REGALI DI NATALE di Maria Masella



Era sicuro di averla dimenticata.
Eppure appena entrò nella stanza tutti i suoi sensi gli dissero che “lei” era lì, pur senza vederla e senza sentirne la voce.
Lei, la donna che aveva creduto di amare, no, no, la donna del cui amore si era sentito sicuro. Allora, ed erano trascorsi tre anni e otto mesi, il tradimento di lei aveva distrutto la sua sicurezza lasciandolo svuotato. Oggi la scoperta che il suo corpo la ricordava ancora cancellava la pace che aveva raggiunto.
Rimase sulla porta e fu la voce di zia Anna, la sorella di sua madre, a obbligarlo a entrare. “Entrate, Giacomo. Avvicinatevi, vorrei vedervi.”
Obbedì perché gli era sempre stato difficile ignorare le richieste della vecchia signora; tanto gelidi e privi di ogni manifestazione d'affetto erano stati i suoi genitori quanto lei ne era stata prodiga.
Eppure era stata lei a fargli incontrare la donna che l'aveva fatto soffrire in un modo che mai avrebbe ritenuto possibile. In un angolo era stato allestito il presepe con le statuine di terracotta che da bambino maneggiava con cautela, ma era passati anni e al Natale aveva smesso di credere.
Avanzò verso la poltrona in cui era seduta zia Anna e si fermò, perché lei era seduta nell'altra poltrona quella che dava l'alto schienale alla porta. No, i suoi sensi non si erano ingannati. La vide anche senza posare lo sguardo su di lei, vide che era insieme uguale e diversa da allora.
“Potete sedervi qui, Giacomo.”
Di nuovo la voce della zia lo riscosse. Gli aveva indicato la terza poltrona, quella accanto alla propria; se le avesse obbedito si sarebbe trovato a faccia a faccia con lei. Rimase in piedi. “Sono venuto a porgervi i miei auguri per il Natale, cara zia.”
“La cara zia vi ha chiesto di sedervi, caro nipote!”
Gli anni e gli acciacchi non le avevano fatto perdere il senso dell'umorismo, si disse Giacomo, quello che i suoi austeri genitori non avevano mai posseduto. “E allora non mi resta che obbedirvi”, replicò e si mise seduto riuscendo a non guardare verso di lei.
Forse, ignorandola, sarebbe sparita. Come era sparita da un giorno all'altro tre anni e otto mesi prima lasciandolo con il cuore spezzato e una collera che l'aveva spinto a distruggere tutto quanto aveva trovato sulla sua strada dopo aver letto la lettera che “lei” aveva avuto l'ardire di lasciargli.
Egregio Signor Denovaro,
spero che non abbiate frainteso la natura dei nostri rapporti. E' stato soltanto un episodio senza importanza che immagino dimenticherete velocemente come farò anch'io. Ho deciso di lasciare la città per amore di un uomo.
Vi auguro ogni felicità
Laura Simoni
Ancora ora, ripensando a quel biglietto, Giacomo sentiva la collera montare.
Episodio senza importanza? Avevano fatto all'amore, no, avevano avuto un rapporto sessuale completo e lei era vergine, lui poteva garantirlo. E dopo neppure ventiquattro ore gli faceva recapitare una lettera in cui nominava un altro uomo!
Strinse le mani a pugno, ancora ora doveva dominare l'impulso di afferrarla e scrollarla per scoprire cosa le passava per la mente, no, cosa aveva in cuore.
“La vostra ferita, Giacomo?”
La sua ferita? Non era quella rimediata a Bezzecca durante l'assalto alla garibaldina a fargli ancora male ma l'altra, quella al cuore. “Una sciocchezza, cara zia.”
“E vostro padre non vi ha mai perdonato la pazzia di andare volontario”, la sua voce cambiò tono imitando quella del fratello, “E con quei pezzenti di garibaldini.”
“Gli unici che hanno ottenuto qualche vittoria, almeno per l'onore, cara zia.” Fece una lunga pausa e poi aggiunse: “E da tempo ho smesso di preoccuparmi dei giudizi di mio padre.”
Da quando si era seduto, no, da quando era entrato, aveva accuratamente evitato di volgersi verso di “lei”, ignorandola.
Eppure fu consapevole, pur senza guardarla, che “lei” doveva aver trattenuto il respiro, anche soltanto per un attimo.
Sì, fra loro c'era stata sempre quella speciale empatia... Che poi si era rivelata soltanto un'illusione...
Ho deciso di lasciare la città per amore di un uomo.
Di scatto, quasi di furia, si volse verso di lei. “Ho smesso di preoccuparmi dei giudizi altrui, feriscono soltanto.”
Ma la frase iniziata nella collera si stemperò in dolore incrociando gli occhi della donna che aveva amato. Allora era stata lei a implorarlo di essere prudente, mentre lui avrebbe voluto “buttare tutto all'aria” e annunciare ai suoi genitori che non avrebbe sposato la donna scelta da loro ma quella amata.
“Non fatelo, ve ne prego, Giacomo. La mia posizione è già abbastanza difficile, sono soltanto una dipendente di vostra zia.” Gli aveva detto liberandosi dal suo abbraccio.
Era una dipendente, infatti, niente di più. Un problema agli occhi aveva impedito alla zia di leggere quanto avrebbe voluto e l'aveva costretta ad assumere una lettrice disposta a vivere con lei. Giacomo ricordava ancora quanto la notizia l'aveva sorpreso: zia Anna non aveva mai voluto neppure una dama di compagnia! Poi, quando aveva conosciuto “lei”, la sua voce l'aveva sedotto. Ascoltarla leggere era emozionante come ascoltare una musica.
Aveva la voce di un angelo e si era rivelata un demonio.
Era ancora bellissima, no, lo era più di prima.
Giacomo chiuse per un attimo gli occhi, per non vederla e quasi sperando che riaprendoli lei fosse scomparsa.
Era ancora lì, davanti a lui.
“Vi ho fatto una domanda, Giacomo. Mi avete sentita?”
Si volse verso la zia. “Scusatemi, ero distratto. Pensavo al passato” e subito si sarebbe morso le labbra. “Mi avete chiesto della ferita e ho ripensato alla guerra.” Si alzò. “Ora devo andare, vi auguro nuovamente un buon Natale, cara zia.”
“Buon Natale, Buon Natale... Il Natale è per chi ha qualcuno con cui condividerlo e sarò sola. Siete il mio nipote più caro e lo trascorrerò con voi. Forse sarà il mio ultimo...”
Ecco, ora faceva leva sull'affetto che li univa per trattenerlo. Giacomo si disse che avrebbe dovuto prevederlo. In verità aveva avuto l'intenzione di restare per qualche giorno, ma la presenza di “lei” gli aveva fatto cambiare idea.
“La camera che occupate abitualmente è già pronta, Giacomo. Se per qualche giorno trascurerete i vostri impegni per far compagnia a una vecchia signora, non cadrà il mondo.”
Giacomo si rigirò fronteggiando non zia Anna ma l'altra donna. “E non avete lei a tenervi compagnia?”
“Lei ha un nome, Giacomo. E vi è stata insegnata l'educazione.”
Allora lui abbozzò un cenno verso la donna impassibile. “Signorina Simoni.” Fece una pausa, poi aggiunse: “Se il vostro stato civile non è cambiato.”
“Non lo è, signor Denovaro.”
Quindi l'uomo tanto amato, l'uomo per cui lo aveva lasciato, non l'aveva sposata. Probabilmente un mascalzone, forse aveva scoperto che si era data a un altro... Un mascalzone e lei una traditrice, degni l'uno dell'altra, si disse con rabbia trattenuta a stento.
“Pensavo che aveste lasciato l'impiego” appena disse impiego e non un termine più vago, sentì sbuffare la zia, e in modo abbastanza palese, mentre lei, la diretta interessata, restava impassibile. “Che l'aveste lasciato in tutta fretta perché eravate in procinto di sposarvi.”
Lei non commentò e Giacomo riprese volendo ferirla, umiliarla: “Le nozze sono state soltanto rinviate o annullate?”
“Penso che non vi riguardi, Giacomo” si intromise zia Anna. “Resterete mio gradito ospite per qualche giorno. Come Laura...”
La vide alzarsi di scatto. “No, io non posso...”
“Potete e dovete, Laura. No, ve lo chiedo come un favore. Desidero persone giovani accanto a me, almeno a Natale.”
“Avrete vostro nipote, signora Anna.”
“Un uomo ha orari e abitudini diverse da una donna. Restate, ve ne prego. Anche la vostra camera è pronta.”

Laura aveva ceduto perché all'anziana signora aveva voluto bene. Ora era nella bella camera che aveva occupato un tempo, tre anni prima. Quando vi era entrata la prima volta aveva faticato a credere che fosse stata preparata per lei, per una semplice dipendente; era d'angolo e ben esposta, da una finestra si vedeva il giardino e dall'altra uno spicchio di mare. C'era anche uno scrittoio ben attrezzato e una poltrona accanto al caminetto acceso.
Un lusso come mai aveva avuto. Suo padre era un modesto contabile che, fra gli altri incarichi, teneva la semplice amministrazione di un educandato. Quando era rimasto vedovo, Laura aveva dieci anni e le suore avevano accettato di ospitarla e darle un'educazione.
Crescendo si era resa utile seguendo le più giovani.
Aveva vissuto fra le signorine della nobiltà e della buona borghesia, imparandone i modi, ma senza poterne condividere i sogni. Aveva sempre saputo che la sua vita sarebbe stata diversa... Sarebbe potuta restare come insegnante ma sognava un po' di libertà e il mondo: aveva accettato l'offerta di Anna!
Sedette sul bordo del letto e si passò una mano sugli occhi; sì, erano asciutti, era riuscita a controllare l'emozione di rivederlo, a non piangere sentendo la collera e il disprezzo nella sua voce. Era stata una debolezza accettare l'invito di Anna a trascorrere alcuni giorni da lei, approfittando di un viaggio dei suoi attuali padroni che erano venuti a Genova ospiti di parenti e avevano acconsentito a concederle alcuni giorni di libertà. Anna le aveva assicurato che sarebbero state sole e lei aveva finto di crederle... Avrebbe avuto un vero Natale accanto a una persona che le voleva bene e la stimava.
Aveva mentito a sé stessa perché desiderava rivederlo anche soltanto per assicurarsi che si fosse ripreso.. Quanto era stata in ansia sapendo, per caso, che era partito per la guerra! Poi la ferita... Aveva scritto ad Anna chiedendo notizie. Forse l'anziana signora era in collera con lei per come era andata via senza preavviso, forse non le avrebbe risposto. Erano stati giorni di tormento fin quando una lettera l'aveva tranquillizzata: il nipote stava guarendo.
Anna sapeva, Laura ne era certa, sapeva anche se mai aveva alluso al rapporto fra la sua lettrice e il nipote prediletto. Per delicatezza o per altri motivi?
Laura si mise in piedi. No, non poteva restare. Non ne aveva la forza. Se fosse rimasta l'avrebbe ripresa l'antica magia che quell'uomo esercitava sui suoi sensi, sul suo cuore.
Arrivando aveva tolto dal baule soltanto l'abito che ora indossava, perché l'altro era impolverato e gualcito, e le scarpette da casa perché gli alti stivaletti erano infangati.
Rapida si cambiò, impiegandoci pochi minuti.
Il baule era piccolo ma non poteva portarlo via... Avrebbe mandato qualcuno a prenderlo. Nella borsa di tela pesante mise i pochi oggetti personali che non poteva lasciare.
Era già pronta quando si accostò allo scrittoio e vergò alcune righe su un foglio, per scusarsi con la padrona di casa, lasciando accanto il modesto dono che aveva confezionato, un semplice segnalibro di seta doppiata e ricamata.
Uscì e percorse le scale di servizio fino al piano terreno, pensando di uscire dalla porta sul retro, quella usata dai domestici. Ma sentì la voce di Anna, che doveva aver raggiunto la cuoca in cucina per decidere il menu, forse voleva scegliere le portate preferite dal nipote. Se si fosse diretta verso la porta di servizio, Anna l'avrebbe vista!
Tornò indietro. Sarebbe uscita dal portone principale.
Stava venendo buio e soffiava un vento freddo da nord. Allungò il passo percorrendo il breve vialetto verso il cancello. Lo aprì e se lo richiuse alle spalle. Ora doveva affrettarsi prima che il buio la cogliesse ancora per strada.
Sentì dei passi dietro di sé, sull'acciottolato. Accelerò il passo, temendo un brutto incontro. Ancora pochi metri e sarebbe arrivata in una zona più frequentata e già dotata di illuminazione pubblica.
Si strinse meglio nel mantello. Era stanca e aveva voglia di piangere, di lasciarsi andare, ma non era mai stata una vigliacca. In fretta, doveva fare in fretta per togliersi da quel tratto buio e poco frequentato. Sembrava che l'approssimarsi del Natale avesse spinto i genovesi a uscire sì, ma scegliendo come meta soltanto le vie centrali: i vicoli erano ancora più deserti del solito.
Scivolò perché gli anni a Torino le avevano fatto perdere l'abitudine alle ripide vie genovesi, oggi rese scivolose dal nevischio dei giorni precedenti.
Sarebbe caduta se una mano non l'avesse trattenuta afferrandola al gomito, non con gentilezza ma con la rabbia di un predatore. “Non la finirai mai di scappare!”
Era troppo stanca per reagire come avrebbe voluto e restò inerte, mentre lui un po' la sorreggeva e un po' la scrollava e continuava a ripetere, sempre più rabbioso: “Scappi da lui. Scappi da lui.”
Chiuse gli occhi. Avrebbe voluto essere una di quelle donnette che svenivano a comando e a comando piangevano, lei aveva soltanto imparato a stare in piedi anche quando le ginocchia cedevano e a trattenere le lacrime.
“Ma sei di pietra?”

Giacomo era alla finestra a fumarsi due tiri di mezzo toscano quando aveva visto l'agile e aggraziata figura scivolare via dal portone verso il cancello. Aveva una borsa da viaggio e quindi stava scappando. Ancora una volta!
Ma l'avrebbe fermata, no, non trattenuta! Che se ne andasse a raggiungere quel suo misterioso amore, che se ne andasse pure ma dopo aver ben sentito tutti gli insulti che meritava.
In fretta, senza prendere pastrano e cappello, uscì e, arrivato al cancello, cercò di immaginare quale direzione lei avesse potuto prendere. Verso il centro città era più probabile.
Corse e poco dopo la vide.
Lei non correva perché teneva all'apparenza di signora, ma andava veloce ugualmente. Ma non quanto lui che aveva gambe lunghe e non aveva smesso di badare all'apparenza.
La raggiunse nell'attimo in cui lei stava scivolando sui ciottoli sconnessi resi scivolosi dal nevischio: d'istinto la sorresse prendendola a un gomito.
E tutta la collera e il dolore accumulato in tre anni e otto mesi esplose dentro di lui in quell'unica frase “scappi da lui”, mentre avrebbe voluto chiederle chi era quell'uomo che di nuovo la reclamava e gliela portava via. Con quali catene la teneva o con quali lusinghe la attirava. Gridò, come un carrettiere avrebbero detto i suoi genitori sempre legati al decoro. E più gridava e più lei restava inerte.
La spinse verso la luce e le alzò il viso, posandole sotto il mento il dorso della mano libera. Era pallida, anche le labbra sembravano senza colore. “E allora, lui dove è? Dove dovete incontrarvi? Voglio conoscerlo.”
Lei continuava a tacere.
“Conoscere l'uomo che si è preso quella che è stata con un altro! O gli hai raccontato qualche frottola?”
“E voi, voi non eravate stato con nessun'altra?” La frase iniziata a bassa voce, tanto che era solo un sussurro, salì di tono sull'ultima parola.
“Ma cosa c'entra? Sono un uomo.”
Ecco, ora la vedeva bene. Negli occhi aveva quella strana luce che subito l'aveva sedotto: una donna che non si reputava inferiore solo perché donna. “Vi chiedo di lasciarmi in pace.”
“Sei venuta da mia zia sperando di trovarmi.”
Lei si divincolò con un unico rapido gesto, liberandosi. “Continuate a credervi il centro dell'universo. Comunque no, mi aveva assicurato che sarebbe stata sola.”
“Non ti credo.”
“E non mi importa.”
I suoi occhi erano indecifrabili, le labbra avevano riacquistato colore. Erano rosse, piene, invitanti... Per tre anni e otto mesi Giacomo aveva sognato di baciarle ancora e nei momenti peggiori delle battaglie erano state quelle labbra a fargli scudo all'orrore e alla paura. Perché la guerra era bella ed eroica da lontano, ma vivendola erano corpi martoriati e feriti. Si chinò e prendendole il viso fra le mani aperte posò la bocca su quella di Laura. La sentì resistere, forzò il bacio e finalmente riuscì a varcare le labbra e a perdersi nella sua bocca.
Era ancora meglio di come ricordava, nessuna dopo di lei aveva avuto lo stesso sapore che gli faceva battere il cuore e correre il sangue, accendendo il desiderio.
Si staccò ansante continuando a tenerle il viso fra le mani. “E lui cosa ne dirà di questo?”
“Un bacio che importanza può avere?”
La lasciò. Che importanza può avere un bacio? Rivedendola aveva scoperto di non averla dimenticata, baciandola che la desiderava ancora. Più di un tempo, quando le aveva detto di essere innamorato e di essere pronto a rinunciare al buon matrimonio che la sua famiglia aveva già programmato per lui.
Il giorno seguente lei era arrivata nella sua camera, aveva permesso baci e carezze audaci. Lui sarebbe riuscito a trattenersi, era stata lei a voler fare l'ultimo passo. “Desidero fare all'amore con te, Giacomo.”
Ed era vergine! E la mattina seguente era scomparsa lasciandogli quell'assurda lettera in cui nominava un altro uomo.
“Perché sei scomparsa?”
“Non sono scomparsa. Sono partita e vi ho lasciato una lettera di spiegazioni.”
“Spiegazioni che non dicevano nulla.” Si interruppe sentendo dei passi che si avvicinavano, le posò una mano sul braccio. “E' meglio che camminiamo.”
“Perché dovrei camminare con voi?”
“Perché è ormai buio e preferisco saperti al sicuro. Con lui.”
“Ho imparato a difendermi da sola anche senza dover ricorrere a un uomo.”
Allora non c'era un lui... “Siete sola?” ritornando a darle del voi come quando si erano conosciuti.
“Non vi riguarda.”
“Mi riguarda invece! Lui vi ha lasciato? Lui ha saputo... Saputo di noi due...”
Di nuovo lei liberò il braccio e riprese a camminare.
La seguì. “Io non l'ho sposata, perché...” stava per dire “perché amavo voi”, ma lei lo precedette e concluse: “Perché non l'amavate? E da quando l'amore è un requisito essenziale in un matrimonio? Contano le famiglie, la posizione sociale, gli interessi.”
Giacomo si fermò, ripetendo fra sé le frasi di Laura. Erano le stesse identiche parole che molte volte aveva sentito dai suoi genitori quando aveva cercato di opporsi al matrimonio combinato per lui.

Laura si morse le labbra rendendosi conto di aver detto quello che non doveva. Non aveva scuse per la sua imprudenza se non che la vicinanza di Giacomo le aveva fatto abbassare ogni difesa.
Ma lui si era fermato! Rapida arretrò e tenendo sollevata la gonna con la mano libera corse via, infilando un vicolo dove la luce del lampione non arrivava.
Corse. Era sempre stata agile e svelta.
Il sangue le batteva alle tempie tanto da non poter sentire se lui la stava seguendo oppure no.

Giacomo era rimasto immobile mentre le parole di Laura scavavano nei ricordi di quei giorni.
“Non contrarrò un matrimonio di interesse.”
“Sarà un ottimo matrimonio, Giacomo. Conosciamo la sua famiglia da sempre, lei è una giovane donna molto gradevole e la sua dote è notevole. Ed erediterà anche un discreto patrimonio.”
“Non la amo e immagino che lei non ami me.”
“Da quando l'amore è un requisito essenziale in un matrimonio? Sono altre le cose che contano” ed era sua madre.
Poi suo padre, a quattrocchi, aveva cercato di convincerlo in altri modi: “L'amore è più facile trovarlo fuori dal matrimonio, Giacomo. La tua futura sposa è stata ben allevata e non troverà da ridire se avrai una relazione, l'importante sarà essere discreto.”
“Come siete stato voi?” aveva chiesto Giacomo, ricordando quanto l'aveva ferito scoprire che suo padre, da anni, manteneva un'altra donna. E che sua madre ne era al corrente e non lo trovava disdicevole...
“Come sono stato io, Giacomo.”
E aveva voltato le spalle a suo padre, in preda alla collera e alla nausea.
Si riscosse e vide che in quei pochi istanti Laura era scomparsa, inghiottita dalla notte. Di nuovo, ancora una volta l'aveva persa.
Rincorrerla era inutile perché nell'intrico dei vicoli era come cercare un ago in un pagliaio.
Però aveva soltanto una piccola borsa a mano; se aveva previsto di restare alcuni giorni ospite di zia Anna aveva sicuramente altro bagaglio.
Era possibile che l'avesse abbandonato alla villa? Sì, l'aveva lasciato ma prevedendo di ritornare a prenderlo.
Tornò sui suoi passi.
La villa era silenziosa, la zia doveva essersi ritirata per la notte... Giacomo salì al primo piano dove c'erano le camere.
Bussare a quella della zia nonostante l'ora tarda? Chiederle come poteva rintracciare Laura? La buona educazione voleva che attendesse la mattina seguente.
E se Laura fosse sparita di nuovo?
Mandò a quel paese la buona educazione e bussò.
Sentì la voce della zia chiedere cosa c'era e rispose che era Giacomo e aveva urgenza di parlarle.
“Entra pure.”
Aprì. La zia non si era ancora coricata ma seduta sulla sua poltrona preferita e aveva un libro in mano. “Non dovreste leggere, vi fa male alla vista.”
“Sono guarita e non leggevo ma sentire un libro fra le mani è confortante. Ma non è per questo che sei venuto.”
“Dove posso trovarla? Trovare Laura.”
“Sarà nella sua camera. Anche se a quest'ora non è corretto...”
La interruppe: “E' andata via. L'ho vista. L'ho seguita e poi l'ho persa. Ma voi sapete dove posso trovarla.”
“Forse non vuole essere trovata.”
“Vi prego, ditemi dove abita. E' molto importante.”
“Palazzo Pallavicini, in via Carlo Felice.”
Allora si era sistemata bene... Di certo non come moglie ma come amante tenuta in casa con una occupazione di comodo, forse dama di compagnia di una parente. O della moglie. Eppure l'abito che indossava era modesto. Tutta apparenza.
Tutta apparenza?

La camera che Laura divideva con altre due domestiche era nel sottotetto. D'estate sarebbe stata torrida ma ora era gelida. Ma forse era lei ad avere il freddo dentro.
Credeva di aver dimenticato e aveva scoperto che per il suo cuore non era passato neppure un attimo da quando, tre anni e otto mesi prima, aveva lasciato Giacomo.
Eppure era stata la scelta più ragionevole.
Irragionevole era stato accettare l'invito di Anna a trascorrere con lei quei tre giorni di Natale in cui i suoi padroni non avevano bisogno di lei, perché a Palazzo Pallavicini c'erano abbastanza domestiche per tenere d'occhio il bambino.
“Tre giorni e non un'ora di più” aveva concesso la padrona.
“Sì, signora. Grazie.”
“E soltanto perché è stata Anna Negri a chiedermelo.” L'aveva squadrata. “Chissà per quale motivo ti vuole a casa sua.”
“Non saprei, signora. Sono stata sua lettrice per qualche tempo...”
“E allora vai e non farmi rimpiangere di averti concesso di andare.”
Così era andata, l'aveva rivisto e di nuovo era fuggita. Lasciando anche la borsa grande. Ma cosa le importava della borsa anche se conteneva le poche cose veramente sue? Avrebbe chiesto a uno dei servitori di andarla a riprendere, approfittando di un'ora di libertà. Poteva anche pagarlo per l'incomodo, attingendo al piccolo gruzzolo che faticosamente aveva messo da parte.

Giacomo entrò, varcando l'ampio portone che era stato aggiunto quando l'apertura della nuova via dedicata a Carlo Felice aveva modificato il tessuto delle vie che a raggiera dal porto salivano verso le colline. Subito si accostò il servitore di guardia. “Chi devo annunciare, signoria?”
“Desidero parlare con la signorina Simoni.”
“Scusatemi, signoria, ma qui non alloggia nessuna signorina Simoni.”
“Laura Simoni. Mi è stato detto che abita qui.” Spiegò Giacomo consapevole di star parlando a voce più alta di quanto consentisse la buona educazione.
“Siete stato informato male, signoria. Qui non alloggia nessuna signorina con quel nome.” E con decisione pur tenendo il capo chino si spostò per bloccare l'accesso alla corte interna.
Giacomo fece un passo indietro. O sua zia l'aveva informato male o lei usava un nome falso... Sì, era l'alternativa più probabile.
Bugiarda. Chi mente una volta... Eppure continuava a spasimare dalla necessità di rivederla, per sapere e per stringerla ancora fra le braccia. La sua ragione esigeva spiegazioni, ma il suo cuore desiderava qualcosa di più importante.
Arretrò. Sarebbe rimasto lì fin quando lei fosse uscita o qualcuno l'avesse ascoltato.
Aveva appena varcato il portone quando sentì una voce: “Signoria?”
Era un voce giovane, ma rozza. Si guardò attorno e vide una ragazza sporgersi dal vicolo perpendicolare a via Carlo Felice.
“Signoria! Venite qui, signoria!”
Si accostò alla ragazza che indossava una divisa scura. “Cosa c'è?”
“Avete chiesto di Laura, signoria... Alta e sembra una vera signora?”
“Sì. Sai dove posso trovarla?”
“E' venuta con i signori di Torino, ma non è una signora. Dorme con me e Gianna nel sottotetto!” Si interruppe scoppiò a ridere. “E' solo una cameriera di basso rango.”
“Devo parlarle.”
“Gli uomini di fuori non possono salire.” Ma nella voce c'era un tono incerto.
Giacomo mise una mano in tasca, prese due monete e le porse alla ragazza. “Puoi farmi salire?”
Le soppesò le monete che erano più di una mesata... “Ma non dovete fare rumore, signoria. E io non so niente.”
Lui annuì. “Se mi scopriranno dirò che ho trovato la strada da solo, va bene?”
“Sì che va bene.”

Doveva andare via. Laura sapeva quanto lui riusciva a essere tenace! Sarebbe riuscito a scoprire dove lavorava e sarebbe venuto a cercarla. Si guardò attorno, i soli due abiti che possedeva, oltre a quello che indossava, erano rimasti alla villa. Qui non c'era nulla di suo, anche le due divise appese a un gancio erano dei padroni. Poteva sparire.

Giacomo aveva percorso i corridoi e salito le scale usate dal personale di servizio: niente tappezzeria o arazzi a mitigare l'umidità delle pareti, niente tappeti e passatoie, soltanto passaggi angusti e bui. E lei viveva lì quando lui avrebbe potuto darle una vita comoda e tutto il suo amore: non le aveva offerto di diventare la sua amante ma sua moglie! E lei era fuggita dopo aver scritto quell'assurdo biglietto.
Mentendo. Passo dopo passo ne era sempre più certo. Lei non era fuggita per raggiungere un altro, ma per allontanarsi da lui.
E ci poteva essere soltanto un motivo.
E lui era un grandissimo idiota a non averlo capito prima.
Sì, quello che le era sfuggito di bocca mentre l'aveva trattenuta nel vicolo era la spiegazione.
“Ora vi lascio, signoria.”
Si volse verso la servetta di cui aveva dimenticato la presenza.
“La porta è quella e non c'è chiave. Non possiamo tenere chiuso.”
Quindi neppure un po' di intimità...

Laura sentì bussare e disse di entrare.
Era buio perché aveva già smorzato la lampada ma lo riconobbe ugualmente. Arretrò ma lui fu più veloce e si trovò stretta fra le sue braccia.
Avrebbe voluto gridargli di andare via e si costrinse a non farlo. “Lasciatemi, ve ne prego.”
“Ti amo, Laura. Come allora, più di allora. Ho cercato di odiarti, di dimenticarti.”
“Lasciami, Giacomo, vai via...”
Ma lui continuava a tenerla stretta. “Ho capito, sai. Hai detto le stesse parole di mia madre.”
“Sono parole ragionevoli.”
“Ragionevoli? Assurde. Ci hanno rubato tre anni e otto mesi di felicità, Laura.” Le sollevò il viso. “Dimmi che sei stata felice senza di me e vado via. Felice anche soltanto per un giorno e vado via.”
Esitò, avrebbe voluto mentire ma la sincerità l'aveva nel sangue: “Lo sono stata, Giacomo.”

Era sincera, Giacomo lo capì dalla sua voce. Abbassò le braccia e la lasciò libera. “Con l'uomo che amavi? Con l'uomo che ami?”
La vide annuire e poi fare segno di no.
“Sì o no?”
Lei gli voltò le spalle. “Per lui. Avevo saputo che era vivo.”
Giacomo rimase immobile. “Era malato?”
“Non è forse una malattia anche la guerra?”
Fece quel passo che li separava ma lei arretrò. “Vai via.”
Le posò le mani aperte sulle spalle. “Andiamo via, insieme.”
L'aveva appena detto che sentì una voce giovane ancora ma astiosa. “Cosa sta succedendo nella mia casa? Ci si apparta con uomini? Sento che una delle mie domestiche è tornata prima del previsto e salgo a vedere di persona... Capivo che c'era qualcosa di poco pulito!”
Giacomo prese una mano di Laura e si volse a fronteggiare la donna che era appena entrata. “Signora.” E accennò un corretto cenno con il capo. “Non ci siamo appartati, dovevo conferire con la signorina Simoni. E sono un gentiluomo.”
Ma capì che lei non l'aveva ascoltato. “Ecco cosa succede ad avere buon cuore e ad accogliere fra i propri domestici una donna la cui unica referenza era essere stata a servizio nell'educandato in cui avevo trascorso alcuni anni prima di tornare a casa per maritarmi.” Fece una pausa. “Entro un'ora ti voglio fuori di qui.” E si diresse verso la porta ma Giacomo fu più veloce e le si fermò davanti. “La signorina Simoni andrà via, l'aveva già deciso accettando di diventare mia moglie.”
“Prendere in moglie una serva! Contento voi.”
“Contento sì, ho dovuto insistere perché mi accettasse.” Si volse a Laura. “Andiamo via subito.”

Dopo neppure mezz'ora erano fuori e Giacomo era voluto scendere non dalle scale di servizio.
Era stato lui a prendere il mantello di Laura e a posarglielo sulle spalle, ancora lui ad aprire la borsa e a riporvi i pochi oggetti personali rimasti in vista. “Hai dell'altro?” le aveva chiesto ottenendo in risposta soltanto un cenno di diniego.
Ora erano in via Carlo Felice, stavano passando le carrozze dei signori che andavano a teatro.
Giacomo si fermò, da tempo, anzi da tre anni e otto mesi, non si sentiva così bene, leggero e in pace. Si volse a guardare Laura, e il suo viso era ben visibile alla luce dei lampioni a gas. “Mia madre. E' stata lei a convincerti che un nostro matrimonio mi avrebbe rovinato la vita. Non è una domanda, Laura. Due giorni prima della tua fuga era venuta a trovare zia Anna. E' stato allora che ti ha cercata e convinta.”
“Aveva ragione, Giacomo... Tuo padre aveva già preso impegni a tuo nome, ti avrebbe diseredato... Ti avrei reso infelice.”
“E così hai deciso di sparire.”
La vide annuire.
“E l'altro uomo non è mai esistito.”
“Ho scritto per amore di un uomo, Giacomo.”
“E io sono stato un vero idiota!” In fretta la attirò contro di sé.
“Non è corretto...”
“Non è corretto chiudersi all'amore, Laura.” Si chinò a posarle un rapido bacio sulle labbra. “Ed eri venuta da me per dirmi addio.”
“Volevo qualcosa da ricordare, almeno una notte.”
“Ne avremo molte, te lo prometto.”

Aveva ripercorso le stesse strade di poco prima, sembrava tutto diverso: non più tristi i richiami degli zampognari scesi in città, non più lontane da lei le luci che filtravano dalle gelosie appena accostate. Il Natale era vicino, anche per lei. Alzò il viso verso Giacomo e scoprì che la stava guardando e lo sentì dire: “Sarà Natale anche per noi, Laura.”

Anna aveva dato disposizioni di accendere tutte le luci al piano terra della villa, poi si era sistemata accanto alla finestra in posizione migliore per tenere d'occhio il cancello. Vide Giacomo entrare, teneva un braccio attorno alla vita di Laura.
Andò incontro ai due giovani, guardò da uno all'altra e sorrise, sapendo di aver fatto la cosa giusta, di aver scelto per le due persone cui voleva bene il regalo migliore costringendole a ritrovarsi.
Vide Giacomo avvicinarsi, tenendo Laura per mano. “Desideriamo che voi siate la prima a saperlo, ci sposeremo, zia Anna.”
“Ne sono molto felice.” Anche lei da tanto tempo non si sentiva così: vederli felici era un bellissimo regalo che quel Natale le aveva riservato.


FINE

CHI E' L'AUTRICE...

Maria Masella, conosciuta anche con lo pseudonimo Mary M. Riddle  è laureata in Matematica, ha insegnato per molti anni al liceo scientifico, ma, dopo i primi successi editoriali, ha abbandonato l'insegnamento. La sua carriera da scrittrice ha avuto inizio con la pubblicazione di alcuni suoi racconti di spionaggio nella collana Segretissimo Mondadori ma ha poi poi cambiato più volte genere scrivendo racconti o romanzi fantasy, gialli e romance con ambientazione sia storica che contemporanea.Con Frilli Editori, ha pubblicato una serie di gialli aventi come protagonista il commissario Antonio Mariani: il buon successo ottenuto dal personaggio ha portato alla vendita dei diritti per la realizzazione di una fiction televisiva. 

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30 commenti:

  1. Mi è piaciuto tanto. Romantico e molto bello. La Masella è una penna che bisogna sempre seguire

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  2. Molto bello, mi sono emozionata.

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  3. Cara consorella Maria, quando i racconti sono così lunghi in genere copio-incollo-converto e me li gusto comodamente sull'eReader. Invece sono rimasta intrigata da questa storia dai dialoghi pieni di ritmo e ho finito di leggerla sullo schermo. Che la Dea ti benedica

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  4. Maria Masella26/12/15, 11:24

    Grazie!

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  5. Bellissimo emozionante..... era molto tempo che un libro non mi faceva riempire gli occhi di lacrime

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  6. La Masella non si smentisce mai! Che bel racconto: struggente e romantico al tempo stesso. Mi ha emozionata moltissimo.

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  7. Ah che racconto magnifico!!! *______*

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  8. Il tocco di classe della signora Masella si riconosce anche in poche righe,grazie!

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  9. Adoro Maria Masella; i suoi personaggi sono appassionati e intensi. Le storie romantiche e coinvolgenti...

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  10. Sono molto dispiaciuta, ma sinceramente questo racconto non mi e' piaciuto. Forse fosse stato un romanzo piú ampio, piú approfondito, più completo lo avrei apprezzato. Non sono riuscita nemmeno a capire in che contesto storico esattamente collocarlo essendoci soltanto l'indicazione dei garibaldini e poco altro.

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  11. Non so come mai il mio commento di stamani non sia apparso… :( Forse ho sbagliato qualcosa con i dolci da selezionare nel controllo dello spam/robot :) Comunque avevo scritto che i dialoghi pieni di ritmo mi avevano spinta a proseguire la lettura sullo schermo, anche se di solito, in caso di racconti lunghi, copio, incollo e converto per una comoda lettura su eReader, che la Dea ti benedica, consorella Maria

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  12. Fernanda Romani27/12/15, 00:03

    Molto, molto bello. Non avevo mai letto un romance di Maria Masella, soltanto i suoi gialli, e ho trovato una penna che sa emozionare e convincere.

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  13. Storico e bellissimo! Un grazie a Maria Masella, è sempre emozionante leggerla.

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  14. Adoro i romanzi e i racconti storici. Complimenti alla bravura di Maria Masella e alla sua grazia e dolcezza. C'è molto romanticismo.

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  15. Realismo e nobiltà d'animo in questo racconto dove l'onore fa da padrone. Bellissimo.

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    1. Scusate mi sono dimenticata di firmare. Milena. P.s. Un abbraccio ed auguri a tutte.

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  16. Solo per i nomi Laura e Giacomo l'ho amato da subito.

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  17. Solo per i nomi Laura e Giacomo l'ho amato da subito.

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  18. Letto e piaciuto. Ho molto apprezzato lo stile diretto e armonioso del racconto e la figura di Giacomo, un uomo istintivo e passionale che lotta per il suo amore a dispetto della famiglia e delle convenzioni sociali. Il mio eroe romance ideale, insomma ^_^

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  19. Maria Masella ha la capacità di commuovermi con poche parole, con frasi che sembrano buttate lì per caso ma che invece racchiudono intere vite, sentimenti intensi e profondi. Che spettacolo questo racconto. Sospiro. Felice.

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  20. non amo molto gli storici xchè non mi piacciono tutte queste complicazioni nelle relazioni sociali, ma a parte questo, la storia è veramente molto dolce. donne che amano talmente tanto da rinunciare al loro amore e uomini con le fette di salame sugli occhi....

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  21. Che sorpresa Maria! Bellissimo racconto e bellissima la frase chiave: per un uomo.
    Ornella A.

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  22. Buffo dirlo ma ho già nel mio reader libri gialli scaricati e ancora da leggere la sua fama l'ha preceduta ed io incuriosita non me la sono fatta sfuggire pur non avendo letto ancora nulla di lei.Questo è il primo racconto che leggo ...che dire???? BELLISSIMO!!!!! grazie Maria e ora corro a leggere i tuoi gialli che mi stanno aspettando!!!

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  23. Per fortuna esistono queste zie impiccione che sanno creare l'occasione <3 Bellissimo racconto, grazie Prof

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  24. Bel racconto, romantico e toccante!

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  25. Nel periodo natalizio non ho avuto molto tempo da dedicare alla lettura e mi sto rifacendo solo ora. Poiché amo molto come scrive Maria Masella questo è uno dei primi racconto che ho letto. Confermo il mio giudizio positivo anche in questa occasione. Brava Maria, leggerti è un vero piacere.

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  26. Queste sono le storie che ti fanno passare una notte felice, con sogni a cuoricini. Mi è piaciuto moltissimo.

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  27. Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.

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