intravidero due figure maschili parlare fra loro con un forte, incomprensibile accento.
«Se voi ragazze doveste avere qualche disagio non esitate a chiamarmi.» sussurrò Giorgio accennando verso gli operai. «Verrò subito.»
«Grazie, lo terrò presente. Sei davvero premuroso.»
Lui le sorrise e si avvicinò per toglierle un invisibile pelucchio dalla giacca, fissandola con intensità.
«Stella, mi chiedevo se giovedì ti andasse di venire a un concerto di Maurizio Baglini alla Fenice. Eseguirà musiche di Debussy e Liszt. Ho già i biglietti.»
«Io? Beh... sì. Credo. Non mi intendo molto di musica classica.»
«Non preoccuparti. Sarò felicissimo di...»
La porta si spalancò del tutto e un uomo dalla fisionomia nordafricana uscì con un enorme sacco nero di plastica contenente delle macerie da portare in strada.
«Non vede che sta sporcando dappertutto!» lo rimproverò Giorgio. «Perché non lo fate a casa vostra tutto questo casino?»
«Stai calmo, amico! Poi pulisco.» affermò avviandosi verso le scale.
Giorgio lo guardò allontanarsi poi controllò il Rolex che aveva al polso.
«Adesso devo proprio andare. Passerò stasera per darti tutte le informazioni. Ti trovo?»
Lei annuì. Si salutarono e, mentre lo osservava scendere, ripensò a quell’inaspettato invito.
Che si fosse finalmente deciso a causa della definitiva chiusura del divorzio?
O forse la portinaia, con tutti i suoi discorsi, gli aveva fatto intuire qualcosa?
Qualunque fosse il motivo non aveva importanza. Quello che contava era che fosse stata invitata. Doveva decidere cosa indossare per l’elegante occasione. Una serata alla Fenice era un evento importante. Stava rientrando in casa quando un altro operaio si affacciò a chiamare il collega.
«Ibrahim!»
Stella sussultò a quella voce profonda e si voltò di scatto, incontrando un paio di penetranti occhi verdi su un volto magro e abbronzato. I capelli castani, tagliati corti.
Lui le fece un cenno di saluto con il capo. Capì di essere arrossita, suo malgrado, dal calore che sentì risalire dal collo.
Aveva davanti a sé la prova che Dio esisteva.
Lo sguardo scese dall’attraente viso dell’uomo agli abiti da lavoro impolverati e sporchi. Senza rispondergli entrò in casa, richiudendosi la porta alle spalle.
Forse Dio ascoltava le preghiere dell’umanità ma doveva avere un senso dell’ironia del tutto personale.
Non era possibile che le mettesse accanto un uomo come quello, nella persona di un operaio extracomunitario. Probabilmente anche clandestino!
Gettò con rabbia le chiavi sul ripiano ed entrò in cucina. Zoe era intenta ad affettare delle verdure. Distolse l’attenzione dal suo lavoro e la studiò con i grandi occhi.
«Stella, cosa hai fatto? Sei tutta rossa. Ti senti poco bene?»
Si versò dell’acqua, rassicurando l’amica che non era niente di importante. Dopo aver bevuto ed essersi ripresa la informò dell’invito di Giorgio.
«Magnifico! I tuoi ‘casuali’ appostamenti per incontrarlo, hanno dato i suoi frutti alla fine.»
«Già... sembra proprio di sì.»
«Non sei contenta? Non era quello che desideravi?» domandò Zoe, vedendola perplessa.
«Sì, certo. Solo che...»
Come poteva spiegarle quell’irrazionale, strana sensazione che l’aveva colpita dopo aver visto l’operaio sul pianerottolo?
Perfino lei si vergognava di sé e di quello che aveva provato.
«Forse mi ha colto impreparata. Non mi aspettavo che accadesse tanto presto.»
«Perché non era programmato nella tua agenda? E dai Stella! Quando imparerai a buttarti con coraggio nella vita?» la stuzzicò l’amica mentre versava le verdure dentro la teglia.
«Un conto è il coraggio, un altro l’incoscienza. Ho accettato solo perché Giorgio è una persona affidabile e cortese.»
«Sembra che parli di un’assicurazione invece che di un uomo.» la canzonò.
Stizzita dalla provocazione frenò l’impulso di proseguire. Non voleva litigare e rinfacciarle che, al contrario, il carattere di Zoe, pronto a fidarsi sempre di tutti, non l’aveva portata in una situazione tanto diversa.
Il grande amore, in cui credeva ciecamente, sposato pochi mesi dopo averlo conosciuto, l’aveva comunque lasciata sola.
«Devo anche decidere cosa indossare. Dammi un consiglio, Zoe.» le chiese, per evitare altre domande troppo personali e trovarsi a discutere con lei.


2
L’uomo entrò in casa. Accese il computer e, mentre attendeva che il sistema operativo venisse caricato, si recò in cucina e si versò del prosecco. Prese dei salatini e iniziò a sgranocchiarli davanti al monitor. Tolse le scarpe, sbottonò la camicia e aprì la connessione internet.
Scaricò la posta e controllò i documenti allegati.
Bene! C’era proprio tutto quello che aveva richiesto.
Inviò la stampa e mentre attendeva i fogli, controllò il proprio conto corrente on line. L’accredito di cinque cifre era stato effettuato presso un istituto di credito del Bahrein.
Soddisfatto, aprì uno dei programmi di condivisione dei file in rete che di solito usava e mise a disposizione degli utenti la nuova cartella d’immagini, nominandola con il suffisso convenuto.
Sul monitor comparvero subito diverse richieste di accesso.
Sorrise.
Per lui quelle righe sul video significavano notevoli somme da incassare.
Mise una manciata di salatini in bocca e allungò la mano per prendere il risultato della stampa e poterselo godere in tutta calma.

L’atrio del Teatro della Fenice era un trionfo di velluto rosso e stucchi dorati in puro stile veneziano.
La folla stava defluendo dalla sala. Mentre aspettava Giorgio, andato a ritirare i loro soprabiti, Stella si soffermò a osservare le eleganti signore intervenute al concerto. Alla luce degli enormi lampadari di Murano che pendevano dal soffitto, i gioielli scintillavano e i vestiti indossati erano nei colori e negli stili più vari.
«Ecco qua!» Giorgio le porse il leggero cappotto. «Vogliamo andare? Vuoi tornare subito a casa o andiamo a prendere qualcosa da bere?»
«Faccio volentieri due passi. Non fa tanto freddo stasera.»
Si incamminarono verso Piazza San Marco. A quella tarda ora solo il caffè Florian e il Quadri erano aperti.
«Allora, ti è piaciuto il concerto?»
«È stata un’esperienza esaltante. Due ore di musica classica forse sono troppe per una profana come me ma, devo dire, che ci sono stati dei passaggi che mi hanno emozionato.»
Giorgio sorrise soddisfatto del commento e si lanciò in una dettagliata spiegazione sulla tecnica del famoso concertista.
Lei, che al massimo ascoltava musica pop, cercò di seguirlo con attenzione per qualche minuto poi, tentando di mascherare la noia, si soffermò ad ammirare le vetrine delle prestigiose boutique che si trovavano lungo Calle Larga.
              Scelsero il locale e sedettero ai tavolini del Quadri. La piccola orchestra, presenza fissa in Piazza San Marco, eseguiva brani di Vivaldi alternandoli a pezzi contemporanei. Era un piacevole sottofondo.
              Quando il cameriere arrivò per prendere l’ordinazione, lei guardò il suo accompagnatore, indecisa se prendere qualcosa di caldo.
              «Ma quale caffè... in questa sera speciale ci vuole dello spumante!» e con un cenno chiese all’uomo la lista dei vini. «Sono finalmente un uomo libero e ho tutta l’intenzione di festeggiare.» le annunciò.
              Incontrandolo per le scale e fermandosi sempre più spesso a parlare con lui, Stella si era fatta l’idea di un uomo educato e senza tante pretese. Scoprire questo lato allegro e generoso del suo carattere, la stupì. Acconsentì e lasciò che ordinasse una nota e pregiata marca di spumante italiano.
              Terminato il monologo di ammirazione su Baglini, lui riempì i calici e la invitò a bere, informandosi sul tipo di lavoro che Stella svolgeva.
              «Sono impiegata all’Archivio di Stato, una delle tante ramificazioni del Ministero dei Beni Culturali. Mi occupo degli archivi politici.» gli spiegò.
              Sorseggiò lentamente dal proprio calice e riprese.
              «Puoi immaginare la mole di materiale con cui ho a che fare e che copre tutta la storia di Venezia, dalla fondazione della Repubblica alla dominazione austriaca. È un lavoro di ordine e archiviazione abbastanza ripetitivo. Soprattutto da quando dobbiamo scannerizzare i documenti e mettere tutto su computer.»
              «Anche Zoe lavora con te?»
              «Sì, ma lei è al servizio di conservazione e rilegatura.»
              «E ti piace quello che fai?» senza aspettare la risposta Giorgio proseguì. «Adesso che mi occupo più della parte amministrativa dei miei quattro negozi, mi manca il contatto con i clienti. Mi divertivo molto con i turisti che entravano a comprare i souvenir. Vedevo i tipi più strani e incredibili. E non avevo bisogno di girare il mondo perché era il mondo a venire da me.» terminò in una leggera risata.
              «Posso immaginarlo visto il numero di nazionalità diverse che approdano in città» replicò Stella.
              Le bollicine iniziavano a pizzicarle il naso e la bevanda, le dava una sensazione di leggerezza alla testa.
              «Mi piace pensare di dare il mio piccolo contributo nel mettere ordine in quella marea di scartoffie ingiallite.» proseguì lei. «Ogni tanto mi perdo a leggere qualcuno di quei documenti ed è come calarsi in un’altra epoca. Sono abbastanza soddisfatta, tutto sommato. Non sono un tipo portato per i contatti con il pubblico. Forse perché, a differenza che in un negozio, le persone vengono negli uffici statali solo per brontolare.»
              «In effetti, non hai tutti i torti...» affermò Giorgio sorridendo.
              Le versò di nuovo lo spumante e si rilassò contro lo schienale della sedia. Stella non poté fare a meno di ammirarlo nell’elegante completo con cui era andato a teatro.
              Doveva riconoscere che era proprio un uomo raffinato. Con le dita fermò una ciocca del suo biondo caschetto dietro l’orecchio e si fece coraggio.
              «È stato tanto terribile il tuo matrimonio?» vedendo il modo strano in cui la fissò, si affrettò ad aggiungere. «Scusa, non volevo essere invadente.»
              «No, Stella, sono io che ho proposto il brindisi, quindi...»
              Si prese una lunga pausa per raccogliere i pensieri.
              «È durato solo sei mesi. Fin troppi per una restauratrice ungherese innamorata più della mia città che di me. Benché il benestante uomo italiano non le dispiacesse troppo, i primi tempi. È stato un colpo di fulmine che ho ripagato con tutti gli interessi. Dopo la separazione, anche per reagire, non nego di essermi lasciato abbagliare da tante situazioni ma non ho perso le speranze.»
              «Quali?»
              «Di trovare la persona giusta. Una donna italiana bella e intelligente, magari con gli stessi miei obiettivi. Beh... tu sei qui e hai già diversi di questi requisiti. Quel vestito azzurro ti dona moltissimo.»
              Sgranò gli occhi, colpita dall’inaspettato complimento.
              «Grazie.» mormorò a disagio.
              Giorgio le si avvicinò e la guardò con intensità.
              «Tu hai degli obiettivi, Stella?»
              Deglutì, presa alla sprovvista.
              Che domanda pericolosa!
              Se si sbilanciava troppo, rischiava di passare per la solita disperata in cerca di un uomo. Se rispondeva il contrario, per una superficiale.
              Cercò di non farsi mettere troppo in imbarazzo dai penetranti occhi di Giorgio e di essere franca.
              «Certo. Ma come hai detto tu, bisogna trovare la persona adatta.»
              Lui si avvicinò ancora e abbassò il tono di voce, per dare valore alle proprie confidenze.
              «Voglio solo trovare una compagna con cui stare bene, condividere degli interessi, fare dei bei viaggi e magari mettere su famiglia. Tu la vuoi una famiglia o sei più interessata al divertimento?» le chiese con un mezzo, ironico sorriso, sfiorandole la mano con una veloce carezza.
              Erano mesi, anzi anni, che Stella non sentiva un essere di sesso maschile compromettersi tanto.
              Sembrava davvero sincero.
              «Penso che anche tu abbia diversi requisiti interessanti...» controbatté in tono leggero, sorridendogli a sua volta.
              A dispetto di ciò che si aspettava, senza nessuna esitazione, Giorgio abbassò il viso e la baciò.
3

             La sottile punta del trapano di precisione trovò un ostacolo imprevisto.
              L’uomo la estrasse dalla parete e illuminò il buco con la pila tascabile per riuscire a vedere cosa avesse interrotto la perforazione.
              Non sembrava niente d’importante.
              Cambiò posizione e, con poche precise, pressioni, perforò il sottile strato di muro. Prese la microcamera a fibre ottiche e la infilò nel terzo minuscolo tunnel che aveva creato. L’accese, scese dalla scala e si recò al computer per verificare che la connessione wireless funzionasse correttamente.
              Perfetto!
              Il portatile riceveva le immagini delle tre telecamere installate che gli permettevano di inquadrare nella giusta prospettiva la stanza, senza angoli morti. Poteva vedere con chiarezza tutti gli elementi che la arredavano.
              Nell’immagine trasmessa notò i mobili di pregiato antiquariato, i classici quadri dalle cornici dorate alle pareti e la scrivania in noce dell’Ottocento.
              Attivò lo zoom per riuscire a individuare quanto vi era poggiato sopra. I documenti sembravano interessanti...
              Adesso toccava alle cimici nella linea telefonica.

              Il rumore di oggetti trascinati e colpi nella parete era diventato insopportabile.
              «Non ne posso più! È possibile che alle dieci di sera facciano tutto questo casino? Voglio andare a dormire!» urlò Stella, disperata.
              Davanti allo specchio del bagno Zoe cercava di sistemare i suoi ribelli ricci castani e prepararsi per uscire. Vide l’amica, in una comoda tuta da casa, dirigersi a passo svelto in sala e la seguì incuriosita.
              Stella prese il primo oggetto che le capitò fra le mani, un soprammobile di legno, si mise vicino alla parete confinante con l’appartamento incriminato, e iniziò a battere a intervalli regolari nel muro.
              «Smettetela! Altrimenti chiamo i vigili! No, la polizia! Dovete rispettare gli altri!»
              Il rumore cessò di colpo.
              «Sembra che tu ce l’abbia fatta.» disse Zoe, affacciata sulla porta.
              Soddisfatta del successo ottenuto, Stella rimise a posto l’oggetto.
              «Sicura che non vuoi venire al cinema?» le chiese ancora una volta.
              «No, sono stanca. Inoltre, Giorgio dovrebbe portarmi un cd che vuole che ascolti in tutti i modi.»
              «E tu non vuoi deluderlo...»
              «Abbiamo trascorso una bella serata, perché dovrei? Mi trovo bene con lui. Parliamo di molti argomenti. Sai che a dispetto del divorzio è ancora dell’idea di cercare la persona giusta?»
              «Cioè? È riuscito a pronunciare figli e coppia nella stessa frase senza impappinarsi o fuggire?»
              «Compagna e famiglia.» precisò con un sorriso orgoglioso.
              «Allora ha di sicuro qualche problema!» scherzò l’amica.
              La risata delle ragazze fu interrotta dal suono del campanello.
              «Non sarà già lui? Non posso aprirgli vestita così. Per favore, vai tu Zoe!» esclamò precipitandosi in camera a cambiarsi.
              Sentì il rumore della porta e Zoe parlottare a lungo con qualcuno.
              Beh? Perché non la chiamava? Per caso non si metteva a civettare con Giorgio? Lui ormai era terreno suo.
              Si affacciò nell’ingresso e rimase inorridita.
              Erano i due extracomunitari. Cosa aveva Zoe da parlare tanto con loro?
              «Stella...» la chiamò, vedendola uscire dalla camera. «Sono venuti a scusarsi per il rumore.»
              Quello dai tratti nordafricani, la cercò con lo sguardo.             
              «Signò, scusa. Non chiama polizia. Ibra smette. Più rumore. Basta.»
              Ancora arrabbiata per le continue ore di chiasso sopportate e per la condiscendenza che Zoe dimostrava nei loro confronti, lo aggredì.
              «Perché lavorate sempre a quest’ora?» alzò la voce. «Non vi ha detto la portinaia di rispettare gli orari?»
              «Scusaci.» intervenne l’operaio dagli incredibili occhi verdi. «Dovevamo terminare di abbattere una parete.»
              Non si sarebbe lasciata incantare dai loro modi gentili e dalla bella presenza. Estremo Nord o estremo Sud, sempre clandestini restavano.
              «Allora fate anche gli straordinari? Scommetto che siete fuorilegge.» li provocò.
              «No, no!» si affrettò a rassicurarla l’altro. «Noi dentro legge. Solo lavorare.»
              A Zoe scappò da ridere.
              «Fuorilegge vuol dire... beh, il senso lo hai azzeccato Ibra. Sei tunisino?»
              «No, Casablanca.» affermò, tendendole la mano sinistra come usanza fra gli islamici. «As salam ‘alayk kum. Ibrahim Reda.»
              «Io sono Zoe. Piacere.» rispose porgendogli in automatico la destra e correggendosi subito, affascinata dai modi dell’uomo. «E tu?» chiese all’altro. «Tu non sei del Marocco.»
              «Alexander Evanko. Alexej.» si presentò a sua volta. «Vengo dall’Ucraina. Lei è tua sorella?»
              «Chi? Ah, no! Lei è Maria Stella, la mia coinquilina.»
              Stella sbuffò. Non solo era bello ma aveva anche un bel nome, accidenti!
              Contrariata dalla propria debolezza e da quelle inutili confidenze, tagliò corto.
              «I cognomi sono sulla targhetta. Spero abbiate finito per stasera.» affermò, accennando a chiudere la porta.
              «Mi dispiace se abbiamo fatto casino. Domani facciamo lavoro meno rumoroso. Finito di distruggere muro. Ora solo ricostruire e mettere piastrelle.» la rassicurò Ibrahim.
              «Va bene. Vediamo di comportarci bene e niente polizia. Altrimenti scateno un putiferio.» li minacciò.
              Il silenzio sospeso alla fine della frase, rese ben udibile il brontolio dello stomaco del manovale.
              «Scusate Ibra... noi non ancora mangiato.» si giustificò, mortificato, toccandosi lo stomaco.
              «Forza Zoe! Non devi aiutarmi per quella cosa?» la richiamò Stella.
              Non vedeva l’ora di chiudere la porta per eliminare Alexej dalla propria visuale e anche per il timore che scendesse Giorgio in quel frangente.
              Cosa avrebbe pensato trovandola in conversazione con quelli?
              «Aiutarti?» domandò l’amica presa alla sprovvista. «Ah... sì. Allora buon lavoro ragazzi.»
              Appena Stella scomparve tornò a rivolgersi agli uomini.
              «Non fatela arrabbiare e potrete lavorare in pace.» bisbigliò loro con fare complice.
              I due sorrisero e la salutarono con un cenno della testa, apprestandosi a rientrare nell’appartamento.
«Non andate a casa?» chiese Zoe, sorpresa.
              Evanko rimase sulla porta. Fu Ibrahim a tornare indietro per darle una spiegazione.
«Noi dorme qui in casa lavori.» disse abbassando il tono di voce. «Nostra casa fuori Venezia. Venezia bella ma città difficile. Pulman, poi treno, poi barca. Noi ore per arrivare. Impresario dice a Ibra e Alexej di dormire in casa con brandine così non perdere tempo e finire lavoro prima.»
              «Dormite lì? E il riscaldamento? E l’acqua?»
              «Acqua? Acqua meglio che a casa di Ibra. Acqua da tubo, buona da bere. Qui pieno di acqua, Venezia è città di acqua. Come oasi in deserto.»
              «Basta Ibra...» lo richiamò l’amico.
              «Zoe! Vieni o no?»
              La voce spazientita di Stella arrivò dall’interno della casa.
              Ibrahim ignorò entrambi. Si avvicinò a Zoe e proseguì.
              «Noi si fida di Zoe. Zoe bel nome. Come Vita, come aicha in mio paese. Tu conosci “Aicha” la canzone di Khaled?»
              «Wow! Sei bravo...»
              «Io studiato.» precisò con orgoglio. «Prima in Marocco, poi a Tolouse, France. Quasi veterinario ma gregge famiglia Ibra muore per epidemia e io muratore per famiglia. Per mandare soldi.»
              «Ibra!» sbottò Alexej, spazientito.
              «Zoe!» urlò, nervosa, l’amica.
              «Beh... ciao.» si accomiatò lui a malincuore. «Ci vediamo Zoe.»
              Lei contraccambiò il saluto con un generoso sorriso e rientrò nell’appartamento.
              «Che bisogno c’era di fare tutta quella conversazione?» la assalì Stella appena chiuse la porta.
              «Lo sai come sono fatti.» si giustificò. «Quando attaccano non la smettano più. E poi mi dispiaceva. Mi stava raccontando della sua vita.»
              «Ma a te che te ne frega! Da quando t’interessi di quelli?»
              Ci mancava solo che diventassero conoscenti.
              «Ma poveracci...»
              «Ho sentito che dormono in casa. Sarà sicuramente illegale. Dovremo scoprire il nome della ditta e denunciarla.» congetturò, seguendo l’amica nei suoi preparativi. «O magari denunciare il nuovo proprietario.»
              «Che noia ti danno a parte il rumore? Lavorano e non fanno niente di male.» cercò di tranquillizzarla lei, mettendosi il lucidalabbra.
              «Non si sa mai. Potrebbero essere pericolosi. Siamo pur sempre due donne sole. Potrebbero approfittarsene.» rimuginò Stella, tornando in sala e sedendosi davanti alla televisione.
              Zoe la ignorò e terminò di prepararsi. Fece uno squillo alle amiche che sarebbero passata a prenderla e sbirciò dalla porta per spiarla. Era davanti alla tv intenta a cambiare canale.
              Andò in cucina e tirò fuori dal frigo la teglia con le lasagne avanzate. La riscaldò nel microonde. Scarabocchiò qualcosa su un biglietto e s’infilò il cappotto.
              Sentendo il segnale acustico del forno, Stella si alzò dal divano.
              «Che fai?» chiese vedendola sulla porta con la teglia in mano.
              «Niente.»
              «Dove porti quella roba Zoe?»
              «La lascio a loro.»
              Davanti alla faccia contrariata della coinquilina, cercò di rabbonirla.
              «Senti... mi hanno fatto tenerezza. Almeno mangiano qualcosa di caldo.»
              «No! Non puoi. Non te li toglierai più di torno. E qui ci vivo anch’io.» protestò Stella.
              «Fra noi due sono io che cucino sempre. Potrò decidere di dare il cibo a chi voglio per una volta?»
              Il tono sostenuto di Zoe la confuse per un attimo.
              «La spesa la dividiamo, però.» le puntualizzò con risentimento.
              «Allora fingi di compiere una buona azione, Stella. Non sei tu quella che è andata a scuola dalle Orsoline?» la provocò con una punta di cattiveria.
              «Stupida!»
              «Paranoica.»
              Zoe infilò il piumino e uscì, richiudendo la porta con decisione. L’atteggiamento di Stella le dava proprio sui nervi.
              Lasciò la teglia con il biglietto davanti all’appartamento accanto. Suonò il campanello e scese le scale di corsa.

4

Quei microfoni erano ultrasensibili. Riuscivano a catturare telefoni fissi, cellulari e anche voci.
Non voleva ascoltare tutto e tutti, ma non poteva fare diversamente.
«Dove porti quella roba Zoe?»
«La lascio a loro. Senti... mi hanno fatto tenerezza. Almeno mangiano qualcosa di caldo.»
«No! Non puoi. Non te li toglierai più di torno. E qui ci vivo anch’io.»
«Fra noi due sono io che cucino sempre. Potrò decidere di dare il cibo a chi voglio per una volta?»
«La spesa la dividiamo, però.»
«Allora fingi di compiere una buona azione, Stella. Non sei tu quella che è andata a scuola dalle Orsoline?»
«Stupida!»
«Paranoica.»
Ascoltarle litigare gli fece sfuggire un sorriso. Le ragazze dovevano proprio essere due bei tipini.
La porta si chiuse e ritornò la calma. Rimase solo il rumore della televisione in sottofondo.
Qualcuno si alzò diverse volte. Provò a telefonare, senza successo, andò in cucina a bere. Sentì il rumore dell’acqua scorrere, poi di nuovo il silenzio.
Si voltò verso il monitor.
Le microcamere inquadravano la solita stanza, immersa nella penombra. L’unica fonte di illuminazione, era quella che proveniva da un computer acceso. Davanti al quale c’era un uomo.
    Riusciva a vedergli solo la schiena ma poteva coglierne il respiro, rapido e ansimante, e i gemiti sommessi.
Avvicinò l’inquadratura.
Grazie all’elevata tecnologia d’ingrandimento, poté distinguere quello che veniva visualizzato sul video.
Disgustato dalle immagini pornografiche piene di eccessiva violenza, davanti alle quali l’individuo si stava masturbando, deviò l’obiettivo e abbassò il volume del microfono.
Stanco per le lunghe ore di osservazione e nauseato da ciò cui aveva assistito, decise di alzarsi per andare a bere qualcosa.
Si bloccò, udendo dei singhiozzi sommessi.
Preoccupato, cercò di identificarne la provenienza e controllò di nuovo.
L’uomo era sempre impegnato. Non c’era nessuno con lui, per fortuna. Visto il tipo, sarebbe stato capace di tutto.
Ascoltò meglio e distinse una donna che piangeva, sola, nel silenzio della propria casa.

Zoe stava tornando dalla palestra quel tardo pomeriggio. Saliva i gradini di casa due alla volta, nonostante i polpacci doloranti a causa dell’allenamento.
Sentì delle voci provenire dalle scale e riconobbe quelle di Ibra e Alexej. Rallentò per riprendere fiato, sperando che lui scendesse per poterlo incontrare.
Non aveva problemi ad ammettere che le stava simpatico e che parlargli le metteva allegria. Appena le apparve davanti, si rivolse a lui sfoggiando orgogliosa ciò che aveva imparato.
              «As Salam ‘alayk kum
Ibrahim non nascose la propria meraviglia nel sentirle pronunciare il saluto in modo corretto. Piegò il capo e si sfiorò con le dita il cuore e la fronte.
«Wa s salam ‘alayk kum, Zoe.» le rispose. «Come mai tutta questa fretta?»
«Stavo facendo le scale di corsa.» disse con il respiro ancora affannato.
La guardò incuriosito mentre cercava di riprendere fiato.
«Sono in ritardo per la cena.» continuò lei abbassando la voce «e non voglio farla arrabbiare» con l’indice gli indicò la porta del proprio appartamento per fargli capire che parlava della coinquilina.
«Siamo piuttosto nervose in questi giorni.» gli spiegò, nascondendo dietro al tono leggero, l’ansia per la situazione che si era creata con Stella.
Il sorriso sul viso dell’uomo si spense nel sentire la sua affermazione.
«Colpa nostra, vero?» chiese mortificato.
«No! Colpa mia.» si affrettò a tranquillizzarlo.
Il viso di Ibra assunse un’espressione talmente confusa che sentì il dovere di chiarirgli.
«Risparmiare sulla casa è importante e non avevo molta scelta, ma lo sapevo fin dall’inizio che non abbiamo lo stesso modo di vivere. Ogni tanto le divergenze vengono fuori. Non preoccuparti, passeranno... è già accaduto altre volte.»
Annuì comprensivo e si toccò lo stomaco.
«Volevo dirti... grazie ancora per tuo buono cibo. Lasagne, pasta, sformato. Tutto ottimo! Pancia di Ibra molto soddisfatta. Cucina italiana buona come in mio paese.»
Il complimento riempì di orgoglio la ragazza.
«Ne sono contenta. E chi cucina per te al tuo paese? Tua madre? Tua moglie? O dovrei dire le tue mogli? Non sarai poligamo?» gli chiese, cercando di dare un tono ironico alla domanda.
«No! È già troppo mantenerne una.» si schernì. «Solo molto ricchi hanno più mogli. In realtà in paesi dove islam è più moderno, funziona come in Italia. Moglie una. Sufficiente.» affermò con un gesto eloquente.
La sua mimica esagerata le fece sfuggire un sorriso. Per capire davvero come la pensasse in proposito, lo provocò.
«E tu? Sei dispiaciuto di questo?»
«No, no... e poi non ho ancora trovato le donne giuste per scegliere le mie mogli.» dichiarò strizzandole l’occhio semiserio e facendola sorridere ancora.
«E tu Zoe, così bella... sei fidanzata? Sposata?»
«Qua è diverso, Ibra. Non ci si sposa più. Nessuno crede nel matrimonio.»
«Diverso? Diverso da cosa?» chiese meravigliato. «Da natura? Natura ha sempre detto che uomo più donna uguale figli. Sennò che serve vita? Che serve tanto lavoro e soldi? Forse tu non piace bambini Zoe?»
«Sì, certo! Mi piacciono molto.»
Colpita dal tono scherzoso con cui procedeva quella seria conversazione specificò.
«Caro mio, in Italia gli uomini vogliono andare con le donne, ma se parli di bambini pensano che hai qualche problema e ti scaricano subito.»
«Che strano! In mio paese è opposto.» le rispose con espressione pensosa.
«Già! E mi chiedo quale sia il più arretrato...»

Alexej fermò Ibrahim con la mano sulla maniglia della porta.
«Dove credi di andare?»
«Riporto la teglia a Zoe. Devo dirle che le lasagne dell’altra sera erano speciali! Magari riusciamo ad averne ancora e smettiamo di mangiare quelli squallidi panini che prepari tu.»
«Vuoi occuparti personalmente del cibo da oggi?» lo sfidò, mollandogli un affettuoso scappellotto. «Oppure è una scusa per rivederla? Sono due giorni che canticchi ‘Aicha’ senza interruzioni. “Aicha ecoute moi, Aicha regarde moi...”» roteò gli occhi esasperato. «Ti hanno mai detto che sei stonato pure quando fischi?»
«E quanto la fai lunga per un po’ di allegria. Meglio che vedere te tutto il giorno con quella faccia seria e preoccupata. Sai che palle!»
I due amici risero. Da oltre due anni lavoravano a stretto contatto in situazioni spesso disagiate. Ogni tanto dovevano sdrammatizzare per alleggerire la tensione. Alexej tornò serio e fissò l’altro negli occhi.
«Non possiamo permetterci di fraternizzare. Devi dare un taglio a questa situazione.»
«Ma come? Una volta tanto che trovo una che mi piace davvero...» protestò Ibra risentito.
«Conosci le regole. Appena terminato il nostro lavoro qui, ce ne andremo, come sempre.»
«E perché non potremmo rivederle dopo? Pensa... noi amici, loro amiche. Non sarebbe perfetto?»
«Perché, tu sai per caso dove sarà il nostro prossimo lavoro? E poi a me quella biondina non piace per niente. Non ho intenzione di sacrificarmi per Ibrahim, il grande conquistatore.»
«Non farmi ridere! Ho visto come la guardi. Dopo tutto questo tempo assieme, credi che non riconosca il tuo sguardo di finta indifferenza? Tattica numero tre di Alexej
«In ogni modo questa la riporto io.» ribatté lui, prendendogli la teglia di mano.
«Va bene, va bene. Non arrabbiarti...»
L’espressione scanzonata del viso di Ibrahim si dissolse per lasciare posto ad una più grave.
«Ma tu non ti sei stufato di questa vita?»
Alexej si strinse nelle spalle.
«A volte. Dipende da quello che riusciamo a combinare.»
Socchiuse la porta e suonò il campanello dell’appartamento adiacente. Sentì dei passi provenire dall’interno. Fu Stella ad aprirgli. Appena udì il saluto del visitatore anche Zoe li raggiunse.
Dall’espressione seria sul volto delle ragazze, intuì che il malumore non era stato ancora accantonato. Fece attenzione a non oltrepassare lo zerbino e rimase alla giusta distanza dalla porta.
«Ti ho riportato la tua baniak.» disse, porgendo la teglia a Zoe. «Era tutto squisito.»
Lei lo ringraziò sorridendo.
«E Ibra?» chiese, sbirciando curiosa oltre le sue spalle.
«Sta lavorando a delle rifiniture in bagno. Non poteva interrompersi.»
Alexej prese dalla tasca il pacchetto delle sigarette e le offrì alle ragazze. Al loro rifiuto, domandò se poteva fumare e dopo aver ricevuto il loro consenso ne accese una.
Sperò che la biondina si allontanasse dalla porta, in modo da poter parlare da solo con Zoe. Fra le due, lei era senz’altro la più disponibile. Stella, però, non accennava a muoversi dalla soglia.
Non gli restò altra scelta. Aspirò una lunga boccata e si rivolse alla ragazza.
«Senti, Zoe, in questo edificio sono tutti gentili come te oppure pensi che dobbiamo stare attenti?»
«Attenti? Che vuoi dire?» chiese, studiandolo e cercando di comprendere il senso di quella richiesta. Abbassando il tono, ipotizzò. «Perché siete extracomunitari? Oppure non avete l’assicurazione sul lavoro? O c’è dell’altro?»
«No, tranquilla, siamo in regola.» la rassicurò con uno dei suoi affascinanti sorrisi. «Mi chiedevo solo che tipo di persone abitano qui.»
«Ah!» esclamò sollevata. «Nemmeno noi conosciamo proprio tutti.»
Gli spiegò che c’erano un paio di famiglie con bambini, al primo e al terzo piano. La portinaia al piano terreno. Il signor Paganin al primo, Ballarin al terzo e loro.
«Ci troviamo bene, sono tutti gentili, soprattutto Giorgio, non è vero Stella?» domandò scherzosa all’indirizzo dell’amica.
Lei fulminò entrambi con lo sguardo.
Era incavolata perché il ‘gentile’ Giorgio non solo non le aveva portato il cd ma era anche sparito dalla sera scorsa.
Inoltre, non capiva perché Zoe dovesse relazionare a quell’Alexej tutti gli abitanti del loro condominio. Le balenò un sospetto.
«Cerchi informazioni per portare a buon fine il colpo? Adesso le chiederai degli orari di entrata e uscita dei condomini?» lo provocò con un sorrisetto sarcastico.
Il viso dell’uomo assunse una smorfia esasperata. Non la degnò di replica e cercò gli occhi concilianti di Zoe.
«Lasciamo stare.» replicò secco.
Nervoso, aspirò un altro tiro della sigaretta.
«Ti ringrazio anche a nome di Ibra ma non portarci più niente, Zoe.» dichiarò con tono che non ammetteva repliche.
«Perché?» chiese stupita. «Pensavo vi facesse piacere.»
«È meglio così. Tu sei buona. Ibra ha proprio ragione. Ma noi... lascia stare. Nostra vita è troppo complicata.» terminò scuotendo la testa.
«Anche lui la pensa così?»
Alexej annuì determinato.
«Se è quello che volete...» si rassegnò, rattristata da quella decisione.
Chinò la testa, non comprendendone il motivo, e rientrò all’interno della casa.
Stella la seguì con lo sguardo e la vide chiudersi in camera propria. Si voltò verso l’operaio e con tutta la rabbia repressa in quei giorni, agitandogli l’indice davanti al viso, lo assalì.
«Brutto mona! Non meriti proprio niente! Voi uomini siete tutti ingrati e approfittatori ma una bella denuncia stavolta...»
Alexej le afferrò il braccio interrompendo la sfuriata.
«Che problema hai?» sibilò per non farsi sentire dall’altra ragazza. «Mi hai proprio rotto! Noi non siamo clandestini! Ibra ha un regolare permesso di tre mesi per questo lavoro e anch’io. Se non ci credi vai a controllare in questura e lasciaci lavorare in pace.»
Sebbene ammaliata dall’intensità espressa dai suoi occhi, Stella si divincolò per liberarsi.
«Non toccarmi!» strillò. «E non permetterti di offendere Zoe. Ha fatto anche troppo per due come voi.»
«Due come noi?» gli sfuggì con un incredulo soffio.
Un amaro sorriso gli piegò le labbra.
     «Stella, Stella...» la riprese, scuotendo la testa rassegnato. «Smettila con i tuoi stupidi preconcetti! Tu non hai la minima idea che razza di vita facciamo...»
«Come no? Adesso mi racconterai la tua storia strappalacrime. Lo fate sempre quando vi incontro per strada o ai semafori.» lo compatì.
Finse di pensarci un istante e schioccò le dita.
«Ops! Peccato che a Venezia i semafori non ci sono.» commentò sarcastica. «È per questo che ti è toccato adattarti ad un lavoro più pesante? A un vero lavoro?»
«E sarei io il mona?!» sbottò spazientito. «Tu sei impossibile!»
Gettò con collera il mozzicone a terra e lo spense. Sfogando contro la sigaretta la rabbia che doveva tenere sotto controllo.
«Sai cosa ti occorrerebbe?» la riprese esasperato. «Un bel viaggio di quattro giorni rinchiusa nel sottofondo di un tir, senza cibo e senza acqua. Con il freddo tremendo o il caldo soffocante a seconda del paese che attraversi. Così cambieresti idea. Magari sento un mio amico se sta cercando qualche ragazza per il suo giro.» la provocò.
«Come ti permetti! Stronzo!»
Offesa, Stella rientrò in casa sbattendo la porta. Il forte rumore rimbombò per tutto il vano scale.
Alexej scosse la testa, infuriato. Con un gesto di stizza si passò le dita fra i capelli.
Idiota! Idiota e cazzone!
Non doveva perdere la calma, rischiavano troppo!
Non erano nella posizione di potersi inimicare nessuno, ma lei lo aveva mandato davvero fuori dai gangheri.
Ibra si affacciò alla porta, richiamato da tutto il fracasso.
«Uhm... vedo che hai fatto un ottimo lavoro, amico.» commentò con un ironico sorriso.  


FINE PRIMA PARTE


 RICORDATE LA CANZONE CITATA NEL RACCONTO?


CHI E' L'AUTRICE 
MONICA PECCOLO è nata a Livorno, dove risiede con il marito e un figlio adolescente. Cresciuta in un ambiente artistico e internazionale, poiché i suoi genitori sono proprietari di una galleria d’arte moderna, ha un diploma in campo informatico. Dopo aver lavorato presso l’Olivetti ed essere in seguito stata responsabile del centro dati di una multinazionale, attualmento collabora nell’attività di suo marito, libero professionista. Amante della letteratura angloamericana, sudamericana, russa, la danza, la musica, il cinema e qualunque forma d’arte, Monica ha frequentato un paio di corsi di scrittura con la scuola Omero di Roma, ma non ha ancora pubblicato. Con questo racconto ha partecipato al Concorso  del LA Vie en Rose. La potete contattare sulla sua pagina Facebook: http://www.facebook.com/monica.peccolo 


VI E' PIACIUTA LA PRIMA PARTE DI  ZNNMST75E55L736J - NIENTE E' COME SEMBRA ? APPUNTAMENTO A DOMANI PER LA SECONDA PARTE , DOVE SCOPRIREMO CHI SONO IN REALTA' ALEXEJ E IBRAHIM. DA NON PERDERE! ASPETTIAMO I VOSTRI COMMENTI.

4 commenti:

  1. Cristina M.02/08/12, 22:22

    Molto bello, originale. Personaggi scoppiettanti. Brava!
    Adesso aspetto la seconda parte

    RispondiElimina
  2. Cassandra Rocca02/08/12, 23:26

    Mi è piaciuto, anche se Stella è un tantino nevrotica! Zoe mi piace di più, e Alexander dev'essere un gran "figo" :)
    Brava Monica, scrivi davvero bene, questa prima parte è scorrevole e mai noiosa!
    Complimenti!
    Cassie

    RispondiElimina
  3. Brava Monica!!! mi è piaciuto moltissimo,scorrevole,emozionante e originale...una boccata d'aria fresca davvero.

    RispondiElimina
  4. Carissima Monica... direi che sarò costretta assolutamente a leggere la seconda parte del racconto...visto che nella prima non ho trovato risposta a quel numero di codice fiscale... ;-)
    Intrigante,dialoghi frizzanti. Continua così ;-)
    Vivian.

    RispondiElimina

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