SHALL I COMPARE THEE TO A SUMMER'S DAY ? ...quando le parole d'amore diventano immortali

Il SONNET XVIII - SHALL I COMPARE THEE TO A SUMERR'S DAY - è probabilmente il sonetto più famoso di William Shakespeare e il fatto che parole scritte più di quattro secoli fa ( la raccolta completa di 154 sonetti fu pubblicata nel 1609) possano ancora brillare in tutta la loro bellezza se cantate da un'icona della musica rock contemporanea come David Gilmour, leader dello storico gruppo rock dei Pink Floyd ( e la musica è stata composta da Byan Ferry), ha in sè qualcosa di straordinario. Come sottolinea lo stesso Shakespeare alla fine del sonetto...'la mia poesia sopravviverà al tempo e  tu con essa'. Aveva ragione: a distanza di tutti questi secoli noi siamo   ancora qui a leggerle queste splendide parole d'amore.
Musica e poesia: un connubbio perfetto... Enjoy!


Shall I compare thee to a summer's day?
Thou art more lovely and more temperate:
Rough winds do shake the darling buds of May,
And summer's lease hath all too short a date:
Sometime too hot the eye of heaven shines,
And often is his gold complexion dimmed,
And every fair from fair sometime declines,
By chance, or nature's changing course untrimmed:
But thy eternal summer shall not fade,
Nor lose possession of that fair thou ow'st,
Nor shall death brag thou wander'st in his shade,
When in eternal lines to time thou grow'st,
So long as men can breathe, or eyes can see,
So long lives this, and this gives life to thee.
 

IL SONETTO  XVIII CANTATO DA DAVID GILMOUR...BELLISSIMO!

Sonetto XVIII
Dovrei paragonarti ad un giorno d’estate?
Tu sei ben più raggiante e mite:
venti furiosi scuotono le tenere gemme di maggio
e il corso dell’estate ha vita troppo breve:
talvolta troppo cocente splende l’occhio del cielo
e spesso il suo volto d’oro si rabbuia
e ogni bello talvolta da beltà si stacca,
spoglio dal caso o dal mutevol corso di natura.
Ma la tua eterna estate non dovrà sfiorire
né perdere possesso del bello che tu hai;
né morte vantarsi che vaghi nella sua ombra,
perché al tempo contrasterai la tua eternità:
finché ci sarà un respiro od occhi per vedere
questi versi avranno luce e ti daranno vita.


FORSE VI INTERESSA SAPERE CHE... Il sonetto (dal provenzale sonet, "piccola melodia", nel senso di "poesia per musica"), insieme con la canzone, da cui probabilmente deriva, è una delle più importanti forme metriche della poesia italiana. Componimento di quattordici endecasillabi disposti in due quartine e due terzine . Le rime delle quartine possono essere incrociate (ABBA, ABBA) o alternate (ABAB, ABAB); quelle delle terzine alternate (CDC, DCD), replicate (CDE, CDE) o invertite (CDE, EDC). Se ne attribuisce l'invenzione a Jacopo da Lentini(1210-1260), appartenente alla scuola siciliana. Particolarmente usato dagli stilnovisti e da Dante, raggiunse altissimi livelli espressivi con Francesco Petrarca (1304-1374) .  In Inghilterra il sonetto fu introdotto nel Cinquecento dal poeta Thomas Wyatt che, di ritorno da un viaggio in Italia, lo adattò alla differente struttura linguistica utilizzando lo schema ABAB CDCD EFEF GG (tre quartine e un distico). Questa forma, adottata da William Shakespeare e teorizzata da George Gascoigne nel 1547, soppiantò in Inghilterra la forma italiana.


4 commenti:

  1. Adele V Castellano15/05/11, 07:56

    Ecco uno dei sonetti più famosi di Giacomo da Lentini:

    Amor è un desio che ven da core
    Per abbondanza di gran piacimento;
    e li occhi in prima generan l'amore
    e lo core li dà nutricamento.

    Ben è alcuna fiata om amatore
    Senza vedere so 'namoramento,
    ma quell'amor che stringe con furore da la vista de li occhi ha nascimento:

    che li occhi rappresentan a lo core
    d'onni cosa veden bono e rio,
    com'è formata naturalmente;

    e lo cor, che zo è concepitore,
    imagina, e li piace quel desio:
    e questo amore regna fra la gente"

    Non è bellissimo?

    Grazie Francy!

    RispondiElimina
  2. Cara Adele grazie a te ! Molto bello questo sonetto di Giacomo da Lentini, non lo ricordavo.

    Francy

    RispondiElimina
  3. Oh Francy, che meraviglia, mi sono commossa e mi ha fatto venire i brividi, specialmente gli ultimi due versi. Essere amata così tanto da essere immortalata x l'eternità attraverso la poesia, a pensarci fa venire il capogiro!
    A me è sempre piaciuto tanto anche questo:

    Chiare, fresche e dolci acque,
    ove le belle membra
    pose colei che sola a me par donna;
    gentil ramo ove piacque
    (con sospir' mi rimembra)
    a lei di fare al bel fianco colonna;
    erba e fior' che la gonna
    leggiadra ricoverse
    co l'angelico seno;
    aere sacro, sereno,
    ove Amor co' begli occhi il cor m'aperse:
    date udïenza insieme
    a le dolenti mie parole estreme.

    S'egli è pur mio destino
    e 'l cielo in ciò s'adopra,
    ch'Amor quest'occhi lagrimando chiuda,
    qualche gratia il meschino
    corpo fra voi ricopra,
    e torni l'alma al proprio albergo ignuda.
    La morte fia men cruda
    se questa spene porto
    a quel dubbioso passo:
    ché lo spirito lasso
    non poria mai in piú riposato porto
    né in piú tranquilla fossa
    fuggir la carne travagliata e l'ossa.

    Tempo verrà ancor forse
    ch'a l'usato soggiorno
    torni la fera bella e mansüeta,
    e là 'v'ella mi scorse
    nel benedetto giorno,
    volga la vista disïosa e lieta,
    cercandomi; e, o pietà!,
    già terra in fra le pietre
    vedendo, Amor l'inspiri
    in guisa che sospiri
    sí dolcemente che mercé m'impetre,
    e faccia forza al cielo,
    asciugandosi gli occhi col bel velo.

    Da' be' rami scendea
    (dolce ne la memoria)
    una pioggia di fior' sovra 'l suo grembo;
    ed ella si sedea
    umile in tanta gloria,
    coverta già de l'amoroso nembo.
    Qual fior cadea sul lembo,
    qual su le treccie bionde,
    ch'oro forbito e perle
    eran quel dí a vederle;
    qual si posava in terra, e qual su l'onde;
    qual con un vago errore
    girando parea dir: - Qui regna Amore. -

    Quante volte diss'io
    allor pien di spavento:
    Costei per fermo nacque in paradiso.
    Cosí carco d'oblio
    il divin portamento
    e 'l volto e le parole e 'l dolce riso
    m'aveano, e sí diviso
    da l'imagine vera,
    ch'i' dicea sospirando:
    Qui come venn'io, o quando?;
    credendo d'esser in ciel, non là dov'era.
    Da indi in qua mi piace
    quest'erba sí, ch'altrove non ò pace.

    Se tu avessi ornamenti quant'ài voglia,
    poresti arditamente
    uscir del bosco, et gir in fra la gente.

    Francesco Petrarca, Canzoniere

    Poi, nn si tratta di un sonetto, ma leggete qui:

    Eros che scioglie le membra
    nuovamente mi scuote,
    dolceamara invincibile belva

    Saffo

    Che roba, eh?!

    RispondiElimina
  4. LAdy grazie anche a te per avermi ricordato che anche i nostri poeti non scherzano, anzi, sono stati proprio loro ad influenzare gli inglesi con le loro liriche d'amor cortese!
    Quanto a Saffo...breve,incisiva,splendida! E di latini potremmo citarne ancora e ancora.
    Penso che qualche citazione 'd'alta letteratura' di quando in quando qui sulla nostra biblioteca ci starebbe proprio bene! Lo faremo ancora!

    Francy

    RispondiElimina

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