EPIFANIA....con Christmas in Love! ULTIMI RACCONTI


Ultimo giorno di festa...avete appeso la calza? Che l'abbiate fatto o no, noi vi facciamo ancora un regalino proponendovi gli ultimi racconti di Christmas in Love!, la nostra raccolta di storie rosa inedite dedicate al Natale che è stata apprezzata da tante amiche del blog durante le feste. Domani si spengono le luci e si torna alla vita normale...ma noi rimaniamo sempre qui per aiutarvi a ritagliare il vostro angolino di sogno!
BUONA BEFANA A TUTTE !!!

*Per lasciare pensieri e commenti scorrete in fondo alla fine dei tre racconti. BUONA LETTURA!*


" IL SEGRETO DEL LUPO E DELLA TIGRE "

di CRISTINA CONTILLI

Ringrazio la scrittrice genovese Laura Gay per avermi prestato William ed Emma ed avermi permesso di proseguire secondo la mia immaginazione e la mia sensibilità la loro storia.

Ringrazio inoltre la scrittrice Giusy Berni di Officina Romance per avermi “sfidata” a scrivere un testo con personaggi inventati e non con personaggi storici reali, come faccio di solito nei miei libri.

PROLOGO

Emma si avvicinò silenziosamente, colta da un’improvvisa curiosità e quasi rimase senza parole nel fissare il soggetto del quadro. Raffigurava un giovane di incredibile bellezza, coi capelli biondi e gli occhi grigi. Quel giovane, non aveva dubbi, era William.

«Chi è la persona raffigurata nel ritratto, milord?» Chiese con voce tremante.

Il conte si volse a guardarla con stupore. Una lacrima gli solcava il viso.

«Era il mio fratello maggiore, William».

«Era?»

«E’ morto, Miss Thompson. Avrebbe ereditato lui il titolo, se non avesse avuto un terribile incidente, cadendo da cavallo. Purtroppo non c’è stato nulla da fare per lui. Dio mio, aveva solo ventitre anni!»

Emma trasalì e fissò il ritratto inorridita. William era morto? L’uomo di cui si era innamorata era uno spettro e non una persona in carne e ossa come lei! Ecco perché appariva solo di notte, perché sosteneva di non dormire mai e riusciva ad apparire e sparire con facilità.

Mentre fissava il quadro con il cuore in tumulto, si rese conto di quella che era l’incredibile verità: si era innamorata di un fantasma!

Laura Gay

  1. IL SEGRETO DI WILLIAM
La notte successiva, quando William apparve di nuovo nella sua camera, Emma si sforzò di ignorarlo.

Invece di alzarsi e di andargli incontro, come aveva fatto nelle notti precedenti, finse di dormire e non si mosse neppure quando William si avvicinò al suo letto e la accarezzò con una mano sui capelli.

“Emma, non volevo ingannarti, ma, se ti avessi detto la verità, tu avresti avuto probabilmente paura di me…” Si era giustificato William per cercare di riconquistare la fiducia di Emma.

“Non mi metti paura, ma ora, per favore, lasciami in pace… ho già sofferto abbastanza…” Gli aveva risposto però Emma con un tono risentito.

“Emma, mio fratello non ti ha raccontato la verità…” Aveva aggiunto William, per cercare di spiegarle il suo comportamento.

“Non posso spingerti a forza fuori dalla mia stanza, perché non hai un corpo, quindi, te lo chiedo per favore… vai via e lasciami tranquilla la notte… cosa ti ho fatto di male? E perché vieni a tormentarmi? Fino a poche settimane fa non mi conoscevi neppure…” Aveva ribattuto Emma, alzando, senza accorgersene, il tono della voce.

“Ho bisogno di qualcuno che mi ascolti e che mi aiuti…” Le aveva risposto William con il tono sommesso di chi sta cercando di farsi accettare e comprendere da qualcuno.

“Fatti aiutare da tuo fratello…” L’aveva ripreso Emma e da quel momento il loro confronto si era fatto sempre più acceso e serrato.

“Ma se è lui che mi ha messo in questa situazione…”

“Non ti voglio più ascoltare… ne ho abbastanza delle tue bugie…”

“Emma, non sono un bugiardo, volevo solo difenderti dalla parte peggiore di me… quella che spesso neppure io riesco ad accettare…”

Alla fine, William si era arreso e aveva lasciato la stanza di Emma.

Lei, la mattina dopo, mentre impartiva una lezione ad Ophelia, la figlia del conte Duncan Burroughs, presso cui lavorava come istitutrice, si era messa a guardare distrattamente fuori dalla finestra

“E se il conte Burroughs mi stesse davvero ingannando? Un titolo nobiliare e una ricca proprietà possono essere una ragione per litigare anche tra fratelli… ma, se il conte avesse ucciso il fratello, la situazione non cambierebbe, perché il povero William resterebbe lo stesso un fantasma…” Aveva riflettuto Emma che pensava che avrebbe sicuramente provato una pena maggiore per William, sapendo che era stato probabilmente vittima di una finta caduta da cavallo, anche se quello, di cui, purtroppo, si era innamorata, sarebbe rimasto pur sempre un fantasma.

  1. RIVELAZIONI
Per qualche notte William non era entrato nella camera di Emma.

Lei, all’inizio, era stata contenta di poter dormire, nella pace della propria stanza, senza essere disturbata, ma, dopo una settimana di silenzio, aveva cominciato a provare nostalgia per William.

“Povero William, già si sente solo… forse ho sbagliato a trattarlo con tanta durezza…” Aveva pensato Emma, aggiungendo dentro di sé: “Magari, è vero che il fratello l’ha rovinato per ereditare il titolo al suo posto…”

E così Emma si era alzata, aveva indossato una vestaglia ed era uscita dalla propria stanza in corridoio, dicendo a bassa voce: “William, mi dispiace di averti trattato male… se ancora vuoi raccontarmela, io ora sono disposta ad ascoltare la tua storia e ad aiutarti…”

Nel corridoio c’erano, però, solo buio e silenzio.

“William per favore… rispondimi…” Aveva insistito Emma.

Quando Emma stava per andarsene e tornare nella propria stanza, aveva sentito una presa leggera su un braccio…

“Sono io, Emma… davvero sei disposta ad ascoltarmi?”

“Certo, ma stavolta niente bugie, altrimenti, anche se sei un fantasma, troverò un modo per buttarti fuori non dalla porta, ma dalla finestra della mia camera!” L’aveva minacciato Emma.

“Allora, mia dolce Emma, tre anni fa io sono stato inviato in Spagna per aiutare i ribelli spagnoli che combattevano contro Napoleone e a cui l’Inghilterra aveva promesso un aiuto militare…”

“Ma sei partito volontario?”

“Sì, mio padre non era d’accordo, ma io ho insistito, perché volevo fare qualcosa di utile per la mia patria, ma anche perché sognavo la gloria militare… sognavo un’impresa da ricordare negli anni futuri e da raccontare ai miei figli, quando sarei diventato solo un tranquillo gentiluomo di campagna…”

“E poi cosa è accaduto?”

“Purtroppo sui figli primogeniti della nostra casata pesa una sorte particolare, non quando c’è la luna piena, come si racconta nelle leggende, ma quando siamo sottoposti ad una situazione pesante sia fisica sia mentale, c’è il rischio che ci trasformiamo in lupi mannari…”

“William, smettila di prendermi in giro… l’hai già fatto una volta, non sono così ingenua da caderci di nuovo…”

“Ma è la verità…”

“Ed è anche per questo motivo che mio padre non voleva che partissi: il rischio in guerra di trovarsi in una situazione difficile e di perdere il controllo c’è più che in tempo di pace… e purtroppo io, in Spagna, sono stato ferito e, quando mi hanno portato in un ospedale militare, è accaduto quello che non doveva accadere… i medici hanno pensato che avessi qualche strana malattia, mi hanno messo in isolamento e mi hanno spedito, appena possibile, in Inghilterra… quando sono tornato, ho scoperto che mio padre, nel frattempo, era morto e che mio fratello aveva fatto girare la voce che anch’io fossi morto in Spagna, durante uno scontro militare, cadendo da cavallo… ma io sono ancora vivo, Emma, altrimenti come avrei potuto far l’amore con te?”

“Ma non è possibile…”

“Purtroppo quello che mi è accaduto in Spagna mi ha lasciato qualche strascico, ma non sono pericoloso, te l’assicuro… l’importante è che non perda il controllo, ma in due anni di attesa ho imparato a controllare abbastanza i miei peggiori istinti… e poi, quando vedo che proprio non ci riesco, mi allontano dal castello…”

“Ma io come posso aiutarti?”

“Ho provato a chiedere a qualcuno della servitù di accompagnarmi da un notaio che attesti che io sono ancora vivo, ma nessuno vuole farlo perché hanno paura di mio fratello e d’altra parte senza documenti chi mi crederebbe?”

“E i tuoi documenti, dove sono?”

“Non so se mio fratello l’ha distrutti, ma, anche se l’avesse fatto, a Londra, devono essere ancora conservati dei documenti relativi al mio ricovero in un ospedale militare al ritorno dalla Spagna… mi hanno tenuto per un periodo in osservazione per capire cosa mi era accaduto, ma, nel frattempo, il mio aspetto era tornato normale e non riuscivano a spiegarsi cosa fosse davvero avvenuto, dal momento in cui sono rimasto ferito in poi… io sono stato tentato di dirgli la verità, ma ho avuto paura che avrei soltanto peggiorato la mia situazione e che mi avrebbero preso per uno di quei militari, impazziti a causa dei traumi riportati in guerra…”

“Ma come ci arriviamo a Londra? Senza mezzi e senza documenti?”

“Se ci andassi tu, Emma, dicendo che tre anni fa eri la mia fidanzata e che vuoi scoprire cosa mi è accaduto davvero, forse, ti farebbero consultare i documenti che mi riguardano… ti prego, Emma…”

“Ci devo pensare…”

“Non è necessario che tu parta da sola… c’è una domestica nella nostra casa che ha dei parenti a Londra e ogni tanto li va a trovare…solo che purtroppo non sa leggere e, quindi, mandarla a cercare dei documenti, sarebbe inutile… ma tu sei un’istitutrice, sai leggere e sai anche distinguere un documento da un altro…”

“Non sarà un’impresa facile… potrebbero anche non credermi o non farmi vedere i documenti, di cui tu mi hai parlato…”

“Ma è la mia ultima possibilità, poi, mi resta solo da trovare qualche tipografo con pochi scrupoli per farmi fare dei documenti falsi, se voglio smettere di essere un fantasma e tornare tra i vivi, ma io sono il conte William Burroughs e voglio restare tale… non mi interessa avere un’identità finta… sono disposto a lasciare tutto a mio fratello in cambio di una rendita, ma non voglio che tutti credano che io sia morto… non ne posso più di questa situazione e purtroppo più mi rodo per quello che mi è accaduto, più aumenta il rischio che io perda il controllo e mi possa trasformare in un lupo…”

“Povero William, ma non potrebbe accadere che, un giorno, mentre sei con me e, magari discutiamo per qualcosa, che tu perda il controllo e cambi all’improvviso… anche se ti amo, l’idea mi spaventa un po’…”

“Se mi accorgessi che sta accadendo una cosa simile, mi allontanerei da te, per non farti del male…”

  1. IL VIAGGIO A LONDRA

    DI EMMA

Due settimane dopo, Emma era partita per Londra insieme alla cuoca che in carrozza le aveva chiesto: “Non pensavo che avessi anche tu dei parenti a Londra. Io vado a trovare mia madre, tu chi hai in città?”

“Una vecchia zia che non vedo da tempo e che mi chiede sempre quando la vado a trovare.”

“Me la faresti conoscere?”

“Ha un brutto carattere… sai l’età, la solitudine… sarebbe solo una delusione e poi non è molto gentile con gli estranei…”

“Come vuoi. Se tua zia è davvero un’acida zitella londinese, forse, è meglio evitare di incontrarla…”

In realtà, la cuoca non era affatto convinta che Emma a Londra avesse una zia, ma, al contrario, pensava che avesse un fidanzato e che, per paura di perdere il lavoro come istitutrice, tenesse nascosta al conte la verità.

Per questo, senza farsi accorgere, aveva finto di salutarla, quando erano giunte in città con il postale e, invece, l’aveva seguita.

“Cosa andrà a fare miss Thompson in un ospedale militare?” Si era chiesta la cuoca, quando aveva visto Emma entrare in un edificio, poi, ci aveva ragionato su e aveva concluso: “Forse il suo fidanzato è un medico militare oppure è un ufficiale che è stato ferito nell’ultima campagna contro Napoleone e lei è venuta a Londra per vederlo.”

Ma il tempo passava ed Emma non usciva più, finché, dopo due ore, era uscita da sola, con un plico in mano. E il mistero per la cuoca si era infittito.

“Il fidanzato di Miss Thompson potrebbe essere un ferito… non un medico, altrimenti, lei avrebbe atteso che lui finisse il turno e poi sarebbero usciti insieme, invece, lei è uscita da sola… ma i fogli che portava in mano cosa saranno?” Aveva pensato la cuoca, senza riuscire a capire cosa nascondesse davvero Miss Thompson a Londra.

Emma, invece, appena uscita, era salita su una carrozza pubblica e aveva chiesto al conducente se conosceva una locanda.

“Un luogo tranquillo, adatto anche ad una donna sola…” Si era affrettata a dire Emma, per evitare che il conducente si facesse un’idea sbagliata di lei.

“E i vostri genitori vi hanno fatta viaggiare fino a Londra da sola?” Aveva ribattuto il conducente, aggiungendo: “Questa è una grande città, in cui è meglio che una giovane donna nubile non vada in giro da sola…”

“Lo so, ma i miei genitori sono morti e io sono venuta a Londra, perché mio fratello è ricoverato in un ospedale militare in questa città e purtroppo non c’era nessuno che potesse accompagnarmi da lui.”

La sera, nella stanza della locanda, dove aveva trovato un letto pulito e qualche ora di tranquillità, Emma aveva guardato i documenti. I medici avevano fatto su William le ipotesi più disparate, da una sifilide in forma grave che gli aveva potuto alterare i connotati del volto fino ad un trauma psicologico, causato dalla ferita riportata in battaglia che aveva mutato il suo comportamento.

Nella scheda di dimissione c’era scritto che William non presentava sintomi evidenti di contagio dalla sifilide o da qualche altra malattia venerea, ma che, a causa del suo carattere troppo sensibile, inadatto a sopportare la violenza della guerra, gli veniva consigliato di congedarsi dall’esercito.

In realtà, quando si era confidato con Emma, William non era stato del tutto sincero con lei, perché perdeva il controllo più spesso di quanto non avesse ammesso con Emma, ma non era riuscito ad ammetterlo di fronte a lei, perché aveva paura di perdere il suo amore.

Al ritorno da Londra Emma aveva consegnato a William i documenti che lo riguardavano, ma gli aveva anche chiesto: “Ed ora cosa pensi di fare?”

“Affrontare mio fratello e metterlo alle strette.”

“Se non ti ha dato ascolto fino ad adesso, perché dovrebbero spaventarlo i tuoi documenti di dimissione da un ospedale militare?”

“Se non lo spaventano questi documenti, c’è sempre la tua parola, se tu sei sempre pronta a testimoniare che io sono ancora vivo.”

“Mi vuoi far perdere il posto?”

“Ma non hai capito nulla, Emma?! Io ti amo e ti voglio sposare… ho solo bisogno di ritrovare ufficialmente la mia identità e di farmi assegnare una rendita da mio fratello… poi ce ne potremo andare da qui… insieme…”

“Solo nei romanzi un conte può sposare un’istitutrice senza dote come me…”

“Non è vero, Emma, io ti voglio sposare sul serio… sei l’unica che non è fuggita di fronte a me…”

“Non ho paura di te, perché mi sei sempre apparso come un uomo sensibile e gentile, ma, forse, se ti vedessi nei panni di un lupo, anch’io mi spaventerei e scapperei a gambe levate…”

“Non mi vedrai mai così, te lo prometto…”

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CHI E' L'AUTRICE

CRISTINA CONTILLI è nata nel 1977 a Camerino, nel 2001 si è laureata in lettere e nel 2006 ha concluso il dottorato di ricerca in italianistica presso l’Università di Macerata. E’ un’appassionata del risorgimento italiano e della storia francese dell’800, i periodi in cui sono ambientati anche i suoi libri. In uscita per gennaio 2010 con la Caravaggio Editore il suo nuovo romanzo: “Gli amori della contessa Giulia”, ambientato tra Italia, Inghilterra ed Ungheria nel decennio 1859-1869.

IL NUOVO ROMANZO

( Per ulteriori informazioni su questo romanzo vai qui)

SITI DI CRISTINA CONTILLI

http://officinadeisogni.ning.com/profile/CristinaContilli432

http://stores.lulu.com/store.php?fAcctID=792258






" CARO BABBO NATALE "

di FLORA NOVELS

"Mancano pochi giorni a Natale quando Marisa trova la letterina di sua figlia indirizzata a Babbo Natale. La bambina vorrebbe un regalo molto particolare..."


"Caro Babbo Natale, vorrei tanti giochi e tante bambole ma penso di potermi accontentare dei giocattoli che mi regalano sempre i nonni. Perciò a te chiedo solo un papà. Mi basta che sia buono con me e con la mamma. E non deve fumare perché mi dà fastidio. Grazie. Buon Natale e buon lavoro. Silvia"

Non riuscii ad evitare di sorridere rileggendo la letterina che mia figlia aveva lasciato furbescamente sul comodino prima di andare a scuola. Frequentava la seconda elementare ma era una bambina sveglia, come tutti i bambini di oggi. Insomma sapeva benissimo ormai che ero io a fare da tramite con Babbo Natale. Beh, ad essere sincera, forse non credeva nemmeno più alla sua esistenza. Di sicuro però mi stava lanciando un messaggio preciso.

Peccato che non era per niente facile esaudire il suo desiderio. Silvia non aveva mai conosciuto suo padre perché lui se n'era andato di casa prima che lei nascesse. Avevo incontrato Renato durante una vacanza in un villaggio turistico. Aveva cinque anni meno di me e faceva l'animatore. Era scattato il classico colpo di fulmine, così mi ero ritrovata innamorata e sposata nel giro di qualche settimana ed ero rimasta incinta pochi mesi dopo.

Parenti e amici avevano considerato il mio gesto come un'inspiegabile, stupida pazzia. A quell'epoca, infatti, avevo già trentatrè anni ed erano troppi per compiere impulsivamente un passo del genere. Ma la verità era che in quel periodo avevo proprio voglia di fare un follia. Tutto era sempre stato programmato nella mia vita: gli studi, le vacanze, il lavoro. Inoltre venivo fuori da un lungo fidanzamento che si era protratto fino alle soglie delle nozze. Poi un giorno il mio ex mi aveva detto di non essere pronto, di aver bisogno di tempo per riflettere sul nostro rapporto. A quel punto lo avevo mandato al diavolo e mi ero ripromessa di cominciare a vivere alla giornata. Insomma era stato con questi presupposti che mi ero lanciata ad occhi chiusi in quell'avventura.

Quando restai incinta però Renato rivelò la sua vera natura di vigliacco e scansafatiche. Contrario per principio all'idea di lavorare dodici mesi all'anno, si era dileguato con la scusa di non poter rifiutare l'offerta di un'occupazione all'estero, nei villaggi turistici dell'America latina.

Per me era stato come risvegliarmi da un sogno e piombare subito dopo in un incubo. Ma avevo una bimba piccola a cui badare ed era stata la mia salvezza, l'unica cosa buona che avevo ricavato da quell'esperienza fallimentare.

Lui era fuggito da me e persino da sua figlia. Ed io dovevo fare i conti con la realtà. Lo avevo rintracciato soltanto per potermi separare legalmente e per poter gettare tutto alle mie spalle.

Per fortuna avevo un buon impiego e non avevo dovuto elemosinare aiuti economici. E alla fine anche i miei genitori mi avevano teso una mano.

A mia figlia avevo raccontato qualcosa di molto vicino alla verità. Suo padre ed io non andavamo d'accordo perciò ci eravamo separati. Lui era sempre in giro per il mondo e non aveva né il tempo né la possibilità di contattarla ogni volta che avrebbe voluto. Ma lei ovviamente non l'aveva bevuta. E come avrebbe potuto se non telefonava mai e non mandava lettere o cartoline?

Beh, poco male. Era una bambina sana e vivace, circondata da amici e parenti che le volevano bene, anzi spesso la viziavano. Purtroppo quella storia di cercare un papà non era nuova.

Io, da parte mia, avevo tentato di darle il meglio, di colmare quel vuoto, ma evidentemente non ci ero riuscita. Avevamo persino adottato Kim, un cane trovatello che ormai faceva parte della nostra famigliola. Eppure lei, a pochi giorni dall'inizio delle vacanze natalizie, se ne era uscita con questa richiesta.

Certo avrei potuto trovare la cosa divertente però mi ero talmente abituata a stare da sola che allontanavo automaticamente quei pochi temerari che ogni tanto si avvicinavano. D'altronde non potevo nemmeno ignorare la letterina di mia figlia.

Quel giorno in ufficio, durante la pausa per il pranzo, ne parlai con Fausta, la mia più cara amica.

- Tua figlia è più in gamba di te, - esordì burlandosi di me. - Si farà strada nella vita. È una che sa quello che vuole. In fondo ha ragione: vi serve un uomo.

Fausta era sempre diretta, non usava mezzi termini per dire quello che pensava. Ed io non mi stancavo di ripeterle che non ero affatto entusiasta all'idea di allacciare una relazione con un altro uomo.

- Abbiamo un cane. Non ti pare sufficiente? - replicai con lo stesso tono scherzoso. - Magari potrei adottare un gatto, così saremmo in quattro, proprio come vuole Silvia.

- Andiamo, Marisa! Tua figlia non ha grandi pretese. Deve essere buono e non deve fumare. Un sacco di donne sognano una cosa del genere, - continuò divertita.

Sorrisi scuotendo la testa. - Sono troppo vecchia per rimettermi in piazza e troppo stanca per dare la caccia a un uomo.

- Hai quarantun anni, li porti bene e stai crescendo da sola una bimba meravigliosa. Non sei pronta per l'ospizio, - mi ammonì lei con prontezza.

- Non ne avrei il tempo, - insistetti ignorando i suoi complimenti. - Le mie giornate sono piene di impegni. Tra il lavoro, la casa e Silvia, riesco a malapena a dedicare una mezz'oretta alla cura di me stessa.

- Tutte scuse, - ribatté. - Ammetti soltanto che sei esigente.

- E non dovrei?

- No, non dovresti, se questo significa scartare un uomo al primo appuntamento, - mi rimproverò.

- Ancora questa storia! È successo un anno fa, - sbuffai intuendo all'istante il suo riferimento.

- Sì, un anno fa, cioè l'ultima volta che sei uscita con un uomo, - mi fece notare.

- Quel tipo non faceva me. Mi è bastata una serata per capirlo, - le spiegai. - Vedi, non pretendo il colpo di fulmine perché ormai non ci credo più. Però mi aspetto che scatti almeno una certa sintonia.

- E allora non smettere di guardarti intorno! - mi incoraggiò. - Senti, mia madre organizza sempre un raduno di vecchi amici per l'antivigilia. Capita spesso che si presenti il figlio della vicina di casa o il cugino di qualche amica. Passa da me il 23, non si sa mai. Magari fai un salto dopo pranzo.

- Beh, non so, - protestai debolmente.

- Non devi pubblicare un annuncio su un giornale, devi solo venire ad una festa, - precisò per strapparmi un sì.

- E va bene. Vengo con Silvia. Ma se scopro che state complottando qualcosa..., - la avvertii.

- Complottando? - m'interruppe subito. - Non pensi che avrei già cambiato mestiere se fossi così brava a combinare appuntamenti?

Infatti non c'era proprio niente di combinato in quella festa, anzi regnava una simpatica confusione. C'erano bambini che prendevano d'assalto il vassoio dei dolci, adulti che si scambiavano gli auguri e chiedevano notizie l'uno dell'altro, e poi c'era Fausta. Appena mi individuò, fece di tutto per inserirmi in qualche gruppetto e presentarmi un po' di gente nuova.

Scambiai poche parole con alcuni sconosciuti tanto per accontentare la mia amica ma dopo un po' me la svignai con Silvia.

Quando le proposi di passare il resto del pomeriggio in un grande magazzino, lei impazzì per la gioia. Eh sì, adorava gironzolare per i negozi e ammirare le luci colorate, le palline, gli alberi addobbati. Naturalmente il reparto dei giocattoli era una meta irrinunciabile e io la accontentavo volentieri perché non aveva l'abitudine di fare troppi capricci. Insomma se le dicevo che non potevamo permetterci il panda gigante di peluche, lei faceva spallucce e ripiegava su quello più piccolo.

Quel giorno però l'attrazione principale non erano i giocattoli. Babbo Natale stava raccontando la sua storia ad un pubblico numeroso e attento...

"Abito in Lapponia, in un villaggio del circolo polare artico. Ogni anno mi arrivano migliaia di letterine da ogni parte del mondo. I miei amici folletti mi danno una mano a rispondere a tutti i bambini. Però se posso, preferisco ascoltare personalmente le richieste. Per questo sono qui oggi. Se volete mettervi in fila, vi ascolterò uno per volta".

Mi accorsi che Silvia lo osservava con molto interesse. Restammo lì per un po', guardammo le ultime novità in fatto di bambole, peluche, videogiochi, e poi tornammo al punto di partenza. Babbo Natale aveva preso in braccio l'ultimo bambino e gli sorrideva.

- Secondo te è una persona anziana? - mi domandò lei all'improvviso.

- Credevo lo sapessi.

- No, non parlo di Babbo Natale ma di quel signore, - puntualizzò.

- Ah, non so, - risposi, presa alla sprovvista. - Non sembra tanto anziano. Perché?

- No, niente. Ci mettiamo in fila, mamma?

Non mi diede nemmeno la possibilità di replicare. Mi trascinò davanti alla slitta e si precipitò da lui.

Io mi tenni a distanza ma volli rimanere a portata di orecchio. Tirai un sospiro di sollievo sentendola nominare la Barbie e l'orso bianco. Chissà cosa mi ero immaginata!

Prima di salutarlo però sganciò la sua bomba. - Tu hai una moglie oppure una ragazza? - chiese innocentemente.

- Sì, certo. Mamma Natale.

- No, voglio dire...hai una fidanzata quando ti togli quella stupida barba?

Io sbiancai in viso, lui invece mi sorrise e mi lanciò un'occhiata divertita.

- Cosa vinco se ti do la risposta esatta?

- Mi scusi tanto. Sono senza parole, - mi affrettai ad intervenire. - Noi due facciamo i conti più tardi, Silvia, - dissi a mia figlia prendendola per un braccio.

- Aspetti, - mi fermò e si rivolse alla mia piccola peste con simpatica cordialità. - Mi chiamo Ottavio e sono single. E tu? Sei innamorata di Babbo Natale, per caso?

- No, sto cercando un papà, - rispose con candore.

Lui non riuscì a trattenere una risatina. Io, al contrario, avrei voluto sprofondare oppure trasformarmi in una mosca e volare via.

- Sono lusingato Silvia, ma non pensi che dovresti consultarti con tua madre? - le suggerì togliendosi la barba e rivelando il volto di un quarantenne.

- Uhm, lei è troppo pigra in queste cose e tu hai l'aria di essere buono, - gli spiegò mentre la mia faccia diventava di tutti i colori.

- Peccato! Vengo subito scoperto. Non potrei fare il cattivo in tivù, eh? - ammise ridendo.

- Sono desolata..., - balbettai.

- Non c'è ragione, - mi rassicurò premuroso. Poi mi tese la mano e ci presentammo.

- Lavoro qui nel reparto amministrazione, - specificò. - Quest'anno mi hanno incastrato perché all'ultimo momento Babbo Natale si è preso l'influenza.

- Come la capisco! Qualcuno sta cercando di incastrare anche me, - scherzai guardando Silvia con la coda dell'occhio.

- Vi posso offrire una cioccolata calda? - propose Ottavio sorridendo.

- Beh, veramente..., - esitai.

- Vi ruberò solo dieci minuti, - promise. - Poi devo passare in ufficio prima di tornare a casa dal mio cane.

- Hai un cane pure tu? Wow! - esclamò Silvia entusiasta.

- Che incredibile coincidenza! - ironizzai. - Ora però fammi un favore. Scegli due bambole e una macchinina, così li regaliamo domani ai tuoi cuginetti.

Non appena mia figlia si allontanò per assolvere un compito che la rendeva felice, io mi prodigai in mille scuse con Ottavio.

- Vuole un papà. Lo avrà visto in qualche film, - aggiunsi infine. - Sa come sono i bambini.

- Sì, lo so. Ho sette nipoti. Non deve preoccuparsi. Non c'è problema, - mi assicurò. - Posso chiederle dov'è il padre?

- Siamo separati e lui lavora all'estero.

- Scusi, forse sono stato invadente.

- No, lei è stato fin troppo gentile ma si è fatto tardi, - annunciai guardando l'orologio.

- Ok, non insisto. Però vi aspetto uno di questi giorni per offrirvi quella famosa cioccolata. Posso contarci o devo rivolgere un invito ufficiale alla mia piccola ammiratrice? - chiese ridacchiando.

- No, per carità! Ci può contare, - replicai divertita. - Grazie! Buon Natale!

Quel bizzarro incontro mi aveva messo di buonumore. Non avevo idea di cosa sarebbe accaduto frequentando Babbo Natale ma avevo davvero l'intenzione di rivederlo. Mi aveva dato l'impressione di una persona spiritosa e intelligente. Insomma una rarità di questi tempi.

- Mamma! E la cioccolata? - mi domandò mia figlia mentre eravamo in fila alla cassa.

- L'abbiamo rimandata a dopo Natale, - le spiegai notando la sua aria raggiante.

- Allora ti ha dato un appuntamento? - s'informò soddisfatta.

- Non è un appuntamento, ok? E togliti quel sorrisetto furbo dalla faccia, - la rimproverai scherzosamente.

Però, in fondo, mi auguravo di doverla ringraziare di lì a poco. Chissà, a Natale tutto può succedere!



CHI E' L'AUTRICE

FLORA NOVELS è lo pseudonimo di una scrittrice che ha dedicato un intero blog, Novellando (http://novellando.blog.tiscali.it/), alla sua passione per la scrittura, su cui pubblica periodicamente i suoi racconti. Di se stessa dice: Adoro leggere, scrivo sin da ragazzina e sono ancora alla ricerca dell'occasione giusta per trasformare la mia passione in un mestiere a tutti gli effetti. Nel suo blog troverete il frutto della mia esperienza come autrice di novelle e romanzi (non solo rosa).




Questo racconto arriva direttamente dalla Spagna, ce lo regala la nostra amica scrittrice OLIVIA ARDEY. Non l'ho tradotto per non far torto alla bravura di Olivia, visto il mio spagnolo approssimativo, ma penso che usando un qualsiasi traduttore online si possa riuscire a capirlo...infondo le nostre lingue sono cugine...!

" UN NUEVO CUENTO DE NAVIDAD "

por OLIVIA ARDEY

Scrooge estaba vivo, para empezar.

Y más feliz que nunca aquella tarde de Navidad. Sentado frente a la chimenea, sacudió el recipiente en el que calentaba granos de maíz y sonrió satisfecho. Gracias a aquella terrorífica noche tan lejana, supo combatir el futuro funesto que vaticinaban las visiones mostradas ante sus ojos por el tercer fantasma. ¡Bendita Navidad aquella!, porque a partir de entonces había gozado de la vida como de un regalo del destino, dichoso e inesperado.

—¿Cuándo estarán las palomitas, tío Eb? ¡Tardan mucho! —protestó el pequeño de ojos claros que tenía sentado en el regazo.

El maíz empezó a crepitar en el interior del recipiente de rejilla metálica.

—Un momento, pequeños —advirtió—. No seáis impacientes…

Los niños que se arremolinaban a su alrededor comenzaron a dar palmas, ansioso por saborear las deliciosas palomitas recién sacadas del fuego.

Hacía años que el viejo Ebenezer se había mudado de su enorme y vacía mansión para vivir en casa de su sobrino Fred, convirtiéndose así en un verdadero abuelo para sus cuatro sobrinos nietos. En ese momento se encontraba rodeado por un total de diez pequeños de todos los tamaños y edades. La casa de Fred se llenaba de amigos y parientes cada Navidad y Scrooge era feliz ejerciendo de niñero improvisado.

—¡Con cuidado! Si os arrimáis demasiado, podríais quemaros —rogó.

Una niña le acercó un bol enorme. Scrooge destapó el recipiente de hierro, pero mientras lo inclinaba estallaron un par de granos. Las palomita saltaron por los aires y los niños chillaron ante aquella inesperada tormenta de nieve, mientras el anciano reía con ganas.

—A veces pienso que eres más niño que ellos —dijo una voz a su espalda.

Scrooge miró por encima del hombro; Timothy Cratchit, lo estudiaba muy serio con las manos a la espalda. El anciano se encogió de hombros, y con una agilidad impropia de su edad, agarró el bastón y se puso en pie mientras los niños andaban a la caza de las palomitas esparcidas por la alfombra.

—La vida es muy corta, Tim; tienes que aprender a disfrutar de ella.

Estudió el gesto sombrío de aquél joven, al que quería como a un hijo. El pequeño Tiny Tim, aquél niño enfermizo, se había convertido en un hombre. Un joven alto y apuesto con mucho éxito entre las mujeres. Pero él no solía prestar atención a las miradas seductoras y suspiros femeninos que despertaba a su paso. Parecía que todo su interés se centraba en su trabajo, un puesto importante en la Banca de Londres.

Aunque el viejo Scrooge intuía que el corazón del joven latía en secreto por una mujer; por la pelirroja escocesa de ojos claros y soñadores que en ese momento Timothy contemplaba con una expresión atormentada.

—¿Has hablado con Jane? —preguntó el anciano; Timothy negó con la cabeza—. ¿Dónde está tu valentía? —lo provocó.

—No se trata de eso —replicó sin apartar la vista de la muchacha—. No puedo decirle la verdad. Me odiaría si supiera que la hemos… que yo la he estado engañando.

El joven recalcó las últimas palabras con pesar, en un tono no exento de culpa.

—Algún día tendrás que ser sincero con ella. No permitas que viva engañada. Con ello sólo consigues poner en peligro su felicidad… y la tuya.

Timothy chasqueó la lengua molesto.

Ebenezer Scrooge sacudió la cabeza refunfuñando por lo bajo. Cuando Tim le confesó meses atrás que había accedido a ayudar a su amigo Herman Black, ya le advirtió que aquél asunto no podía acabar bien. Pero él, desoyendo sus consejos, continuó con aquella farsa. El tiempo había demostrado que el que Timothy consideraba su mejor amigo, resultó ser un cobarde. Un irresponsable sin sentido del deber, que no dudó en embarcarse en el puerto de Southampton y huir rumbo a Nueva York en cuanto Jane le comunicó que iba camino de Londres dispuesta a conocerle en persona y formalizar el compromiso.

—Jane tiene un corazón enorme, creo que subestimas su capacidad para perdonar —insistió Scrooge.

—No creo en los milagros —zanjó Timothy dándole la espalda.

Scrooge contempló como el joven se alejaba hacia el otro lado del salón en busca de un grupo de invitados. Al anciano no le pasaron desapercibidas las miradas furtivas que entrecruzaban él y la bella escocesa. La expresión de Timothy reflejaba un tormento interior, con toda seguridad fruto de los remordimientos. En cambio, la mirada tímida de Jane, reflejaba azoramiento y algo que Scrooge no había olvidado: aquellos ojos eran los de una mujer apasionada.

Apoyado en su bastón, estudió a Timothy de arriba abajo recordando a aquél niño enfermizo condenado a una muerte temprana... ¿Y era él quién no creía en los milagros? ¡Qué equivocado estaba! El anciano decidió demostrarle que sólo la magia de la Navidad tiene el poder de convertir en realidad los buenos deseos y hacer posible cualquier milagro.

Al otro lado del salón, Jane escuchaba sin demasiado interés la divertida conversación que mantenía la esposa de Fred con algunas de sus invitadas. Con disimulo miró a Timothy Cratchit; él pareció percibir su escrutinio y giró la cabeza. Sus miradas se encontraron y Jane desvió la vista azorada al notar que empezaba a ruborizarse. Se sentía confusa y arrepentida; se estremecía cada vez que recordaba el cálido placer de los labios de él sobre los suyos… Nunca debió ceder a la tentación de sus besos, y se odiaba a sí misma por su propia debilidad, por haber caído en brazos del mejor amigo de su prometido. Estaba segura de que el señor Cratchit tendría un pésimo concepto de ella por su actitud libertina.

¡Maldito destino! Amaba a Herman Black, pese a haberla abandonado casi a las puertas del altar. Mientras permanecieron separados, él en Londres y ella en Escocia, logró adueñarse de su corazón con decenas de cartas llenas de ternura. La había humillado ante todo Londres y aún así lo amaba.

Pero Timothy Cratchit despertaba en ella un sentimiento desconocido, una atracción que la encendía por dentro. La mortificaban los remordimientos, porque a pesar de amar al hombre equivocado, soñaba con la magia de sus besos.

Con ayuda de su bastón, Scrooge se aproximó hasta Jane y la joven, al verlo llegar, le dedicó una amplia sonrisa. Aquél hombre que durante años cultivó fama de avaro y mezquino, se había convertido en un anciano adorable.

—Estamos en Navidad señorita Jane, es tiempo de alegría. ¿Cuál es la causa de tanta melancolía? Quizá… —sugirió mirando a Timothy.

La joven parpadeó avergonzada; Scrooge la tranquilizó con una sonrisa cómplice.

—Imagino que conoce mi situación—dijo Jane bajando la vista—, se que todo el mundo habla de ello. ¡El señor Cratchit ha sido tan amable conmigo!

—Un gesto de caballerosidad que le honra —aseguró entornando los ojos—. E imagino que se ha esforzado en consolarla.

Jane fijó la vista en sus guantes completamente ruborizada y Scrooge sospechó que las atenciones de Timothy hacia la muchacha habían sido mucho más que de un par de besos inocentes.

—Jane, créame, no debe arrepentirse de nada —aseguró para tranquilizarla—. Y no dedique ni uno de sus pensamientos a ese sujeto miserable. Él no la merecía.

—Olvidar al señor Black no será tan sencillo, señor Scrooge —murmuró con un suspiro.

—¡Si apenas se conocían! —refunfuñó.

—Se equivoca. Su comportamiento ha sido imperdonable, pero nunca podré olvidar todas y cada una de las palabras que me escribió en sus cartas.

—Es usted muy joven Jane —añadió—, y tan inocente… ¿Usted cree que de haber sentido todo el amor que le expresaba en esas cartas habría huido de usted?

La joven alzó el rostro angustiada; empezaba a sospechar que había sido víctima de un engaño.

—¿Qué quiere decir? ¿Cree que me mintió todo el tiempo?

—Tal vez —aventuró rascándose la barbilla—. Juraría que esas cartas las escribió otra mano…

Jane apretó los labios para ahogar un sollozo. Notó que se los ojos se le llenaban de lágrimas y murmurando una breve disculpa se alejó a toda prisa. Scrooge se sintió culpable al verla abandonar precipitadamente la estancia por una de las puertas de salida al balcón. Pero a pesar de ello, esbozó una sonrisa triunfal cuando vio que Timothy corría tras ella con semblante desolado. «Y ahora, a esperar que suceda el milagro», pensó mirando hacia el balcón con picardía.

Jane trataba de serenarse con ambas manos apoyadas en la balaustrada del balcón. Cuando oyó que la puerta se abría a su espalda, giró la cabeza y se secó las lágrimas a toda prisa a fin de mantener la compostura.

—Señor Cratchit…

—Señorita McRee, permítame —murmuró quitándose la chaqueta para cubrirle los hombros—. Quiero que sepa que abomino del comportamiento imperdonable de Herman Black.

—Gracias —susurró ella en voz baja—. El primo Fred ha sido tan amable brindándome su hospitalidad. Comprenda lo bochornoso que sería para mí regresar a Escocia y…

—Señorita… ¡Oh, Jane! Esto es absurdo —protestó con un suspiro de impotencia—. No podemos guardar las formas de este modo después de todo lo que hemos compartido… —susurró abrazándola por detrás.

—No… no estuvo bien —titubeó arrepentida.

—Cada vez que pienso lo que estás sufriendo por culpa de ese desalmado… sería capaz de matarlo con mis propias manos —masculló con ira contenida.

Notó que se ella se agitaba por los sollozos, y haciéndola girar entre sus brazos, la abrazó con fuerza. Jane recostó la cabeza sobre su pecho sin poder contener el llanto.

—Jane, permite que cuide de ti —murmuró apoyando la mejilla en su cabeza—. Me atormenta pensar que no sientes nada por mí, que todo tu amor pertenece a Black. Pero me conformaré con lo que estés dispuesta a darme. Por favor, cásate conmigo y me harás el hombre más feliz de la tierra.

—No puedo —sollozó—. No sería justo.

—No te pido que me ames.

—No lo entiendes —le explicó más serena.

Timothy sacó un pañuelo de su bolsillo y le secó las lágrimas con delicadeza. Ella alzó el rostro para mirarle a los ojos.

—Acabo de descubrir que he sido víctima de una broma abominable por parte de ese hombre y de alguien que se prestó a colaborar en el engaño. Ahora tengo la certeza de que no fueron suyas ni una sola de las palabras que lograron conquistar mi corazón.

—Jane, debes saber…

—No sería justo para ti que aceptara ser tu esposa, cuando estoy enamorada de un desconocido que me dedicó las cartas más maravillosas que una mujer pueda soñar.

Timothy se quedó sin aire, la abrazó con muchísima fuerza; Jane podía sentir los latidos acelerados de su corazón en su mejilla.

—Jane, ¿estás segura de amar a ese hombre?

—Con todo mi corazón —sollozó de nuevo.

—¿Tanto como para perdonar? —ella alzó el rostro y lo miró perpleja; él respiró hondo antes de continuar—. ¿Y si ese hombre no hubiese mentido? ¿Si todo lo que decían las cartas fuera cierto?

Jane le tapó la mano con la boca para impedir que continuara hablando. Durante unos segundos se olvidó hasta de respirar; no podía apartar sus ojos de los de él. Retiró la mano de su boca y acarició su mejilla.

—Si todo lo que decían las cartas era verdad —logró decir por fin—; no se trataría de un engaño. ¿Tú…? —él asintió en silencio, y ella exhaló todo el aire contenido en sus pulmones—. ¡Debería abofetearte!

Pero en lugar de cumplir con su amenaza, se abrazó muy fuerte a él, escondió el rostro en su pecho y comenzó a reír con suavidad.

—Jane, Herman nunca ha sido un hombre paciente —le explicó—. Me rogó que le ayudara a redactar las cartas que te enviaba con la excusa de que no sabía cómo cortejar a una mujer. Supongo que al principio le pareció divertida la idea de la seducción, pero nunca estuvo dispuesto a asumir un compromiso.

—Maldito embustero —masculló furiosa, pero extrañamente feliz— y maldito tú también.

—Lo que empezó como un juego, pronto se convirtió en algo demasiado serio para mí. Ansiaba recibir tus cartas y lo único que me mantenía cuerdo era poder compartir contigo todo lo que tengo aquí dentro —dijo llevándose la mano de ella a su pecho—. Cuando llegaste de Escocia sólo podía pensar en tenerte aunque fuera una vez, en besarte hasta robarte el aliento, en acariciarte una y mil veces.

—¿Y no se te ocurrió pensar cuánto sufría yo? ¡Me atormentaban los remordimientos!

—¿Por qué? —preguntó sinceramente sorprendido.

—Acababa de romper mi compromiso —alegó incómoda—. Y desde la primera vez que te vi, la pasión se impuso a mi voluntad y me dejé dominar por el deseo —confesó en voz baja—, con un descaro que escandalizaría...

Él le tomó la barbilla y la miró a los ojos.

—¿Deseo? —preguntó en tono íntimo.

Ella asintió con la cabeza. Timothy la atrajo por la nuca y se apoderó de su boca abriéndole los labios con codicia, buscando la caricia de seda de su lengua, loco por saciarse de ella, de su sabor. Cuando por fin se separaron, se miraron a los ojos con la respiración agitada y él apoyó su frente en la de ella.

—¿Seguro que todo en esas cartas era cierto? —preguntó Jane.

—Cada palabra.

—Dicen que los ingleses prefieren a las mujeres de cabellos oscuros —dijo dudosa—. ¿Es cierto que adoras…?

—¿Tus «rizos de fuego»? —recordó con media sonrisa lo que había escrito en una de las cartas.

—¿Y las pecas sobre mi nariz?

—«Polvo de estrellas» —recordó también en voz baja—. Y ahora, dime que te casarás conmigo.

—Sí —susurró.

Ella le rodeó el cuello con los brazos para devorarse con un beso largo y sensual.

—Puedo oír tu corazón —dijo Jane acariciando su pecho.

—«En mi interior un volcán» —recordó Tim de nuevo las cartas besándola en el cuello.

—«Y yo lava pegada a ti» —continuó ella, cada vez más osada.

—¿A quién amas, Jane? —le mordisqueó la mandíbula.

—A ti.

La boca de él inició un sensual recorrido a lo largo de su cuello.

—Porque yo te amo con desesperación —confesó sin dejar de besarla y notó que ella se estremecía entre sus brazos—. «Siempre mía, Jane» —murmuró buscando su boca—, «yo dentro de ti y tú…»

—«…para siempre en tus brazos prisionera» —susurró en sus labios antes fundirse en el más apasionado de los besos.

CHI E' L'AUTRICE

OLIVIA ARDEY è nata in Germania ma la sua famiglia si trasferì presto a Valencia (Spagna), dove l'autrice oggi risiede. Oltre alla letteratura — è cresciuta, vive e lavora con i libri —, ama la sua città, viaggiare, e passare le estati circondata da grattacieli. E 'sposata e vive con un marito, due figli e due tartarughe. Con Dama de Tréboles l'autrice si è ricavata meritatamente una nicchia personale nel genere rosa, con la sua prosa forte e le sue inedite trame.


IL SITO DELL' AUTRICE:
http://oliviaardey.blogspot.com/




OLIVIA ARDEY
, Dama de Tréboles , ed. La Esfera de Los Libros, collana Romanticae, pp.384, ISNB 9788497348935, euro 16,90






Speriamo vi siano piaciuti questi ultimi racconti di di CHRISTMAS IN LOVE ! I vostri commenti ed eventuali domande alle autrici saranno come al solito più che benvenuti!





5 commenti:

  1. Buona Epifania a tutte e grazie a Francy per aver inserito il mio racconto che si può leggere anche sul blog di Officina tra i racconti di capodanno, visto che il 31 dicembre William ed Emma partono per una nuova vita insieme...
    Cristina

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  2. Gracie, Francy. E buona Epifania!!! Qui in Spagna, ieri sera vennero i tre Re Magos e lasciarono regali in tutte le case. Vedo che uno dei suoi paggi ha passato per LMBR per lasciare estri tre racconti in regalo.

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  3. Conoscevo già Cristina e Donatella e sapevo della loro bravura ma non avevo ancora letto nulla di Olivia ed è stata una bella, bellissima soprpresa. Sebbene il mio spagnolo sia scarso, con l'aiuto di un piccolo dizionario ho letto alcune parti e ho trovato il suo racconto DELIZIOSO! sei davvero molto brava, Olivia! complimentissimi!!!!! :-)
    stefi

    RispondiElimina
  4. LadyAileen07/01/10, 22:25

    Complimenti a tutte. Avete mai pensato di raccogliere tutti questi racconti e pubblicarli in un libro? ^_^

    RispondiElimina
  5. L'idea è carina Lady, e quando ne avremo forse un po' di più, magari legati anceh a altre iniziative potremo pensarci, why not?

    un bacio.
    Francy

    RispondiElimina

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