CHRISTMAS IN LOVE: IL DONO PIU' GRANDE


Oddio! E’ già la vigilia di Natale ed io non ho ancora esaurito la mia lista di cose da fare… Sono le cinque di pomeriggio quando esco di casa, a razzo, per lanciarmi nella frenetica ricerca degli ultimi regali. Non c’è più tempo per andare in giro per negozi, così decido di recarmi in un grande magazzino in centro con la speranza di trovare tutto lì. Non so a voi, ma a me il Natale fa venire l’ansia.
Questa scadenza che incombe su di me, il lavoro che alla fine dell’anno raddoppia perché nell’ufficio contabilità dell’impresa ci sono tutti i conti da chiudere e l’inventario da fare, la lista dei regali praticamente interminabile e poi la scelta del regalo giusto … In più le decorazioni da sistemare perché altrimenti che Natale è? I pranzi in famiglia che per una single come me sono una vera tortura. Insomma mi tranquillizzo solo dopo che l’uragano delle feste è ormai passato. E’ con questo spirito fiacco e la testa bassa che inforco la porta girevole del centro commerciale, inciampo come al solito, e finisco dritta fra le braccia di Babbo Natale. Imbarazzatissima, mi ritrovo a fissare due occhi incredibilmente azzurri che mi squadrano divertiti da sotto le sopracciglia bianche. Hanno qualcosa di familiare, li ho già visti in passato anche se non ricordo dove, e il resto del volto, nascosto sotto barba, baffi e parrucca, non mi aiuta nell’identificazione. Lui mi ha rimessa in piedi ma non accenna a lasciarmi andare. Mi scruta con gli occhi socchiusi in una sorta di sbalordito riconoscimento, poi pronuncia il mio nome in un soffio: - Laura. Improvvisamente mi torna tutto alla mente. Sono passati vent’anni ma il dolore di quell’abbandono mi brucia ancora. Non so come ho fatto a non riconoscerlo subito, nonostante il travestimento.
– Va’ all’inferno Nicolas – sbotto acida – e adesso lasciami andare!
 Lui non accenna a mollare la presa. Mi lancia uno sguardo scintillante di rabbia poi distoglie il viso come se non reggesse la mia vista e mormora sottovoce: - All’inferno ci sono già stato… – e a voce alta – Vieni via dalla porta, stai intralciando l’entrata. E mi trascina via con sé. Il centro commerciale che fino a poco fa pareva deserto, comincia ad affollarsi. Sguardi incuriositi ci seguono mentre ci allontaniamo a braccetto. 
– Se non mi lasci andare subito, giuro che ti prendo a calci. Sono vent’anni che aspetto di farlo – minaccio.
Una ragazza vestita da elfo si avvicina con aria perplessa. Non può avere più di diciotto anni, la stessa età che avevo io quando l’ho conosciuto, ha il viso pulito, innocente. Sceglie sempre lo stesso tipo, penso con amarezza.
–Zio Nick, dove vai?
– Mi dispiace, Tea. – le risponde da sopra la spalla senza fermarsi – Non posso trattenermi oltre. Leo può prendere il mio posto al banco di beneficienza. Gli lascio il costume in bagno.
Continua a trascinarmi con sé nonostante le mie proteste. Quando arriviamo davanti alla porta della toilette maschile m’impunto con tutte le mie forze: - Non oserai …
– E tu non penserai che sia così idiota da lasciarti qui fuori mentre mi cambio. Sicuramente poi non ti ritroverei più. Tanto lo so che sei troppo vigliacca per darmi una spiegazione.
– Come, scusa? Io dovrei dare una spiegazione a te?
Non mi dà retta. Oltrepassa la soglia stringendomi il braccio così forte da farmi male. La stanza è deserta. Odio le scenate in pubblico ma se continua così sarò costretta a chiedere aiuto. Come se mi avesse letto nella mente mi sibila all’orecchio: - Non pensarci neanche. Voglio solo parlare con te. Parlare, è chiaro? Niente di più. Non costringermi a diventare brutale. Se ti metti a gridare dirò che sei mia moglie, che sei incinta e malata di nervi.

Sono così sbalordita che non riesco a replicare. C’è stato un tempo quand’ero una ragazzina sciocca e inesperta e lui il mio idolo dorato, in cui ammiravo la sua forza, la sua intelligenza. Adesso sento di odiarlo più che mai. Senza perdermi di vista si è sfilato rapidamente il costume da Babbo Natale. Sotto indossa un dolcevita leggero di cachemire nero e un jeans scolorito. Il tempo è stato buono con lui: nonostante sia ormai prossimo alla cinquantina conserva il fisico alto e asciutto di sempre. Il sole ha moltiplicato le sue rughe e i capelli biondi sono ormai brizzolati ma questo non ha intaccato il suo fascino, anzi. Ha occhi azzurri, vivissimi, che risplendono come due specchi d’acqua limpida e con la divisa della marina deve fare il solito figurone. Lanciandomi uno sguardo di sfida va al lavandino per lavarsi le mani. Crede di avermi ridotta all’obbedienza: non sa quanto si sbaglia. Non appena mi volta le spalle mi precipito verso la porta, ma non riesco neanche a sfiorare la maniglia che lui mi riagguanta da dietro, stringendomi a sé con tranquilla implacabilità. Sento il suo respiro caldo e affannoso sulla nuca che mi dà i brividi.
– Oddio, Laura. – la voce è roca, incrinata dal dolore - Sei pronta a piantarmi in asso un’altra volta senza una parola di spiegazione … Mi odi così tanto da non sopportare neanche di parlarmi? Ma cosa ti ho fatto? Perché non me lo dici e chiariamo una volta per tutte questo pasticcio?
– Mi hai spezzato il cuore una volta. Non ti permetterò di farlo ancora.
–Io ti ho spezzato il cuore? Ma se mi hai lasciato tu …
Un tizio pallido e occhialuto sceglie proprio quel momento per entrare. Non si aspettava certo di trovare una coppia abbracciata dietro la porta. Fa quasi un salto per lo spavento. Nicolas si scusa, è sempre stato un uomo gentile e mi trascina di nuovo via con sé.
 –Vieni! Il bagno degli uomini non è un posto adatto per parlare. Andiamo a fare un giro in macchina.
–Oui, mon capitaine. – ironizzo io inviandogli beffardamente un saluto militare – Non potresti semplicemente chiedermi di fare le cose, invece di trascinarmi di qua e di là come un cagnolino al guinzaglio?
– E’ che ho paura di vederti sparire un’altra volta senza lasciare traccia. Non posso permettermi di aspettare altri vent’anni per ritrovarti.
Lo guardo scuotendo la testa. Nel parcheggio troviamo la sua macchina. Un SUV nero che sembra nuovo fiammante. Mi aiuta a salire e parte sgommando.
– Ho aspettato per mesi di ricevere tue notizie. – dico con la voce più fredda che riesco a trovare – Non dico una lettera d’amore ma almeno un biglietto, un messaggio, una telefonata. Niente. Ti ho scritto varie lettere e non ti sei degnato di rispondere neanche a quelle …
– Non le ho mai ricevute … E non è vero che non ti ho scritto. Ti ho scritto decine di lettere ma le rispedivi al mittente senza neanche aprirle. - Non ho mai respinto le tue lettere. Come avrei potuto? Non le ho mai neanche viste. - C’era la tua firma, apposta sotto ogni rifiuto. Ogni volta era come ricevere una pugnalata. Alla fine ho smesso di scrivere. Ho pensato che una volta tornato sarei venuto a cercarti e avremmo chiarito tutto, ma quando sono venuto a casa tua ho scoperto che avevate traslocato e nessuno dei vicini sapeva dirmi dove. Il numero di telefono che avevo corrispondeva a quello di un’altra persona. Non sapevo più che fare. Sento la sincerità nella sua voce, leggo la verità nei suoi occhi tristi. Non capisco come sia potuto accadere, mi sento come se stessi per scoprire qualcosa di orribile. Mi massaggio le tempie con le dita. 

– Ti ho scritto il nuovo indirizzo ed anche il nuovo numero, non riesco a capire …
– Imbucavi personalmente le tue lettere?
– No. Subito dopo la tua partenza ho cominciato a lavorare ed ero sempre di corsa. Era Cristina che si occupava della corrispondenza. Lei era rimasta a casa e il tempo non le mancava. Pensava lei ad affrancare e spedire tutto.
– E naturalmente era anche a casa quando il postino consegnava la posta…
Cristina è mia sorella. Ho tre fratelli ma lei è la mia unica sorella. Di dieci anni maggiore di me, dopo la morte di nostra madre, avvenuta quando avevo solo due anni, mi ha praticamente cresciuta. Eppure col tempo ci siamo allontanate. Lei non sopporta la nostra matrigna perciò ci vediamo di rado.

– Non puoi credere che lei … Non è possibile.
Il tarlo del sospetto comincia a rodere la mia mente. Tanti piccoli particolari prendono forma: la sua falsa indulgenza per il comportamento di Nicolas. Proprio lei che non l’aveva mai potuto sopportare: - Vedrai che scriverà – diceva. E’ solo troppo preso dal lavoro. Non è facile all’inizio, è solo un giovane ufficiale e deve farsi strada. I suoi stupidi consigli: - Una donna non deve correre dietro ad un uomo. Se non scrive lui non devi farlo neanche tu. E quando, ormai disperata per il prolungato silenzio di lui, le avevo confidato quello che era successo tra noi l’ultima sera, aveva decretato: - Sei stata una sciocca. Gli hai dato proprio ciò che voleva, ecco perché non si è più fatto vivo. Gli uomini cercano una cosa soltanto. Credi che altrimenti si sarebbe mai interessato ad una ragazzina come te …

–  Era gelosa. Di te. Di noi. Non le andava giù che mi fossi innamorato di te, la sorella minore e non di lei che era una mia coetanea.. Un giorno mi ha fatto perfino delle avances, quando l’ho respinta deve aver deciso di vendicarsi.

Di colpo scoppio a piangere. Tutti quegli anni sprecati. La mia vita distrutta. Non sono più riuscita a fidarmi di un uomo, mai. Ho passato il tempo a costruire barriere intorno al mio cuore per evitare qualunque coinvolgimento emotivo. Sono stata attenta a sfuggire qualunque amicizia non appena accennava a diventare qualcosa di più. Intanto quella serpe di mia sorella spodestata nella sua posizione di padrona di casa dalla seconda moglie di mio padre aveva preferito trasferirsi all’estero e lì si era sposata. Io sono rimasta in famiglia perché vado d’accordo con la mia matrigna. Sono così sconvolta che mi accorgo a malapena di quanto mi circonda. Mi sento annientata. Fisso la strada davanti a me senza vedere niente. Ad un certo punto mi ritrovo il giaccone di Nicolas drappeggiato intorno. Deve avermelo messo addosso vedendomi tremare, ma non riesco a ricordarmelo.
–Dove stiamo andando? – gli chiedo quando la nebbia che mi offusca il cervello si dirada e ritorno al presente.
– Mio nonno mi ha lasciato una casetta. Un rifugio di pace e tranquillità poco fuori città. Ti sto portando lì. – Ma io devo tornare a casa. E’ la vigilia di Natale, mi aspettano per la cena. Se non mi vedono arrivare si preoccuperanno…
– Che vadano pure al diavolo! Dopo quello che ci hanno fatto, che vuoi che me ne importi dei tuoi parenti?
Stringe con forza il volante fino a sbiancare le nocche, inforca una stradina sterrata e lì frena all’improvviso. La campagna intorno a noi è immersa nell’oscurità e nel silenzio. Il frastuono del traffico cittadino, amplificato dalla frenesia della Vigilia, qui è soltanto un ricordo. Nicolas respira profondamente, per calmarsi, infine sospira: - Perdonami. Non so neanch’io quel che dico. In tanti anni le cose cambiano. Certamente avrai un marito e dei figli che ti aspettano. Non ho il diritto di sottrarti a loro. Sospira di nuovo, ha gli occhi bassi, l’aria cupa: – Scusa … è che quando ti ho rivista ho perso completamente la testa. Ti riporto indietro subito. Sta per rimettere in moto quando trovo il coraggio di ammettere con un fil di voce:

– Non c’è nessun marito ad aspettarmi a casa. Vivo ancora con i miei.
– Allora stanotte resta con me, ti prego.
Sono combattuta. Naturalmente vorrei stare con lui ma è anche la vigilia di Natale. Che posso inventarmi per giustificare la mia assenza? L’intera famiglia si riunirà a casa di mio padre.
– Non so cosa dire ..
– Dì la verità, che hai incontrato un vecchio amico e hai accettato il suo invito. Ti prometto che non te ne pentirai.
Proprio in quel momento il cellulare comincia a squillare. E’ mio padre:
– Laura, finalmente! Ci stavamo chiedendo dove fossi finita.
– Oh, scusa papà. Ho incontrato dei vecchi amici e fra una chiacchiera e l’altra non mi sono resa conto dell’ora. Pensa, mi hanno invitata anche a cena da loro e ho già accettato. Tanto voi siete già in tanti e non sentirete certo la mia mancanza …
– Ti sbagli tesoro. Sentiremo sempre la tua mancanza ma resta pure con loro se preferisci, esci così poco: hai bisogno di frequentare gente della tua età. A proposito, come hai detto che si chiamano?
Non l’ho detto e non ho intenzione di farlo. Taglio corto prima che i suoi sospetti si risveglino, credo anzi che sia già sul chi vive.

– Mi stanno cercando. Ti richiamo io più tardi. Ciao.
Nicolas mi guarda sorridendo ironicamente. Scuote la testa.
–Sei sempre la bambina di casa, eh?
– Già.
– Non so se avrò la pazienza di dividerti con loro. Ti hanno avuta per tutti questi anni. Adesso è il mio turno …
– Non pensi che tocchi a me decidere dove stare e con chi? – Naturalmente. Solo che io ho solo una settimana per riconquistarti. Poi dovrò partire per raggiungere la mia nave: sono il comandante.
–Hai sempre amato il mare e le tue maledette navi più di me – sbotto io mentre lui ride soddisfatto come se gli avessi fatto un complimento.
––Oh, tesoro! Sei gelosa, che bellezza.
Il rombo del motore che riparte mi esenta dal rispondere. Lungo la strada chiacchieriamo.
– Parlami di te.
– Non c’è molto da dire. Quando passi la maggior parte dell’anno in navigazione non hai modo di coltivare rapporti umani. Tutti gli amici a poco a poco trovano la loro strada e si disperdono. Dopo la morte dei miei genitori sono rimasto solo. Per fortuna mia sorella s’è sposata ed ho due bellissimi nipoti. Li hai visti al centro commerciale.
– Nessuna relazione? Le donne vanno pazze per gli uomini in divisa …
– Guarda che io comando le petroliere, mica le navi da crociera.
– Non posso credere che tu in vent’anni non abbia avuto nessuna donna.
Mi scruta brevemente, scuro in volto. - Qualcuna c’è stata ma niente di serio. E poi tutte avevano un difetto insuperabile.
– Quale? 
Interrompe la guida per lanciarmi uno sguardo dolorosamente stizzito: – Non erano te.
Non so che dire. Il fatto che ci abbia provato ma non sia riuscito a dimenticarmi mi riempie di gioia. Attraversiamo una zona residenziale. Villette addobbate a festa delimitano la strada in un tripudio di lumi bianchi, azzurri , multicolori. Le luci sono dappertutto: sul ciglio dei tetti, lungo i viali, avvolte a spirale intorno ai tronchi scuri degli alberi; punteggiano l’intreccio delicato dei rami spogli, evanescenti come lucciole. 
– Che bello! – esclamo ammirata.
Nicolas sorride, sornione: – Non hai ancora visto tutto. Siamo saliti piuttosto in alto. Dopo una svolta si ferma in una piazzola di sosta e mi invita a scendere: – Vieni a vedere. C’è una gran quiete intorno, non un alito di vento. Il freddo condensa i nostri fiati in nuvolette. Ci affacciamo da un muretto di pietra e di fronte a noi … Oh, che meraviglia! Un paesaggio da fiaba si stende sotto i nostri occhi. Nella valle sottostante, abbarbicato sopra un cocuzzolo, sorge un piccolo villaggio di campagna, con le case candide come la neve e i tetti a cono. Cordoni di luci bianche profilano i contorni di ogni cosa, compreso il piccolo campanile che si staglia contro il limpido cielo stellato, creando una magica atmosfera.
 
– E’ delizioso, Nick.
– Andiamo, c’è un’altra sorpresa che ti attende.
Non è questa la notte dei prodigi? Ormai mi aspetto di sentire gli animali parlare o giù di lì. Il villaggio è deserto. Sembra quasi che lo spettacolo sia stato preparato solo per noi. Nick mi guida per mano verso un trulletto che ha la porticina aperta. All’interno, oltre un lieve drappeggio, è stato realizzato un presepe in miniatura sospeso in una nicchia del muro. Le statuine sono di porcellana bianca e spiccano nel muschio marezzato di neve. Quanto candore! Ho le lacrime agli occhi e mi stringo a lui, emozionata. Mi bacia sulla fronte con tenerezza. Poi scende verso le palpebre, gli zigomi. Infine trova le mie labbra. Quello che è cominciato come un bacio delicato, s’infiamma sempre più mentre le nostre lingue s’intrecciano frenetiche, insaziabili. Che bacio incredibile! Ad un certo punto sento perfino uno scampanio a festa: è proprio come nei film. Si stacca da me fremendo e mentre riprende fiato sbotta: - Cristo, mi fai sempre lo stesso effetto. Sarà meglio andare prima che ti prenda qui e subito. Mi sorride, felice, prima di aggiungere: - Ho promesso a Don Luciano che avrei partecipato alla veglia stanotte, sta già suonando le campane. Andiamo a messa, vuoi? Oh, cielo! Sono quelle che ho sentito prima, certo. Annuisco semplicemente perché non mi fido di parlare. Mi sono persa di nuovo nei suoi occhi, sono limpidi come acquamarina e a questo punto sento che potrei anche annegarci dentro.  
Che splendido regalo di Natale! Ho ritrovato l’amore della mia vita e questa volta niente e nessuno potrà separarci. Grazie a Dio, adesso ci sono i telefoni satellitari, le e-mail e soprattutto … internet.
CHRISTINE CLAUS (*)


(*) Questo è uno pseudonimo, il vero nome dell'autrice che verrà svelato a fine concorso.



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5 commenti:

  1. I miei complimenti. E' davvero molto molto molto carino. Scritto benissimo, personaggi deliziosi e ambientazione più che dettagliata.
    Un autrice davvero dotata!
    Delfina

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  2. E' piaciuto tanto anche a me, storia semplice che mi ha trasmesso un'emozione, complimenti. Anna

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  3. Ben scritto, cattura l'attenzione. Personaggi davvero carini. Brava.

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  4. Questo racconto mi è piaciuto, trovo sia scitto molto bene. Bello!

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  5. la penso esattamente come delfina! complimenti!

    RispondiElimina

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