LE STAGIONI DEL CUORE presenta IL VIALE DEGLI ANGELI CADUTI di Patrizia Ferrando


Un altro appuntamento con le storie romantiche di RACCONTI PER UN ANNO. Il racconto che vi regaliamo oggi, IL VIALE DEGLI ANGELI CADUTI,  di PATRIZIA FERRANDO, piacerà a chi non disdegna le storie romantiche infuse di un brivido giallo...brivido che nella calura di fine luglio può essere molto piacevole! Buona lettura.
*Attenzione: per leggere tutto il racconto, cliccate su  'CONTINUA  A LEGGERE'  alla fine di questa prima parte.*
I grandi alberi del viale si piegavano, vinti dal peso delle fronde in pieno rigoglio, fino a creare una folta e ombrosa galleria.
Chiara, salendo lungo le curve della strada inghiaiata, si sarebbe attesa d’incontrare più gente: di solito i fatti cruenti o venati di mistero attirano folle di curiosi; si era imbattuta, invece, solo in due anziani con l’aria  di chi passeggiava lì ogni giorno e in un gruppetto di ragazzini, fermi a ridere più in basso, all’incrocio della provinciale. Al culmine della salita, due piedistalli dovevano aver retto croci di ferro, che ora stavano a terra, rotte. Con un brivido, Chiara capì di essere quasi arrivata: da lì si dipanava un tratto più pianeggiante, e a breve distanza erano parcheggiate le auto dei carabinieri e della polizia municipale; a chiudere la scena, spiccava il nastro bianco e rosso utilizzato nelle aree poste sotto sequestro. Lisciandosi un poco la gonna, e ripassando mentalmente le indicazioni ricevute nella telefonata del caporedattore, il quale attendeva un pezzo su messe nere e misteri di paese, la giovane cronista si avvicinò ancora: “Sono Chiara Elisi, del Gazzettino Mercantile”. Doveva aver usato un tono di voce troppo sottile, perché il carabiniere accanto alla barriera sembrava non aver afferrato bene la frase; tuttavia le indicò lo slargo che si apriva tra le piante, aggiungendo con un gesto noncurante “…sono già andati altri giornalisti…”. Avvicinandosi al piccolo santuario teatro di una profanazione, Chiara avvertiva il ritmo martellante del suo cuore…forse intenzionato a  dirle che non aveva la stoffa per affrontare la cronaca nera. Percepiva come inadeguati il suo leggero vestito a fiori, i capelli biondi sciolti sulle spalle, i sandali bianchi, indossati quando ancora non sapeva quale incarico le sarebbe stato affidato: i tacchi stridevano sui sassolini e l’insieme contrastava con la severità del gruppo di divise e abiti maschili assiepato a pochi passi. Si accorse che tutti  stavano ascoltando le parole sommesse e autorevoli di un uomo imponente, sulla quarantina, nel cui viso abbronzato spiccavano gli occhi grigi: il capitano dei carabinieri, come si deduceva dai gradi.
Davanti alla soglia della minuscola chiesa, giaceva un angelo marmoreo con le ali spezzate e le orbite degli occhi rese vuote da un colpo; il suo gemello era in piedi, ma mostrava il volto sfregiato e un braccio rotto. Croci capovolte tracciate con la vernice ferivano la facciata, in parte ricoperta dal rampicante e sbrecciata. Chiara conosceva la storia dell’edificio: in quella frazioncina trascorreva settimane al tempo della scuola elementare, ospite di una prozia, e ricordava la festa settembrina del santuario, unica occasione in cui se ne aprivano le porte; era stato costruito come cappella privata e sepolcreto per la famiglia dei Marchesi Galli Torrini, la cui villa, ormai semiabbandonata, sorgeva al di là del boschetto.  Il gruppetto di militari, a cui si erano uniti un giornalista, noto per i suoi titoli urlati quanto per la sua barba studiatamente incolta, e il corrispondente locale di un famoso quotidiano milanese, oltrepassò senza ulteriori indugi il portone sfondato. Chiara, cercando di appellarsi  alla sua determinazione, li seguì verso la navata buia, scavalcando la statua dell’angelo caduto. 
Appena il suo sguardo si abituò alla penombra, notò l’altare, dove, in una macabra composizione, erano allineati teschi e altri resti sottratti alle tombe, intervallati da ceri consunti. Nel tabernacolo aperto, ossa delineavano anche qui la croce rovesciata. Avanzò ancora, qualificandosi con nome e cognome come giornalista, ma vacillò davanti a due sepolcri aperti: se uno conteneva una bara quasi intatta, ma col coperchio squarciato che lasciava intravedere l’abito del defunto, sul fondo dell’altro si trovava solo una lunghissima chioma di capelli ramati, dall’aspetto tanto setoso e brillante da far pensare ad una donna viva. Chiara fissava quella massa ondulata come sotto ipnosi , mentre le ginocchia le venivano meno e l’umidità secolare e l’orrore la bagnavano di gelo. In quel momento, un braccio virile le cinse le spalle,e una mano gentile scese a chiuderle gli occhi. “Non guardi più nulla…usciamo di qui” sussurrò la voce avvolgente di chi già la conduceva alla porta. La luce e l’aria fresca erano a una manciata di metri, ma a Chiara parve di risvegliarsi da un incubo. Il capitano la scrutava con una strana, frettolosa dolcezza, mentre le porgeva la mano per aiutarla ad oltrepassare di nuovo la scultura abbattuta. La accompagnò ad una delle panchine di pietra, poi si toccò appena la visiera del berretto, riassumendo un’espressione professionale “Capitano Giorgio Fabretti…è sicura di stare bene, signorina?” “Sì…grazie…” mormorò lei arrossendo “Si tratta di uno scempio impressionante, mi rendo conto…ma sono certo che individueremo i responsabili” spiegò il militare, per poi proseguire quasi rivolto a se stesso “la zona è frequentata da gitanti, da coppie in cerca di un luogo appartato, anche da tossicodipendenti…però afferreremo il bandolo della matassa…” “Pensate all’opera di una setta?” chiese la ragazza in un sol fiato, sforzandosi di ostentare un atteggiamento navigato “Adesso è troppo presto per formulare qualsiasi ipotesi” fu la secca replica. Il capitano fece per tornare alla cappella, ma subito si voltò ancora “Io dico che è meglio se lei rimane qui” concluse sorridente, sfiorando con un accenno di buffetto la guancia di Chiara. Lei osservò allontanarsi quelle spalle squadrate valorizzate dalla divisa, aggrappata al bordo freddo della panca. Si sentiva furiosa, come se l’avessero scambiata per una bambina che nessuno può prendere sul serio…eppure le pareva ancora di avvertire la stretta rassicurante attorno alle spalle, e il tocco delicato delle dita guantate. Istintivamente, portò il dorso della mano sotto lo zigomo, quasi a cercare traccia dell’ultimo gesto di lui.
Ad interrompere i suoi pensieri fu il rumore dirompente dei freni di una grossa auto. Scese un giovane, bruno ed elegante, che, dopo aver sbattuto con stizza la portiera, avanzò ad ampie falcate verso la chiesetta.
Si udirono gli echi di una discussione: palesemente, tutti cercavano di non alzare troppo la voce, ma non riuscivano a celare il nervosismo di frasi, incomprensibili dall’esterno, ma cariche di tensione. Chiara si era mossa, nell’intento di capire cosa stesse accadendo; poco dopo, però, tutti tornarono all’esterno. Mentre l’ ultimo ad essere sopraggiunto si allontanava rabbuiato, il capitano rivolse intorno uno sguardo, quasi di richiamo: disse poi, nel congedare l’intero gruppo, che la situazione era assai delicata, non solo per la gravità dei fatti, ma anche perché si trovavano in una proprietà privata ed erano in questione delle sepolture anomale, avvenute fuori dai cimiteri in tempi lontani, rassicurando comunque sul fatto che le indagini erano serrate e che presto ci sarebbero stati aggiornamenti. Chiara si avviò pensosa a discendere il viale, mentre le auto sparivano verso il paese. Era intenzionata a passare per un rapido saluto a casa della prozia, ormai ultranovantenne; poi avrebbe atteso l’autobus per rientrare. La prima cosa da fare, comunque, era una telefonata in redazione. Il suo capo manifestò una certa soddisfazione per i tanti dettagli con cui la scena gli veniva illustrata, meno per la carenza di osservazioni sui responsabili. Dopo una lunga pausa, apostrofò la più giovane delle sue corrispondenti: “Non hai detto che lì al paese abita una tua zia? Fermati da lei un paio di giorni! Così racconterai con dovizia di particolari ‘sto fattaccio…” “Veramente…è mia prozia…è molto anziana…vive con una badante…preferisco andare e venire” “Ti sfuggirebbe certo chissà che…e come vorresti parlare della notte, e di quel che si mormora? Sarà contenta di averti con lei…dai, dai, che ti preparo uno spazio così bello che nemmeno te lo immagini!” Riattaccò, prima che lei riuscisse ad accampare altre scuse.
Chiara si guardò intorno con un sospiro, rammaricandosi per la sua incapacità di dire di no. In fondo al viale, c’era un’edicola con l’immagine della Madonna: non solo era stata risparmiata dal vilipendio, appariva anche ornata di piccoli mazzi di fiori, mentre dalla grata pendevano cuori d’argento e corone del rosario. Dalla direzione opposta, in bicicletta, proveniva un anziano col cappello calcato sulla fronte. Cantilenava qualcosa: la ragazza colse solo le ultime parole “…rotoleranno fino in fondo al rio dei fanti”. Quella nenia non le suonava nuova…ma non ricordava dove l’avesse udita.
Zia Erminia fu davvero contenta di vederla arrivare, e ancor di più di ospitarla; sorprese comunque non poco la pronipote, domandandole tranquilla: “Sei qui per la cappella dei marchesi, nevvero?””Sì…per un articolo…forse potresti raccontarmi un po’ della famiglia, della villa…”. L’anziana tacque, prima di unire a un sospiro un rapido segno di croce, subito imitata da Carmen, la bonaria ecuadoriana che si occupava di lei. “Hanno avuto la loro storia, i momenti gloriosi, le persone importanti e generose…e pure quelle crudeli. Se una generazione compiva il bene, spesso l’altra si dava al male…non con questo che non dovessero riposare in pace”. Nuovo segno di croce, nuovo sospiro, nuova imitazione da parte della badante. Chiara lasciò per pochi istanti che il silenzio regnasse sospeso. Poi chiese “una specie di filastrocca…non escludo di averla sentita da piccola…c’entra il rio dei fanti…ha qualcosa a che fare con i Galli Torrini?” Triplo sospiro, doppio segno di croce; Zia Erminia recitò, abbandonando il capo contro lo schienale della poltrona “ Galli Torrini, arroganti e malandrini, parenti del re, e dei principini, tanto belli, tanto eleganti, malandrini ed arroganti…le vostre ossa rotoleranno…fino in fondo al rio dei fanti”. “La usavamo per conta, nei giochi…però sembra una maledizione” “Lo è…la ripetevano i contadini, i fittavoli, i mezzadri, per imprecare contro i padroni spietati e il lavoro ingrato…mia nonna raccontava che a scagliarla fu una donna ritenuta strega, il cui unico nipote morì…d’infezione… dopo che il marchese lo aveva frustato per ore…incolpandolo di essere responsabile del furto di un cavallo”. Chiara si accorse che il colore le defluiva dal volto; il rio, chiamato dei fanti dal tempo delle guerre napoleoniche, scorreva dietro la cappella profanata. “Non son altro che vecchie storie, animo” concluse la zia, mentre Carmen si segnava ancora.
Pur ritenendo di sapere perfino troppo, Chiara uscì per una passeggiata prima di cena, alla ricerca di qualche elemento di contorno. Lo stemma dei marchesi, con il gallo e la torre sormontati dalla corona, troneggiava ovunque nel paesino: dipinto sulle case coloniche, dorato nella chiesa parrocchiale, scolpito nella pietra su muri di cinta. Poca gente godeva del fresco. “Scommetto che lei è una giornalista. Ho indovinato?” Alle spalle della giovane, era apparso l’uomo giunto per ultimo alla chiesetta. Lei rispose annuendo appena, mentre lui le prendeva la mano e si accingeva a baciarla con modi teatrali, peraltro adeguati all’eccesso di abiti griffati che sfoggiava. “Rodolfo…Galli Torrini. Mi perdoni l’impudenza…credo che lei sia una persona corretta e sensibile, queste cose si capiscono subito…e vorrei darle la mia versione dei fatti…” “Veramente non sono in possesso di nessuna versione…raccolgo materiale per un articolo…” “Dunque dovrebbe interessarle di più…e avrei documenti da mostrarle…accetterebbe di salire alla villa?” Lei esitò…c’era una nota stridente. “La ringrazio…ora non è in qualsiasi caso fattibile…” “Domani, allora…tenga, questo è il mio biglietto da visita, troverà anche il cellulare…mi chiami…non si limiti alla miopia burocratica di…insomma, di chi non ha nulla a che spartire con la mia famiglia e la sua storia secolare”. Un saluto formale chiuse la conversazione, sulla quale i pensieri della serata si soffermarono a lungo.
A restituire a Chiara il sorriso, fu la parure da notte a dir poco vintage prestata dalla zia, piena di pizzi e nastrini rosa. Il buio si riempì di canti di grilli e richiami di rapaci notturni, e la ragazza prese sonno molto tardi. Quando aprì gli occhi, sole e brezza fresca invadevano la piazza- l’unica del villaggio- dove si trovava la vecchia casa di Erminia. Come resistere alla tentazione di uscire sul balcone, drappeggiata in una vestaglia dal larghissimo colletto?
Vedere il capitano proprio lì sotto, però, le suscitò un impulso di fuga…no, meglio salutarlo… “Buongiorno!” “Buongiorno…signorina” trasalì lui “…non immaginavo abitasse qui” “Non ci abito, infatti…ho chiesto ospitalità alla sorella di mio nonno…per…per il lavoro” La consapevolezza del suo improbabile abbigliamento la stava rendendo paonazza “E…mi hanno…imprestato…tutto quanto…buona giornata!” Sparì nella stanza, oltre una tenda azzurra. Il capitano scosse il capo con un sorriso divertito e affascinato…poco importavano i comportamenti maldestri di quella giornalista, e gli indumenti inadeguati per i quali pareva coltivare un talento…era deliziosa.
Dietro i vetri, lei tirò un profondo respiro, elettrizzata da una sensazione frizzante e adolescenziale. Poi guardò il suo riflesso nello specchio, trovandosi piuttosto buffa: prese una penna, come improvvisato fermaglio  per raccogliersi i capelli, e aprì il computer portatile che aveva appoggiato sul lezioso tavolo da toeletta, scostando scatole da cipria e rose di biscuit. Innervosendosi più volte con la chiavetta, la lentezza nell’apertura delle pagine, lo sgabello più adatto a sistemarsi uno chignon che a lavorare, riuscì comunque a compiere la ricerca che si era prefissa. I dati raccolti, tuttavia , erano scarsi se non nulli: nessun gruppo satanico risultava attivo nella zona, negli archivi dei quotidiani non comparivano cronache di messe nere, e nemmeno si trovava traccia di realtà giovanili potenzialmente  affascinate da “giochi molto pericolosi” nel raggio di qualche centinaio di chilometri. Staccando, dopo quasi due ore, gli occhi affaticati dallo schermo, Chiara notò il biglietto da visita di Galli Torrini, appoggiato sul comò. Che fosse quella la soluzione? L’idea continuava a non piacerle…eppure il timore di non ottenere elementi sufficienti per scrivere un servizio valido la spinse a comporre il numero. “Sono lieto di sentirla…aspettavo la sua chiamata. A che ora vogliamo incontrarci? La villa è vicinissima al paese…o forse preferisce che venga a prenderla in macchina?” modulò una voce profonda e impostata. Chiara fissò un appuntamento per il primo pomeriggio, precisando che sarebbe salita a piedi. Poi, si preparò per una nuova passeggiata esplorativa, cercando di ignorare le domanda che le frullava in testa: avrebbe incontrato il capitano? Quella mattina le era apparso anche più bello, pur se meditabondo…sotto la luce solare, i suoi capelli erano color oro scuro. Dopo un veloce bacio alla zia, raggiunse l’unico minuscolo negozio, che fungeva in un sol tempo da rivendita di commestibili e giornali, tabaccheria e latteria. Acquistò tutti i quotidiani disponibili, riflettendo su come l’uscita trisettimanale del periodico per cui lavorava le concedesse, al massimo, ancora ventiquattrore per confezionare il reportage.  

Sulla soglia della bottega, cinque persone discutevano con animazione. “Non sai come era sconvolta Caterina, sai, quella che fa un po’ da sacrestana!” esclamò una donna, appoggiata ad un motorino. “ Poveretta, si arrangia alla bella e meglio…da quando il loro parroco è morto e sale solo per qualche volta quello di Campo…” “Come se ne è accorta?” “Eh…come se ne è accorta…stamattina va ad aprire la chiesa, e trova la porticina laterale scassinata e le ostie sparite! Piangeva, meschina…”. Mentre tutti annuivano, Chiara si fece avanti “Scusate…ho ascoltato senza volere…il furto sacrilego è stato denunciato ai carabinieri? Magari c’è un collegamento…cioè, li hanno avvertiti?”. Sguardi inespressivi la valutarono. “Sono la nipote di Erminia…di suo fratello Edoardo..” . Solo un uomo si prese la briga di replicare  “Non è successo qua, è capitato più in giù, sono pure tanti abitanti…ci avran pensato loro!” “Ma i carabinieri sono ancora qui?” “Sul presto han controllato…quel che avevano da controllare. Adesso però se ne sono tornati in caserma…non è neanche poca strada.”. Quasi immalinconita, la ragazza salutò in fretta. Durante il pasto, conversò appositamente di argomenti leggeri: subito dopo, si avviò alla villa dei marchesi, attraversando il parco incolto e silenzioso; accelerò il passo, quando incrociò il sentiero che portava alla cappella .
Rodolfo Galli Torrini la attendeva sull’ampia terrazza, raggiungibile da rampe semicircolari: “Dovrà scusare il brutto aspetto della casa…mi sono fermato qui per ovvie ragioni, ma è disabitata da troppo tempo…”. Giunsero in un salotto, dove in effetti il senso di abbandono suggerito dalle tende cariche di polvere, dagli specchi scuriti, dai lampadari velati e drappeggiati di ragnatele, contrastava con il posacenere pieno di mozziconi, coi segni di bicchieri umidi sul tavolo, con una lussuosa agenda aperta su una poltrona dal rivestimento liso. Da una cartella di cuoio sbucavano incartamenti e vecchie lettere. L’uomo ne afferrò una “Non posso accettare i discorsi di chi suggerisce di traslare altrove i resti dei miei antenati…di chi mi dice di cintare la zona…o che appena si trattiene dal domandarmi perché non vendo tutto o non lascio abbattere la cappella”. “Quindi…lei è l’ultimo discendente della famiglia…?” “Ultimo vorrebbe dire che nessuno perpetuerà il nome!” “No, scusi, non intendevo questo…” “Capisco…comunque siamo parecchi cugini,però penso di essere l’unico vero erede…per ciò che sento…legga, per favore”. Le porse la lettera ingiallita: era difficile da decifrare, appena era comprensibile una lamentela per l’edificazione di una cappellina votiva che, secondo i paesani, sarebbe servita quale difesa contro spiriti malvagi legati alla famiglia dei marchesi….l’edicola della Madonnina ancora omaggiata con fiori ed ex voto. “Non sto a raccontarle la noiosissima favola della maledizione…già gliela avranno propinata!” riprese Galli Torrini, alterato “…ascolti: per me non è una maledizione, è un segno da decifrare…e io sono un uomo delle opportunità!”. Sfiorò un fianco di Chiara, già turbata da quel discorso che virava al delirio: a interromperlo giunse lo squillo del cellulare. Restò al telefono a lungo, allontanandosi  in un’altra stanza. Quando tornò, la ragazza si affrettò a prendere congedo; lui la salutò, ma aggiunse: “Scriva che Rodolfo Galli Torrini  non si piega alla banalità. E prima di andarsene, guardi!”. Aprì la vetrata che dava su un altro salotto: alla parete era appeso l’enorme ritratto di una dama, le cui fattezze splendevano perfino alla fioca luce di lampadine a bassissima potenza: il viso pallido, gli occhi enormi, lustri, come colmi di lacrime…e, trattenuti in una elaborata acconciatura, lucenti, lunghissimi capelli ramati.  “La mia trisavola…uno spirito straordinario…morì a ventiquattro anni, di parto…non crede anche lei che potrebbe essere ancora qui con noi?” Chiara farfugliò un ringraziamento e quasi corse fuori, in preda ad una sensazione di vertigine, con ancora addosso l’ambiguo sguardo del marchese.
Riprese davvero fiato solo davanti alla porta della zia. Ad assalirla, in un turbine di pensieri, era però l’impellenza della stesura dell’articolo…risultava più difficile di quanto avesse immaginato. Al più presto si accinse a descrivere la scena, l’atmosfera cupa, la leggenda…con brevissimi intervalli, però, lo spavento provato alla villa le serrava la gola, e ancor più frequentemente l’immagine del capitano le si delineava davanti. A fronte delle limitate conclusioni, evitando pure di cenare dato che la zia preferì coricarsi molto presto, Chiara uscì. Nel velo argenteo del plenilunio, il villaggio era romantico, ma deserto. Un istinto inesplicabile di curiosità e angoscia la spingeva verso il viale, verso la chiesetta profanata. “Solo pochi passi” si era detta, toccando per un momento uno dei rosari appesi davanti alla Madonna votiva…eppure, impaurita quanto decisa, senza nemmeno bisogno di una torcia in una notte così chiara, raggiunse rapidamente lo spiazzo tra il verde. Lunghe ombre ondeggiavano sulla ghiaia e sulla facciata . Osservò ancora l’angelo caduto, la sua aria disperata. Ma, all’improvviso, un brusio la fece trasalire. Avanzò con circospezione: all’interno pensò di aver visto un baluginare di candele, che la indusse a nascondersi dietro alla statua rimasta al suo posto. Spiò, rabbrividendo. Una decina di figure, in ginocchio sul pavimento e incappucciate di scuro, ripetevano formule incomprensibili. Altre due ombre spiccavano al centro…la più bassa sollevò qualcosa di sottile…la chioma ondulata che stava nella tomba. Piccoli cerchi bianchi le ricordarono le ostie trafugate. Chiara voleva fuggire, senza saper muovere un passo. Inciampò, provocando la caduta di un pezzo di marmo compromesso dai danneggiamenti. Era entrata in un cono d’ombra, quando una voce le ghiacciò il sangue. “Signorina Elisi! Bella improvvisata, capita al momento giusto, venga!” In un attimo, fu presa e trascinata dentro, di fronte all’essere ammantato di nero che le aveva parlato. Le passò la mano sul collo, lascivamente, sul seno. Smise e sfilò il cappuccio. Galli Torrini, con un ghigno dipinto sul volto. Sollevò le braccia, e qualcosa serrò la bocca di Chiara: nello stordimento, si sentì sdraiare a forza. Odore di muschio, di terrore, di morte. Mani che le frugavano il vestito. Rumori, colpi, forse grida. Un vapore di sogno o di incubo…in cui galleggiava un voce rassicurante: “Non è nulla…è tutto finito”. Poi, il buio. 
Lo sguardo grigio era intento e tenero. Chiara richiuse per un attimo gli occhi, sopraffatta dalla nausea, per poi riaprirli: ma la luce li feriva, e una mano sollecita spense la lampada più vicina. Per quanto apparisse assurdo, i sensi le suggerivano che era immersa nel profumo di lavanda e nelle trine della stanza in casa di Zia Erminia. Un lungo respiro le diede forza…per capire che, seduto sulla sponda del letto, un braccio a circondare il guanciale, proprio accanto a lei, c’era il capitano. “Dovrei sgridarti” disse, scostandole i capelli dal viso “ma sono troppo felice di vedere che stai bene”. “Come…?” “Sospettavo che Galli Torrini non fosse estraneo alla vicenda…era anche peggio. Ora chiariremo, li abbiamo presi, tra poco raggiungo i miei uomini…di sicuro, a suo carico, c’è l’aggressione contro di te…” “Cosa…cosa... mi...è successo ?” domandò lei in un singhiozzo, rendendosi confusamente conto  che Giorgio le stava dando del tu. “Niente, tesoro, niente. Ti  ha fatto inalare del cloroformio, un attimo prima che procedessimo all' irruzione. A momenti dovrebbe arrivare l’auto con il dottore…questo paese è davvero sperduto…ma non credo ci sarà bisogno di portarti in ospedale…e la badante di tua zia si è rivelata un’efficiente infermiera…” “Io…ti…ecco, grazie…” . La carezza sulla testa sembrava un tepore conosciuto da sempre. “Non parlare, adesso…non occorre…”
Carmen aprì la porta per annunciare che il medico era lì…però la richiuse subito, e con cautela. Aveva un animo troppo sentimentale per interrompere un bacio, illuminato da una luna piena adesso tanto più dolce.
 CHI E' L'AUTRICE
Patrizia Ferrando è nata a Genova e vive in provincia di Alessandria. Giornalista pubblicista, si occupa anche di organizzazione di eventi. Scrive racconti e brevi monologhi, non necessariamente romance, ma spesso incentrati su figure femminili. Ha vinto svariati premi letterari e in due diverse edizioni ha fatto parte della rosa dei finalisti del premio Arturo Loria di Carpi. Tra le sue passioni,oltre a quella dominante ed onnivora per la lettura, ci sono l'antiquariato, i gatti, la storia del costume e il cinema. Conduce presentazioni letterarie ed incontri con gli autori. Ama l'autunno, le porcellane inglesi, le sfumature e i vecchi diari. Il suo sito: http://www.facebook.com/


VI E' PIACIUTO IL VIALE DEGLI ANGELI CADUTI ? LE STORIE IN CUI IL ROMANCE E' UNITO AL GIALLO RIENTRANO TRA QUELLE CHE LEGGETE ABITUALMENTE? ASPETTIAMO I VOSTRI COMMENTI.


15 commenti:

  1. Ah Pat come sei poetica! Tenerezza e mistero che si fondono molto bene. Brava.

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  2. Grazie Patrizia, mi hai fatto sognare di nuovo, hai ricreato quell'atmosfera di mistero e romanticismo che da tempo non riuscivo a ritrovare! E' veramente bellissimo!

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  3. Bellissimo veramente,questo mix di giallo e romance è davvero bellissimo. Complimenti!

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  4. Bellissimo davvero...complimentoni!!!
    Un mix che per me è irresistibile :-D
    Juliet

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  5. brava PAt.... diventerà un romanzo, vero?
    Fabiola

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  6. Grazie alle amiche bibliotecarie e a tutte le lettrici...sono felice che questo racconto, forse un pochino insolito, vi sia piaciuto. Esprimere un mix di romanticismo e mistero per me è davvero un traguardo!
    Patrizia

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  7. In effetti, dallo spunto di questo racconto è nato un romanzo dove i misteri attorno a Giorgio e Chiara s'infittiscono...mentre il loro amore sboccia pienamente, pur dovendo fare i conti con tante ombre...
    Patrizia

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  8. Cassandra Rocca25/07/12, 23:28

    Brava Patrizia, il racconto è molto intrigante e il personaggio maschile promettente! Sono sicura che un romanzo intero soddisferebbe tutte noi affamate di romanticismo e brividi! :)
    Complimenti!
    Cassie

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  9. Lo stile è un po' strano, acerbo direi e, in alcuni punti, è quasi affrettato, come se l'autrice nn fosse ben sicura di dove andare a parare o di come caratterizzare i propri personaggi. Nn mi è piaciuto molto l'uso frequente dei puntini sospensivi.
    Molto dolce e romantica la promessa della storia d'amore e originale lo spunto, adoro gli intrighi di famiglia e le fosche storie della vecchia nobiltà.

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  10. Monica Peccolo26/07/12, 14:32

    Molto, molto bello. Il mistero ti porta in fondo al racconto in un soffio anche se poi non ci spieghi quello che è accaduto. Dolci i protagonisti, avrei avuto voglia di conoscerli meglio con qualche altro dettaglio, complimenti! :)

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  11. Ringrazio per gli apprezzamenti e le osservazioni...in effetti l'idea di una storia più ampioa nasce anche dal constatare che questo è appena un inizio, dove molto manca di approfondimento e spiegazione. Mi sono resa conto dell'eccesso di puntini, che ho qua e là asciugato...e se posso approffittare della competenza di lady machbet gradirei un suo consiglio sul discorso della caratterizzazione dei personaggi;credo che siano ausili importanti per "crescere"!
    Patrizia

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  12. Ciao Patrizia, be' "competenza" mi pare una parola un po' grossa, sono semplicemente una lettrice che legge tanto e da tanto tempo, cmq grazie x la fiducia.
    Per quanto riguarda la caratterizzazione dei personaggi, secondo me, hai fatto un lavoro migliore sui comprimari che sui protagonisti. Ad es, l'anziana zia che si segna continuamente, subito imitata dalla badante, oppure il giovane marchese griffato da capo a piedi, sono brevi notazioni particolari che si ricordano. Quanto ai due protagonisti, per quanto riguarda lei mi è piaciuto molto il dettaglio sull'abbigliamento sempre un po' fuori luogo, è una cosa carina e che la rende simpatica, se hai intenzione di ampliare il racconto, penso dovresti delineare maggiormente qs sua tendenza ad essere sempre un po' impacciata. Paradossalmente, il meno incisivo è il protagonista, cosa che in un romance nn va bene, l'eroe è quello con l'ingrato compito di farci sognare. A mio modesto parere, le caratterizzazioni che funzionano meglio sono quelle che prendono in considerazione, nn tanto l'aspetto fisico in sé (è l'eroe di un romance, deve essere affascinante x contratto, hai mai conosciuto un eroe brutto o, peggio, insignificante?), quanto un tratto particolare, che può essere sia fisico (una cicatrice, un tic, la profondità dello sguardo, ecc) che caratteriale (un atteggiamento specifico, un certo modo di reagire, ecc); x cui sei sulla buona strada con l'aspetto che si ricorda meglio di lui, la voce, però dovresti aggiungere altri dettagli su di lui e renderlo maggiormente presente, deve quasi debordare dalla storia, è un maschio alpha, perbacco, il mondo nn gira senza il suo permesso! ;-)

    Inoltre, mi sono piaciute le notazioni iniziali sui fatti cruenti che attraggono folle di curiosi, mentre nn mi sono piaciute alcune espressioni, ad es:

    "strada inghiaiata"

    "Un saluto formale chiuse la conversazione, sulla quale i pensieri della serata si soffermarono a lungo."

    sembra quasi che avessi fretta di concludere.

    Spero tutto ciò ti sia di qualche utilità, a presto, buon lavoro.

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  13. Grazie Lady, per il tempo che hai voluto dedicarmi e per gli ottimi consigli! Sai che mi hai fatto saltare agli occhi una cosa che non avrei forse mai notato? Ho usato istintivamente il termine inghiaiato...che ricorda un vocabolo dialettale molto diffuso da queste parti :)
    Colgo anche l'occasione per ringraziare Francy per la fantastica copertina!
    Patrizia

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  14. Grazie a te Patrizia per aver partecipato ai Racconti per un Anno. Naturalmente spero che avrai presto un altro racconto da farci leggere!

    Francy

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  15. un mix di thriller, noir, romance ed emozioni piene di un'intensa attrazione! bel racconto, una perfetta ricetta per trascinare il lettore!

    RispondiElimina

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