LE STAGIONI DEL CUORE presenta...NEMMENO QUESTA NOTTE di Adele Vieri Castellano

*Nota: Questo racconto ha partecipato al PREMIO ROMANCE 2012, indetto in collaborazione da I Romanzi Mondadori e Romance Magazine ma non è arrivato tra gli otto finalisti. A mio parere avrebbe dovuto.

Lago di Como, tenuta di Montecorvo, aprile 1896

Era vedova da tre anni gli avevano detto gli avvocati. Doveva essere scialba, sgraziata, insignificante.
Quando si servì, fece tintinnare più del dovuto la caraffa di vetro. Al diavolo! Si meritava un bicchiere di porto. Lo scolò d’un fiato e poi la squadrò da capo a piedi, per l’ennesima volta.
«Bevete il vostro rosolio, signora Maffei. Sembra ne abbiate bisogno.»
La donna alzò un sopracciglio, una sottile pennellata di velluto su un viso che sembrava un cammeo. Osservò il bicchiere sul tavolino davanti alla finestra, fece un passo avanti e incrociò le braccia sotto il seno.
Abbondante, rifletté Guido. Troppo, per un corpo così snello e quel movimento lo rivelò in pieno. Si impose di fissare un punto neutrale, la bocca magari.
Un altro errore.
Era rossa, succosa e vellutata e lei si stava torturando il labbro inferiore coi denti candidi. Stava per ordinarle di smetterla, di non rovinarlo. Poi Guido rinsavì, ricordando perché Laura Maffei era troppo agitata per stare seduta. Riprese a parlare, lo stesso tono che impiegava con gli stalloni ricalcitranti.
«Lorenzo è mio nipote. Come vi hanno scritto i miei avvocati e vi ho ripetuto io stesso, non ho nessuna intenzione di lasciarvi la custodia dell’erede dei Montecorvo. Non lo farei neppure se vostro marito fosse vivo, signora. E con questo, l’argomento è chiuso.»
«Beatrice mi aveva avvisato.» Replicò lei e la vibrazione bassa e pastosa della sua voce gli entrò fin sotto la pelle. Per non lasciarsi sviare, Guido serrò la mano destra e indurì lo sguardo. 
«Allora sapete bene che è inutile insistere. Io ottengo sempre quello che voglio.»
Lei si riparò dietro alla poltrona di velluto rosso. Le dita si piegarono sulla modanatura del legno. Lunghe, con unghie corte e ben curate.
«Non vi siete mai occupato del bambino.»
«Sapete il perché. Beatrice ha preso la sua decisione fuggendo e sposando vostro fratello.»
«E così l’avete punita.»
La giovane non si permise di indietreggiare dopo quelle parole ma sollevò il capo, sfidandolo.
Guido fece due passi nella sua direzione. La sovrastò, non solo col corpo. Notò l’imporporarsi delle guance e il velo d’allarme nello sguardo. Ma rimase ferma dov’era.
«Punita?» La rimbeccò con tono sprezzante, storcendo la bocca. «No, signora. Non l’ho più voluta vedere, questo è vero. Ma ho sempre pagato tutti i debiti, ho sempre risollevato dal fango quell’irresponsabile di suo marito. Il gioco, l’ipoteca sulla casa, quella sulla seteria. Gesù, non erano rimasti neppure i soldi per il loro funerale!»
«Mio fratello è stato sfortunato.»
«No, la sfortuna non c’entra nulla. Vostro fratello ha sempre gestito i suoi affari e la sua vita così come ha condotto la carrozza quella notte: come un folle. Ha ucciso Beatrice. Se non fosse morto, lo avrei ammazzato io stesso.»

L’umiliazione era bruciante come stringere un tizzone nella mano. Laura sentì ardere le guance. Ma fuori si sforzò di mantenere la stessa espressione che teneva lontani i creditori e i corteggiatori molesti.
Ancora una volta provò quella sensazione che le aggrovigliava le viscere e le asciugava la bocca: il ricordo di Corrado, imprudente e cocciuto, la disgrazia che era costata la vita a lui e alla moglie, la certezza che Guido Odescalchi, conte di Montecorvo, non stava parlando a vanvera. L’uomo la fissò con uno sguardo minaccioso.
Nonostante Laura fosse arrivata alla tenuta decisa a dissuaderlo dai suoi propositi, si scoprì a deglutire e a sforzarsi per mantenere gli occhi fermi su di lui.
Suo cognato.
Non era preparata al suo aspetto.
Beatrice lo aveva sempre descritto come un cinico tiranno. Arrogante, irremovibile, dispotico.
Avrebbe dovuto trovarsi a fronteggiare un uomo dal volto rigido, segnato dalle rughe dell’astio, col corpo magro ingobbito dai conti e dal peso delle responsabilità. Un uomo imbruttito dalla tenacia, ripugnante nella sua spietatezza.
Niente di più sbagliato e Laura avrebbe fatto tesoro della lezione.
Era bello, così bello che al primo impatto con quella mascolinità arrogante e sensuale, era rimasta a corto di parole. E di fiato. Ogni donna sana di mente avrebbe dovuto aver paura di rimanere sola con lui.
Si muoveva con la grazia indolente di un grosso felino, alto, forte e muscoloso. I capelli gli sfioravano le spalle, lunghi e neri in modo indecente.
Gli occhi erano grigi come piombo fuso e le ciglia, le più folte e lunghe che lei avesse mai visto in un uomo, attenuavano solo a tratti quell’impressione sconcertante.
Ma il suo aspetto era solo la scorza esteriore. Rabbrividì al pensiero del bambino tra le sue grinfie.
«Cos’è tutto questo improvviso interesse per Lorenzo? Come pensate di poter allevare vostro nipote?» Gli chiese, cercando di nascondere il tremito nella voce.
«Con una folta schiera di balie, istitutrici e insegnanti. Con il denaro che a voi manca, signora Maffei. Con tutto ciò che voi non potete offrirgli, visto che siete sola al mondo e priva di mezzi.»
«La seteria del mio povero marito tornerà a funzionare, fra due settimane.»
«Ma davvero?»
Laura si pentì subito della confessione. Lo sguardo del conte brillò di cupo interesse e fece un passo verso di lei.
«Avete trovato qualcuno disposto a rovinarsi? Cosa gli avete offerto, oltre ai debiti e all’ipoteca?»
Un altro passo avanti, un guizzo insolente negli occhi.
«Vedo che avete ereditato voi la scaltrezza che mancava a vostro fratello. Brava,» mormorò allusivo «ma non basterà. Lavorerete gratis per i prossimi tre anni, per poter uscire dal tunnel della miseria e non potrete permettervi di sfamare una bocca in più.»
«Lorenzo non è un oggetto, non ne disporrete a piacimento come fate con tutto ciò che vi appartiene
«Non avete né capacità né potere per tenermi testa, signora Maffei. Risparmiatevi per altre battaglie. Lasciate che mi occupi io di mio nipote. Sparite dalla sua vita. Lorenzo non ha bisogno di voi.»
«Ho perso tempo venendo qui. Non me lo porterete via, non ve lo permetterò.»
Laura sollevò l’ingombrante vestito a lutto che ancora indossava. Si diresse verso la porta. La voce le arrivò chiara, mentre afferrava la maniglia.
«Mio nipote sarà qui tra pochi giorni. Potrete vederlo ogni sei mesi.»
Laura si voltò con apparente calma.
«Come siete magnanimo, Vostra Grazia.»
La mano aperta appoggiata sul cuore, piegò appena il busto nell’imitazione di un inchino.
«Ma non ce ne sarà bisogno. Lui rimarrà con me.»
Il conte la raggiunse con due falcate. Abbatté il palmo aperto sulla porta per impedirle di aprirla. Era vicino. Troppo.
Sensibile agli odori, Laura rimase sconvolta dal profumo che percepì. Una mescolanza calda, muschiata, satura di sfumature mascoline che non le riuscì di definire appieno. Si tirò indietro il più possibile, appiattendo le spalle contro l’anta di legno scuro.
«Lasciate che vi accompagni, cognata. »
«Non sprecatevi, cognato e non illudetevi. Non l’avrete vinta. Non questa volta.»
 
Sei mesi dopo

Laura rabbrividì. La carrozza sulla quale viaggiava imboccò il viale di aceri, dalle foglie rosse e arancio. L’immagine colorata dell’autunno sfilava dal finestrino della carrozza. Un paesaggio che lei aveva visto l’ultima volta nell’irruenza fiorita del mese di aprile. Si sistemò il manicotto di lana intorno alle mani. Non riusciva a scaldarsi.
Le lettere erano arrivate firmate da uno studio legale di Como e, una alla volta, avevano scandito quei sei interminabili mesi. Lorenzo gioca.
Mangia.
Ha imparato a leggere.
E’ un ottimo cavallerizzo. Ha ricevuto in dono un pony. Lorenzo aspetta la sua visita.
Era la lista della spesa. Laura non aveva dormito per tre notti. E’ felice? Avrebbe voluto sapere. Piange ancora la notte, chiamando la mamma? E il tic all’occhio sinistro quando è agitato? E quando ride, gli viene ancora il singhiozzo?
La rabbia per l’imminente incontro con quell’uomo che l’aveva umiliata e sconfitta, si mescolava all’ardente aspettativa di poter rivedere il nipote.
In quei mesi aveva pensato spesso a Guido Odescalchi. Al suo viso dal taglio regolare, armonico nelle linee e nei rilievi. Allo sguardo d’acciaio, un’arma irresistibile e per questo più insidiosa.
L’aveva sconfitta ma non spaventata. A spaventarla e a mandarla in collera era stata l’intensità della sua reazione. Persino dopo ciò che lui le aveva fatto, restava senza difese al ricordo del suo fascino.
Lo trovò irritante.
Le dita gelate si strinsero sui palmi, confortate dalla morbidezza della lana. Quella era l’occasione per dimostrargli che un legame d’affetto non poteva essere spezzato dal vile potere del denaro.
La carrozza rallentò l’andatura. Laura udì lo scricchiolio della ghiaia sotto le ruote, il gorgoglio della fontana. E vide la scalinata che portava al portone.
Rabbrividì, illudendosi che fosse ancora per il freddo. Richiuse le tendine con uno scatto e il rumore della stoffa che si strappava la irritò ancor di più.
Non poteva permettere a quell’uomo di trattarla come un sacco di stracci, di cui liberarsi senza rimpianti. La ritirata di qualche mese prima era stata solo una vittoria momentanea e il suo imminente arrivo alla tenuta rappresentava un aggiustamento, in vista della battaglia finale.
Non poteva permettergli di vincere di nuovo. Dimenticare era impossibile. E anche lasciar perdere.
La governante aprì la porta della stanza in cui Lorenzo riposava. Il camino scoppiettava e le candele allungavano le ombre.
«La febbre è calata. Il medico condotto è stato qui questa mattina.»
«Da quanto dorme?»
«Due ore. Il conte ha insistito perché riposasse. Il signorino era agitato per il vostro arrivo.»
«Lo sapeva? E da quando?»
«Da quando avete accettato di venire.»
La sua voce le giunse come un tuono lontano. Laura si girò. Guido Odescalchi, conte di Montecorvo era sulla soglia. Solo lo sparato della camicia risaltava nel riflesso dorato.
«Da quanto è malato Gli domandò Laura, ignorando lo scricchiolare dei listoni di legno mentre l’uomo si avvicinava.
«Non stava più nella pelle.» Replicò lui, come se non l’avesse sentita.
Si fermò al suo fianco e Laura ne studiò il profilo. Tale e quale a quello di un rapace, le sopracciglia aggrondate.
«Rispondetemi. Da quanto è malato?» Insisté quasi con rabbia.
«Vi piace l’idea che sia colpa mia anche questo, vero?» Replicò calmo, con gli occhi fisso sul bambino addormentato.
«Niente affatto. Mi preme la sua salute, voi non contate nulla
«Zia.» Mormorò Lorenzo.
La manina si protese e Laura si affrettò accanto al letto. La baciò. Scottava.
«Sono qui, tesoro.»
«Resti con noi, adesso
Laura fissò lo sguardo sulle ciocche bagnate di sudore, gli occhi nocciola lucidi di febbre.
«Ti preparerò impiastri di lino e latte col miele.»
«Mi racconterai una storia?»
«Sì.»
«Lo zio vorrà ascoltarla con noi. Gli piacciono le storie.»
Non davanti al bambino si impose Laura. Si sforzò di sorridere e si vol. La stanza era vuota.

Un solo candelabro era rimasto acceso e fuori soffiava un vento forte, che faceva stormire gli alberi e strappava le ultime foglie. Laura si accoccolò sulla sedia a dondolo accanto al letto.
Lo scialle intorno alle spalle, si concesse di pensare alla seteria che aveva lasciato nelle mani del giovane Ersilio Vannini. Si era dimostrato un fidato collaboratore. Ora producevano a pieno ritmo ed il misterioso socio inglese continuava a saldare le cambiali, senza batter ciglio.
Si concesse di pensare che i suoi morti li vegliassero dal Cielo. Osservò il petto del bambino sollevarsi regolare nel ritmo del sonno. Tesoro mio.
Le lugubri previsioni del conte tre anni. Si augurò che non si avverassero. Dondolò fissando le fiamme. Il fuoco, la sicurezza, la fine dell’angoscia.

La vedova Maffei aveva rifiutato di scendere a cena.
Non gli avrebbe fatto nessuna concessione. Non era lì per lui, non voleva neppure vederlo. Guido si alzò. Gli era passato l’appetito.
Poteva salire nella stanza di Lorenzo e trascinarla giù, a forza. Poteva imprecare e abbaiarle contro. Ma lei sarebbe stata come certi tratti del lago in pieno inverno. Immobile e gelato.
Sentì bussare e quello che gli uscì dalla bocca fu un ringhio basso, più che un invito ad entrare.
«Signor conte, ho chiuso tutte le imposte.»
«La signora Maffei ha mangiato?»
«Le ho fatto portare un vassoio, Vostra Grazia.»
«Va bene. Buonanotte.»
La scusa che cercava.
Attese che scendesse il silenzio. Poi divorò le scale a due a due.
Lui, Guido Odescalchi. Il Conte Nero.
A diciassette anni aveva ereditato le sorti della famiglia sull’orlo della rovina. Sino a quel momento era stato un allegro, spensierato scavezzacollo ma da un giorno all’altro si era dovuto trasformare in una persona più dura, più spietata. Da solo aveva scoperto la verità, da solo ne era uscito.
Liquidare i soci del padre che speculavano e giocavano d’azzardo. Era diventato un ingrato.
Dimezzare le spese della famiglia. Il primo nella lista dei malvagi senza cuore.
Licenziare i poltroni, vendere una porzione dei terreni. Un predatore implacabile.
E la sua opposizione al matrimonio di Beatrice non era che la mossa finale di un distruttore di sogni. Ma lei era fuggita comunque con quel viziato, che usava il cervello solo per le truffe. Non l’aveva più vista da viva.
Imboccò il corridoio.
A trentacinque anni suonati voleva solo accertarsi che restasse qualcuno per raccogliere i frutti dei suoi sacrifici. Lorenzo.
Vincere quella disputa era stato facile. Un gioco per il Conte Nero, sputato dalle  fauci del diavolo. Peccato che le sue notti, da allora, fossero diventate più lunghe che mai.
Si ritrovò di fronte alla porta.
Il cuore. Lo sentì rimbombare nel petto. Così forte, fin nelle orecchie. E quell’ansia che gli faceva tremare le dita, pronte ad afferrare la maniglia tonda e dorata.
Nessuno gli aveva mai insegnato come ottenere qualcosa senza dare battaglia. Non c’era mai stato spazio per compassione, umanità o rimpianto.
Come spiegarle che da quel giorno lei aveva già vinto e lui deposto le armi? Lui, che si era tenuto sempre separato dagli altri, che si era imposto rigide regole e restrizioni.
Indossava una maschera, così parte di lui da non poter essere rimossa. Ora d’improvviso, era imperativo gettarla via, separarsene.
Voleva qualcosa da lei. Voleva tutto.
Girò la maniglia ed entrò.
Lorenzo dormiva, un mucchietto indifeso tra le coltri.
Tutto l’amore che non aveva mai dato si era riversato su quel cucciolo d’uomo che durante i rari capricci si voltava a lui, col volto di Beatrice. Le labbra strette, le sopracciglia increspate e gli occhi velati dalla caparbietà tipica dei Montecorvo.
Per la prima volta nella sua vita fu grato a quella testardaggine perché quel pomeriggio di aprile, quando la vedova Maffei aveva lasciato la tenuta, lui aveva avuto la tentazione di concederle Lorenzo.
Guardando la carrozza allontanarsi nel viale avrebbe voluto inseguirla, fermarla. Trascinarla fuori dall’abitacolo e dirle che mai nessuno, tanto meno una donna, gli aveva tenuto testa con quella fierezza che aveva riconosciuto nell’espressione del viso, nella tensione dei muscoli.
Avrebbe voluto stringerla in un irragionevole abbraccio per confessarle che gli aveva graffiato il cuore, in modo indelebile.
Brava, bravissima. A nascondere la paura per confonderla con l’arroganza.
Ma i suoi occhi erano così scoperti. E nudi.
Pazzo, si era detto precipitandosi giù per le scale e attraversando l’atrio col cuore in gola. Solo la solitudine di quel viale ormai deserto lo aveva fatto rinsavire. Il Conte Nero che perdeva la testa per una sconosciuta? Peggio, per la sorella dell’uomo che aveva ucciso Beatrice?
Qualche passo e la vide.
Si era arresa. La testa reclinata, le volute dei capelli sciolti come rivoli d’oro sulle spalle.
La gonna di stoffa modesta si ammucchiava sotto la sedia a dondolo, lo scialle le era scivolato di lato.
Guido avanzò nella penombra, trattenendo il respiro.
Così indifesa, così fragile.
La camicetta bianca dal collo severo era appena socchiusa. Spiò il cuneo di pelle su cui stava adagiata la sottile catenina lucente, che spariva nel solco tra i seni.
Così bella.
Sei mesi. I più lunghi della sua vita.
Le avrebbe chiesto anche perdono, allora.
Ma come avrebbe potuto cederle Lorenzo? Era suo, lo aveva sentito fin dall’inizio, fin nell’ultima goccia di sangue. Lui, il cattivo venuto al mondo per far sembrare buoni i più buoni.
Il bambino gli era sembrato il mezzo per espiare le colpe ma ora dava un senso alla sua vita. Lo amava.
Aveva imparato con lui a sorridere, a gioire delle piccole cose, dei suoi successi infantili che rendevano i giorni più degni. E col passare dei giorni, delle settimane, era divenuto la soluzione per avere lei. Per riaverla lì.
La seconda occasione.
Guido ebbe l’impressione che non sarebbe mai più riuscito a muoversi, che sarebbe rimasto per sempre a guardarla dormire. Le labbra dischiuse nel respiro del sonno, le ciglia lunghe a sfiorarle le gote. Le mani, abbandonate sulle pagine spalancate di un libro. Immaginò di baciarle le dita.
Quelle dita.
Le immaginò su di sé mentre gli scivolavano intorno alla gabbia toracica, imparando quale fosse la consistenza della sua pelle. Immaginò i polpastrelli mentre gli sfioravano il petto nudo e seguivano la linea sottile di peli che gli correva giù, fino al centro del ventre, fino all'inguine. Giù, fino a quando la mano avrebbe trovato il suo
Lorenzo si lamentò e d’improvviso due imperturbabili occhi verdi chiazzati d’oro furono su di lui, grandi e spalancati. Guido prese un rapido respiro all’acuto fremito di sensazioni che lo attraversò.

Laura se lo trovò davanti. Una figura imponente e sinistra, sbucata dal buio. Non gli chiese il motivo per cui era lì.
«Volevate parlarmi, Vostra Grazia?» Bisbigliò chiudendo il libro.
Si sollevò maldestra di sonno, si avvicinò al comodino. Prese tempo controllando la brocca dell’acqua.
«Non posso stare a lungo con voi. Le crisi peggiori vengono la notte.» Precisò senza guardarlo.
Non poteva. Era troppo indifesa, troppo vulnerabile quella notte. Ne era attratta, eppure doveva respingerlo
Lui non aveva detto ancora nulla ma Laura sentì che il suo sguardo non l’abbandonava un secondo. Quando parlò, la voce bassa si insinuò nella stanza come la luce soffusa di una candela appena accesa.
«Domani farò portare un letto in questa stanza, accanto a quello di Lorenzo. E’ meglio che il bambino rimanga tra le cose che conosce. Per voi non farà nessuna differenza.»
Il suo tono era casuale ma Laura rimase comunque interdetta. Non era un gesto inconsueto per un cuore di  pietra?
«Che fate lì imbambolata? Prima chiariamo le cose, prima potrete tornare da lui.» Aggiunse brusco e si avviò verso la porta.

La biblioteca era quasi buia. Le ombre color lavanda del crepuscolo cedevano il passo alla notte, al di là del finestrone che si affacciava sul giardino.
Gli scaffali stracolmi di volumi rilegati, l’odore di cuoio, le poltrone davanti alla finestra. Era tutto così uguale che il tempo sembrò essersi fermato.
Laura raccolse la gonna sedendo composta sull’orlo del cuscino. Non c’era il rosolio stavolta ma un libro, appoggiato sul tavolino.
«Leggete Darwin? Non è un troppo rivoluzionario per la vostra indole conservatrice e dispotica?»
«Non mi conoscete, signora Maffei.»
Il conte non si era seduto. Stava accendendo due lampade a olio, i capelli neri erano scostati dal viso, raccolti sulla nuca.
«Dovreste cercare in tutti i modi di adularmi, per trovare i miei punti deboli.» Proseguì, spegnendo il fiammifero con un soffio.
«Mi state suggerendo la strategia da seguire per mettervi a nudo?»
«Infelice scelta di parole, signora. La nudità della mia anima non è affar vostro. In quanto al corpo, forse…»
Laura arrossì ma resa audace dalla luce diafana non si lasciò distrarre.
«Non siate volgare. E dite quel che avete da dirmi.»
«Siete in casa di uno scapolo. Aumenteranno i pettegolezzi su di voi e sulla mia famiglia.»
Nell’aria c’era un sentore speziato. Sopraffaceva l’odore di legna bruciata, di camino che aleggiava d’inverno in tutte le stanze.
Lui sedette sulla poltrona che le stava davanti. Accavallò le lunghe gambe, abbandonò le mani sui braccioli, le dita snelle rilassate. Puntò lo sguardo su di lei.
«Non vi rendete conto del danno che possono fare poche parole, gettate qua e là con furbizia? »
«Non do importanza ai pettegoli e voi non mi sembrate il tipo da lasciarvi guastare l’appetito dalle malelingue, conte.»
Laura sentì sotto di sé tutte le cuciture del cuscino, la durezza del bordo di legno. Si mosse a disagio.
«Sareste bollata come una donna di dubbia moralità. La seteria e i vostri affari potrebbero risentirne, più di quanto immaginate.»
«La gente non bada ai miei affari. Sono una vedova, non frequento la buona società. Non più.»
«Vi stupireste di quanto quella stessa gente che voi non frequentate sia interessata a voi. E quanto possa far male.»
«Non c’è soluzione a questo problema, mi pare. Non è neppure affar vostro. Ma grazie per avermi avvisata.»
Si alzò di scatto, ansiosa di allontanarsi. Si sentiva soffocare e quel volto severo, modellato dal gioco delle ombre e della luce, la metteva a disagio. Forse era il silenzio, o la notte o il fatto che erano soli in quella stanza e lui un uomo affascinante e pericoloso.
«Sposatemi.» Si alzò anche lui rapido, impedendole di fuggire via. Torreggiò su di lei. Laura lo guardò e lo sgomento fu tale che trattenne il fiato.
«Mi prendete in giro?»
«Niente affatto. E se ci rifletterete per un attimo, vi renderete conto che entrambi ne trarremo vantaggi.»
Il conte fece un passo e Laura non ebbe la prontezza di ritrarsi, le gambe non ubbidirono.
«Sposatemi. Potrete stare vicino a Lorenzo quanto vorrete.»
Lui sollevò una mano e prese fra le dita una ciocca dei suoi capelli, sciolti sulle spalle.
Laura se ne uscì con uno sbuffo derisorio. Tirò indietro il capo e il conte rimase con le dita vuote, a mezz’aria.
«Siete pazzo.»
«Nessuno potrà più dividervi. Avrete denaro, rispetto, potere. E Lorenzo sarà tutto vostro.»
«Non fatemi ridere. Il matrimonio non è un contratto d’affari ma l’unione di due persone. Persone. Esseri umani, capite?»
Calmo, lui fece un altro passo. Laura non si mosse, sentì con l’istinto che era importante resistergli.
«Affari e piacere possono mescolarsi, mia cara.»
«Affari? Piacere? Di cosa state parlando?»
Il conte annullò la distanza che li separava in modo così naturale e spontaneo che lei lo lasciò fare.
«Di questo.»
Chinò la testa e troppo tardi Laura alzò le mani per cercare di respingerlo. I palmi si appiattirono contro il petto solido mentre le copriva la bocca, avvolgendola nel suo calore. Lo stordimento le rombò nelle orecchie e sentì il cuore dell’uomo batterle forte e pesante, sotto il palmo destro.
Quando le gambe sembrarono troppo fragili per sostenerla, la gentile pressione della mano maschile la sbilanciò in avanti e i suoi seni si schiacciarono sul panciotto. Sentì la forma dell’orologio che il conte custodiva nella tasca. L’aveva intrappolata e lei, spinta da un impulso a cui non poté resistere, piegò le dita e artigliò i risvolti della giacca, aggrappandosi a lui.
Una follia.
Perché ad un tratto non voleva più fuggire ma restare. Sentì pulsare ogni centimetro di pelle e, a quel punto, socchiuse le labbra. Lui le separò con determinazione, col suo sapore dolce e caldo. Esplorò in profondità la sua bocca, e con la lingua l’accarezzò deliziosamente.
Maria Santissima.
Il desiderio carnale le si raccolse e tese nelle viscere.
Stava perdendo il senno? Si rese conto che quel corpo maschile avrebbe potuto disporre di lei in qualsiasi modo e allora, con l’ultima scintilla di buon senso, si ribellò irrigidendosi di colpo tra le sue braccia. Cominciò a spingere il palmo delle mani sul torace.
Lui si staccò riluttante.
Avevano entrambi il fiato corto e quando il conte la guardò con quei suoi occhi severi, Laura faticò a dominarsi. Si scoprì a desiderare di aggrapparsi ancora a lui e reclamare quelle labbra. Un bacio, due, cento. Ancora e ancora.
I loro corpi rimasero allacciati, a contatto.
«Lasciatemi andare.»
«Il piacere esiste. Ho voglia di voi, Laura. Da quando siete apparsa sulla mia soglia.» Confessò lui con una voce così bassa che la fece tremare dalla testa ai piedi. «E so che anche voi avete voglia di me.»
«Non dite sciocchezze. Non ci conosciamo e voi siete l’ultimo uomo che vorrei come marito.»
«Bugiarda. Voglio baciarvi ancora. Ora che l’ho fatto, non rinuncerò a voi come non ho rinunciato a Lorenzo.»
Laura avrebbe dovuto allontanarsi. Ma le mani, invece di spingere, si allargarono sul ruvido tessuto della giacca.
Voleva dire qualcosa ma la temeraria sconosciuta che aveva preso il sopravvento, rifiutò di privarsi di qualsiasi cosa provenisse da lui. 
Sentì le pulsazioni del suo cuore nei timpani. Era certa che non avesse mai battuto così intenso, né più veloce.
Lui le accarezzò con gentilezza la linea del mento e sfregò il pollice contro il soffice rigonfiamento delle labbra.
«Laura. Non potete permettervi di rifiutarmi. Avete troppo da perdere.»
«Volete vincere sempre, voi.»
«No. C’è qualcosa tra noi e il fatto che siate qui, tra le mie braccia, lo dimostra.»
Come sarebbe stato bello sentirsi rilassata e al sicuro con quell’uomo. Sentire che quella spietata determinazione, quell’intensa vitalità sarebbero state impiegate in sua difesa, anziché contro di lei.
«Avete fatto di tutto per ostacolarmi.»
E il ricordo della separazione da Lorenzo, i lunghi mesi passati lontana da lui, le restituirono d’un tratto onore e buon senso.
Il Conte Nero era il nemico. Non doveva mai permettersi di dimenticarlo, doveva impedire che desideri irrealizzabili le offuscassero il buon senso.
«Lasciatemi andare.»
«Non è quello che volete
«Siete arrogante.»
«Lottare con voi è più esaltante che fare l’amore con le altre donne.»
«Se mai ci sposassimo, non ci sarebbero altre donne nella vostra vita.»
«Mi state già dettando le condizioni?»
Lui aprì finalmente le braccia e Laura si sentì libera.
E sola.
«Le posso pretendere. Adotteremo Lorenzo, entrambi.»
Il conte piegò le labbra in un sorriso divertito. Un ciuffo di capelli gli cadde sulla fronte e Laura si dominò, per non scostaglielo.
«Terrò il controllo della mia seteria. Voi non potrete ficcarci il naso.» Aggiunse e riconobbe nella propria voce una sfumatura di puntiglio che la rassicurò.
Le braccia che un attimo prima l’avevano stretta e fatta rabbrividire si incrociarono sul petto, mettendo in risalto i muscoli e il torace ben fatto.
«E il vostro socio straniero? Come fate a sapere che sarà d’accordo?»
«Lo so e basta

Guido si guardò bene dal rivelarle che quel socio era lui. O meglio, una delle sue società inglesi. Ed Ersilio Vannini uno dei suoi migliori contabili.
«Siete spietata.» Dichiarò invece, notando come il labbro inferiore le tremava appena.
Ma un attimo dopo trovava il fegato di sorridergli, gli occhi luccicanti di vitale soddisfazione.
«Non cercate di confondermi, vostra Grazia. Lo spietato siete voi. Io, solo una donna che cerca di difendere i suoi interessi.»
Guido si intestardì ancor di più nel suo intento. Non voleva perderla. Mai, per nessuna ragione.
Allungò il braccio destro e le circondò dolcemente uno dei polsi con le dita, portandosi la mano alle labbra.
La sensazione della sua vicinanza era così intensa che lui se la prese comoda e con uno scintillio malizioso negli occhi argentati, le sussurrò all’orecchio:
«Fate bene a difendere i vostri interessi.»
«E non venderò la casa di mio marito.» Aggiunse lei, in un soffio.
«A che vi serve? Non ci tornerete più.» La rimbeccò stringendosi la mano al petto e una vampata di folle gelosia lo travolse. Un morto. Era geloso di un morto. Eppure quell’uomo l’aveva avuta per sé.
Controllò l’impulso di scrollarla e gettarla su quel divano a pochi metri da loro, per dimostrarle che lui era lì davanti a lei e non si poteva vivere nei rimpianti.
«Unultima cosa. Aspetteremo tre mesi prima di consumare il matrimonio.» Puntualizzò spavalda ma questa volta qualcosa vacillò, nel riflesso smeraldo dei suoi occhi.
La vedova Maffei abbassò per un istante le palpebre e lo spiò di sottecchi. Sapeva di essersi spinta troppo in là.
Guido osservò la sua pelle di porcellana.
Perfetta.
Avrebbe serbato ogni suo tocco, ogni bacio.
Pensò di marchiarla di nuovo con la propria bocca. Questa volta su tutto il corpo, sino a raggiungere le morbide pieghe tra le gambe. L’immagine lo condusse quasi a perdere il senno.
«Ripetilo e guardami negli occhi mentre me lo chiedi.»
Laura raddrizzò le spalle e, con un movimento inconsapevole, si leccò le labbra.
«Aspetteremo tre mesi prima di consumare il ma-matr…»
La strinse così impetuoso da toglierle il respiro. Ci riuscì, perché lei si interruppe.
Mentre farfugliava qualcosa e prima che potesse riprendere fiato, chinò il capo e tornò a baciarla.
Quella frase mai terminata si trasformò in un gemito roco. La spinse contro di sé rude, fuori controllo e il desiderio esplose tra loro come un rogo che incenerisce ogni cosa.
«Tutto il resto, tutto quello che vuoi te lo concedo.» Sussurrò, stregato dalla morbidezza di quelle labbra.
«Ma non questo. Non posso aspettare nemmeno un minuto. Nemmeno questa notte.»
FINE 
 
CHI E' L'AUTRICE

Adele Vieri Castellano pubblica per Leggereditore il suo primo romanzo storico, dopo aver vinto il concorso di racconti indetto dalla stessa casa editrice nel 2011. Nata a metà degli anni Sessanta, ha vissuto per anni in Francia e ha due punti ben saldi nella sua vita: la lettura e la scrittura. Vive a Milano, ha una figlia di diciannove anni, un compagno che si chiama come l'eroe del libro, tre gatti e un computer portatile. Nonostante le traduzioni, l'editing di libri, gli articoli e i romanzi che affollano le sue giornate, non dimentica mai le amiche. Perché senza di loro, il suo sogno non si sarebbe realizzato. La ricostruzione storica esatta e le atmosfere perfettamente rievocate permettono al lettore di tornare indietro nel tempo e di vivere un'esperienza unica accanto a personaggi verosimili e pieni di forza.

VISITA IL SUO SITO: http://adeleviericastellano.blogspot.it/
E LA SUA PAGINA FACEBOOK: 

QUESTO RACCONTO, INSIEME AD ALTRI DI CUI UNO INEDITO, TUTTI A FIRMA ADELE VIERI CASTELLANO, E' ANCHE CONTENUTO NELLA RACCOLTA " LA LEGGE DEL LUPO E ALTRE STORIE" CHE POTETE TROVARE QUI:




VI E' PIACIUTO NEMMENO QUESTA NOTTE ? COSA PENSATE DEGLI STORICI AMBIENTATI IN ITALIA?  ASPETTIAMO I VOSTRI COMMENTI.

32 commenti:

  1. Delizioso questo racconto, così coinvolgente e sensuale.
    Per me Adele è una sicura promessa del romance italiano, anzi di più: una certezza.
    Complimenti, carissima, e in bocca al lupo per il libro in uscita.
    L'ho letto in anteprima e devo dire che i suoi romani sono delle bombe sexi da far resuscitare i morti. Leggendolo capirete ...
    Liliana

    RispondiElimina
  2. Adele complimenti : un racconto molto bello con un personaggio maschile sexy e tenebroso..: peccato che sia un racconto e quindi breve, avrei voluto saperne di più!! Aspetto l'uscita del tuo libro perchè sono molto affascinata dalla storia ambientata nell'antica Roma: finalmente uno storico la cui ambientazione si differenzia da libertini e inglese aristocratici..!! Un abbraccio e in bocca al lupo per il tuo libro!!

    RispondiElimina
  3. Tesorooo!! Ma quanto sarai brava??
    Riesci sempre a farci sognare..;))
    Splendido racconto!
    E concordo con Susy: peccato che sia così breve!! Questi due ci piaccionooo!!;)))
    SereJane

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  4. Bello, bello, bello... che altro dire? :D
    Ah, sì... peccato si interrompa sul più bello!;)

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  5. Anche a me è piaciuto moltissimo. Peccato che non si sia qualificato al Premio Romance perché secondo me meritava. Complimenti Adele, sei bravissima!

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  6. Adele V. Castellano07/05/12, 20:32

    Grazie carissime, un vero incoraggiamento a proseguire il mio percorso di scrittrice in erba... perchè NON si è mai finito di imparare! Vi voglio bene!

    RispondiElimina
  7. Veramente bello, complimenti! Il tuo stile è affascinante e il racconto intriso di passione.
    Personaggi interessantissimi e racconto che ti fa desiderare fosse un romanzo, con ulteriori sviluppi. Sicuramente avvincenti.
    Lo trasformi in romanzo, sì?
    Voglio sapere di più su questo Conte Nero. Mamma miaaaa...
    Lucia

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  8. Uno stile avvolgente e ammaliante che cattura il lettore dall'inizio alla fine. I personaggi hanno sempre una personalità spiccatissima, anche quelli di un racconto così breve, del quale ci si scopre a sognare l'antefatto e il prosieguo. Anche le battute dei personaggi e la descrizione dei loro stati d'animo, pensieri e reazioni concorrono a dare l'idea del loro carattere e a fare in modo che ci si affezioni ad essi. Davvero bravissima, complimenti x tutto e in bocca al lupo x fine maggio!

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  9. Bellissimo..molto bello il personaggio maschile, sexy e affascinante.
    Non c'è un continuo??????
    Juliet

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  10. meraviglioso, accattivante, sconvolgente, doveva assolutamentre arrivare tra i finalisti....complimenti all'autrice, spero di leggere altro di suo....:)

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  11. Questo racconto è veramente molto bello.
    Complimenti cara Adele.
    Miriam

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  12. Questo racconto mi ha catturata fin dalle prime parole. Entrambi i personaggi mi sono piaciuti moltissimo tanto che avrei letto più che volentieri anche il seguito.
    Mi incuriosisce molto il libro ambientato nell'antica Roma che uscirà a fine mese. Complimenti Adele!
    Daisy

    RispondiElimina
  13. Tesoro il tuo racconto è bellissimo, coinvolgente e molto sensuale, peccato che finisca sul più bello..........magari potresti scrivere il seguito no?
    Un bacione
    Silvia Salvemini

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  14. Che dire? Sottoscrivo in pieno i commenti entusiastici...un racconto sensuale, coinvolgente, pieno di non scontata passione. Complimenti!

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  15. Concordo con le altre lettrici, è davvero un bel racconto, coinvolgente, passionale e ben scritto. Il Conte Nero è un personaggio molto affascinante, spero di poterlo reincontrare, magari in un seguito. :-)

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  16. Adele V. Castellano09/05/12, 00:26

    Ancora grazie a tutte, un grazie speciale a Miriam che è passata a trovarmi...

    Appuntamento a fine maggio con Marco Quinto Rufo e Roma antica!

    Vi abbraccio!

    RispondiElimina
  17. Sono riuscita a leggerlo solo adesso. Moooolto bello. Complimenti. Ciao e in bocca al lupo con Roma. O meglio, in bocca alla lupa.
    Viv

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  18. Adele V. Castellano09/05/12, 08:32

    Grazie Viv, crepi la... lupa!

    RispondiElimina
  19. Brava come sempre Adele. Ti aspetto a fine maggio. ANITA

    RispondiElimina
  20. salve,
    soltanto oggi ho letto l'estratto di "nemmeno questa notte" di adele vieri castellano.
    Mi sapete dire se esiste un libro di questo romanzo e dove trovarlo? Grazie mille.

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  21. No Angela questo è nato come racconto ma...chissà che Adele prima o poi non decida di trasformarlo in romanzo!

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  22. Ma dove lo possiamo leggere tutto? O acquistarlo?
    Silvia

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    Risposte
    1. Cara Silvia, questo al momento è solo un racconto e tale è rimasto. Magari in futuro Adele deciderà di farne un romanzo, chissà. Ma se ti piace il suo stile cerca i suoi romanzi storici qui sul blog digitando il suo nome in 'cerca nel blog' o cercandoli su una dei tanti boostores online.

      Elimina
  23. Splendido.
    Un vero piacere rileggerlo, grazie per questo regalo, ad Adele per il racconto e a Francy per avercelo riproposto.

    RispondiElimina
  24. bellissimo romantico sensuale al punto giusto.Uno dei migliori racconti che ho letto.Grazie Adele

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  25. maria masella17/10/15, 14:22

    molto bello!

    RispondiElimina
  26. Bellissimo racconto care le nostre bibliotecarie e le nostre autrici sono fenomenali nel sapere di cosa abbiamo bisogno.
    Un racconto sensuale, dolce e allo stesso tempo implacabile come il nostro Guido.
    Grazie per averci dato la possibilità di leggerlo
    Un bacione a tutte le bibliotecarie e soprattutto alla mitica Adele

    RispondiElimina
  27. Riletto sempre con piacere, anzi come se fosse nuovo e non l'avessi mai letto prima! Sembra di poter toccare fisicamente i personaggi, di poterci parlare, veramente bravissima!

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  28. Sei davvero brava e dire che non amo i racconti e non amo l'ambiantazione storica italiana, ma tu sei riuscita ad catturare la mia attenzione fino alla fine del racconto :)

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  29. Molto bello, l'ho riletto con piacere : due personaggi così forti e affascinanti sarebbero perfetti per un libro! Impossibile non innamorarsi di loro e non scavare più a fondo nella loro personalità.
    Daniela

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  30. Una sfumatura(di te) che ancora non conoscevo...bello!!! mi è piaciuto molto

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  31. Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.

    RispondiElimina

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